L’identità e il silenzio

Domenica 20 febbraio 2011

ciao a tutti

Ora dovrei essere da tutt’altra parte, ma un po’ la pioggia, un po’ le gambe che non mi danno pace un po’ l’inquietudine della domenica che si sa fin troppo bene…  è diversa da quella del martedì…

Fatto sta che mi ritrovo davanti al computer.

A pensare.

All’identità.

È curiosa come procede la vita. Sembra che tutto converga in questo momento sul tema dell’identità. E’ un po’ infatti che incontri, persone, letture e…  qualsiasi altra cosa mi parlano di identità.

Accade sempre così: più ti concentri su qualcosa e più sembra che quel qualcosa ti venga a cercare.

Naturalmente non è così. Naturalmente è l’inconscio che… eccetera eccetera… e chi lo nega. D’altra parte possiamo attribuire all’inconscio qualsiasi cosa vogliamo, tanto lui non interviene mai a smentirci.

A me piace di più, la trovo più romantica, l’idea che sia il qualcosa che ti venga a cercare semplicemente perché tu ci pensi. Perché ti interessa.

Perché è quello il passaggio della vita.

La tua.

E io da qualche mese mi interrogo sulla identità. La mia e quella degli altri.

E scopro cose interessanti.

La prima cosa interessante è che è veramente impossibile definire la propria identità. E lo so che è la scoperta dell’acqua calda, ma insomma io non saprei come qualificarmi. Cosa dire di me. Per definirmi. Anche se mi concentro su radici, esperienze, credenze, amicizie amori studi culture preferenze sessuali e geografiche e religiose

Non ne viene fuori niente di vero.

Soprattutto perché, come amo spesso dire, sono infinite le vite che ho attraversato.

Talmente diverse. E talmente diversa io.

Eppure eccomi qua. Avevano tutte un loro senso. Tutte mi appartengono. In tutte mi riconosco.

Ma non sono io.

Una mia amica mi diceva ieri che a guardare le mie vecchie foto, quelle in cui sto con Stelio e che ho pubblicato recentemente, beh, lei dice che ero un’altra persona. Che ero “piena”.

Piena non so di che.

Ma capisco che vuol dire tutto sommato.

D’altro canto ora non mi sento meno piena. Mi sento diversa.

Qualche giorno fa un altro amico mi ha detto che io gli sembro una persona che ha paura di restare sola e quindi ricerco in continuazione compagnia. E ha aggiunto che secondo lui se devo scegliere tra una festa e un buon libro a casa io scelgo una festa.

Allora pensavo a quando Carlotta mi diceva: “Betta io non capisco se tu non vieni alle feste perché ti senti male o ti senti male perché c’è una festa”.

Per non parlare di Flavia che ride al ricordo di quando mi veniva a trovare a casa perché era l’unico modo per vedermi e mentre lei mi guardava io facevo il solitario dell’ergastolano.

Fantastico.

Una scena da film.

Sono le vite che ho attraversato. Quando facevo i solitari. Quando ero punk. Una vera punk come ha detto ieri Marina. Quando passavo le notti in bianco leggendo Dostoevskij…

Le vite di quando ho incontrato un giorno il mio grande amore e ora, se lo incontro mi viene da pensare a quanto sia innaturale che noi non stiamo insieme.

Ma poi mi giro. E la mia vita è un’altra, e sono contenta che lo sia.

E soprattutto mi ricordo che per quanto lavoro abbia fatto su me stessa i cambiamenti della mia vita sono sempre stati

Immediati

E per amore.

L’amore proprio come lo intendeva ieri sulla canzone che ha vinto il Festival di Sanremo. L’amore di Vecchioni voglio dire. L’amore per la vita insomma. Quando ti pulsa dentro così forte la vita che la senti. La senti in un battito d’ali veramente ed è per questo che ne parlano i poeti. Allora io so che si può cambiare in un attimo se vogliamo. Non è vero che non si cambia. Ce lo vogliono far credere. Se vogliamo cambiamo in un attimo. Ma sempre e solo per amore.

Io ci credo perché l’ho vissuto e lo vivo ogni momento…

E a quel mio amico vorrei dire che torto non ne ha.

Ma non è la solitudine che mi fa paura.

Non c’è nulla che mi faccia veramente paura.

Il mio è solo un problema di mancanza: mi manca condividere il silenzio.

Perché quando provi a condividere il silenzio mentre fuori piove, e c’è odore di minestra e c’è calore… perché c’è qualcuno lì con te che legge un libro e quel silenzio E’ CASA, poi quando non c’è più un po’ ti manca.

E mentre aspetti che qualcuno abbia il coraggio di condividere il silenzio con te… per vedere se quel silenzio è casa… allora te ne vai più volentieri a far caciara

Ti metti a scrivere

E balli e canti. E parli e ridi. E vivi per la strada.

Tanto lo sai che prima o dopo arriva un’altra vita. E un’altra identità. Sarà questione d’attimi e…

“Ma tu chi sei?”

“Elisabetta Malantrucco, sono nata a Roma e tifo per la Lazio e ho tanti amici e mi piace scrivere e camminare e vado un po’ in puzza ma non m’arrabbio a lungo. A volte sono simpatica. A volte no. E faccio domande stupide. A volte non capisco. Quando amo amo per tutta la vita. Anzi no. Amo per tutte le vite.”

Tutto questo non è cambiato mai.

