Censura, AGCOM e il tassello mancante

Da Punto-informatico del 29/06/12

di M. Calamari – Dagli strumenti di cui gli ISP sono stati dotati per contrastare la pedopornografia all’enforcement che AGCOM metterà in atto a breve. Il cerchio si chiude, e stritola la rete italiana

Roma – È di questi giorni la notizia che l’AGCOM ha presentato in Parlamento la sua raccomandazione “La tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica” che il suo presidente Corrado Calabrò definisce “una sintesi efficace tra le contrapposte esigenze di tutelare la libertà della Rete e la titolarità dei contenuti”.

Per questo motivo, visto che l’ottimo Guido Scorza ha già commentato dal punto di vista giuridico questa mostruosità, questa puntata di Cassandra Crossing dedicata all’AGCOM ed alla censura (è la quinta della serie) sarà destinata esclusivamente a valutare quanto la raccomandazione tuteli effettivamente “la libertà della Rete”.

Aldilà dello specifico valore della difesa della cosiddetta “Proprietà Intellettuale”, poco rilevante in questa sede, è centrale notare come questa raccomandazione aggiunga un tassello importante, anzi essenziale, al progredire dalla censura della Rete italiana e contro cittadini italiani.

Il quadro di quello che sarebbe successo, cioè l’istituzione in Italia di una censura della Rete del tutto simile a quella vigente in paesi totalitari come la Cina o l’Iran, era già perfettamente delineato, per coloro che non volevano essere ciechi, nel 2007 con il decreto Gentiloni.
Il decreto istituiva e finanziava, all’interno dell’AGCOM e nell’ambito di iniziative giustificate con la lotta contro la pedopornografia in Rete, un ente dedicato alla censura dei siti visibili dall’Italia (il CNCP) e stabiliva per gli ISP l’obbligo di entrare a far parte dell’infrastruttura tecnica volta a realizzare questa censura prima tramite sovversione dei DNS e successivamente tramite filtraggio degli indirizzi IP. Si trattava in buona sostanza della creazione dell’infrastruttura tecnica ed organizzativa di tipo cinese necessaria per censurare qualsiasi contenuto della Rete raggiungibile dall’Italia, logicamente conseguente ad una serie di leggi approvate nel 1998, nel 2003 e nel 2006 e teoricamente rivolte al contrasto della pedopornografia

Questa infrastruttura, amministrata direttamente da un’ente indipendente (il CNCP) interno alla già indipendente AGCOM, era in effetti pronta ad esercitare la censura della Rete per altri motivi, e questo è anche dimostrato dai successivi disegni di legge (per fortuna mai discussi) a firma degli onorevoli Carlucci e Barbareschi che giustificavano la censura della Rete con la necessità di tutelare la cosiddetta “Proprietà Intellettuale”.

Si trattava di costruire meccanismi in stile HADOPI che permettessero di agire a scopo censorio sull’altra metà del collegamento, quella a valle del sito, per distaccare forzatamente dalla Rete quegli utenti che, facendo uso di sistemi P2P o pubblicando contenuti, violassero la cosiddetta “Proprietà Intellettuale” di terzi. Il problema è che nel meccanismo francese dell’HADOPI l’accertamento non è attuato da chi è deputato a questo tipo di compiti, cioè ad un’autorità giudiziaria, ma ad un ente cosiddetto indipendente, e che trova la sua ragione di essere solo in questo compito specifico, è promosso solo ed esclusivamente dai detentori della cosiddetta “Proprietà Intellettuale”, ed effettua contemporaneamente ed in completa autonomia accertamento e distacco.

Poco dopo la sua creazione l’infrastruttura di censura controllata dal CNCP è stata utilizzata non per il contrasto alla pedopornografia ma per tutelare altri interessi, a cominciare da quelli dell’AAMS, che ha fatto censurare tutti i siti esteri di gioco d’azzardo che non le versavano la dovuta tassa (lo Stato Italiano è e vuole essere biscazziere unico della Rete, “pecunia non olet”), e continuando poi con quelli di chi si sentiva minacciato da “the Pirate Bay”.

