Dalle stelle alle stalle

Qualche giorno fa, o per meglio dire, qualche notte fa, mi è capitata una cosa ben strana. Erano le tre passate e avevo appena terminato di rompermi la testa su un problema informatico. Per quelli inguaribilmente curiosi preciserò che si trattava della progettazione di un generatore di numeri casuali che dovevano sottostare però a determinate logiche e rientrare entro valori prestabiliti e determinabili dall’utente. Per raggiungere lo scopo stavo utilizzando un database relazionale ma, giunto quasi alla meta, incappai in un sassolino dispettoso che si divertiva a inceppare ogni tanto il meccanismo. Dopo parecchie ore perse per scovare quello che in termine tecnico viene definito “bug”, decisi di soprassedere momentaneamente e di riprendere in esame il problema il giorno seguente; la notte porta consiglio, dicono: con me è stata fin troppo generosa.
Non volevo andare immediatamente a letto, con il cervello ancora inzuppato di if, not, nor, else, then, eccetera, e decisi quindi di metterlo un attimo in stand-by guardando un po’ di televisione.
Scesi in cantina e accesi il tutto, non senza prima essermi preparato una minima scorta di cioccolato fondente come integratore glicemico.
Cominciai a zappare (e come la definireste voi l’operazione di zapping?) alla ricerca di qualcosa che non fosse informazione deprimente, sport fasullo, cretineria a strati.
Zappa e zappa, arrivai su un canale sperduto dove stavano trasmettendo una vecchissima serie televisiva. Rimasi lì non per la qualità del programma ma per una sorta di rispetto, lo stesso dovuto a una persona anziana anche se un po’ svanita, oppure a un’automobile che stoicamente si rifiuta di morire dopo quattrocentomila chilometri.
Il protagonista era solo, in piedi, in una stanza dall’aspetto talmente futuristico da sembrare attuale, e stava evidentemente aspettando qualcuno (o qualcuna?).
Dopo un po’ il tipo si guardò a destra e a manca e, assicuratosi che nessuno stesse arrivando, decise di rivolgersi direttamente a quei quattro gatti che erano malauguratamente capitati su quel canale. e questo è il discorsetto che tenne ai suoi radi telespettatori.

