I porci governativi (un nuovo linguaggio)

Amen

Lo riconoscete?

Come chi?

Quello vestito di bianco, no?

Nooooo, non quello col cappello da militare!

Sì, lo so, sono tutti due vestiti di bianco, anzi, fanno a gara chi ha il bianco che più bianco non si può, a chi è più candido, più puro, perfetto.

Quello col cappello da militare lo conoscete tutti, ovviamente, è il famoso dittatore cileno, il generale Augusto Pinochet.

Lui si può vestire di bianco a buon diritto. Il colore bianco è simbolo di pulizia, e non si può certo negare che Pinochet si sia impegnato a fondo nella pulizia democida, ne abbia fatto la sua missione, deportando e uccidendo chiunque fosse solo sospettato di opporsi alla dittatura. La prima vittima fu il Presidente cileno democraticamente eletto Salvador Allende, quindi fu il turno di altri 3000 (tremila) e più oppositori democratici, braccati, torturati e infine scannati, dai militari di Pinochet.

Dal 1978 al 1990 il dittatore fascista Pinochet tenne il Cile sotto il tacco di una brutale repressione, inferiore unicamente a quella argentina, ma solo per mancanza di materia prima.

No, no, di questo generale candidamente abbigliato ci ricordiamo tutti, e i cileni ancor di più.

Io intendevo quell’altro, sempre biancovestito, sempre sorridente e beato (e ora ancor di più). Si tratta di Karol Józef Wojtyła, alias Giovanni Paolo II, di professione Papa.

E’ nota la tolleranza delle gerarchie ecclesiastiche verso le dittature sudamericane dell’epoca, sacro baluardo contro il montante relativismo comunista, un’atteggiamento che in qualche caso sconfinò persino nell’indulgenza e nella benevolenza.

L’allora nunzio apostolico in Cile, l’Arcivescovo Angelo Sodano, organizzò la visita del Papa in Cile nel 1987. Posso ragionevolmente supporre che Karol Wojtyła, un vero cosmopolita al confronto dei suoi predecessori, fosse ben a conoscenza della situazione politica e sociale del Cile in quel momento. Eppure non esitò ad affacciarsi, sempre sorridente e beato (era destino), al fianco di Pinochet, sul balcone del Palazzo della Moneda, quello stesso edificio dove era stato trucidato, assieme ad molti altri democratici, il Presidente Salvador Allende. Non una parola, nemmeno velata, è stata spesa per ricordare le vittime del regime dittatoriale. Si dice che chi tace, acconsente…

Neanche Pio XI e Pio XII si esposero benedicenti al fianco di Benito Mussolini sul balcone di Palazzo Venezia!

Non contento, Karol Wojtyła, che deve aver conservato un meraviglioso ricordo del generale Pinochet, si  ricordò di inviargli nel 1993 le sue personali felicitazioni per le nozze d’oro del dittatore. Che bel pensiero!

Diciamolo, è stato un errore quell’atteggiamento papale verso Augusto Pinochet (una situazione che poteva essere interpretata per contiguità), un umanissimo errore, dettato forse da una visione di parte della gravissima situazione cilena, dalla sottovalutazione dell’effetto indotto sull’opinione pubblica, o forse da smania di protagonismo e di ingerenza di alti gradi delle gerarchie ecclesiastiche.

Di errori ne facciamo tutti, nessuno ne è esentato. Anche un sant’uomo come Ghandi, durante il suo viaggio in Italia, non esitò a lodare Mussolini e la sua cricca di gerarchi.

Perché mi scaldo tanto allora?

Perché il Papa, come tutti i papi passati e futuri, gode di un privilegio che nessun dittatore si è mai visto riconoscere, se non con la forza o con la paura: l’infallibilità.

Le parole del Papa, pronunciate Ex cathedra sono dogma, perché godono dell’infallibilità pontificia.

Infallibile un corno!

Di errori catastrofici e imbarazzanti è costellata la cronologia papale da venti secoli. Ma è normale, è comprensibile che sia così. Errare humanum est.

Se è diabolico perseverare, però non so come definire l’azione di “negare” l’errore, dichiararne l’inesistenza per dogma, per decreto, ovviamente papale. Più tautologico di così…

Allora dico a tutti quelli che si scanneranno per uno “spettacolare”  processo ecclesiastico, per la trasformazione mediatica, non in un santo, ma in un santino, di un uomo diventato Papa, di ricordarsi che anche queste figure sbagliano, consciamente o inconsciamente, magari col solo beneficio di rendere più accettabili anche i nostri errori, piccoli o grandi che siano.

