Quando …dedicato a…

Quando tutto sembra nero
quando tutto grida di no
quando la vita ti sembra un inferno
quando il fondo è raggiunto
tu gridi il tuo dolore
nessuno ascolta se non il tuo cuore
lacrime amare per un momento
quando tutto sembra finito
un momento che dura in eterno.
ma niente di eterno c’è in questo mondo
ricorda amico mio
anche il dolore ha la sua fine
accetta anche con umiltà l’aiuto
della mano che ti raccoglie
anche se piccola debole
ma forte nel cuore
devi solo aspettare il momento
quando tutto avrà allora il colore
quando quella lacrima avrà la dolcezza
quando le porte si apriranno
quando solo allora vedrai
la vera essenza del perchè nulla è perso
allora riderai con me e penserai
quando eri triste anche altri lo erano
quando sarai felice solo l’amico
saprà quanto hai sofferto
quando questo succederà
il tuo cuore aprire saprai
alla nuova vita e niente niente
ti impedirà di dire
quando tutto era nero
non ho mollato e griderai alla vita
sono ancora qua.

dedicato a…… chi crede di non aver più scampo
per non mollare mai ….

Manola- 2009

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Un altro strano blog.

Una donna bambina trova la morte, è una donna precoce, è una bambina violata.

Tu, bastardo che hai approfittato di questa mia figlia, non farti mai trovare, la mia giustizia ti trova!

 

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Chi trova un amico… – Prima puntata

Sono morto.

Morto, deceduto, trapassato, defunto, spirato, perito, scomparso, estinto, dipartito, crepato, schiattato, stecchito.

Finalmente.

Fine della paura, fine dell’attesa, fine della lotta, fine del mondo.

Il destino e la chimica ci vuole mortali, e così, anche per me, si è realizzata l’inevitabile Apocalisse personale, ma non riesco ancora a decifrarla.

Strana sensazione, anzi, sarebbe meglio definirla una non-sensazione. A dirla tutta, sono un po’ deluso.

Le aspettative e le paure, le ipotesi e le fantasie che da millenni ingolfano le menti umane, tutte, nessuna esclusa, si risolvono in una stasi buia e inerte, dove tutto è immobile, bloccato. Niente caldo o freddo, dolore o piacere, inferno o paradiso; solo il vago sentore di sé, dei propri pensieri che vanno e vengono, a ondate.

A volte la mia mente, o quello che è, come sparisce, affonda, si scioglie nel buio che mi avvolge. Poi, lentamente, i pensieri, come bolle nell’acqua, risalgono lentamente e ritornano in superficie, ma devo faticare non poco per riconoscerli come parto di un “io” che un tempo mi apparteneva, e che adesso non saprei definire.

Mi è totalmente assente ogni impressione di movimento, ormai insensibili, distanti e inconcepibili il mio corpo, i suoi comandi, le sue funzioni. Una pietra in un pozzo di catrame, ecco il mio stato; non posso, non voglio credere che sarà così per l’eternità, nulla nel nulla, smarrito tra i fantasmi dei ricordi e afflitto dal dolore dei rimpianti; sarebbe una beffa peggiore del peggiore Inferno.

Anche se, vaga supposizione, il nulla mi circonda e mi costringe all’immobilità, non posso però fare a meno di udire (udire… con quali orecchie?) un costante rumore di fondo, ritmico, sibilante, sincronico con un lontano e altrettanto misterioso sgocciolio tintinnante, qualcosa che un tempo avrei sbrigativamente catalogato come assurda musica sperimentale. Sarei un bugiardo se negassi la mia iniziale apprensione sull’eventualità di un’eternità oscura, incomprensibile, ma fastidiosamente rumorosa. Dopo un po’ (di indefinibile durata), sono giunto alla conclusione che è ridicolo preoccuparmi. Qualsiasi cosa, essere, o fenomeno esso sia, sfugge alla mia esperienza, è destinato a restare incomprensibile e remoto, almeno fino a quando qualcuno, oppure qualcosa, non avrà la bontà di gettare un po’ di luce in questo pozzo buio.