Salve, mi chiamo James Tiberius Kirk, e sono un eroe.
Che figata, direte voi. Che par di balle, vi rispondo io.
Non avete la più minima idea di ciò che mi tocca passare ogni volta che qualche perditempo accende il televisore e decide di sciropparsi una puntata di “Star Trek”.
Lo ammetto, all’inizio mi parve eccitante; mi ritrovai, di punto in bianco, a essere comandante di una nave, e stellare per giunta. Non so se avete idea del potere assoluto che il comandante, da sempre, dispone nei confronti del suo equipaggio, un potere secondo solamente a quello di Dio e, visto che in quest’epoca le divinità correnti sono abbastanza sbiadite, mi trovavo in una posizione eccellente. Un vero peccato che, a causa di un rammollimento dei costumi conseguente al progresso scientifico, le punizioni corporali fossero state bandite: ci sarebbe stato da divertirsi, per me e per voi.
Cominciai però a sentire puzza di bruciato quasi subito, non solamente perché qualcuno o qualcosa aveva fritto i circuiti del timone (timone? Chi è quel fesso che ha previsto un timone su una nave che opera nel vuoto?), ma per il fatto che, pur avendo a disposizione un equipaggio teoricamente ben addestrato, toccava sempre a me sbrogliare la matassa.
Insomma, per farla breve, al momento del bisogno vanno tutti nel pallone e si scervellano per sommergermi di consigli inutili e fuorvianti; faccio una domanda e loro rispondono con altre due. Lo so che sono tenuti a farlo per contratto e che, in quanto eroe principale, spetta a me il ruolo di asso pigliatutto ma, cribbio, un po’ di collaborazione non guasterebbe.
Avrei qualcosa da dire anche sulla mia “sistemazione”: sarà anche una nave interstellare, ma a volte mi sembra un caotico “secchio di bulloni”. In verità so ben poco dell’Enterprise. Al di fuori della sala comando, della sala macchine, della mia stanza e dell’infermeria, oltre all’inevitabile e onnipresente teletrasporto, non ho le idee chiare di come sia fatto ‘sto coso, dentro e fuori.
Per quanto riguarda il suo aspetto esteriore mi sono arrangiato come potevo: mi sono procurato una copia pirata di un episodio della serie. Dovrò fidarmi di ciò che ho visto (anche perché uscire fuori a controllare è escluso), però continuo a non capire come questo mai fantastico parto del genio umano utilizzi pulsanti e comandi che, grazie a una esauriente enciclopedia a fascicoli in dotazione, ho ritrovato su antiquati mezzi di locomozione utilizzati secoli addietro, oggetti che in quei tempi bui venivano definiti “utilitarie”. Mah, misteri della tecnologia.
Del suo interno, in teoria, dovrei avere una conoscenza capillare, ma visto che appena esco dal ponte di comando, con le porte scorrevoli che fanno svisssc alle mie spalle, mi ritrovo subito a destinazione, non ho idea di come diavolo si arrivi dove sono arrivato. Se mi capitasse, per sbaglio, di essere recapitato in sala mensa, non saprei più trovare la strada di casa. Che figuraccia!
La compagnia poi, ve la raccomando…
Badate, non mi riferisco a quella conventicola di alieni assortiti che popola questa strampalata galassia. Con loro, per mia fortuna, ho scarsissimi contatti, la maggior parte dei quali attraverso un meraviglioso e asettico schermo da quattrocento pollici, un gioiello della tecnologia utilizzato solamente per guardare fuori, quando bastava prevedere un finestrino e un videotelefono vecchio di secoli (i tecnici si divertono sempre a complicare le cose). E’ possibile che a nessuno di quei cervelloni fosse venuto in mente di collegarlo a qualche cartuccia dati per godersi qualche bel film in SD (Suprema Definizione)? Qua i viaggi sono lunghi e noiosi; dopo qualche mese gli argomenti di conversazione son bell’e finiti; i libri sono estinti come i dinosauri; la televisione ormai viene utilizzata unicamente come sostituto della pena capitale; di sesso neanche a parlarne (nel senso che la produzione ce lo vieta, sia nei fatti che nei discorsi, altrimenti arriva la scomunica). Insomma, qua abbiamo uno schermo  formato Magnum e neanche un videogioco da farci girare sopra. Un vero spappolamento di ammennicoli.
Dov’ero rimasto? Ah sì, gli alieni…
Qualcuno usa la definizione politicamente corretta di “extraterrestri”, un termine che però a me suona stonato.
Fin da quando ho memoria, nel parlare comune quando si vuole decantare la qualità superiore di qualsiasi cosa, da un frutto a un taglio di capelli, la si omaggia con l’appellativo “extra”. Gli alieni con i quali ho solitamente a che fare sono invece dei derelitti, rissosi, supponenti e psicopatici, assai poco gradevoli nell’aspetto e nel comportamento, ben lontani dallo suscitare ammirazione e simpatia, e non sono neanche tanto extraordinari in quanto hanno solamente due gambe, due braccia, due occhi, due orecchie, due… lasciamo perdere. Ora che ci penso, mi sembra di ricordare di aver letto su un testo di storia antica che, secoli fa, in un bizzarro paese che non contava una mazza, alcune popolazioni di reietti venivano bollate spregiativamente con l’etichetta di “extracomunitarie”. In quel caso il prefisso “extra” condannava i malcapitati allo stato di cittadini di casta inferiore. Potrebbe darsi che, inconsciamente, ci si trascini dietro ancora quel preconcetto tribale tendente a isolare e disprezzare il non omologato, l’altro, il non sé. Sarebbe un bel guaio; significherebbe che non s’è capito ancora nulla.
Che poi, ‘sti alieni, sempre conciati come nella Transilvania del 1400; mai che vivessero in un’abitazione decente. O si tratta di tuguri scuri e umidi, o di astronavi che hanno visto tempi migliori, oppure di appartamenti dove bisognerebbe prendere l’architetto, imprigionarlo, accecarlo e tagliargli le mani in maniera che non faccia più danni, e mozzargli la lingua acciocché non conduca altri sventurati all’errore. Non si pretende una suite superlusso, ma almeno un confortevole salotto dotato di tutti i comfort, morbidi tappeti, comode poltrone, poggiapiedi, mobile bar, un posticino dove scambiare quattro chiacchiere e decidere i destini della galassia in tutto relax.