Per riassumere questa storia possiamo fare un elenco ordinato dei tasselli presenti e passati che compongono la via che ci conduce verso una Rete “cinese”:

– decreto Gentiloni che istituisce il CNCP ed annessi obblighi tecnici per gli ISP
– uso dell’infrastruttura di censura per tutelare interessi commerciali (AAMS)
– aggiornamento dell’infrastruttura di censura dal metodo DNS al più efficace filtraggio degli indirizzi IP
– uso dell’infrastruttura di censura per oscurare siti in seguito a provvedimento preventivo dell’autorità giudiziaria (The Pirate Bay)
– uso dell’infrastruttura di censura per oscurare qualsiasi contenuto su decisione di un’autorità indipendente (e fortemente lobbizzata), senza l’intervento e la tutela dell’autorità giudiziaria

Viene da chiedersi come qualunque cittadino della Rete possa assistere senza far niente a questa devastazione dei suoi diritti, continuando magari a dedicare il suo tempo ad aggiornare il profilo di Facebook.
Ma si sa, nelle comunità sociali commerciali la censura è praticata correntemente, talvolta in maniera clamorosa, talvolta in maniera sottile e strisciante, e suscita al massimo scandali momentanei e circoscritti.
Forse, dopotutto, la Rete come l’avevano concepita i suoi padri proprio non ce la meritiamo, ed ha ragione V quando dice che “… se cerchiamo un colpevole, dobbiamo solo guardarci allo specchio”.

Marco Calamari
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«Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

«Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

Questo bellissimo post di Giovanna Cosenza dal blog DIS.AMB.IGUANDO mi ha suggerito una riflessione su come vengono percepiti e considerati i beni di di lusso e il diritto di procacciarseli.

“Il lusso è un diritto”