La meraviglia scaturisce dal fatto che non c’è niente di meraviglioso. Dove sono Brahma, Zeus, Geova, Shiva, Odino, Allah, Yama, Ra, Satana, Manitù, Baal, oppure, estrema alternativa, l’oblio assoluto? La morte è una fregatura per i credenti, tutti i credenti, per quelli che credono ai dogmi indimostrabili delle religioni, e per quelli che credono nel nulla finale. Ah, mio caro Amleto, anche tutti i tuoi dubbi sembrano poca cosa di fronte a questa ermetica vacuità!

E’ per questa specie di letargo affogato nelle sabbie mobili che le persone pregano, si privano dei piaceri, si flagellano, perseguitano altri illusi? Certo che, ad averlo saputo prima…

Sembra proprio che riflettere sia l’unica attività concessa, e allora, con una pazienza che non avevo mai mostrato in vita, mi sono disposto a farlo per molto, molto tempo, sempre che questo concetto abbia ancora qualche senso.

Dicono che, negli ultimi istanti di vita, una persona veda scorrere davanti agli occhi, aperti, chiusi, o sbarrati che siano, un riassunto di tutta la sua esistenza, gli episodi più importanti, più drammatici, con l’esclusione ovvia del momento più importante di tutti: quello.

La maggior parte degli anni che avevo trascorso dall’altra parte, quella dove il tempo ha un senso, erano stati insignificanti, assolutamente dimenticabili, tranne gli ultimi mesi, talmente fulgidi e zeppi di avvenimenti che, per rivederli tutti, sarei dovuto precipitare dal tetto di un grande grattacielo di New York, invece che dal quarto piano di un modesto alberghetto di provincia.

– Cosa avevo visto? –

Ricordo che dopo la botta riaprii subito gli occhi: era quasi buio ma le chiome degli alberi mi apparvero lo stesso, compatte, come teste di broccolo; potevo immaginare di essere una formica che precipita in un orto ubertoso.

Non ci fu tempo per quella fantasia; con lo stomaco già in gola mi riuscì di provare stupore alla vista di un bolide fulgido, come una cometa, che mi sfrecciò a lato. Un segno? Solo adesso comprendo che non di oggetto astrale si trattava, bensì del giallognolo bulbo ai vapori di sodio di un alto lampione ben piantato nel parcheggio. Ero io la meteora, ma il senso di movimento, per un attimo, si capovolse. Stavo cadendo, in silenzio, senza urlare; udivo solo il fruscio dell’aria tra i miei vestiti; per la tensione, probabilmente, avevo già smesso di respirare.

Ancora un attimo e vidi, grandi, le cifre stinte e granulose di un posto macchina; non riuscii a leggerle, scomparvero, e con loro anche il suolo che mi aspettava con fermezza.

Un lampo di luce, immenso, totale, cancellò tutto, anche me. Un istante dopo mi ritrovai immerso in questa oscurità, come se, invece dell’asfalto, alla fine della corsa avessi trovato dell’acqua, profondissima, e mi fossi sciolto in essa, al pari di un granello di sale.

Quindi posso tranquillamente smentire tale affascinante diceria, anche se, ennesima beffa, il solo beneficiario di questa verità sono inutilmente io.

Il mio carnet non prevede molti impegni, perciò, nei momenti durante i quali la mente (mente?) galleggia stabilmente, torno sempre a rimettere assieme i pezzi del mosaico di quella mia piccola fetta di esistenza terrena, cercando un senso logico, o almeno riconoscibile, nella diabolica giostra che, dapprima mi aveva adescato, quindi trastullato, e infine stritolato.

E’ strano come certi particolari insignificanti si fissino indelebilmente nella memoria, simili a piccoli ma inamovibili paracarri a lato della tortuosa strada che siamo costretti a percorrere.

Il mio, ora, è la sensazione di culo freddo quando mi accasciai su una panchina del parco. Era una panchina di cemento, larga, gli spigoli sbrecciati dall’uso, dai vandali, e dalle intemperie, un tempo forse bianca, ormai grigia e chiazzata di macchie sulla cui origine esitavo ad indagare. I miei pantaloni erano di cotone leggero, troppo sottile per quella stagione, ma erano gli unici puliti che possedevo, e l’occasione richiedeva di essere passabilmente presentabili. Ingobbito dalla depressione e dal freddo, scrutavo con futile attenzione le punte graffiate delle mie calzature sportive di infima fattura. Oltre a un guardaroba ben fornito, c’erano tante altre cose che non avevo: la più importante di tutte era un lavoro.