Quando Karol Wojtyła ha chiesto scusa per gli errori commessi dalla chiesa cattolica in passato, ha di fatto sdoganato il principio che essa non è infallibile, e il Papa con lei. Forse, tra qualche anno, o secolo, un altro biancovestito chiederà scusa per gli errori di Karol Wojtyła, chissà.

Dove voglio arrivare con questa filippica?

Semplice. Non mi rivolgo al Papa (e chi mi credo di essere?) ma a voi, voi che andate devotamente in chiesa, che santificate le feste, che godete della benedizione di un Padre, di una Madre, di un Figlio, dei Santi tutti. Vi dico: andate, pregate, fate del bene, amate e aiutate il prossimo, cercate di comportarvi rettamente, ripudiate la violenza e la vendetta, amate la pace e il perdono, credete in ciò che dite di credere, vivete secondo ciò che credete. Però ricordatevi che errare humanum est , e perciò fermatevi anche a riflettere se ciò che gli Infallibili predicano (tutti, non solo quelli con la croce) sia giusto o meno, se è parto di un moto sincero oppure se è dettato da mere opportunità e speculazioni, e perché lo dicono, soprattutto nel caso che l’argomento sia assai poco spirituale e molto pedestremente terreno.

Altrimenti potrebbe capitarvi, domani, un Infallibile che pronuncia Urbi et Orbi l’interpretazione esatta del precetto divino “crescete e moltiplicatevi”, mutandolo in dogma da applicare alla lettera, senza deroghe e scappatoie meccaniche o chimiche. Una qualunque minestra Gelmini, come da ordini di scuderia,  potrebbe allora dare disposizioni ai provveditori di iniziare nelle scuole di ogni ordine e grado dei corsi speciali di educazione sessuale  “cattolicamente corretta”, istigando i bambini a buttare nel cesso le pillole anticoncezionali della mamma. Come una specie di 1984, i figli dovrebbero denunciare e accusare i genitori di non voler dare loro uno stuolo di fratellini e sorelline per condividere una miserevole ma cristianissima esistenza.

Mettiamo il caso che Oltretevere torni in auge la sana abitudine del digiuno e del magro di venerdì. Seguendo l’antichissimo e romanissimo principio do ut des, il primo sottosegretario che passa, che so, un Giovanardi, potrebbe dichiarare incostituzionali le pizzerie e le trattorie (non vegetariane e non di pesce) aperte di venerdì (per il ristorante di Montecitorio verrebbe emessa una bolla che istituisce l’immunità parlamentare alimentare).

Sorridete?

Guardate che certe prese di posizione vaticane rispetto al controllo delle nascite, al diritto di famiglia, al fine vita, alla ricerca scientifica, all’interpretazione di eventi catastrofici, puzzano di restaurazione orangista.

Ancora non ci credete?

Andatevi un po’ a leggere (in italiano) la nuova costituzione ungherese, un paese cattolicissimo che si avvia a diventare il primo paese teocratico d’Europa. Ebbene questo controverso documento, criticato dalla UE, ha avuto  invece la benedizione dell’attuale Infallibile.

Quindi andate e fate (del bene se potete) secondo ciò che credete, ma non smettete di pensare.

Cercate anche di sbagliare.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

(Dante – Inferno XXVI)