No, la compagnia alla quale mi riferivo è quella del mio zelante equipaggio: sono irritanti e insopportabili.
Cominciamo dal mio primo ufficiale, il Dottor Spocchia, come lo chiamiamo noi. Una volta, per sbaglio, un giovane cadetto si lasciò sfuggire questo nomignolo in sua presenza. Senza spostare un pelo di un sopracciglio, Spock lo informò dell’esatto spelling del suo identificativo terrestre. A tutt’oggi non s’è ancora capito se il Dottor Spocchia abbia afferrato la vis ironica di quell’appellativo, visto che ha il senso dell’umorismo di un asteroide in caduta libera verso il Sole.
Adesso vi dico io un paio di cosette che sicuramente ignorate.
Primo, con la scusa che non ha emozioni e pertanto non suda, si lava poco e mai dietro le orecchie. Dovreste vedere cos’ha dietro quella specie di tende a punta che tiene ai lati del suo volto imperturbabile: le ragnatele tiene, strati e strati di sporco che a farci una ricerca geologica se ne ricaverebbe una tesi di laurea.
Secondo, quando parla fa uso di armi chimiche e batteriologiche.
Non ho idea di quale sia la dieta dei vulcaniani (e del resto neppure dei miei consimili), ma di sicuro ci vanno giù pesante. Saranno pure insensibili alle emozioni, ma ai sapori forti non sanno resistere. E fin qui andrebbe ancora tutto bene. Come si dice: de gustibus non disputandum.
A complicare la faccenda è la particolare composizione cristallina dei suoi denti, una caratteristica (purtroppo) solo vulcaniana, un materiale duro come il diamante e inattaccabile chimicamente come l’oro. Al suo confronto la nostra dentatura è composta di un impasto fatto di farina e sputo.
Tutta invidia, penserete voi. Sarà pur vero, lo ammetto, ma non essendo qua voi non potete cogliere il nocciolo del problema. Con la scusa dell’invulnerabilità dentale, dentifricio e spazzolino sono, per i vulcaniani, oggetti misteriosi e ridicolmente superflui. Risultato: un alito in grado di ammorbare l’atmosfera di un pianeta intero e di sterminarne gli incolpevoli abitanti. Quando il Dottor Spocchia spara una delle sue sentenze banali (se non addirittura stupide), l’interlocutore viene investito da quei suoi esiziali miasmi e ne viene stordito, così da non riuscire mai a rispondergli a tono come meriterebbe, oppure mandarlo a quel paese. Per questo motivo sembra che tutti lo ascoltino attentamente senza mai contraddirlo nel merito. Dato che non ci farei una gran bella figura a farmi mettere regolarmente sotto dal mio primo ufficiale, quando parlo con lui trattengo il fiato, ma se il discorso si prolunga oltre i due minuti comincio a trovarmi in difficoltà anch’io: ciò che non poté l’alito pesante poté l’asfissia…
Per fortuna che i tempi televisivi non consentono piani sequenza molto lunghi, pena la perdita per disorientamento dello spettatore medio, altrimenti sarei fritto.
Poi c’è quell’altro bel tomo, il Signor Sulu, timoniere della Enterprise (mi scappa da ridere immaginando una nave stellare con la ruota del timone). Io non sono razzista, o almeno non penso di esserlo. Dopo aver “goduto” della vista (e a volte del contatto) di esseri rugosi, pelosi, squamosi, oltre ogni limite, compresi delle pietre pensanti, dei giganti irascibili e un improbabile Bianconiglio, cosa volete che siano per me un colorito che butta sull’ittero e degli occhi a mandorla? Quisquilie senza importanza.
No, il problema è che il Signor Sulu è un fanatico dei gingilli tecnologici, quei giocattolini di plastica tutti lucciole e pulsanti; a quanto mi ha raccontato, da secoli la sua razza è maggior produttrice, nonché assidua consumatrice di quelle carabattole. Fin qui non ci sarebbe niente di male, ognuno è libero di buttare via i suoi soldi come preferisce. Purtroppo il Signor Sulu ha portato con sé una discreta quantità di questi suoi giocattolini e cerca di venderli all’equipaggio, decantandone le qualità superiori e il prezzo incredibilmente basso. Non so dove tenga tutta quella robaccia, ma prima o poi scoverò il suo magazzino e ne svuoterò il contenuto all’esterno, anche a costo di essere denunciato per inquinamento ambientale dello spazio profondo.
Una volta cercò di fregare anche me. Mi prese in disparte e tirò fuori un phaser tutto strano. Era di un bel rosso scuro, leggermente cangiante, con dei fregi dorati a forma di saetta stilizzata e, invece delle solite due rotelline di regolazione, disponeva di una tastierina integrata e di un display a colori sulla faccia superiore. Cercava di convincermi che un comandante di una nave stellare dovrebbe pretendere sempre il meglio e non utilizzare lo stesso banalissimo phaser in dotazione all’equipaggio di grado inferiore. Obiettai che la flotta utilizza le migliori attrezzature disponibili. Il furbastro non mi lasciò finire il concetto e, sfoderando un sorriso sottile di chi la sa lunga, si espresse in commenti poco lusinghieri verso i burocrati della Federazione che sanno solamente farsi fregare dalle grandi compagnie, tanto, son mica soldi loro…
Detto ciò, mi mise in mano quell’arma (sicuramente imbarcata illegalmente, ma in quel frangente non ci pensai) e mi convinse a provarla. Nel momento stesso che la impugnai egli mi sussurrò all’orecchio il prezzo: accidenti, era basso davvero!