La definirei un’ammissione di colpevolezza, ma senza alcun segnale di ravvedimento, quasi una dimostrazione di tracotante prepotenza.
Come al solito la discriminante sta nella scala di misura e nella capacità di interpretarla. Ciò che per noi è una giornata uggiosa per un inuit è afa soffocante.
Tralasciamo il “povero” Vincent Casses che ne ha fatta di strada (all’indietro) dai tempi di “L’odio” di Kassowitz, fino ad arrivare a fare il testimonial pubblicitario di un prodotto commerciale. Sotto il dorato giogo pubblicitario sono passati attori del calibro di Marlon Brando, Woody Allen, Richard Gere e Jeremy Irons, e sono solamente i primi che mi vengono in mente. Soprassediamo pure sulle dubbie qualità di quel fumigante pezzo di latta e plastica che ha la felicità nel motore, e soffermiamoci invece sull’attuale (e ampiamente condivisa) concezione di “lusso”.
Il più che mai profetico Oscar Wilde diceva che nella vita moderna (l’ottocento!) il superfluo è tutto, e oggi ne avrebbe la prova del nove.
In realtà, pur nel suo eccentrico anticonformismo (eccentrico per l’epoca, ovviamente), la sua frase non contiene nulla di originale, tranne il coraggio per dichiararla apertamente.
L’uomo, fin dai tempi in cui sbozzava la selce, è sempre sopravvissuto per riprodursi e vissuto per il superfluo.
Non si vive di solo pane, infatti, ed è il companatico che dà sapore alla vita, che ci rende migliori o peggiori, comunque diversi, dagli altri animali di questo globo terracqueo. Al di fuori di ciò che è alimentazione, riproduzione, resistenza agli agenti atmosferici e alle malattie, difesa dai predatori, tutto è superfluo, musica, scarpe, baci, televisione, statue, ferie, letteratura, dolciumi, religione, vino, poesia, canne, ecc.
Va da sé che il lusso non può essere considerato “indispensabile” per la sopravvivenza e va aggiunto (in buona evidenza) nel lungo elenco di beni superflui.
Qui entra in gioco la capacità di discernere tra ciò che è un “superfluo” umanamente accettabile ed evolutivo, da quello che è zavorra, se non addirittura veleno, e saper distinguere tra le esigenze individuali e quelle collettive, nei luoghi e nei tempi.
Se a un uomo fornisco tutto il necessario per sopravvivere in salute fino a cent’anni e passa ma gli nego il conforto di un buon libro o della visione di un tramonto ottobrino, gli ho negato dei diritti, i sacrosanti diritti di cercare un senso nella sua vita che vada al di là del suo respiro. Il cuore batte per un impulso elettrico, ma questa energia può essere smorzata o amplificata da elementi accessori, voluttuari e, sotto certi punti di vista, lussuosi, e ognuno di noi dovrebbe avere il diritto cercare la sua strada per una felicità che non è solo materiale.
Ma allora il lusso è veramente un diritto? Dipende.
I vostri bisnonni (se sono ancora vivi portategli le mie felicitazioni!) troverebbero che voi state vivendo nel lusso più sfrenato. Fate clic e si accende la luce, accecante per le loro abitudini, e poi addirittura vi dimenticate di spegnerla. Se vi va di spostarvi avete accesso ad un sistema di trasporti pubblico e privato che vi concede di viaggiare con una rapidità e comodità inimmaginabili per i loro tempi. Non avete sardine da salare, salsicce da affumicare, galline da allevare, fieno da falciare, vacche da mungere, mais da sgranare, patate da raccogliere, niente di tutto ciò, perché a voi arriva tutto pronto sotto casa, già bello impacchettato e pronto per essere conservato in frigorifero (altro lusso). Chi ha un lavoro stabile (questo sì sta diventando un lusso) ha il sabato e la domenica liberi, e le ferie pagate, mentre mio padre lavorava nei campi di famiglia sei giorni alla settimana, e alla domenica mattina andava a lavorare per altri proprietari al fine di procacciarsi qualche liretta per concedersi il “lusso” del cinema pomeridiano (il vocabolo ferie non era contemplato nel dizionario di allora).
Tutti questi “lussi” di allora noi li consideriamo “diritti” di oggi, sono accettabili, e facciamo bene a difenderli.
Per contro trovo che esistano anche dei diritti fasulli, costruiti, estorti, immaginari.
Non mi trovo empaticamente accanto a coloro che considerano un loro diritto girare per casa in canottiera mente fuori nevica, bruciando così tonnellate di combustibile. Non mi sento solidale con chi pretende di dissetarsi unicamente con bevande variamente gassate, colorate, aromatizzate, dolcificate, schifando l’acqua pubblica. Che dire di chi si arroga il diritto di farmi respirare il suo fumo passivo? Trovo deleteria anche la scelta di destinare una sempre più ridotta fetta del proprio reddito all’alimentazione, preferendo il prodotto più economico, più rapido da consumare, più pubblicizzato, ma anche ottenuto da un processo che è ormai difficile chiamare agricoltura, e che è generalmente il più deleterio per l’ambiente (e magari anche transgenico). Queste scelte e tanti altre ancora sono vissute dai loro partecipanti come diritti inalienabili, indiscutibili, trovando al loro fianco un alleato (o meglio, un padrone) potentissimo, il sistema consumistico usa e getta, che trova complici le aziende, la politica e i media.
Anche il fatto di accendere un mutuo per acquistare una luccicante quattroruote, inevitabilmente destinata in capo a una decina d’anni allo sfasciacarrozze, cedendo alle malie di un avvenente attore, cercando qualcosa di nuovo per la propria vita, per sopprimere la paura di morire di noia, impegnandosi costantemente a mantenerla, pulirla, curarla, quasi fosse un poppante, è, di fatto, una scelta vissuta come un diritto, il diritto alla circolazione.
E’ un vero peccato che, contrariamente a quanto si ammiri nella pubblicità, poi non si circoli per niente, perché le strade sono intasate dagli altri che hanno fatto la stessa scelta consumistica, oppure perché non ci sono i soldi per andare in tutti quei posti meravigliosi visti in TV, o più semplicemente perché non è cosi divertente come ci si immaginava ed è passata la voglia.
Così il loro “diritto” di cedere alla tentazione del lusso si è trasformato in un surplus di inquinamento atmosferico, sonoro, visuale (immaginatevi la vostra città senza i canyon di automobili…), dando fiato alle trombe di chi pretende di asfaltare il paese e facendo passare per allocchi visionari chi pretende un trasporto pubblico capillare ed efficiente, oppure un’esile pista ciclabile.
E così si ammette finalmente che, per questa nostra società eccessiva e apparente, il lusso è un diritto, anche un lusso effimero, da poveracci; come dire: ognuno ha il lusso che si merita. Questa affermazione è una dichiarazione di guerra contro tutti gli asociali che resistono alle sirene pubblicitarie, che si ostinano a riparare le cose, che le tengono finché funzionano, infischiandosene se sono vecchie o fuori moda, che scelgono oculatamente in base alle loro reali disponibilità, che hanno una scala di valori propria e non dettata dal marketing, che preferiscono (orrore!) l’essere all’apparire.
Il lusso è un diritto? Sì, lo è, come espressione di una libera scelta, ma, si sa, la libertà di uno termina dove iniziano quelle degli altri, e in questo caso il lusso sconfina, deborda, usurpa, e si manifesta per quello che è: un infantile “voglio”.

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“La Rete si organizza contro la censura Agcom” (Anna Masera).

CANTAMI, O D’IVA

Perfetto, proprio quello che mi ci voleva in questa assurda giornata d’estate, tutte le cose che non ti aspetti, il vento sferzante e la pioggia gelida, un’otturazione che se ne va in ferie, il boiler che perde, papi che mantiene una promessa.