Ci vediamo lì…

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SFIDA AL FEMMINILE

panorama del campo seminato ora comincia germogliare

panorama del campo seminato ora comincia germogliare

Io sono nata da una famiglia di operai e pure io ho fatto l’operaia ,anche se viviamo tra i monti e fuori dalla vita frenetica della città  ,non ho avuto mai un orto,ne giardino,solo ora che ho più tempo e un po di terrazza ho potuto far rinascere in me l’amore per la terra e i fiori ,che avevo dentro di me ,libera da muri e orari frenetici del lavoro come  per tanti anni ho vissuto reprimendo qualche volta la ribellione che sentivo dentro per quella prigione quasi obbligatoria per vivere dignitosamente una vita piena di oneri e doveri e perchè nò anche piaceri dovuti alla nostra pur piccola indipendenza avendo un lavoro ,di questo ne vado fiera .
Adesso che ho un’età …ehiiiii  non sono vecchia ,ma non posso nemmeno catalogarmi giovane ,diciamo sono nell’età del senno del poi e capisco molte cose ,altre meno ma questo è “normale” credo ,oggi però posso  dire guardando indietro nel tempo cosa ho perso e cosa ho trovato,adesso da pensionata mi ritrovo a fare tante cose che lavorando tutto il giorno in fabbrica non potevo o non arrivavo a fare.
Ho di certo più tempo libero,ma sono sempre stata abituata ad impegnarmi in qualcosa e quando una cugina di mio marito mi ha chiesto se potevo aiutarla nel suo campo per coltivare  un orto ,mi sono illuminata ,certo che sì ,anche questo è un passatempo costruttivo e poi due donne “neo contadine”  far sfruttare un campo incolto e trasformarlo in un campo produttivo era una sfida  che non potevamo ignorare.
La sfida sta che il  campo è un po lontano dalla contrada dove abito  è un po scomodo ,ci sono pure i caprioli che lo vanno calpestare e lepri selvatiche ,ma lo abbiamo fatto arare ,abbiamo cosparso di cenere (disinsfentante per gli  insetti) e poi di buona lena con zappa e rastrello ci siamo messe a sistemare la terra,il sudore è salato e sa di terra  be, ora so che la terra è bassa e sempre con qualche  smorfia di dolore a fatica ci si rialza ,si fa pure  i calli nelle mani che segnano il lavoro fatto.
Il lavoro è lavoro sia  in fabbrica sia lavorando la terra,ma qui a differenza dell’altro da libertà  e si impara a vivere al ritmo del sole , della luna  e della pioggia  .
Un aprile così caldo poi erano anni che non si vedeva dalle mie parti,ed ha invogliato a seminare  presto ,rigorosamente con luna calante ,da poco le patate sono nate ,pure le zucchine e fagioli,fagiolini e piselli,poi sarà il tempo dei pomodori ecc… ecc…forse ci siamo un po azzardate ,il tempo ha deciso di restare secco e se non pioverà  ohiohiiiiiiiiiiiiii ,ma niente paura ecco in questi giorni le prime pioggie è una grande soddisfazione vedere nascere le piantine e germogliare giorno per giorno, seguendo la crescita mantenendo la terra pulita e pronta ,poi ci affideremo al tempo,sperando che non grandini e porti pioggia e sole alternando così per un buon raccolto ,dalle nostre parti diciamo che : “il tempo è stato da maritare così fa quello che vuole ” a me vien da ridere se penso che anche il tempo ha paura della figura femminile ….  🙂  ora noi lo sfidiamo  e al massimo andremo al supermercato ma chi la dura la vince e conoscendoci ……….il nostro motto è ……non mollare maiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii  :mrgreen:

i primi germogli di patate

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SOGNO DI SONNO

Un rompiscatole (che conosco)

Sempre all’ora di cena deve capitare questo rompicoglioni!

Arriva, con quel suo passo lungo e, senza chiedere permesso, comincia a fare i comodi suoi, come se fosse a casa sua. Qualche volta mi è venuto il sospetto che sia del tutto scemo, e che creda veramente di essere a casa sua.

E poi che mangiasse almeno qualcosa. Niente! Gira imbambolato tra le cibarie come se non esistessero, al massimo gli va di piluccare qualche frutto.

E’ un casinista indisponente, ha rotto le scatole a tutti, e manco se ne rende conto.

Uno come me, che è sempre in giro, che fa una vita, non dico spericolata, ma nemmeno comoda e rilassante, avrà ben diritto di mangiare in santa pace, dico io!

Se gli si dice qualcosa, ‘sto bel tomo fa finta di non capire. Anzi, mentre stai lì e gli dici un faccia quello che pensi di lui, quello ti fissa, quasi sorpreso, e ti sorride pure, come a prenderti per il culo.

D’altronde è un pezzo di armadio grande e grosso, e chi si mette contro di lui? Non che egli faccia il prepotente, ma nessuno si azzarda ad avvicinarlo. Appena arriva mollano tutto e se ne tengono alla larga: con certi tipi non si sa mai…

Di fare conversazione poi, neanche a pensarci. Non saluta mai nessuno, né quando arriva e né quando, finalmente, decide di levare i tacchi. E’ un tipo taciturno, e anche quelle poche volte che apre la bocca non si capisce un acca, con quella sua voce rauca e quel suo borbottare monocorde.

E poi si muove con la delicatezza di una frana: un imbranato totale. Come si sposta fa danno. Mi ero preparato a gustare una vera prelibatezza, trac, arriva lui e addio cena, addio sospirate prelibatezze.

Non se ne può più.

Mesi fa non lo si vedeva mai; si poteva gustare un pasto decente, all’aperto, in santa pace. Com’è arrivata la bella stagione, ci è capitato questo impiastro tra capo e collo. Suppongo che gli piaccia il posto, questa tiepida brezza leggera che arriva al termine del pomeriggio. Infatti quando piove non si fa vedere; probabilmente ha paura di prendere un malanno. Gli prendesse veramente un accidente!

A me, tra l’altro, piace cenare presto. Sarò forse eccessivamente tradizionalista, ma non mangio mai dopo che è calato il sole. E’ una regola che ho sempre seguito e che consiglio a tutti. Diffido di chi tira tardi e mangia alle ore che dovrebbero essere naturalmente destinate al sonno ristoratore. Così capita che, a causa di questo bel tomo, riesca giusto a buttare giù qualcosa, di volata, prima che faccia buio.

