Chi trova un amico… – Terza puntata

Puntate precedenti:

D’un tratto, senza motivo e senza intenzione, mi misi a ridere, dapprima sommessamente, poi senza alcun ritegno. Stavo impazzendo, non v’era più alcun dubbio, e allora tanto valeva comportarsi di conseguenza: decisi di tornare alla Proelettra.

Anche se ero stravolto dalla stranezza di ciò che mi stava accadendo, quando entrai nuovamente nell’Ufficio Personale non mancò di colpirmi lo squallore di quella stanza, con i freddi armadi metallici accostati lungo le pareti color burro rancido, un paio di scrivanie in vinile finto legno che supportavano le solite cose: un computer, alcuni raccoglitori, fogli sparsi, una pianta grassa, agonizzante, alcuni ricordi di villeggiature mal spese, i gomiti di un passacarte.

– Sì? – Chiese, senza neppure l’ipocrita gentilezza di prima, quel topo da ufficio, un omuncolo che si faceva forte dello sgabello su cui qualcuno, più in alto di lui l’aveva posto.

Gli porsi, senza fiatare, il biglietto da visita, quasi stupito di constatarne ancora la sua presenza nella mia tasca e, da lì, nella mia mano.

L’impiegatuccio grigio se lo rigirò tra le mani, sospettoso, quasi di malavoglia, quindi lesse l’intestazione e cambiò espressione. Sollevò di scatto lo sguardo su di me e, con un unico movimento abbastanza scomposto, si alzò in piedi, scostò la sedia con uno stridore fastidiosissimo, fece un passo laterale per uscire dalla piccola scrivania e dirigersi verso di me.

Mi chiesi cosa ci fosse scritto veramente sul biglietto, una pubblicità di un ristorante indiano, il recapito di uno studio dentistico, un buono omaggio di un ipermercato,una parolaccia, niente, boh.

– Oh, ma lei è… venga, venga… il Dottore ha chiamato, si è raccomandato che… prego. –

Improvvisamente deferente, si predispose a farmi strada verso una destinazione evidentemente a lui già nota. Uscimmo da quella specie di loculo, salimmo una rampa di scale e fummo introdotti immediatamente nell’ufficio del direttore. Il vermuncolo dell’Ufficio Personale, servile in modo disgustoso, mi presentò, quindi si scusò e preferì eclissarsi.

Dovetti sedermi; la testa mi girava come una trottola; non ci capivo più nulla; fin dove poteva arrivare uno stato allucinatorio?

Mi venne il sospetto di essere vittima di uno scherzo atroce, uno di quelli spettacolini televisivi usi a inchiodare un povero diavolo sulla croce della sua credulità, per lasciarlo morire tra i lazzi di un pubblico bestia, e senza offrirgli alcuna speranza di resurrezione. No, troppo incredibile, troppo assurdo, troppo personale, anche per il truogolo dove abitualmente affonda il muso del telespettatore medio.

Intanto che questa girandola di pensieri mi frullava tra le meningi, giusto per non perdere la calma, mi imposi un certo contegno, osservando l’ufficio nel quale ero stato introdotto, quasi timoroso, o speranzoso, di scovare qualche incongruenza, uno strappo nella logica, qualcosa in grado di palesarlo come parto della mia fantasia malata.

I quadri alle pareti, grandi, moderni, incomprensibili, il pavimento di legno scuro, lucidissimo, quasi nero, la scrivania, enorme, una portaerei di cristallo verde acqua, le ampie poltrone di pelle satinata e rilucenti di acciaio inossidabile, l’immancabile acquario con i pesci tropicali, tutto era ragionevole, plausibile, credibile.

Feci uno sforzo di volontà e mi arrischiai a scrutare il direttore. Strano, pure lui sembrava normale nella sua inappuntabile giacca di lana dalla quale facevano capolino una camicia candida e una cravatta di lucida seta dai colori  decisi ma ben intonati, e mi stava osservando.

Al pari di un vecchio e valente capitano che, in grazia della sua esperienza, si può fidare della prima impressione, cercava di classificarmi, di appiopparmi una valutazione, un peso, tanto per capire se dovesse aspettarsi dei problemi.

Si scusò e, sorridendo amabilmente come solo gli arrivati riescono a fare, prese una cartelletta in cartoncino Bristol, la aprì, e ne scorse rapidamente il contenuto. Ogni tanto sollevava lo sguardo al di sopra dei suoi occhialini a mezzaluna, rivolgendomi una rapida e sfuggente occhiata interrogativa.

Calò la cartella aperta sulla scrivania, vi posò sopra gli occhiali, spinse indietro al sua poltrona e assunse una posa meno formale, mantenendo inalterato un sorriso che quasi mi infastidiva per la sua naturalezza.

– Giovanotto, se lei si trova in questa situazione è solo per colpa sua. Lei ha sbagliato tutto. –

Non capivo dove volesse andare a parare. Non avevo idea di cosa stesse parlando.

