CREATIVITA’

MCMLXXXIV

Casomai uno di questi giorni vi saltasse in mente di andare a bighellonare in un centro commerciale, prima di farlo date un’occhiata a questo video.

Poi fatemi sapere che se avete ancora voglia di ingrassare questi squali.

😦

Facebook ti fa fumare, bere e consumare droghe.

Un post fuori luogo – One

Un luogo comune non è solamente uno strumento concettuale, astratto e letterario, per indicare uno stereotipo mentale o sociale, un preconcetto diffuso che prospera grazie alla nostra pigrizia mentale, una specie di funzione matematica nella quale, a prescindere del valore assegnato alle variabili, abbiamo già prestabilito il rassicurante risultato. Esistono anche dei luoghi comuni reali, quelli che si possono vedere, toccare, annusare, e tutto ciò che i nostri sensi sono in grado di percepire.

Uno di questi è Londra.

Londra – Foto ricavata dal sito /poster.4teachers.org

Quante volte avrete sentito dire “vado in Inghilterra” per scoprire poi che la destinazione di cotanto viaggiare è unicamente e prevalentemente Londra.

Lo so che mi sto attirando le ire di chi ama questa metropoli (megalopoli? monopoli? paperopoli?), e sono in tanti.

Lo so che Londra è unica (mi verrebbe da dire, per fortuna!) e che per i giovani (e non) in cerca di un’iniziazione culturale viene considerata una tappa obbligata per una versione moderna del “Grand Tour” di settecentesca memoria.

Lo so che talvolta il “viaggio a Londra” viene concepito, atteso, sentito, pianificato e vissuto, in versione laica, con lo stesso spirito che muove il pellegrino alla Città Eterna o verso La Mecca.

Lo so che poi si torna a casa con mille cose da mostrare, da raccontare, da ricordare, da rimpiangere, perché “ci dobbiamo tornare”.

So tutto questo, giacché ci sono stato anch’io.

Però so anche un’altra cosa, e mi ci son voluti due viaggi per capirlo: Londra non è l’Inghilterra (o la Gran Bretagna, il Regno Unito, quello che è).

Non è che io sia particolarmente furbo, in quanto è stato solamente il caso a mostrarmi quanta distanza fisica e culturale separi quel “luogo comune” da tutto il resto delle Isole Britanniche. Il caso rivelatore ha preso le vesti di una mostra di arte tessile, il Festival of Quilts, che si tiene annualmente in quel di Birmingham.

Odio fare le cose di fretta, mi va sempre di avere del lasco, dei tempi che altri definiscono “morti”, ma che a me piace definire “aperti”, ovvero disponibili all’opportunità e al ghiribizzo, quindi, sbrigato piacevolmente il motivo principale della trasferta, avevo ancora in saccoccia dei giorni per delle scappate “fuori porta”. E li impiegai bene.

Risultato: se volete visitare il Regno Unito (Londra compresa, of course) andate a Birmingham.

Why?

Forse perché Birmingham (Brum per i locali, detti brummies) rispecchia il tipico spirito inglese? No.

O magari perché questa città è particolarmente interessante dal punto di vista turistico? No.

Oppure vi si trova la stessa spumeggiante attività (divertimento, negozi, musei, teatri, ecc.) che caratterizza la capitale? No.

Architettura? No.

Oasi di verde? No.

Panorami? No.

Storia antica? No.

Buona cucina? No.

SPA e relax? No.

Anima tradizionale? No.

Clima? No.

Birmingham è una città industriale di poco più di un milione di abitanti, situata nel West Midland, un territorio prevalentemente pianeggiante il cui orizzonte è mosso da qualche timida collina, e dove scorrono pigri fiumiciattoli dalle acque color kaki.

La città non offre monumenti di particolare valore storico, e la sua opera architettonica più rappresentativa è indubbiamente Il Selfridges Building,

Foto di roberthunt – da Panoramio

un’opera che non lascia indifferenti (ma neppure estasiati).

