Chi trova un amico… – Prima puntata

Sono morto.

Morto, deceduto, trapassato, defunto, spirato, perito, scomparso, estinto, dipartito, crepato, schiattato, stecchito.

Finalmente.

Fine della paura, fine dell’attesa, fine della lotta, fine del mondo.

Il destino e la chimica ci vuole mortali, e così, anche per me, si è realizzata l’inevitabile Apocalisse personale, ma non riesco ancora a decifrarla.

Strana sensazione, anzi, sarebbe meglio definirla una non-sensazione. A dirla tutta, sono un po’ deluso.

Le aspettative e le paure, le ipotesi e le fantasie che da millenni ingolfano le menti umane, tutte, nessuna esclusa, si risolvono in una stasi buia e inerte, dove tutto è immobile, bloccato. Niente caldo o freddo, dolore o piacere, inferno o paradiso; solo il vago sentore di sé, dei propri pensieri che vanno e vengono, a ondate.

A volte la mia mente, o quello che è, come sparisce, affonda, si scioglie nel buio che mi avvolge. Poi, lentamente, i pensieri, come bolle nell’acqua, risalgono lentamente e ritornano in superficie, ma devo faticare non poco per riconoscerli come parto di un “io” che un tempo mi apparteneva, e che adesso non saprei definire.

Mi è totalmente assente ogni impressione di movimento, ormai insensibili, distanti e inconcepibili il mio corpo, i suoi comandi, le sue funzioni. Una pietra in un pozzo di catrame, ecco il mio stato; non posso, non voglio credere che sarà così per l’eternità, nulla nel nulla, smarrito tra i fantasmi dei ricordi e afflitto dal dolore dei rimpianti; sarebbe una beffa peggiore del peggiore Inferno.

Anche se, vaga supposizione, il nulla mi circonda e mi costringe all’immobilità, non posso però fare a meno di udire (udire… con quali orecchie?) un costante rumore di fondo, ritmico, sibilante, sincronico con un lontano e altrettanto misterioso sgocciolio tintinnante, qualcosa che un tempo avrei sbrigativamente catalogato come assurda musica sperimentale. Sarei un bugiardo se negassi la mia iniziale apprensione sull’eventualità di un’eternità oscura, incomprensibile, ma fastidiosamente rumorosa. Dopo un po’ (di indefinibile durata), sono giunto alla conclusione che è ridicolo preoccuparmi. Qualsiasi cosa, essere, o fenomeno esso sia, sfugge alla mia esperienza, è destinato a restare incomprensibile e remoto, almeno fino a quando qualcuno, oppure qualcosa, non avrà la bontà di gettare un po’ di luce in questo pozzo buio.

La meraviglia scaturisce dal fatto che non c’è niente di meraviglioso. Dove sono Brahma, Zeus, Geova, Shiva, Odino, Allah, Yama, Ra, Satana, Manitù, Baal, oppure, estrema alternativa, l’oblio assoluto? La morte è una fregatura per i credenti, tutti i credenti, per quelli che credono ai dogmi indimostrabili delle religioni, e per quelli che credono nel nulla finale. Ah, mio caro Amleto, anche tutti i tuoi dubbi sembrano poca cosa di fronte a questa ermetica vacuità!

E’ per questa specie di letargo affogato nelle sabbie mobili che le persone pregano, si privano dei piaceri, si flagellano, perseguitano altri illusi? Certo che, ad averlo saputo prima…

Sembra proprio che riflettere sia l’unica attività concessa, e allora, con una pazienza che non avevo mai mostrato in vita, mi sono disposto a farlo per molto, molto tempo, sempre che questo concetto abbia ancora qualche senso.

Dicono che, negli ultimi istanti di vita, una persona veda scorrere davanti agli occhi, aperti, chiusi, o sbarrati che siano, un riassunto di tutta la sua esistenza, gli episodi più importanti, più drammatici, con l’esclusione ovvia del momento più importante di tutti: quello.

La maggior parte degli anni che avevo trascorso dall’altra parte, quella dove il tempo ha un senso, erano stati insignificanti, assolutamente dimenticabili, tranne gli ultimi mesi, talmente fulgidi e zeppi di avvenimenti che, per rivederli tutti, sarei dovuto precipitare dal tetto di un grande grattacielo di New York, invece che dal quarto piano di un modesto alberghetto di provincia.