Questa penitenza si era comunque rivelata inutile, e le cose si erano svolte secondo il solito copione, con poche varianti: ero stato ricevuto da un occhialuto impiegato di mezza età, un tipo cortese in modo asettico; avevo presentato un foglio, l’ennesima pallida fotocopia del mio cortissimo curriculum; mi ero lambiccato il cervello per spiegare i motivi che rendevano utile, quasi indispensabile, la mia collaborazione lì; mi ero rifugiato nella mendacia e nella dimenticanza per celare l’inadeguatezza di ciò che potevo offrire loro; avevo stretto una mano molliccia e umida come un calamaro; alla fine ero uscito con la netta convinzione che quanto avevo consegnato loro stava ora sepolto sotto altre mille suppliche identiche, e che le mie parole erano state soltanto aria calda, un altro minuscolo contributo di anidride carbonica e vapore acqueo. Un ennesimo fiasco.

Perché le cose giravano pressappoco sempre così: si andava, si brigava, si sperava, e poi arrivava un raccomandato, l’amico di un amico, che fregava tutti, io per primo.

Ecco, nel lungo catalogo di cose che mi mancavano, dovevo ricordarmi di spostare di qualche posizione più in alto quel temine: amico.

Scorrendo mentalmente quel triste elenco, vi ritrovai tutte le angustie che stavano rovinandomi la vita. Mai che una di queste se ne andasse, che, inascoltata e inevasa, decidesse di traslocare presso qualche altro disgraziato; al contrario: erano sempre a caccia di nuove amiche, così la lista si allungava ogni giorno di più.

Lavoro zero, soldi zero, amici zero, prospettive zero.

Ero già in arretrato con l’affitto, che consideravo comunque esagerato per quell’angusto monolocale dove passavo le mie infinite giornate da nullafacente, e si avvicinava l’amara prospettiva di uno sfratto, ipotesi abbastanza realistica, che mi angosciava, e rispetto alla quale non trovavo una via d’uscita. Se mi sbattevano fuori, dove mai avrei potuto trovare riparo? Da parenti? Tutti morti. Da un amico? Avercelo!

Mi avrebbe veramente fatto comodo un amico, tanti amici, pronti a darmi una mano, a farmi coraggio, a risolvermi i problemi, come un jolly nel gioco del ramino.

Perché non avevo neanche un amico?

Quando m’innervosivo poteva capitare che mi mettessi a parlare da solo, anche a voce alta, inavvertitamente, o magari solo sibilavo, tra le mascelle contratte e i denti stretti, le ultime parole di un pensiero doloroso. Doveva essere stato così anche quella volta perché, alzando la testa, notai poco distante dai miei piedi, immobile sul vialetto, uno spilungone infagottato in un piumino. Il tale, chissà da quanto tempo, mi stava osservando, perplesso, tra il divertito e il preoccupato, intesi come i suoi due degni compari che gli stavano a fianco.

– E tu, cos’hai da guardare, non hai altro da fare? –

Il terzetto fece, con sincronia ammirevole, un passo indietro, facendo scricchiolare la ghiaia e sollevando una piccola nuvola di polvere subito dispersa dal vento, poi quello al centro, biascicò qualcosa agli altri due e se ne andarono, in silenzio, lo stranito, il mogio, e lo spiritoso, non senza lanciarmi, quando furono almeno ad una decina di metri, ancora un’occhiata curiosa.

Perché non avevo un amico?

In quel momento avrei dato non so cosa per una spalla su cui appoggiarmi, o almeno una tasca da cui pescare. Il mio stato d’animo, sarebbe meglio dire la mia agitazione, era quanto di più vicino alla crisi di astinenza di un tossico.

Le mani, ghiacciate, che tenevo affondate nelle tasche del giubbotto, si stringevano dolorosamente a pugno, e spingevano sulla fodera interna, non mancando di farmi notare i buchi sdruciti in quel materiale sintetico, roba scadente, bella nuova, ma con un’aspettativa di vita molto bassa, pari al suo prezzo.

Anche un bel caffè bollente non sarebbe stato male in quella giornata uggiosa, una mezz’oretta seduto in un locale caldo, carezzato dal profumo di vaniglia di qualche dolce e dall’aroma di arabica che sale dalla tazzina, chiacchierando con qualcuno del più e del meno, del meno e del niente.