Birmingham è attraversata da alcuni canali navigabili che si intrufolano tra i vecchi quartieri di case realizzate con mattoni rossi di terracotta a vista, antiche vestigia di una rivoluzione industriale ormai assopita. Il resto sono solamente soldi e cemento, produzione e fretta, scartoffie e centri commerciali.

Chi ama la cucina indiana potrà trovare ristoro con il Balti, nell’omonimo triangolo; ma non si vive di solo Tandoori.

Ma allora perché diavolo si dovrebbe andare in un posto del genere?

Perché è lì.

Se è già qualche annetto che avete lasciato la scuola e magari anche allora in geografia andavate così così (dimmi i fiumi del…), prendete una carta geografica oppure andate in Google Maps e cercate Birmingham. Ecco guardate la sua posizione: è centrale; da lì passa tutto, treni, aerei, strade.

Penso che abbiate già inteso dove io voglia andare a parare ma, come ho detto prima, odio fare le cose di fretta, quindi nelle prossime puntate vi darò ulteriori ragguagli e suggerimenti.

Non è che dovete partire domani, vero?

See You soon.

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Segue…

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endorphine – Between Technology And Nature

Proposta musicale del 26/08/11



endorphine – Between Technology And Nature

Enjoy!

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Vae Victis !

(ASCA) – Roma, 25 ago – Il primo ministro del Consiglio Nazionale Transitorio libico, Mahmud Jibril, ”ha confermato che non ci sara’ nessun atteggiamento vendicativo nei confronti dei perdenti”. Lo afferma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi * , durante le dichiarazioni alla stampa dopo l’incontro a Milano con Jibril.

* Traduzione: E soprattutto nessun atteggiamento vendicativo nei confronti degli amici dei perdenti, specialmente quelli usi a rivolere il baciamano a Gheddafi.

E noi, che atteggiamento avremo?

😡

Rete tossica

Da: Punto-informatico

di M. Mantellini – In Italia ci sono 2 milioni di pazienti da curare. La loro malattia è la Rete. E il Ministro della Salute è pronto a correre in loro soccorso

Roma – C’è da restare attoniti ad ascoltare il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio che nei giorni scorsi, rispondendo alla interrogazione di un senatore del PDL, ha detto che il governo sta pensando ad un intervento straordinario, compreso nel piano sanitario 2011-2013, per arginare la sovraesposizione da Internet. Una forma che, in casi di abuso – afferma Fazio – porta a “sentimenti compulsivi isolamento sociale, dipendenza patologica, perdita di contatti reali e sentimenti di onnipotenza”.

E mentre resto basito di fronte alle parole del Ministro della Salute mi vengono in mente, contemporaneamente, due cose: la prima è la frase che mi disse una sera a cena il consulente Internet di un passato Ministro delle Comunicazioni il quale, di fronte ai miei rimbrotti sulla scarsa incisività del Ministro sulle cose della Rete, mi raccontò di come gran parte del suo tempo al Ministero andava speso nel disinnescare le idee assurde e pericolose sulla Rete che i parlamentari italiani quotidianamente partorivano; la seconda è che questa associazione fra abuso di Internet e la parola “onnipotenza” non è la prima volta che la sento. È infatti contenuta (pg.29) nel libro “Quando Internet diventa una droga” di Federico Tonioni, psichiatra responsabile dell’Ambulatorio del Policlinico Gemelli sulle dipendenze da Internet.

