Atlante

se sbaglio mi rettificherete

Cosa sanno gli spettatori di Porta a Porta del comma ammazza-blog.

e la verità vi farà liberi (Giovanni 8:32)

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Arieccoli.

Mi scoccia assai cominciare un post con degli epiteti; è volgare, improduttivo, primitivo, ma quando scappa scappa: facce di bronzo, dissoluti, lavativi, perversi, ingordi, voltagabbana, guasti, indecenti, maldestri, arroganti, imboscati, scostumati, venduti, ammuffiti, incivili, collusi, zeri, cacciapalle, fallimentari, ipocriti, spudorati, accidiosi.

Dato che la feccia (com’è suo costume) tende sempre a venire a galla, e di feccia ce n’è più di quanto si pensasse, han pensato bene di metterci un coperchio sopra per evitare che alcun la veda. Questo elementare stratagemma ha un nome solo: censura.

L’esecutivo (nel senso che esegue gli ordini di papi) ha tutta l’intenzione di porre in Parlamento la questione di fiducia sul disegno di legge che ha per scopo l’inserimento di pesanti norme anti-intercettazioni, soprattutto se queste riguardano Lor Signori e il loro entourage (legale o illegale).

Siccome l’appetito vien mangiando, già che c’erano hanno imbastito un bel bavaglio in grado di mettere la sordina a tutta l’informazione, quella ufficiale fatta di carta e onde radiotelevisive, e quella informale e parallela veicolata da Internet, in pratica i blog, tutti, anche quelli “amatoriali”.

Ecco che l’incauto gestore di un modesto blog, malamente beccato a criticare l’operato o l’assunto di un pesce più grande di lui, verrà costretto ritrattare, come Galileo dinnanzi all’Inquisizione, a sconfessare le sue stesse parole, a pubblicare una smentita circostanziata, un anacronistico autodafé da celebrare entro 48 ore dalla richiesta di rettifica, e senza nessuna possibilità di chiarire, ribattere, contestare, dimostrare, anche se le prove sono evidenti o già acclarate. In caso di inadempienza, sul capo del tapino si abbatterà una sanzione di 12.000 (dodicimila) Euro, per molti un anno di paga, per altri un miraggio. E poco importa se per uno qualsiasi degli accidenti più vari (malattia, viaggio, incidente, guasto hardware, abbandono della piattaforma, ecc.) il blogger è impossibilitato alla rettifica: le 48 ore sono draconiane, anche se la richiesta di rettifica è pervenuta mesi dopo la pubblicazione del post (sarà interessante conoscere gli eventuali termini di prescrizione).

Qualora foste interessati a saperne qualcosa di più vi invito a seguire (finché dura) il Blog guidoscorza.it e il sito di Punto Informatico, oltre a tutte le altre voci in rete che si leveranno in difesa della libertà di opinione.

C’è speranza di fermare questo osceno progetto liberticida? Non saprei.

I mezzibusti catodici e gli imbrattacarte della stampa “ufficiale” baderanno al loro orticello e non si stracceranno le vesti per i blogger, da sempre mal sopportati, percepiti come concorrenti sleali e anarcoidi.

Se verrà posta la questione di fiducia, è pacifico che i “foraggiatissimi” di papi la voteranno compatti, offrendo l’ennesima riprova del loro servilismo e del loro attaccamento allo scranno, intonando gli alleluja per lo scampato pericolo (di essere nuovamente beccati con le mani nel sacco).

Se dal PDL e banda non possiamo attenderci che questo, il PDmenoL offrirà il solito indecoroso spettacolo di balbettii e imbarazzi, dato che anche da quelle parti una leggina del genere farebbe comodo a più di qualcuno.

Dal PDR (PresidenteDellaRepubblica) non c’è molto da sperare; c’ha i suoi anni, che pretendete ancora da lui? Una mattina arrivano con una pila di carte e gli dicono che c’è da firmare una legge che censura i blog.

– Ah sì, Borg, firmo subito, quel tennista capellone mi è sempre stato antipatico, lo censuro subito anch’io! –

– Ma veramente… Signor Presidente, non sarebbe lui… –

– Ah già, ora ricordo, Blob, quel tremendo film, con quella robaccia nera che usciva da tutte le parti, non mi piacque nemmeno allora, mi presi paura, cresceva, sporcava, inquinava, censurare, censurare! –

– Ehm, no.. si tratta di altro… –

– Scusate, solo ora ho compreso che si tratta di una commendevole iniziativa contro l’alcolismo. Sì, da giovane assaggiai una volta un grog, quella bevanda di acqua e Rum, forte, troppo forte, merita senz’altro di essere censurata. –

– No, no… ci duole informarla che stiamo parlando di blog…-

– Gog? Magog? Ong? Herzog? Bebop? Aug? –

– Lasciamo perdere… firmi qui… ecco… grazie.-

Non so se vi rendete conto dell’eccezionalità dell’evento. Vivremo l’indimenticabile esperienza di un comunista che avalla una censura di stampo fascista. Wow!