– Cosa avevo visto? –

Ricordo che dopo la botta riaprii subito gli occhi: era quasi buio ma le chiome degli alberi mi apparvero lo stesso, compatte, come teste di broccolo; potevo immaginare di essere una formica che precipita in un orto ubertoso.

Non ci fu tempo per quella fantasia; con lo stomaco già in gola mi riuscì di provare stupore alla vista di un bolide fulgido, come una cometa, che mi sfrecciò a lato. Un segno? Solo adesso comprendo che non di oggetto astrale si trattava, bensì del giallognolo bulbo ai vapori di sodio di un alto lampione ben piantato nel parcheggio. Ero io la meteora, ma il senso di movimento, per un attimo, si capovolse. Stavo cadendo, in silenzio, senza urlare; udivo solo il fruscio dell’aria tra i miei vestiti; per la tensione, probabilmente, avevo già smesso di respirare.

Ancora un attimo e vidi, grandi, le cifre stinte e granulose di un posto macchina; non riuscii a leggerle, scomparvero, e con loro anche il suolo che mi aspettava con fermezza.

Un lampo di luce, immenso, totale, cancellò tutto, anche me. Un istante dopo mi ritrovai immerso in questa oscurità, come se, invece dell’asfalto, alla fine della corsa avessi trovato dell’acqua, profondissima, e mi fossi sciolto in essa, al pari di un granello di sale.

Quindi posso tranquillamente smentire tale affascinante diceria, anche se, ennesima beffa, il solo beneficiario di questa verità sono inutilmente io.

Il mio carnet non prevede molti impegni, perciò, nei momenti durante i quali la mente (mente?) galleggia stabilmente, torno sempre a rimettere assieme i pezzi del mosaico di quella mia piccola fetta di esistenza terrena, cercando un senso logico, o almeno riconoscibile, nella diabolica giostra che, dapprima mi aveva adescato, quindi trastullato, e infine stritolato.

E’ strano come certi particolari insignificanti si fissino indelebilmente nella memoria, simili a piccoli ma inamovibili paracarri a lato della tortuosa strada che siamo costretti a percorrere.

Il mio, ora, è la sensazione di culo freddo quando mi accasciai su una panchina del parco. Era una panchina di cemento, larga, gli spigoli sbrecciati dall’uso, dai vandali, e dalle intemperie, un tempo forse bianca, ormai grigia e chiazzata di macchie sulla cui origine esitavo ad indagare. I miei pantaloni erano di cotone leggero, troppo sottile per quella stagione, ma erano gli unici puliti che possedevo, e l’occasione richiedeva di essere passabilmente presentabili. Ingobbito dalla depressione e dal freddo, scrutavo con futile attenzione le punte graffiate delle mie calzature sportive di infima fattura. Oltre a un guardaroba ben fornito, c’erano tante altre cose che non avevo: la più importante di tutte era un lavoro.

Questa penitenza si era comunque rivelata inutile, e le cose si erano svolte secondo il solito copione, con poche varianti: ero stato ricevuto da un occhialuto impiegato di mezza età, un tipo cortese in modo asettico; avevo presentato un foglio, l’ennesima pallida fotocopia del mio cortissimo curriculum; mi ero lambiccato il cervello per spiegare i motivi che rendevano utile, quasi indispensabile, la mia collaborazione lì; mi ero rifugiato nella mendacia e nella dimenticanza per celare l’inadeguatezza di ciò che potevo offrire loro; avevo stretto una mano molliccia e umida come un calamaro; alla fine ero uscito con la netta convinzione che quanto avevo consegnato loro stava ora sepolto sotto altre mille suppliche identiche, e che le mie parole erano state soltanto aria calda, un altro minuscolo contributo di anidride carbonica e vapore acqueo. Un ennesimo fiasco.

Perché le cose giravano pressappoco sempre così: si andava, si brigava, si sperava, e poi arrivava un raccomandato, l’amico di un amico, che fregava tutti, io per primo.