– Sbagli? Quali sbagli? –

– Vede, mio caro, lei ha fatto domanda come operaio generico. Ma lei è troppo qualificato per questa mansione, pertanto non possiamo assumerla. –

Non riuscivo a seguirlo. Il tipo mi stava prendendo per i fondelli. La mia qualifica stava tutta in attestato di frequenza a un corso professionale per elettricista, e solo qualche lavoretto saltuario, da manovale. E poi, per dirmi che non mi assumevano bastava il travet del piano di sotto, che bisogno c’era di scomodare il direttore?

Un po’ scocciato, chiesi se era possibile riavere indietro il mio curriculum. Le fotocopie mi costavano un occhio, e io non ero nelle condizioni di scialare.

– Tenga. Però… –

Il direttore lo sollevò dalla cartelletta e me lo porse con estrema gentilezza, come se si trattasse di un documento raro. Gli diedi un’occhiata al volo: non era il mio!

Lessi con maggior attenzione, ma senza darlo troppo a vedere, con nonchalache. Sì, nome, cognome e data di nascita corrispondevano, però, a partire dagli studi e gli stage, per finire con le molteplici esperienze lavorative, tutto il resto non apparteneva alla mia vita. Sotto ogni voce riguardante un trasferimento professionale era vergato: referenze all’uscita ottime, vedi allegato ecc. ecc.

Guardai il direttore, continuava a sorridermi, e io non sapevo come informarlo, senza offenderlo, che avevano preso una colossale cantonata.

– Come le dicevo, però ci sarebbe una soluzione. –

Drizzai le orecchie: l’ultima parola era una piacevole novità. Per troppe volte avevano usato con me il termine “problema”.

– E’ particolarmente fortunato. Un nostro caporeparto sta per andare in pensione. La affiancheremo a lui, così sarà in grado di sostituirlo al momento opportuno. Sempre se ciò le sta bene. –

Il mio cervello stava rischiando il fuorigiri. Già scioccato per la scoperta della mia probabile follia, stremato dallo sforzo di seguirla nelle sue evoluzioni improvvise e sconcertanti, dibattuto tra la volontà di resistere all’illusione e il desiderio di abbandonarsi ad essa, adesso, con l’uscita del direttore, se ne stava bellamente andando a donne di malaffare. Con una facezia inopportuna ma incontenibile, mi immaginavo, come in uno scadente cartone animato, in preda al delirio, lo sguardo strabico in fuori, e il fumo che mi esce dalle orecchie. La “soluzione” che mi proponeva era assurda, inverosimile, disonesta, perfettamente allineata con la stranezza dei recenti avvenimenti, eppure… cosa avevo da perdere?

Si trattava sicuramente di uno scambio di persona, per quanto altamente improbabile, comunque possibile. E poi lo sbaglio era loro, mica mio. Con un po’ di fortuna sarei riuscito a tenere in piedi questa commedia per un paio di mesi, prima che scoprissero la mia impostura e mi sbattessero fuori, ammesso e non concesso che quella che stavo vivendo fosse la realtà e non il sogno di un pazzo. Intanto era una boccata d’ossigeno per le mie esauste finanze,

La parola ossigeno mi ricordò, con pressante urgenza che, per la tensione, mi ero dimenticato di respirare già da un bel pezzo, e che di lì a poco sarei svenuto per asfissia.

Fu così che, assieme a un gran sospiro, pronunciai il fatidico monosillabo.

– Sì. –

– Benvenuto a bordo allora. Scenda pure all’ufficio del personale e si faccia preparare tutta la documentazione. Buona giornata! –

Una stretta di mano vigorosa cancellò tutte le paure e i rimorsi per la frode della quale ero cosciente protagonista.

Dopo aver maltrattato un po’, con malcelata soddisfazione, l’impiegato di prima, volai a casa, per riprendermi dalla sorpresa, e convincermi che non era tutto un sogno. Era pure uscito un pallido sole, quasi un saluto verso il mio insperato, quanto effimero, colpo di fortuna. Avrei voluto saltare, ballare, cantare, e poco mancò che, per distrazione, finissi con l’essere investito da un furgone. Il guidatore, scocciato, ma anche spaventato quanto me, sciorinò il suo miglior vocabolario di improperi, una valanga di insulti alla quale risposi con un disarmante sorriso sciocco.

Avevo appena messo piede sul primo scalino del mezzanino, quando sbucò l’arpia, la padrona di casa. Sul suo volto campeggiava il solito ghigno, probabilmente per qualche cattiveria, detta o sentita.

– Buongiorno signora. Senta, per l’affitto arretrato ci sono novità… –

– Le so, le so le novità, non si preoccupi. E’ già passato quel suo amico a saldarlo. –

Terza mazzata.

Segue…

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