La voglia inappagata di calore mosse automaticamente la mia mano verso il pacchetto di sigarette; le contai; anche quelle dovevo centellinarle, maledizione.

– Cosa non darei per avere un amico! –

Ecco, un amico avrebbe potuto prestarmi qualcosa di più recente, più elegante, più solido, tanto per non andare a un colloquio di lavoro vestito con dei jeans estivi, un giaccone di pura plastica bianco e rosso, tinte e motivo di una ben nota multinazionale del tabacco, e delle scarpe da ginnastica adatte a un sedicenne. Conciato così non avevo speranze, e l’avvilimento per ciò che ero, una nullità invisibile al mondo, superò la rabbia, provocando una reazione per me inusuale, anzi, sconosciuta: piansi. Niente di scenografico s’intende, solo qualche lacrima, tracce umide destinate a prosciugarsi, come uno uadi nel deserto della mia esistenza.

– Salve Sìmon! –

Prima mazzata.

Segue…

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Storie di ordinaria follia.

Me ne sto lì, tranquillo nel mio guscio fatto di cialda al cacao, mi godo il mio solito pomeriggio fatto di niente, qualche volta dormendo un po’, qualche volta tentando di connettere, quando dal televisore esce una voce stridula, reclamizza una giocattolo.

Attenzione, questo non è un giocattolo comune, questo è un cubo, ma non è come quello di Rubik!

E’ un cubo derubiccato, non ha niente a che vedere con quello a nove ulteriori cubetti, da sistemare come fossimo tutti lì, a dover fare altro che pensare come si fa per sistemare tutte le facce con colori uguali. Una volta si diceva pettinare bambole. No Signori, questo cubo ha una sua strategia d’essere. Questo cubo è un pezzo unico, è  finalmente, un cubo vero e proprio. Da qualsiasi parte lo si gira, mostra sempre una faccia, è uguale, sia che lo giri a desrta sia che lo capovolgi, è sempre uguale. A che serve questo cubo?

Se non si devono sistemare i colori, se non si può manipolare in nessuna maniera, tranne solo per osservarlo, ma che razza di gioco, o di passatempo è?

In effetti non è un passatempo, o meglio, dipende dal passatempo. Questo cubo se lo metti sul tavolo e lo guardi intensamente, ti fa ragionare. Magari per qualcuno sortisce un effetto opposto, ma tendenzialmente è e rimane un cubo, abbastanza pesante, quindi prima di acquistarlo, leggete attentamente le avvertenze.

Mai fissarlo dopo una lite casalinga, ripensando a tutte le cose che non avete avuto il coraggio di dire durante il confronto, mai brandire il cubo, prenderlo solo in mano con delicatezza e al massimo girarselo tra le mani, trastullarlo come fosse un pelouche, non una clava. Non prendete mai di mira il televisore mentre fissate con intensità il cubo, e, cosa importantissima, se avete un prurito irrefrenabile, non lo toccate proprio.

E dopo parte il jingle….giochi per stronziiiii.

Finita la pubblicità ritorna il caro, vecchio mondo, quello fatto a palla, che gira e gira, quello dove da qualche parte si bombardeggia in allegria, anche i propri famigliari, a tappeto, dove da qualche parte si perdono due gemelle, e dopo mesi non si trovano, dove una bambina viene ammazzata e sepolta ma ancora si discute da chi e come, e tante altre storie simili. Le buone notizie me le devo inventare, oppure vederle in una pubblicità del mulino bianco.

Non spenderò soldi per comprarmi un cubo derubiccato, non serve, mi basta osservare il soffitto di casa, almeno quello non lo posso usare come arma impropria.

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Il paracarro e la cicogna.

Come al solito porto Birillo per argini.

E’ un compito che mi piace, intanto faccio anch’io una passeggiata, poi Billo ha la sua bella possibilità di svuotare le viscere, annusando tutti gli odori che incontra strada facendo. Prima di tornare a casa mi fermo dal solito tabacchino, prendo il solito pacchetto di sigarette e ci avviamo verso la bottega. Assicuro il botolo alla solita ringhiera, lo rassicuro e poi prendo il pane del giorno, anche il vino del giorno.