Sì, è vero, gli ci son voluti quindici anni, ma alla fine ha deciso di tenere fede alla parola data. E poi dicono che dei politicanti non c’è da fidarsi.

Finalmente, dopo averne sentito tanto parlare, esiste la concreta possibilità di una riduzione delle tasse. Era ora.

Nei sofisticatissimi piani  di Tremonti sono previsti un accorpamento dei tributi e una riduzione degli scaglioni IRPEF. Bene, anzi, speriamo bene, perché non vorrei che la formula magica 20-30-40, invece di essere un toccasana, finisse per comporre una pozione indigesta.

E’ troppo facile dare i numeri, lo fanno i promoter finanziari, gli analisti, i defunti in sogno, gli assistiti, i matti, e qualche volta anche i politicanti, e il risultato è quasi sempre zero.

Perché 20-30-40 dovrebbe farmi pagare meno tasse? Vediamo la situazione odierna (2011).

  • Sui redditi annuali fino a 15.000 € si paga il 23%,
  • fino a 28.000 € si paga il 23% sui primi 15.000 € e il 27% della somma che supera i 15.000 €,
  • fino a 55.000 €  si paga il 23% sui primi 15.000 €, il 27% della somma che supera i 15.000 € fino a 28.000 € e il 38% della somma che supera i 28.000 €,
  • fino a 75.000 € stesso discorso (23% + 27% + 38%)  e il 41% della somma che supera i 55.000 €,
  • oltre i 75.000 € idem (23% + 27% + 38% + 41%) e il 43% della somma che supera i 55.000 €.

Siete ancora vivi? Che tenacia…

Nella disgrazia di avere un reddito indegno di un paese civile, va abbastanza bene a quelli della prima fascia che invece del 23% pagheranno solo il 20%, con un risparmio annuale massimo di 450 €. Non potranno darsi a bagordi sfrenati ma almeno godranno una boccata d’ossigeno. Godranno ancor di più tutti gli evasori fiscali di piccolo cabotaggio che, per accalappiare esenzioni e vantaggi sociali, si posizionano esattamente in questa fascia, e vedranno così premiata la loro disonestà.

Nella seconda fascia troviamo la folla di operai e impiegati, ovvero la maggior parte dei contribuenti che mai potranno sfuggire alle maglie del fisco. Volete scommettere che, in omaggio alla semplificazione imperante, la loro aliquota IRPEF verrà portata al 30%? Così, invece di avere una tassazione che è composta dalla media del 23% e del 27% (circa 25%) dovranno versare un obolo pari al 30% del loro reddito. Un bel passo in avanti (verso il baratro), non c’è che dire.

Per quelli della terza fascia, sicuramente accorpati allo scaglione del 30%,  le cose restano pressoché immutate.

Oltre i 55.000 € son tutte rose senza spine. Con una tassazione IRPEF del 30%  il risparmio può arrivare fino a 2.900 €, che, si sa, se uno dispone di soli 75.000 € di reddito, ne ha “veramente” bisogno.

La vita di quelli che hanno un reddito oltre i 75.000 € è già di per sè tutta burro e alici e quindi, Euro più Euro meno, loro manco se ne accorgono. IRPEF, per loro, è un acronimo ignoto, lontano, da poveracci, come ASL, IACP, ISEE, fermo restando che, per i redditi sopra i 200.000 € si pagheranno meno tasse di adesso (geniale!).

Quindi papi ha mantenuto la promessa, quella più importante: meno tasse per tutti.

A parte il fatto che avrei preferito, per amor di precisione, la frase “meno tasse per tutti quelli che le pagano” (altrimenti come facciamo con tutti gli evasori che dichiarano zero reddito per ridurgli le tasse, gli diamo noi dei soldi?), mi pare che dentro questi “tutti” più di qualcuno non ci sia, essendo stato escluso gran parte del reddito da lavoro dipendente.

Il bello però deve ancora arrivare.

Dato che, Lavoisier insegna, nulla si crea e nulla si distrugge, le minori entrate derivanti dalla fantomatica riduzione delle tasse graziosamente concessa da papi, per non scardinare i già dissestati conti pubblici, saranno compensate da un aumento delle imposte, e di mira è stata presa l’IVA.

L’IVA è onnipresente, pervasiva, universale, tiranna. La trovate nelle scarpe che avete appena comprato, nella carta per la stampante, nella benzina da bruciare, negli occhiali da sole per andare al mare, nell’anello da regalare alla persona amata, nella pizza per cena, nella fattura del dentista, nella crema alla glicerina per le mani, ovunque.