 

 

 

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6 risposte a "L’identità e il silenzio"

  1. Ciao ,ben arrivata ,anche questa è una casa, dove poniamo i nostri pensieri in silenzio, soli, ma sicuri che il pensiero verrà letto,in fondo è questo che vogliamo farci conoscere nei nostri pensieri che altrimenti non condiveremmo mai con degli quasi sconosciuti,pure a loro volta soli con i propi pensieri,è sì la vita è sempre un bel casino da comprendere ,penso sia una maratona senza fine e tutta da scoprire ogni giorno è un giorno diverso non lo dobbiamo per forza capire ma coraggiosamente vivere.
    :)Bye Bye Gatto

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  2. Domanda sbagliata

    Siediti.

    Quando si dice il caso (o la mente bacata).
    Non so cosa suggeriscano a te i nomi di Bohm, Schroedinger, Bohr, Heisenberg, Weber, Podosky, oppure termini come meccanica quantistica, principio di indeterminazione, decoerenza, macro-oggettivazione, ecc.
    Calma, calma, neanche per me sono molto familiari, anche se, in realtà (termine in questo caso assolutamente inadeguato, se non addirittura ridicolo), influenzano tutta la nostra esistenza, dal singolo atomo fino al nostro destino universale.
    La responsabilità di questa svisata nella fisica quantistica è tua, del tuo nome, per essere precisi, caro Gatto.
    Incertezza, osservazione, relazioni, GATTO, hanno fatto scattare una molla, un meccanismo perverso che ha fatto emergere un’immagine risolutiva: il gatto quantistico, ovvero il gatto di Schroedinger.
    In quel paradosso viene postulata l’esistenza contemporanea di due realtà, opposte, plausibili, probabili, indeterminabili.
    Ragionandoci sopra, un facile cortocircuito mi ha portato al principio di indeterminazione di Heisenberg.
    Originariamente nato per confutare la possibilità di deteminare mediante osservazione diretta la posizione e la quantità di moto delle particelle elemantari, ha trovato estensioni in vari campi, compresa la filosofia. Una di queste figlie è il concetto che l’osservazione muti sempre l’oggetto osservato, per arrivare all’assunto (meno assurdo di quanto di creda) che l’osservazione “crei” l’oggetto osservato.
    Sono teorie controverse, difficili da digerire acriticamente. Mettono in dubbio la nostra, confortevole, percezione della realtà.
    Lo stesso Einstein polemizzava con i fisici quantistici chiedendo loro “ma credete davvero che la Luna sia lì solamente perché la state guardando?”. In un’altra occasione contestò Bohr affermando “Non credo che Dio abbia scelto di giocare a dadi con l’universo”, al che Bohr rispose “Einstein, smettila di dire a Dio cosa fare con i suoi dadi”.
    Battaglioni di filosofi, scrittori e cineasti hanno fatto la loro fortuna sull’applicazione di queste ipotesi e controipotesi.
    Ti faccio un esempio applicativo del principio di indeterminazione di Heisenberg.
    Stai andando in bicicletta. La strada è piana, l’aria è fresca, di primissimo mattino, la bici scorre veloce e silenziosa, una leggera brezza e il movimento ti scompigliano i capelli, sei piacevolmente rilassata, ah, dimenticavo, non ci sono fumiganti veicoli a motore.
    Ad un certo momento qualcuno, dallo spazio, un alieno da Cassiopea, decide di osservarti ben bene, per vedere chi sei, come sei, dove sei, quanta strada farai. La luce è poca, non si vede bene, accende una lampada più potente per osservarti. Tutto ad un tratto, a causa di un Sole particolarmente sfolgorante la temperatura sale rapidamente a 35°, il vento cade, l’asfalto sembra il fondo di una padella sul fuoco. Dopo qualche minuto sei zuppa di sudore, i capelli appiccicati come con la vinavil, il grasso della bici si liquefa e gli ingranaggi cominciano a cigolare e fare resistenza, rallenti, barcolli sul ciglio della carreggiata, sei senza fiato, disidratata, una smorfia di fatica ha sostituito il bel sorriso rilassato di prima. Ecco che l’osservatore ha mutato l’oggetto osservato, la sua posizione e la sua quantità di moto (ma non poteva farsi i c…i suoi?).
    Questa baggianata che ho scritto è per dirti che l’identità ha vita breve, effimera, muore nello stesso momento in cui viene percepita, da te oppure da un osservatore, amico o nemico che sia. Ti guardi e ti cambi. Ti pensi e ti cambi. Ti immagini e ti cambi. Ti ricordi e ti cambi.
    Noi siamo più paradossali del gatto di Schroedinger, in quella scatola c’erano solo due gatti possibili. In noi invece, nella nostra scatola psicofisica, convivono almeno tre realtà, almeno tre persone: quella che vediamo noi, quella che vedono gli altri, e quella che vede Dio (o quello che è). Questa l’ho letta da qualche parte, non mi ricordo di chi sia, ma mi piaceva e l’ho memorizzata.
    Per cui la domanda corretta non è “Ma tu, chi sei?” bensì “Ma tu, quante sei?”

    Kiss

    🙂

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  3. volevo mettere il mio modesto commentino, poi ho visto quello di Stelio e ho detto: mah, magari chiedo a Tranky…
    Ciao Gatto, felice di leggerti.

    (sì, però, che barba… anche qui devo una volta su due, rimettere la password…sarà che la zampa sifola mi rende nervosa 😦

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