Non avendo sottomano un alieno da stordire o da incenerire, colsi l’occasione per lanciare l’idea di un momento di svago e di rottura del solito trantran, proponendo un bel torneo di tirassegno. Con del materiale da imballaggio venne costruita alla bell’e meglio una sagoma di cartone rappresentante un romulano (anche se la faccia ricordava curiosamente quella di Spock). Dietro a essa vennero appiccicati dei ricettori sensibili al raggio del phaser. Punteggi: cervello 100 punti, torace 50 punti, gambe o braccia 25 punti, più un bonus di 15 punti per l’estrazione veloce.
Come primo tentativo, sul menù delle opzioni impostai la funzione storditore a potenza minima e quindi premetti il pulsante: il risultato fu che rimasi con tutte le dita del piede destro stordite e insensibili per una settimana. Allora riprovai aumentando la potenza. Fenomenale: feci scattare contemporaneamente tutti i sei sensori della sagoma; bersaglio colpito in pieno. Un vero peccato che fossero rimasti leggermente storditi anche quelli che si trovavano attorno a me in quel momento. Tra le maledizioni generali, stavo smanettando sulla pulsantiera cercando un modo per restringere il fascio stordente quando un’iconcina rossa sul display mi avvertì che il livello di carica del phaser era in esaurimento. Non celando un certo disappunto, mi volsi con fare interrogativo verso il Signor Sulu il quale non parve sorpreso della scarsissima autonomia. Il phaser, a suo dire, consumava pochissimo, meno di quelli standard; energivore erano invece le funzioni avanzate, il display, i settaggi, la memorizzazione degli stessi. In pratica era colpa mia che, da inesperto, mi ero dilettato troppo tra i menù per la regolazione dell’arma. Col tempo avrei preso pratica con le funzioni estese e, con delle opportune scorciatoie software, sarei passato rapidamente da una funzione all’altra. Ad ogni buon conto il suo phaser possedeva un’altra caratteristica peculiare, ovvero la capacità di ricaricarlo in soli due minuti mediante l’apposito alimentatore in dotazione,  regolandolo sulla modalità IFC (iper fast charge). Seguii le sue istruzioni e in tutta onestà devo ammettere che dopo due minuti esatti l’iconcina rossa divenne verde.
Gli sguardi minacciosi del mio equipaggio mi sconsigliarono di utilizzare nuovamente la funzione storditore, perciò regolai l’arma su colpo singolo leggero e, come si usava dire un tempo, feci fuoco. Il raggio, finalmente stretto, colpì la sagoma, la forò, trapassò anche il sensore, raggiunse la parete del ponte di comando e la attraversò impunemente, arrivò quindi sullo scafo esterno e lo perforò. Quello che non erano riusciti a fare le agguerritissime astronavi aliene era stato compiuto da quel giocattolo da quattro soldi. Spero vivamente che nel suo inarrestabile viaggio attraverso la galassia questo “raggio della morte” non abbia ucciso nessuno, o almeno nessuno che conosco.
Nel panico che ne seguì, tra gli allarmi che allarmavano, i fogli che fluttuavano, le cariche che si scaricavano, le luci che luccicavano, chi non perse la calma fu incredibilmente Scotty. Con la sua solita andatura incerta si avvicinò alla falla, la osservò con calma, soppesò le implicazioni tecnologiche del grave problema, si mise una mano in tasca e ne estrasse un tappo di sughero che conficcò con un deciso colpo della mano nel foro prodotto dal phaser. Perfetto. In un attimo tutto tornò alla normalità, gli allarmi si acquietarono, le lucine lampeggianti smisero di lampeggiare, e cadde di colpo quell’impetuosa corrente d’aria che è il terrore di tutti gli astronauti.
Non ho idea da dove Scotty abbia recuperato quel provvidenziale tappo di sughero, anche se un sospetto ce l’avrei. Si sa che i turni in sala macchine possono essere tediosi e alienanti, e che gli addetti cercano di combattere la noia come possono. C’è chi si diverte a sabotare leggermente qualche apparecchiatura per poterla poi riparare e fare così bella figura col comandante; c’è chi organizza le riffe scommettendo su quando o su cosa si guasterà la prossima volta; c’è chi si veste in maniera bizzarra e antiquata fingendo di essere il motorista di qualche grossa nave terreste inevitabilmente destinata al naufragio nell’oceano a causa di un pezzo di ghiaccio (non è molto incoraggiante per il morale dell’equipaggio); e c’è anche chi, in silenzio, senza disturbare nessuno, annega le sue fobie con sostante più o meno lecite. Devo dire che ogni volta che mi trovo faccia a faccia con Scotty non posso fare a meno di avvertire un gradevole aroma di buon vecchio whiskey scozzese, ma lui insiste a dire che è il profumo del suo dopobarba…
Tornando al Signor Sulu, solamente la mia proverbiale bonomia e lo spirito cameratesco degli ufficiali presenti, i quali si accordarono per  far passare il tutto come “incidente tecnico”, lo salvarono dalla corte marziale. Comunque gli ordinai di far sparire immediatamente e quindi distruggere quella minaccia mortale, e mi feci promettere che avrebbe smesso di trafficare per la nave con i suoi aggeggi. Suppongo che abbia imparato la lezione, anche se alcune voci di corridoio raccontano che abbia trovato, tra le carte di certi suoi antenati che avevano lavorato per una ditta chiamata… Contendo… Intendo… Nontendo.. una roba simile, dei disegni di alcune apparecchiature che potrebbero benissimo essere implementate per un innovativo sistema di guida della nave. Mi sa che dovrò tenerlo d’occhio.
Veniamo ora al caso più penoso.
Tra di noi c’è un pallone gonfiato.
Voi facilmente mi ribatterete che quelli che vanno in televisione son tutti dei palloni gonfiati e, in parte, non mi sento di darvi torto. Qualche felice passaggio sul piccolo schermo e qualche spot pubblicitario come testimonial possono facilmente far perdere la testa a una persona mediocre.
Il guaio è che il nostro pallone gonfiato perde.