Il libro di Tonioni, del resto, lo cito con grande difficoltà e qualche imbarazzo. Si tratta di un testo divulgativo confuso e pieno di inesattezze (tra le tante Tonioni attribuisce a Nicholas Negroponte l’idea di un Premio Nobel per Internet), pubblicato quest’anno da Einaudi, il cui scopo dichiarato sarebbe quello di fornire indicazioni utili ai genitori alle prese con l’abuso di Internet da parte dei propri figli; un saggio dagli accenni fortemente moralistici, che Tonioni ha scritto dopo le prime esperienze del suo ambulatorio romano sulla Internet Addictione la cui sintesi grossolana potrebbe essere che Internet ha due facce ugualmente ampie, una utilitaristica e modicamente positiva, l’altra oscura e pericolosa dalla quale occorre guardarsi con attenzione. La stessa definizione di Internet contenuta nel testo è per me sufficiente per descrivere la mia personale distanza dall’autore (pg.54):

“Internet non è stato pensato per essere uno strumento pericoloso e il suo uso risponde a molteplici funzioni positive, permettendo di soddisfare la dimensione ludica dell’esistenza (il bisogno di giocare e divertirsi), la dimensione partecipativa (il bisogno di appartenere a gruppi e di partecipare a iniziative politiche culturali e sociali) la dimensione utilitaristica (il bisogno di vere informazioni, di consultare esperti e di fare acquisti) e non ultima, la dimensione intima (il bisogno di scambiare “carezze” con le persone importanti e significative della propria vita”

Come si vede molte delle grandi rivoluzioni che Internet ha portato nella società secondo Tonioni vanno archiviate in una cosiddetta “dimensione utilitaristica”, definizione che per conto mio esprime con grande chiarezza la considerazione dell’autore nei confronti della Rete.

Scrive poi Tonioni in una frase molto evocativa che oggi, risfogliando il testo, mi accorgo di aver sconsolatamente sottolineato (pg.62):

“I giovani Internet-dipendenti sono caratterizzati da pallore del volto, occhi cerchiati e sguardo poco espressivo”

e davvero simili frasi rimandano più ad una manualistica tardo medioevale che ad un testo di divulgazione medica contemporanea.

Ma poi, in fondo, di che cosa stiamo parlando? Quali sono i termini dimensionali di questa nuova dipendenza che il Ministro Fazio descrive come una droga senza sostanze? Nessuno lo sa, Tonioni nel suo testo non lo spiega, mentre gli articoli di stampa che accompagnarono a suo tempo l’apertura del primo presidio italiano contro la dipendenza da Internet, nel 2009, accennavano a numeri francamente fantasiosi e vaghi: secondo quelle cronache circa il 10 per cento degli utilizzatori di Facebook erano a rischio di intossicazione da Internet (se fosse vero oggi in Italia ci sarebbero circa 2 milioni di malati di Facebook bisognosi di cure), mentre l’inquadramento nosologico della patologia da dipendenza da Internet più che dall’esperienza sul campo è stata compilato, nel testo di Tonioni, semplicemente traducendo dall’inglese il tentativo di inquadramento della IAD di Kimberly Young, dottoranda in psicologia che per prima ipotizzò la patologia nel lontano 1998 (e che in USA scatenò a suo tempo grandi polemiche negli ambienti accademici). E non c’è dubbio che la Internet di Tonioni e quella della Young, a tredici anni di distanza, sono due entità di studio totalmente differenti.

Poco importa a questo punto iscriversi al club di quanti credono – come Tonioni – che la dipendenza da Internet sia un nuova malattia, piuttosto che avvalorare la tesi da molti sostenuta secondo la quale tali eccessi, quando presenti, vadano indirizzati nell’alveo delle patologie psichiatriche già note; molto più importante è rendersi conto che tali previsioni di ampio, possibile contagio e una simile saggistica millenaristica, sono in grado di far danni fino ai più alti livelli e di trovare riscontri perfino nelle parole del Ministro della Salute di un Paese che non ha un soldo per garantire le cure primarie ai suoi cittadini, ma che poi si permette il lusso di usare a fini di marketing politico la demonizzazione della Rete nelle sue varie forme, che è in Italia sport variamente praticato a tutti i livelli da oltre un decennio. Tranne poi legalizzare il gioco d’azzardo online senza provare per questo il minimo sentimento di straniamento.

Massimo Mantellini

Manteblog

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