Ecco, nel lungo catalogo di cose che mi mancavano, dovevo ricordarmi di spostare di qualche posizione più in alto quel temine: amico.

Scorrendo mentalmente quel triste elenco, vi ritrovai tutte le angustie che stavano rovinandomi la vita. Mai che una di queste se ne andasse, che, inascoltata e inevasa, decidesse di traslocare presso qualche altro disgraziato; al contrario: erano sempre a caccia di nuove amiche, così la lista si allungava ogni giorno di più.

Lavoro zero, soldi zero, amici zero, prospettive zero.

Ero già in arretrato con l’affitto, che consideravo comunque esagerato per quell’angusto monolocale dove passavo le mie infinite giornate da nullafacente, e si avvicinava l’amara prospettiva di uno sfratto, ipotesi abbastanza realistica, che mi angosciava, e rispetto alla quale non trovavo una via d’uscita. Se mi sbattevano fuori, dove mai avrei potuto trovare riparo? Da parenti? Tutti morti. Da un amico? Avercelo!

Mi avrebbe veramente fatto comodo un amico, tanti amici, pronti a darmi una mano, a farmi coraggio, a risolvermi i problemi, come un jolly nel gioco del ramino.

Perché non avevo neanche un amico?

Quando m’innervosivo poteva capitare che mi mettessi a parlare da solo, anche a voce alta, inavvertitamente, o magari solo sibilavo, tra le mascelle contratte e i denti stretti, le ultime parole di un pensiero doloroso. Doveva essere stato così anche quella volta perché, alzando la testa, notai poco distante dai miei piedi, immobile sul vialetto, uno spilungone infagottato in un piumino. Il tale, chissà da quanto tempo, mi stava osservando, perplesso, tra il divertito e il preoccupato, intesi come i suoi due degni compari che gli stavano a fianco.

– E tu, cos’hai da guardare, non hai altro da fare? –

Il terzetto fece, con sincronia ammirevole, un passo indietro, facendo scricchiolare la ghiaia e sollevando una piccola nuvola di polvere subito dispersa dal vento, poi quello al centro, biascicò qualcosa agli altri due e se ne andarono, in silenzio, lo stranito, il mogio, e lo spiritoso, non senza lanciarmi, quando furono almeno ad una decina di metri, ancora un’occhiata curiosa.

Perché non avevo un amico?

In quel momento avrei dato non so cosa per una spalla su cui appoggiarmi, o almeno una tasca da cui pescare. Il mio stato d’animo, sarebbe meglio dire la mia agitazione, era quanto di più vicino alla crisi di astinenza di un tossico.

Le mani, ghiacciate, che tenevo affondate nelle tasche del giubbotto, si stringevano dolorosamente a pugno, e spingevano sulla fodera interna, non mancando di farmi notare i buchi sdruciti in quel materiale sintetico, roba scadente, bella nuova, ma con un’aspettativa di vita molto bassa, pari al suo prezzo.

Anche un bel caffè bollente non sarebbe stato male in quella giornata uggiosa, una mezz’oretta seduto in un locale caldo, carezzato dal profumo di vaniglia di qualche dolce e dall’aroma di arabica che sale dalla tazzina, chiacchierando con qualcuno del più e del meno, del meno e del niente.

La voglia inappagata di calore mosse automaticamente la mia mano verso il pacchetto di sigarette; le contai; anche quelle dovevo centellinarle, maledizione.

– Cosa non darei per avere un amico! –

Ecco, un amico avrebbe potuto prestarmi qualcosa di più recente, più elegante, più solido, tanto per non andare a un colloquio di lavoro vestito con dei jeans estivi, un giaccone di pura plastica bianco e rosso, tinte e motivo di una ben nota multinazionale del tabacco, e delle scarpe da ginnastica adatte a un sedicenne. Conciato così non avevo speranze, e l’avvilimento per ciò che ero, una nullità invisibile al mondo, superò la rabbia, provocando una reazione per me inusuale, anzi, sconosciuta: piansi. Niente di scenografico s’intende, solo qualche lacrima, tracce umide destinate a prosciugarsi, come uno uadi nel deserto della mia esistenza.

– Salve Sìmon! –

Prima mazzata.

Segue…

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