Chi trova un amico… – Quarta puntata

Puntate precedenti:

– Buongiorno signora. Senta, per l’affitto arretrato ci sono novità… –

– Le so, le so le novità, non si preoccupi. E’ già passato quel suo amico a saldarlo. –

Terza mazzata.

Mi appoggiai al muro e incrociai forte le braccia, per cercare di smorzare il tremito che, partito dalle farfalle svolazzanti nel mio stomaco, si era diffuso incontrollabile a gambe e braccia.

– Ah, sì… era un tipo brizzolato, elegante, cinquant’anni circa? –

– Macché. Un giovanotto era, grande e grosso, sportivo… sembrava un pugile, con… –

Si bloccò a mezzo della frase, smise di sorridere, e cominciò a fissarmi con gli occhi ridotti a due fessure. Mi si avvicinò di uno o due passi. Sentivo, mischiati terribilmente, odore di cavolo, di soffritto, di varechina, e di lacca per i capelli.

– Non è che lei, per caso, frequenta, ehm… lei è… insomma, ci siamo capiti, no? –

Cercai di rassicurarla intorno alla mia moralità, sul mio desiderio di sposarmi e di avere una famiglia, e dei figli. Non ricordo le panzane che le propinai in quel frangente, però superai l’esame e me la svignai di sopra.

Sul pianerottolo mi ci vollero due minuti buoni per riuscire ad aprire la porta del mio alloggio. Non riuscivo a centrare la serratura, la testa mi girava, vedevo tutto sfuocato, la mano mi tremava, la chiave continuava a scivolarmi dalla mano sudata, a cadere a terra, e ritrovarla su quel pavimento male illuminato era una pena.

Appena richiusa la porta alla mie spalle, buttato il giubbotto su una sedia, mi lasciai cadere  sul letto, con tutte le scarpe, supino, le mani penzolanti oltre il bordo, cercando di calmare i miei nervi tesi allo spasimo. Dovevo essere stremato perché caddi quasi istantaneamente in un sonno buio e senza sogni.

Quando riaprii gli occhi era quasi sera; dovevo aver sudato perché avevo i vestiti appiccicati alla pelle; il collo mi faceva male e non sentivo più il braccio sinistro; la coperta, mezza sul letto e mezza sul pavimento, era la testimone di un sonno agitato.

Accesi la luce, una stanca lampada a luminescenza, buttai i piedi giù dal letto e me ne stetti lì, sul bordo del materasso, a fissare la ragnatela di crepe sul linoleum color mattone del pavimento, aspettando che, oltre all’ambiente, mi si schiarissero pure le idee, e che il braccio sinistro ritornasse a vivere con me.

Per motivi diversi, il corpo e la mente desiderarono una doccia. L’acqua avrebbe diluito le emozioni di quella giornata allucinante, e forse si sarebbe pure diradata la nebbia che mi impediva di seguire il filo di un qualsiasi ragionamento sensato.

Dopo una lunga, scrosciante abluzione, mi sedetti, ancora fumante di vapore, vestito del solo accappatoio ruvido, davanti al tavolino dell’angolo cucina, l’unico ripiano disponibile; sopra c’erano un blocco notes e un paio di penne biro, reduci di una contabilità disperante della sera prima; accesi la vecchia lampada da scrittoio e cominciai a tracciare uno schema, nella speranza di scovare qualche relazione tra i fatti che mi erano capitati.

In primo luogo, c’era quello che avevo deciso di chiamare “il boss”, colui che mi aveva dato il biglietto da visita. Egli mi conosceva bene, ma io non conoscevo lui. Poi c’era “il pugile”. Non so se avesse contatti con “il boss”, ma era a conoscenza della mia situazione economica, e non avevo idea chi fosse. Il “direttore” è sicuramente in relazione con “il boss”. Alla Prolelettra sono stato scambiato per un’altra persona che, ovviamente, ignoro chi sia.

Provai a cercare dei collegamenti logici, ma più mi sforzavo e più mi impelagavo in ipotesi strampalate e assurde. Uno scambio di persona era più che plausibile, ma “il boss” era troppo ben informato nei miei riguardi. Aveva forse mandato lui il “pugile” a saldare i miei debiti? E perché? Esiste forse un mio clone, stesso nome e stesso aspetto, che circola in città? L’eventualità di incontrarlo mi divertiva e mi terrorizzava assieme. Alla prevedibile sorpresa sarebbe seguito l’imbarazzo, quindi l’inevitabile disvelamento dell’inganno al quale mi ero così volentieri prestato; fine della festa.

L’affacciarsi alla mente di questa improbabile eventualità, mi ricordò che alla Proelettra esisteva già qualcosa di meno aleatorio in grado di smascherarmi. Con un tuffo al cuore mi si parò la visione di un impiegato che ripesca casualmente la sbiadita fotocopia del “mio” ben poco commendevole curriculum originale, quel foglio che, come una mina vagante, giaceva nell’Ufficio Personale. Dovevo farlo sparire al più presto.

Con questo proposito ben piantato in testa mi obbligai a buttar giù qualcosa di ripescato dal frigo, quindi andai a dormire. L’indomani sarebbe stato il giorno della verità (strano concetto per una colossale bugia), ed era meglio che fossi fresco e riposato, non si sa mai.

Il giorno seguente, prima di entrare in reparto, passai nell’ufficio di chi deteneva la spada di Damocle appesa sopra la mia testa.