Il mantra è “spostare la tassazione dalle persone alle cose”. Bello, sembra vero. IO sono una persona e quindi la tassazione non graverà più su di ME, mi sentirò più leggero. E le COSE, poverine, come faranno? Bè, che si arrangino. Un vero peccato che poi di queste COSE, ogni tanto, IO ne abbia anche bisogno, e così queste perfide COSE non perderanno l’occasione di rivalersi su di ME, di farmela pagare (l’imposta), e così a sentirsi più leggera sarà solamente la mia scarsella.

Questa strada è stata già percorsa, a suo tempo, da Margaret Thatcher, il ferruginoso premier conservatore inglese. Nel 1979 aumentò l’IVA, col felice risultato di ridurre, in soli quattro anni, gli utili dell’industria di ben il 33%, spostando l’economia dalla manifattura (il lavoro) alla finanza (i succhiasangue), e quadruplicando il tasso di disoccupazione. Si salvò dal linciaggio solo grazie alla guerra delle Falkland, un conflitto tanto vittorioso quanto provvidenziale che scatenò nel paese un sussulto di entusiastico patriottismo, un sentimento che annebbiò, almeno per un po’ la coscienza di un paese socialmente disastrato.

Perché l’aumento dell’IVA dovrebbe essere così deleterio? In fondo si tratta di una compensazione più che vantaggiosa: paghiamo meno tasse, abbiamo più soldi, se vogliamo li spendiamo (pagando più IVA), altrimenti ce li teniamo.

In principio era il verbo e, per non cadere in errore, bisogna sempre utilizzare il verbo più consono al proprio status. La differenza sta tra volere e dovere. Qualcuno può decidere di “voler” spendere, molti altri invece si trovano nella condizione di “dover” spendere.

Una famiglia con un reddito mensile di 1000, 1500 €, quando entra in un negozio lo fa a malincuore. Non vi entra perché ha visto in vetrina le scarpe ultimo grido ma perché quelle vecchie sono ormai andate. Non cambia automobile per sfoggiare l’ultimo modello ma perché riparare quella vecchia ormai è impossibile. Ogni capitolo di spesa non è quasi mai fonte di gioia ma obbligato sacrificio, non scelta voluttuaria ma ineludibile necessità, è parte di un bilancio asciutto e deprimente, pur nella sua incommensurabile dignità.

I redditi bassi sono “costretti” a spendere gran parte della cifra a loro disposizione per beni di prima necessità o comunque indispensabili, e a ogni spesa si accompagna la relativa imposta, l’IVA appunto. Parafrasando un noto modo di dire, i soldi di risparmio IRPEF entrati dalla porta, se ne fuggono dalla finestra aperta dall’aumento dell’IVA.

Chi è più ricco “può” destinare a queste spese “utilitaristiche” solo una frazione del suo reddito, conservandone la maggior parte per il risparmio, l’investimento, o semplicemente per spassarsela, magari in qualche località esotica dove l’IVA manco esiste.

Come ben vedete, anche stavolta il governo non ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Le ha messe da un’altra parte, mediante una tecnica che in ambienti ben specifici viene definita “fisting anale” (V.M. 18).

Quindi, come si dice, carta vince carta perde, ma il banco vince sempre. Fanno apparire dei soldi e poi li fanno sparire, anzi li spostano, senza neanche sfiorarli, dalle tasche dei poveracci a quelle dei benestanti, e il pubblico li applaude pure.

Houdini, Copperfield, Silvan, Binarelli, solo dei dilettanti, qua abbiamo i maestri veri…

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ALCHIMIA …dedicato all’amicizia

Fa piacere sentirsi amici,

sentire la fiducia che trasporta stima e confidenza

sentirsi utili anche se di utile sembra non esserlo mai

fa piacere sentirsi felici o tristi insieme con l’amicizia sentita vera

fa piacere capire senza per questo giudicare

e ancora fa piacere sentire arrivare l’abbraccio anche se quell’abbraccio non si è mai dato materialmente

e potrei continuare perchè il piacere ti invade

e non è solo individuale ma colpisce chi ne ha compreso la vera essenza

è un’alchimia che si trasferisce come una corrente invisibile

come una scossa ti travolge e lascia la sua scia

oggi mi sento così

vorrei dire grazie all’amicizia e chi ne è contagiato felice sia .

un abbraccio amici  🙂

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Arriva italia2…prepariamoci al peggio!

Piccole donne/uomini crescono