La strada è sempre quella ma non mi ero mai accorto di quel paracarro, alto nemmeno un metro, sembra abbandonato a se stesso, ha non meno di cento anni, è un monumento alla decadenza ma ora, per me, prende un significato particolare.

Sopra a questo inutile monolito è appollaiata una cicogna, strana una cicogna sopra un paracarro, con le sue zampe lunghe chilometri di vai e vieni.

Ciao Billo, e ciao a te viandante.

Ciao cicogna dei sogni, che fai lì, in bilico tra lo scivolare e il volare?

Non faccio niente di particolare, osservo, qualche volta becco quello che voi umani mi propinate, qualche volta ascolto quello che voi umani dite, altre volte volo via da voi umani, emigro .

E’ bello questo incontro, credo che imparerò non poco da questa cicogna poco avezza a fare solo la cicogna.

Dalla tua altezza del paracarro, come vedi la nostra bell’Italia, bella perchè credo che la mia patria sia bella, sempreverde e anche buona.

Non prendermi in giro caro zotico, il paracarro non ha l’altezza necessaria per vedere bene la tua spensierata e bell’Italia, ma quando mi libro in volo, beh cambia tutto.

Vedo uno stivale che prende a calci tutti, ma proprio tutti, anche i mitici stati uniti. Il tuo paese, Italia è il meglio del meglio, sia come conformazione che come clima, hanno voglia i paesi tropicali, hanno voglia quelli freddi freddi, hanno voglia quelli sempre temperati e sempre alle prese con tifoni, uragani e quant’altro. Hanno voglia i paesi arabi col loro petrolio che inquina, hanno voglia i cinesi e giapponesi sempre alle prese con terremoti, inondazioni, rivolte e mettici pure Bruce Lee, poveraccio.

Quando volo per queste terre vedo una Italia piccola tra la vastità del mondo, vedo di notte, quando si accendono le luci delle città uno stivale, ormai si identifica come stivale, senza tener conto di due isole talmente belle. Allora lo stivale non esiste più, esiste una Italia. No dai non esagerare, lo stivare è lo stivale accidenti. Se togliamo questo froufrou all’Italia togliamo la sua identità!

La cicogna si agita e quasi cade dal suo bel paracarro, fatto di cemento e edera.

L’edera ora parla.

Ciao paracarro e ciao a te cicogna dei suoi sogni, ricordi quando fu proclamata la nostra unità, ricorda che cento e cinquanta anni sono passati, ricorda che noi siamo figli bastardi di tante vicissitudini, ricorda che noi siamo Italiani al 100%100 certificati da Noi Popolo Italiano.

L’edera resta aggrappata al suo paracarro, io, con una domanda non formulata me ne vado con Billo che ormai ne ha fin sopra i suoi peli, la mia cicogna dei miei sogni si erge maestosa, prende il balzo e si invola tra le poche nubi e si dirige verso il sole, pieno di speranze, pieno di calore, pieno di vita.

La cicogna dei miei sogni mi ha prestato gli occhi, per vedere dall’alto una Italia dal vivo. Non credevo fosse così, non avrei mai immaginato una così strabiliante visione, bellissima nel suo insieme, stravagante nel suo essere unita, incredibile nella sua unicità.

E non vergognarti mai di dichiarare di essere italiano.

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Neve e mare

Ho girato tutta l’isola di Tenerife che è aspra e bellissima in certi punti.

Ho trovato la neve sulla cima del vulcano Teide

Ovvio, a 3717 metri…

Il vento in riva al mare

Piante centenarie

Paesaggi extra-vaganti

Animali da osservare a distanza di sicurezza

Orchidee sublimi

E un libro che parla di me… 🙂

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Differenze e similitudini

Ieri sera, durante la mia pausa fumo esco e fumo.