Capita che, mentre siamo tutti lì, compresi nella rotta da seguire e attenti a non commettere errori catastrofici, senza preavviso di sorta si diffonda in sala comando un disgustoso tanfo di fogna. Nessuno ovviamente batte ciglio, sia per darsi un contegno e sia per non dare adito a sospetti, e si fa finta di nulla, come se si fosse tutti immersi a bagno nell’Acqua di Colonia. Al sistema di depurazione dell’Enterprise ci vogliono alcuni minuti per il ricambio dell’aria e, vi posso assicurare, sono minuti lunghissimi. Tremo all’idea che l’impianto di purificazione dell’aria, di fronte a un tale sovraccarico di lavoro impazzisca e, come il computer descritto in un famoso testo di tre secoli fa, decida autonomamente di smettere di collaborare e, anzi, cominci a remare contro (mi piace usare questa terminologia marinaresca e desueta).
Primo o poi lo beccherò questo Eolo graveolente, e quando accadrà lo obbligherò, primo, a presentarsi immediatamente in infermeria, secondo, a cambiare dieta. Persistendo il problema non mi resterà altra soluzione che rivolgermi a Scotty per uno dei suoi provvidenziali tappi.
Per non sembrare una suocera preferisco sorvolare sui difettucci più o meno palesi degli altri membri dell’equipaggio, ma se uno di loro mi fa saltare la mosca al naso non avrò remore a tirarli in ballo in prima serata.
Non pensate però che abbia finito di lamentarmi.
Veniamo al capitolo abbigliamento.
Non sono vanitoso, non più della media, né aspiro a sfoggiare orpelli e galloni. Mi dà però un certo fastidio dovermi presentare sempre con questa striminzita divisa al cospetto di persone vestite con ricercatezza, a volte pure eccessiva. Queste fanno sfoggio di ampi mantelli, tessuti damascati, cappelli e cappucci di tutte le forme, maniche a sbuffo e pantaloni alla zuava, insomma, chi più ne ha più ne metta. Io invece mi presento con questa specie di triste pigiama dai colori autunnali, smorti, noiosi, mai qualcosa di diverso, più vivace, più glamour.
Sono anni che indosso sempre questi stracci, e quando dico questi intendo proprio questi che ho addosso ora. Tutta colpa del kelvinailon ® , un materiale ad alto isolamento termico, massima permeabilità alla traspirazione, estrema resistenza all’usura e, ciliegina sulla torta, pure antimacchia; in grado di autoregolarsi termicamente, garantisce al corpo (cioè a me) sempre una temperatura ottimale. E’ in pratica una seconda pelle, anzi forse anche di più visto che, per risparmiare tempo, usualmente si va sotto la doccia sonica completamente vestiti, così ci si lava e si pulisce la divisa allo stesso tempo. Sono anni che non me la levo e sono abbastanza sicuro che ormai la divisa sia in grado di stare in piedi da sola anche senza di me.
Lo so è comoda, pratica, confortevole, essenziale, ma dove lo volete mettere il piacere di sudare infagottati in un maglione pelosissimo, oppure quello di percepire la fresca carezza di una morbida veste di lino?
Tra l’altro, non è che il taglio sia dei migliori. Per quanto elastica, stringe abbastanza al cavallo, e dato che… non per dire, io… ehm… là sotto… ci siamo capiti… mi difendo bene, questa costrizione tessile mi crea più di qualche fastidio.
La situazione diviene insopportabile quando ho a che fare con la mia attendente. Allora, per evitare incresciosi incidenti, la produzione mi impone di girarmi di spalle, oppure di sedermi immediatamente accavallando le gambe. E’ un vero tormento, credetemi.
Scusate un attimo, penso che mi stiano chiamando.
– Ahi! Sì?… Certo…arrivo subito… grazie dottore… ahi! –
Quella che avete appena sentito è la classica comunicazione attraverso il Commbadge della Enterprise e il mio microfono personale, questo simpatico aggeggino che sta sulla tuta. Se un giorno becco chi l’ha progettato gli faccio un tatuaggio che va dai calcagni alla nuca.
Finché la divisa era nuova andava tutto bene; emetteva un cicalino udibile solo dal destinatario e vibrava ritmicamente. Per primo è partito il cicalino, e io sono stato ancora fortunato. Altri comunicatori personali emettono talvolta dei fischi laceranti ad altissima frequenza; se non si è più che rapidi a rispondere (con il solito colpetto della mano) si rischia farsi trapanare i timpani, definitivamente.
Poi se ne è andata anche la vibrazione, e pazienza. Il guaio è che l’energia elettrica necessaria a far squittire e fremere ‘sto coso si trova, come dire, disoccupata, e cerca lo scopo della sua esistenza. E quale soluzione migliore di quella fornita dalla conducibilità elettrica del corpo umano? Ogniqualvolta vengo chiamato attraverso il Commbadge, un  fastidiosissima scarica elettrica mi attraversa dal torace ai piedi. E’ probabile che, alla lunga, questa specie di tortura, anche se non mortale, mi procuri dei danni alla salute. Al momento, a causa di quelle scariche, mi si è formato sul pettorale sinistro un simpatico tatuaggio che riproduce fedelmente il profilo del mio comunicatore personale. Adesso avete capito che se becco quello che l’ha inventato…
Ora devo proprio andare, però non senza prima avervi chiesto un favore.
Se qualcuno di voi disperati ha qualche aggancio col mondo della televisione, lo supplicherei di mettersi in contatto con gli sceneggiatori della serie, in quanto avrei urgente bisogno di un paio di righe di plot.
Dalla mia posizione mi è impossibile sapere se godete del piacere di una naturale “regolarità” e né ci tengo a conoscerne i dettagli, però sarete d’accordo con me che una soddisfacente seduta mattutina è quanto di meglio per affrontare la giornata con leggerezza e disinvoltura. Sono anni ormai che non mi è consentito ottemperare agli ordini che ogni umano intestino impartisce al suo proprietario. E’ ovvio pertanto che io non abbia mai appetito, e che talvolta sia di umore instabile e collerico: vorrei vedere voi al mio posto. Perciò, vi prego, in questo cesso di nave, procuratemi un cesso.
Pace e prosperità a tutti.