Se non erro, al nostro benamato Presidente della Repubblica sta molto a cuore la coesione nazionale. E’ giusto e auspicabile (anche se mi trovo in difficoltà a collaborare con chi, fino al giorno prima, mi ha dato del coglione, del senza cervello, del poveretto, dell’infermo mentale, dello sporco che non si lava mai). Ebbene, si tranquillizzi Signor Presidente: una bella mano di censura a sopire le opinioni distoniche fa miracoli per ottenere un paese coeso che parla con un’unica voce.

Così vi capiterà, dopo aver ipotizzato sul vostro blog che il nuovo limite di velocità di 30km/h, regolarmente segnalato da un cartello posto dietro a un rigoglioso tiglio, all’imbocco di un lungo rettifilo di una strada a quattro corsie distante anni luce dal primo manufatto edificato dall’homo sapiens, e quotidianamente presidiato da una coppia di vigli urbani debitamente attrezzati di autovelox telelaser a effetto Doppler ed epa prominente a effetto anguria, serva unicamente al Comune per far cassa, e che invece di taglieggiare gli utenti sarebbe meglio che si dessero una regolata andassero una buona volta a tagliare gli sprechi dei soliti che mangiano troppo, dicevo, vi capiterà di ricevere un’ offesissima comunicazione (email) nella quale si esige la riparazione del grave torto commesso nei riguardi di quella solerte amministrazione. E allora vi toccherà pubblicare sul (non più) vostro blog un bel post che recita l’esatto contrario del precedente, che il Signor Sindaco è un santo, che vi vergognate di aver solo immaginato un tale comportamento da parte di una sì cristallina personalità, e che, non possedendo un’autovettura, ne acquisterete subito una per poter dimostrare, uscendo di strada alla vertiginosa velocità di 40km/h, che il limite imposto è ben motivato. Se non bastasse, dovrete altresì diradare ogni dubbio sul fatto che, riferendosi a eccessivi mangiatori, intendevate fare dell’ironia sulla silhouette dei vigili comunali, che anzi definirete come persone di taglia robusta, cortesi e simpatiche.

Mettiamo il caso che, dopo un mediocre spuntino in una trattoria fuori porta, vi ritroviate in mano un conto degno del Harry’s Bar di Venezia, e che magari, giunti alla vostra magione, passiate la nottata seduti sul water, incerti se chiamare o no il 118. Guardatevi bene dallo sconsigliare quel locale agli amici in rete. La piccata richiesta del gestore vi obbligherà a decantare le lodi di quel posto magnifico, un vero scandalo che non sia citato nella Guida Michelin, ammettendo che i prezzi sono adeguati all’altissima qualità del servizio, insistendo sul fatto che il menù offre una varietà di piatti salubri e succulenti. Se scrivendo quelle righe vi toccasse di versare qualche lacrima, rallegratevi pensando che state procacciando altre vittime per quella bettola degna dei Borgia, e che mal comune è mezzo gaudio…

E lo stesso potrebbe capitare a tutti quei siti che pubblicano le opinioni degli esperti e dei comuni utenti sulle apparecchiature più varie. Una velata critica intorno a una funzionalità incomprensibile o non perfettamente riuscita comportebbe il reato di lesa maestà del potente produttore. Il suo esercito di avvocati ingiungerà al sito la correzione della relativa opinione (tecnica, non filosofica) rimodulandola sull’onda di un’approvazione senza riserve del prodotto, anche se è un bidone acchiappacitrulli. Così tutte quelle utilissime pagine web che sarebbero state d’aiuto e di conforto agli utenti non in possesso di una laurea in elettronica applicata (l’ho buttata là) si muteranno in altrettante pagine pubblicitarie del “tutto va ben, Madama la Marchesa”.

Parlar male della deprecabile schiera che ha progettato questo marchingegno censorio sarà un’attività rischiosissima, da carbonari. Solamente qualche paperone, per sfizio o per provare il brivido del proibito, potrà permettersi di buttare via quattro soldi (per lui) permettendosi di deridere o criticare la cosiddetta “casta”, con la quale in realtà è pappa e ciccia, e dove mantiene i suoi servi più fedeli.