Si trova a circa cinquanta centimetri da dove fumo un randagio di gatto, che continuamente si gratta, non ha coda, mozzata! E’ ben in carne ma si gratta continuamente, è sporco e arruffato, continuamente si lecca, cerca di entrare di furbizia ma non glielo permetto, non posso.
da questa immagine nasce questo racconto.
Ci sono similitudini tra il nostro vivere quotidiano e quello animale; un esempio: quanti uomini, donne e, purtroppo anche bambini vivono ai margini della società. Quante persone convivono con fame, solitudine e un gelo nel corpo che non viene spiegato solo dal freddo.
Il gatto sta lì, fermo con una richiesta da fame, è bigio e non ha coda. la sua storia clinica non la conosco, ma penso gli sia stata mozzata da un ignobile, non ne conosco il motivo, ma tanto, se a me mozzassero un capello che non serve a nessuno mi sembrerebbe una crudeltà assoluta. Si perché non la ho chiesta io, proprietario del ciuffo.
Non ha paura il micio, ormai sa che in quel posto trova di che sfamarsi e come tutte le notti, complici i bravi amici del ristorante, si sfama, il micio non ha paura, ma dopo tutto il suo travagliare per il mondo mi chiedo come riesce a non aver paura.
Durante una mia pausa fumo il solito micio, l’ho chiamato canna mozza, arriva come al solito, chiede un boccone come il suo solito, grattandosi di continuo, leccandosi le sue leggere labbra, tentando di intrufolarsi nel ristorante, preso dall’odore di buono che ne esce a sbuffi regolari.
Intravvedo una figura canina in lontananza, è un cane randagio.
Non sta meglio di canna mozza, anche lui se la passa male, si gratta di continuo, si mangia le zampe, inumidisce le sue fauci, come fossero un deserto tra i deserti. Non abbaia, non dimostra aggressività, è passivo.
Aspetta.
Gli amici portano gli avanzi dinanzi ai due, che con grazia se li dividono, senza azzuffarsi, dando le dovute precedenze. Alla fine si allontanano sazi di pancia e di gratitudine.
E va avanti così per tutta l’estate, i due, ormai inseparabili amici di vita vanno e vengono, non sbraitano mai la loro fame, aspettano e se qualche volta non c’è niente per loro se ne vanno con un buco in pancia, con un grazie lo stesso nel loro cuore di animali.
Una sera, durante la mia pausa fumo, porto un succulento pasto a chi primo arriva, pregustando le loro coccole e le mie carezze.
Sono in attesa dei miei ospiti ma non arrivano, forse hanno trovato di meglio, forse non hanno fame o forse…
non oso formulare un pensiero del genere.
Tra i fumi nebbiosi vedo due figure a quattro zampe, caracollano come fossero ubriache, una sagoma piccola, l’altra leggermente più grande. Canna mozza e cane si avvicinano piano al loro pasto. Cannamozza , vieni che ce n’e, anche tu, cane, vieni che ne hai da rosicchiare, stasera abbiamo fatto gli ossetti con polenta, le salsicce e anche il pollo ai ferri, oggi è festa per tutti.
I due si avvicinano lentamente, giocano col loro pasto e dopo una mia sigaretta si afflosciano.
Sono venuti a morire lì, dove non avrebbero dovuto, non li volevo vedere morti, ma la vita, il suo andazzo non concede niente di più.
I loro piccoli corpi, deturpati da malattie varie rimangono nella loro posizione.
La sera dopo arriva, sempre con delicatezza, un uomo che dimostra il doppio dei suoi anni, ha le guance scavate dalla denutrizione, le sue scarpe sono uno sformato e basta. capelli lunghi, con scrinature stile rasta.
Dice di chiamarsi cannamozza e chiede i resti di cannamozza e di cane.
Il datore di lavoro non sa che fare e indirizza questo uomo verso i resti.
Tutto questo durante la mia pausa fumo.
“Ciao Cannamozza, vuoi portare via i resti dei tuoi amici”
“Si, voglio”
“Prima che te ne vada con i tuoi amici vorrei chiederti alcune cose, se non ti spiace”
“NO, chiedi pure. mi vuoi chiedere perché avevo come amici un cane e un gatto? o mi vuoi chiedere perché ora ne pretendo i resti, o forse mi vuoi chiedere perché ho scelto o forse non ho scelto, quello che sono!
Non importa quello che chiedi. Io sono un randagio come questi due esseri. Erano randagi come lo sono io, ma erano amici.”
Si prende nelle braccia cannamozza e cane e se ne va, con la sua nebbia che offusca e non fa trapelare niente.
Il giorno dopo, al margine di un fosso venne trovato un senzatetto, chiamato cannamozza, con in braccio un gatto con la coda tagliata, il suo mozzicone ancora scodinzola, e sotto il suo stravagante pastrano, fatto da un tabarro di cenci, cane.
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