Detto ciò, il Comandante Kirk della nave stellare Enterprise inforcò la porta scorrevole alle sue spalle e, svisssc, svisssssc, riapparve in sala comando per affrontare con successo (e occorre dirlo?) la nuova minaccia romulana.
Altro non ricordo in quanto entrambe le palpebre superiori, d’un tratto e senza la mia approvazione, mollarono la presa e si schiantarono di sotto. Quando ripresi conoscenza lo schermo televisivo non era più una finestra sullo spazio profondo; mi ero evidentemente addormentato. Sì, ma quando?
Tic, col telecomando spensi il televisore; cloc, mediante l’apposito interruttore tolsi pure l’alimentazione elettrica (ricordatevi di farlo sempre anche voi); clic, buio in cantina; creek, creeek, risalii la scala; bonf, mi buttai sul letto così come stavo. – Diavolo – pensai prima di sprofondare nuovamente tra le braccia di Morfeo – forse è meglio che non lavori al computer fino a così tardi.
Buio.
A tutt’oggi non so definire ciò che ho visto e sentito quella notte. E’ stata un’allucinazione dovuta allo stress, una specie di straniamento indotto da una prolungata immersione in un mondo di byte? Mi sono semplicemente addormentato e ho sognato una trama illusoria mutuata dai rumori e dalle voci che il televisore trasmetteva realmente? Si è verificato un accidente elettronico e metafisico per cui ciò che dovrebbe essere irreale si è dimostrato palesemente autocosciente? Dietro a quella superficie di pixel esistono uno o più universi tangenti dei quali vediamo solo ciò che ci va di vedere?
Non lo so. Però ho deciso di mangiare leggero alla sera e di non tirare mattino su un computer.
Fine.
Do un’occhiata di sfuggita all’orologio sul comodino alle mie spalle.
Accidenti, per finire questo post ho perso il senso del tempo: ora son quasi le quattro del mattino. Come al solito una parola tira l’altra, e va a finire che scrivo i miei testi a notte fonda; del resto, il silenzio e il fresco sono complici ideali.
Torno a voltarmi; l’abat-jour mi sta guardando in maniera strana; sembra proprio che voglia dirmi qualcosa. Stiamo a sentire…