Noi, persone comuni che generalmente non ci liberiamo a cuor leggero di 12.000 Euro, dovremo abbozzare, chinare la testa e masticare amaro, sperando sempre che un meteorite non avvistato dalla NASA abbia a cadere nel posto giusto al momento giusto.

Allora, se questo futuro non vi appare desiderabile, drizzate le antenne e partecipate a tutte le iniziative di protesta o di pressione per evitare che tale abominio si compia. Altrimenti è probabile che la rete in Italia si limiti a “far girare la patonza”, e che a quei poveri illusi che amano esprimere la propria opinione, giusta o sbagliata che sia, non resti altra scelta che espatriare (prima con il blog e poi magari anche con la valigia appresso).

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NON SI TROMBA

I conti non tornano (in treno)

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Si fa presto a dire luce. Fiat Lux! Ma poi è necessario distinguere, graduare, apprezzare. Ci siamo talmente immersi dentro che facciamo fatica a vederla, la luce, però ne subiamo gli effetti.

L’alba, se il cielo è sereno, è come una dose di adrenalina, ti mette in moto anche se non lo vorresti (per questo motivo i pigri evitano di svegliarsi all’alba, li rovinerebbe). La luce pallida di una giornata uggiosa è in grado di smontare le velleità anche di un probo stacanovista. La luce anodina di un acquario è una specie di massaggio psichico. La luce lunare è in grado di illuminare ciò che di giorno resta celato ai nostri occhi abbagliati. E così è per il tramonto, quando finalmente si può guardare in faccia la luce, solo un attimo prima di perderla, che scopre il nostro bisogno di fermarsi a riflettere, tirare un sospiro, tornare umani.

Era proprio quello che stavo facendo, poco prima di cena, quando alcune minuscole scalfitture nella volta attirarono la mia attenzione. Ne contai cinque, bianche, parevano dei graffi provocati da un singolo artiglio, e andavano nelle direzioni più diverse. Poi mi resi conto della loro natura: scie.

Non abitando dei paraggi di una stazione aeroportuale, trovai perlomeno strano che in quel momento ben cinque aeromobili stessero sfrecciando sopra la mia testa. Il tramonto fece il resto, istigandomi alla considerazione di quel fatto. Riflettendoci sopra (o sotto, vista la mia posizione) giunsi che alla conclusione che, purtroppo, ciò non era anomalo, tutt’altro.

La prima volta che andai a Londra fu trentacinque anni fa, in treno, il mitico Direct Orient proveniente da Beograd, destinazione Calais, e poi il traghetto e un trenino che pareva uscito da un film di decenni prima, fino a Victoria Station; in tutto 36 ore di viaggio, un giorno e mezzo di scuotimenti, gente strana, scompartimenti afosi, panini freddi. Però riuscii a dormire. Poco prima del Sempione mi arrampicai sul vano portabagagli sopra il corridoio e passai impunemente il confine svizzero e quello francese nelle vesti di un grosso zaino addormentato.

L’anno seguente, per evitare quella sfacchinata a chi mi accompagnava (e m’accompagna tutt’oggi), optai per l’aereo, un volo charter ovviamente. Era un TriStar della British Airways da Malpensa a Heathrow. All’epoca Malpensa era una pista di cemento in mezzo alle erbacce, un pugno di vecchi aeroplani dismessi dalle compagnie di bandiera, il tutto a ridosso di un parallelepipedo di cemento in una località raggiungibile con un autobus asfittico, ben altra cosa di ciò che mi stava attendendo in Albione.

Il volo mi costò all’incirca 100.000 lire, grossomodo il triplo di quanto avevo speso l’anno precedente, un sacrificio controbilanciato però dal risparmio di tempo. Devo confessare che, pur stando pigiato su una poltroncina più stretta di quella di un autobus urbano, nonostante i modi sbrigativi e assai poco cortesi della hostess inglese (che non capivo, che non mi capiva, che comunque non capirei neppure oggi), e benché si trattasse, più che di un volo, di un salto della durata un’oretta e mezza, mi sentivo un signore. Io stavo andando a Londra, in aereo, wow!

Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora; ormai volare (mediante aeromobile ovviamente) ha smesso di apparirmi come un’esperienza affascinante e desiderabile. Gli aeroporti, grandi e piccoli, belli e brutti, con la loro popolazione effimera, le complicazioni assurde, le attese frettolose, ebbrezza e angoscia spalmate uniformemente, mi attirano quanto l’atrio di un condominio degli anni ’60.

Sono cambiato io? Ovviamente.

E’ cambiato qualcos’altro? Anche.