Anche adesso se ne sta lì, tronfio, con i suoi piedi sulla tavola. Che poi non si capisce cos’è venuto a fare. Va su e giù, spiaccicando il cibo, facendolo scappare. Ci gioca pure col cibo, lui! Si vede che non ha mai provato la fame…

Quanta pazienza bisogna avere con certi casi umani! Ditemi voi se un onesto merlo deve sopportare tutto questo…

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Gli animali di Fukushima.

La fisarmonica

Era un vecchio con la barba incolta, un cappotto che sembrava una carta geografica, con mari e monti in evidenza.

Sedeva ad un angolo di tre strade del centro, sedeva sul suo sgabello ripieghevole e di fronte, per terra, c’era un cappellaccio sgualcito con dentro niente. Alla sua desta un cane spelacchiato che quando si avvicinava un passante si metteva a zampe posteriori, iniziando una stanca danza da cane. Al collo pendeva una fisarmonica vecchia di un centinaio d’anni e, appena sotto, un cartello con scritto “ho due filli orphani di mamma”.

Non era bravo come musicista, tentava di suonare Il Bel Danubio blu con risultati scadenti e ovviamente nessuno si degnava di buttare qualche qualche cosa dentro il suo cappello, tranne qualche bottone o uno scarto di caramella.

Un passante sentendo la melodia gli si rivolge apostrofandolo, “E per forza che non ti danno la mancia! Non per la pessima musica, ma se segui il meteo saprai che in questo periodo ci sono esondazioni, frane che distruggono, e poi, scusa, tutte quelle scarpe griffate che finiscono in soffitta per il maltempo. Secondo me dovresti cambiare repertorio, magari riesci a far mangiare anche quel “sacco di pulci”.

Il vecchio, con la barba incolta, col suo sacco di pulci pensa…Decide che il viandante sconosciuto ha ragione e cambia repertorio.

Sempre con fatica, gli anni sono tanti, gli acciacchi pure, mettiamo che l’arte musicale non era il suo forte, tenta la strada della bella stagione che da lì a poco arriverà e intona o’ sole mio. La fisarmonica suona male, la voce è quella che è, il cane balla.

Il cappellaccio ormai diventa un cestino, di rifiuti.

Il solito solerte passante consigliere…ma perché è sempre lui? Dice..”E per forza che non ti danno la mancia! Non vedi che tempo? Vedi il sole o senti solo pioggia e freddo? Cambia genere.”

Sconsolato il vecchio da fondo al suo misero repertorio, suonando e cantando a stento O’ mia bela Madunina. Ma il risultato non cambia, anzi, sembra che ora i passanti proprio si scostino, prendono marciapiedi diversi, forse per non passarvi accanto.

Quel grillo che tutto sa, ancora una volta gli da una dritta. “Scusa ancora, ma se non lo hai notato sei proprio di fronte ad una Moschea, ti sembra la canzone adatta da suonare? Dammi retta, cambia repertorio”.

Ormai il vecchio non aspetta altro che faccia buio per tornare a casa, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, dove in quel vecchio edificio non ha due figli ma un vecchio materasso che lo aspetta.

Ma come ultimo tentativo, prende un mozzicone di matita e dietro al cartello ci scrive “aiuta me a comprare una casa da morto, anche picola”. E suona la marcia funebre d’ordinanza.

Sembra che questa volta l’esibizione piaccia, già piace!

Ora i passanti si fermano a godere della sua musica scalcinata, e poi, diciamo, veder danzare un cane sopra una quasi tomba è uno spettacolo mica da poco!

In breve il cappellaccio è pieno di monetine e con la cena ormai assicurata, chiude la sua bella sgangherata bella seggiola, assicura la sua bella fisarmonica, che apparteneva a suo padre, con i dovuti ganci, fischia al pulcioso, andiamo…e lentamente si incammina, contento della bella e fruttuosa giornata musicale.

Il solito rompiballe lo ferma per una ultima volta. “Aspetta, aspetta un momento. Te lo dicevo che sbagliavi repertorio e anche la pubblicità. Hai visto che noi italiani abbiamo il cuore d’oro? Tutto sta nel trovare il tasto giusto e tutto si trasforma”.

Nel cappellaccio gli cade un euro, mentre in mano si trova un panino al prosciutto mangiucchiato.

Allontanandosi il grande conoscitore delle variabili della vita esclama senza mezzi termini “buona sepoltura!”.

Di rimando, quello che suona malamente, con uno spelacchiato a fianco, sottovoce risponde…”ma vai a fare in culo….”

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