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18 Risposte to “Dalle stelle alle stalle”

  1. Evaporata Says:

    E dire che avevi il cioccolato che è un buon anti-smarrimento-mentale.
    Comunque mi piacerebbe sapere che cosa dice l’abatjour. :-))

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    • Stelio Says:

      Be’ era un attimo imbarazzato e non sapeva se poteva permettersi di rivolgermi la parola.
      Dato che mi ritengo abbastanza democratico, l’ho pregato di esprimersi liberamente; era il minimo che potessi fare per chi mi aveva così fedelmente servito per tanti anni, in silenzio e senz’altra pretesa che una spolverata ogni tanto.
      E’ un abat-jour abbastanza carino, col fusto di ottone massiccio e il mantello di tessuto colore écru rallegrato da due galloni in stile tirolese. Sta con noi da tantissimi anni e ha sempre compiuto il suo dovere con la discrezione che ne consegue dalla sua allocazione, ovvero la camera da letto.
      Dopo qualche secondo di penoso silenzio finalmente si decise a tirar fuori il groppo che lo angustiava e che, come spesso capita, era un problema di coppia.
      In buona sostanza si lamentava della sua ultima lampadina; diceva che non gli piace, che le lampadine non sono più quelle di una volta, che se va avanti così dove andremo a finire, eccetera.
      Gli chiesi di spiegarsi meglio, di farmi capire i motivi di tanta avversione e disgusto; in fondo lampadari e lampadine sono sempre andati d’amore e d’accordo.
      – Balle! – mi rispose bruscamente, lasciandomi interdetto, e proseguì senza darmi il tempo di replicare.
      – Da sempre le lampadine pretendono di essere considerate il componente più importante dell’illuminazione, relegando noi lampadari a un mero compito protettivo e decorativo. Affermano che senza la loro indefesso lavoro noi saremmo perfettamente inutili, quasi d’intralcio. –
      Beh, da questo punto di vista, è la lampadina che fa luce, non mi sembra che abbiano poi torto… – azzardai.
      – Ah sì? Provate a togliere i lampadari e a utilizzare le lampadine così come sono, nude. Vediamo se vi piacerà ancora la loro luce puntiforme. E’ il lampadario che prende questa energia grezza, la elabora, la affina e la diffonde in modo che sia il più gradevole possibile. –
      – Anche questo è vero. –
      – E poi, diciamocela tutta, le lampadine passano, il lampadario resta, e se è fatto bene, con classe, fa la sua bella figura anche da spento. –
      – Ok, non intendo prendere posizione. Questi son fatti vostri quindi, vedetevela tra di voi. Piuttosto cosa c’è che non va nella tua lampadina? –
      Si spiegò che la trovava fredda, non bella, bizzarra, non si accendeva subito e ci voleva un po’ prima che spandesse la sua luce al massimo del suo fulgore.
      La lampadine di una volta in un attimo erano calde, radiose, tutta un’altra musica. E soprattutto duravano poco, un ultimo guizzo più luminoso, il canto del cigno, e se ne andavano, così a lui arrivava una nuova lampadina giovane e ardente. Quest’ultima era già due anni con lui e se ne era stufato da tempo.
      Replicai cercando di convincerlo che i tempi erano cambiati, che anche le lampadine avevano diritto a una vita lunga e in salute. Un tempo era ritenuta cosa normale che una lampadina si sacrificasse sull’altare della massima luminosità, per accontentare il paralume e, di conseguenza, il suo proprietario. Le lampadine “ardevano” d’amore per la loro missione, e del loro calore ne godeva il lampadario. Ora invece loro sono diventate parsimoniose, più rispettose verso loro stesse e, incidentalmente, più fredde, meno propense al martirio, ma non per questo meno luminose. Se ne facesse una ragione.
      Mi spiegò inoltre che il suo orgoglio maschile era ferito dal fatto che la suddetta lampadina non era propriamente “di primo pelo”, avendo perso la sua verginità con il ricco paralume della sala da pranzo.
      Spiegazione: dopo qualche anno di convivenza felice la lampadina aveva perso il suo smalto iniziale, era stanca e non così brillante, perciò di buon grado aveva accettato l’unione con un più modesto abat-jour, con la prospettiva di una vita più tranquilla, ritirata, meno competitiva.
      Il fatto di dover convivere con una lampadina ripudiata da altri era considerato dal paralume un affronto al suo onore.
      A questo punto saltai su e lo accusai di essere un’ottuso maschilista, un ridicolo paralume ancorato a disvalori fortunatamente superati, un ingrato in quanto non lo avevo mai lasciato “single” e opaco, e, anatema finale, lo minacciai che se non gli andava bene la sua lampadina l’avrei sostituita con dei LED, che adesso vanno tanto di moda sì, però sono maschi.
      – Voglio proprio vedere come te la caverai con i Village People! – Ghignai.
      Sentita questa minaccia, l’abat-jour calò le arie, mi fissò smarrito e, alla fine, mormorò delle parole di scusa, pregandomi di dimenticare quanto aveva appena detto e di considerarlo come una pazzia momentanea che non si ripeterà più.
      Non ebbi cuore di infierire oltre e lo congedai (spegnendolo) non senza prima averlo rassicurato sulla mia predilezione nei suoi confronti, e averlo pregato di dimostrasi in futuro più aperto e disponibile verso la sua lampadina.
      Sarà una mia impressione, ma ieri ho notato che la luce proveniente dall’abat-jour è un po’ più brillante, calda, allegra, come se il materiale fosse diventato più diafano e radioso. Mah…