In trent’anni il rapporto costi-benefici (apparenti) si è capovolto, a discapito del treno e a favore dell’aereo. La stessa tratta che quasi ancora imberbe percorsi con tanta emozione all’epoca, volando mi costa oggi poche decine di Euro, invece delle centinaia necessarie per il biglietto ferroviario. E anche se il treno, grazie al progresso tecnologico, ormai impiega solamente sedici ore per arrivare a Londra, più che dimezzando quindi il tempo di percorrenza di una volta, mai più riuscirà a essere rapido e diretto come l’aeroplano, senza tener conto dell’appeal dal quale tutto ciò che a che fare con il volo è circonfuso.

L’aggressiva politica delle compagnie Low-Cost ha fatto precipitare i prezzi (fortunatamente solo quelli), ingaggiando una battaglia all’ultimo sangue con le compagnie di bandiera. Qualcuna di queste è defunta, qualcun’altra è scesa a patti, altre ancora si nascondono dietro anacronistiche barriere protezionistiche dal destino ineluttabilmente segnato.

Comunque mi sfugge come sia possibile far sollevare da terra una cinquantina di tonnellate di metallo, lanciarle quasi alla velocità del suono, bruciare sei tonnellate di kerosene, evitare di sfracellarsi all’arrivo, e farmi pagare solamente il prezzo di una pizza e una birra (piccola). I conti non tornano, i miei intendo; i loro evidentemente tornano benissimo. E’ chiaro come il sole che con questa tariffe è molto più facile spostarsi. Attenzione, ho detto spostarsi, non viaggiare: son due cose diverse. La gente entra in un box di acciaio e vetro, sale su un aeroplano, passa qualche ora contemplando una rivista patinata della compagnia, scende e si ritrova in un altro box di acciaio e vetro: è arrivata. Un tragitto in ascensore rischia di essere più rimarchevole.

Il “viaggio” ha necessità di confrontarsi con lo spazio e con il tempo. Togliere uno di questi due fattori (o entrambi) lo svuota di ogni sostanza, trasformando un’esperienza terrena in un gioco di prestigio meraviglioso ma incomprensibile. E magari è proprio questa magia a buon mercato che attira frotte di passeggeri, la possibilità di avere “tutto e subito” (o almeno prima), di cambiare l’orizzonte senza cambiare sé stessi nemmeno un po’, di scoprire il colpevole senza dover leggere tutto il libro; non è un viaggio, è un privilegio, quello stesso di cui godevano i nobili del Ancien Régime quando attraversavano l’Europa affamata, ben rintanati nelle loro lussuose carrozze.

Ma veramente mi spetta questo privilegio? Non posseggo particolari qualità, sono solamente un tecnico, e neppure dei migliori. Non vengo richiesto con urgenza al capezzale di qualcuno, oppure sulla scena di un disastro. La mia presenza al mondo è ininfluente, se non per i danni che provoco. Di beni e ricchezze neanche a parlarne: è lo stipendio che mi salva dalla miseria. Eppure in aeroplano ci sono andato, anche recentemente, e senza troppi rimorsi.

Quanto amo invece spostarmi in treno, annegare gli occhi nel paesaggio che mi scorre accanto, provando o immaginando sensazioni, scrutando i volti di chi parte e di chi resta, consapevole di una strada tracciata dall’uomo e non dal radar, tenendo il conto (e la memoria) delle fermate, delle città, degli eventi, e misurare il viaggio con la mappa, non coll’orologio.

Ma non sempre posso farlo, non mi è consentito: evidentemente non sono abbastanza ricco.

E’ assurdo che a fronte di una minore velocità di spostamento via ferrovia, di un viaggiare più “popolare” e sicuramente meno asettico, e soprattutto di un impatto ambientale tre volte minore, io invece venga implacabilmente incoraggiato a godere del “privilegio” dell’aeroplano, a forza di sconti, offerte speciali e tariffe ridicole. Dei pusher, ecco cosa sono queste compagnie. Si sono spartite il mercato con le peggiori intenzioni di spolparlo, e noi ci stiamo perché, tutto sommato, ci fa comodo.

Ecco spiegate quelle scie incongrue; niente niente, potrei esserci stato anch’io lassù, a bruciare kerosene. Rimasi a fissarle ancora per un po’ ed esse mi parvero come piste, piste di cocaina di un mondo drogato che ha paura di fermarsi, o anche solamente di rallentare. Non ero curioso di sapere dove stessero andando. Lo sapevo già, e forse anche loro: da nessuna parte, al massimo dal sedile alla toilette.

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OZIOSE PRESENZE