– Permesso, disturbo? –

– Avanti, avanti, buongiorno. Ma che dice! Lei non disturba mai. –

Sorrisi sentendo un “lei” così sonoro e rotondo. Quel burocrate minimo era la quintessenza del servilismo. La mattina precedente non ero niente di più di un fastidioso questuante, un emerito nessuno, mentre il quel momento mi trattava come se io fossi la persona che più gli sta a cuore. Se avesse saputo…

– Ieri ho lasciato qui da lei un documento. Vorrei riaverlo, se possibile. –

– Un documento? Ah già, un foglio. Non c’è. –

Un brivido di freddo mi percorse la spina dorsale.

– Non c’è? E dov’è? –

– Ah, non ne ho idea. –

Avrei voluto strozzarlo. Il tipo era ottuso, ma non tanto da non accorgersi del mio sguardo omicida. L’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento sulla sua pedanteria.

– Ora ricordo. L’ha preso la sua amica, quella che mi ha consegnato il “vero” curriculum. –

– La mia amica? –

– Sì, ha detto che quel foglio di prima era uno scherzo. Dopo un po’ ha telefonato il Dottore, e allora io… –

– Ma chi sarebbe questo… ho capito. Grazie tante e buona giornata. –

Scappai fuori dall’ufficio. Stavo per scavarmi la fossa con le mie mani, buttarmici dentro a tuffo e ricoprirmi di terra da solo. Se si fosse venuto a sapere che l’onnipotente “Dottore” era, per me, un perfetto sconosciuto, mi sarebbe crollato in testa tutto il castello di carte che era stato costruito mio malgrado. Potevo solo supporre che il “Dottore ” e “il boss” fossero la stessa persona, ma nulla di più. Adesso si era aggiunta anche un’amica, un altro tassello di un rebus il cui aspetto mi pareva sempre più indecifrabile.

Con la testa che faticava a focalizzare la realtà, mi diressi verso il mio reparto.

Sulla porta mi aspettava una specie di orso polare. Mi sovrastava in altezza e, abbondantemente, in larghezza. La tuta da lavoro, quasi bianca, faticava a contenerlo. I capelli candidi e una barbetta sale e pepe circondavano un viso rubizzo, con qualche venuzza in vista qua e là. Immaginai che non avesse un buon rapporto con lo sfigmomanometro. Nonostante fossimo al coperto, indossava un paio di leggeri occhiali da sole.

– Buongiorno, era ora che mandassero della carne fresca. –

– Buongiorno. Lei sarebbe… –

– Alfonso, in attesa di pensione. Alfonso per tutti, capi e manovali. Lei invece dovrebbe essere Saimon, il mio sostituto. –

Rinunciai a correggerlo. Era destino.

Alfonso mi presentò alla squadra e mi spiegò, per sommi capi, in cosa consisteva il loro lavoro.

Scoprii che noi eravamo destinati quasi esclusivamente all’installazione di grandi insegne luminose. Centri commerciali e alberghi erano le prede preferite. Le strutture venivano progettate e realizzate nello stabilimento; noi andavamo sul posto e le montavamo. A detta di tutti, il lavoro non era male: sempre in giro, all’aperto, posti diversi, gente diversa, niente stress.

Nei giorni seguenti mi resi conto, con sommo piacere, di essere perfettamente inutile. La squadra era composta da gente esperta, coscienziosi padri di famiglia, tecnici provetti che procedevano praticamente a memoria, come un’orchestra affiatata che non ha più bisogno della bacchetta. Il mio lavoro consisteva nel presentarmi dal cliente per dire che iniziavamo il lavoro, quindi avvisarlo quando l’insegna era a posto.

A dire il vero, avevo qualche volta l’impressione di essere spiato, forse proprio da quel colosso che avevo sostituito con tanta noncuranza, ma poi mi ripetevo che erano stupide fissazioni, fantasie create dalla mia costante paura di essere smascherato, e allora tornavo, con fare sicuro, a controllare (si fa per dire) il lavoro della squadra. Ogni tanto mi scappava un “bene così”, oppure dei “già, già”, osservando l’opera di uno dei miei sottoposti, pur non afferrando minimamente il senso di quello che avevo sotto gli occhi.

Solo una volta ebbi l’ardire di prendere una mia iniziativa.

Segue…

 
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6 Risposte to “Chi trova un amico… – Quarta puntata”

  1. Manola Says:

    Un bel rebus….io sono negata per i capire rebus aspetto così il seguito vado sul sicuro 😉

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    • Stelio Says:

      I rebus non si capiscono, si risolvono, con un pò di pazienza e di fantasia, doti che certamente non ti mancano.
      Forse ti spaventi un pò davanti a quelle immagini enigmantiche, ma sono più semplici di quanto credi, perché vanno risolti un passo alla volta.
      Ti svelo un segreto: non cominciarli dalla parola iniziale, comincia dalla fine. Immagina poi una frase logica che renda plausibile la parola finale e verifica se una delle parole della frase si sposa con le immagini. Trovata la seconda, tutto diventa più facile.
      Ah, almeno per i primi tempi, ti serve anche un vocabolario dei sinonimi…
      Enjoy!

      8)

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      • Manola Says:

        Grazie per la fiducia sui miei ragionamenti 😕
        ma credimi sei molto ottimista sul mio conto 😀
        ma da che mi conosco sono talmente cocciuta, vedi mai che invecchiando miglioro??? 😉

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  2. antoniobonetto Says:

    omamma, è una testa di legno!
    parlo del racconto.

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