      🙂

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  2. paperfriend Says:

    Stelio…credo sia ora che tu vada un pò in ferie… 🙂

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  3. Manola Says:

    1) In casa ho tutte ciabatte con pulsante che interrompe corrente niente lucette accese solo frigo,spero di dare una mano così all’Enel che non dovrà aprire centrali atomiche e in casa meno inquinamento ….. 😉
    2) Solo uno che ha la TV in cantina poteva vedere ancora Star Trek e non addormentarsi subito 🙄
    3) Ma anche a te piace la cioccolata ❓ non lo avrei mai pensato…. 😉
    4) Se l’abat -juor ci guarda strano è perchè è veramente tardi e si scoccia illuminare fuori orario 😛
    5) Ma te lo devo dire oltre che sconvolgermi con il racconto di vita smodata notturna mi piacciano pure i tuoi commenti che sono sempre molto esaustivi e originali.
    6) Buone ferie 🙂
    Bye bye

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    • Stelio Says:

      1) Anch’io ho le ciabatte e sono utilissime per interrompere la corrente, lanciandole con sufficiente forza e precisione.
      2) Non sono sicurissimo di essermi addormentato in cantina; forse non ero neanche in cantina, e chi lo sa…
      3) Cioccolato rigorosamente fondente con almeno il 70% di cacao e senza lecitina di soia (no Lindt)
      4) Più che illuminare uno fuori orario, si scoccia di illuminare uno fuori di testa.
      5) Beh, smodata… non è che passi le notti in discoteca o in cerca di movida. Studiare al PC non è che sia roba da viveur.
      6) Grazie, farò del mio meglio.
      Bye 🙂

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  4. limucci Says:

    intanto ne ho letto un po’ (va diviso a puntate!), poi dopo pranzo lo finisco e rispondo. 😉

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  5. limucci Says:

    Eccomi qua.
    Volevo dirti che non avevo mai guardato Star Trek, fino a qualche mese fa: mi sono incuriosita, e a corto di stimoli, ho voluto vedere cosa mi ero persa: mi ci sono incantata! Avevo trovato tutti i film in streaming, ma quando sono tornata a controllare erano spariti! Eh sì, perché vedi, mi sono sempre piaciute le favole. Non si deve andare a vedere se veramente si può infilare una scarpetta di vetro o se gli elefanti parlano, e quindi anche se i timoni non servono nel vuoto cosmico. Quindi, preferisco non rovinarmi un mito appena acquisito 😉 . Poi ti chiedo un’altra cosa, ora devo rispondere a un amico su skype. Bye bye!

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    • Stelio Says:

      Fai con calma, Tanto io sono su un treno che va da London a Birmingham e la connessione wifi è wuella che è.
      Comunque mi riservo di risponderti con calma . ASnche a me piace lafantascienza e solo per questo motivo che mi sono permesso di prendere in giro un mito.
      Bye 😀

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  6. limucci Says:

    Ecco perché non ti vedevo più su skype! Che ci fai così lontano? Torna presto che ci manchi tanto! 😉

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