Contrappunti/ Lo smartphone val bene una fila

Da Punto Informatico del 31/10/11

di M. Mantellini – La coda nella notte, la rissa, il traffico in tilt: tutte espressioni tangibili di un sentire comune. Che non guarda alla tecnologia come al futuro, ma come a un oggetto reclamizzato da catturare prima del vicino.

Roma – Si è scritto un po’ di tutto a riguardo della vicenda del grande ingorgo con vetri infranti, accenni di rissa ed interminabili file che ha caratterizzato l’apertura di un megastore romano di elettronica di consumo. Qualcuno è arrivato a citare Marx, altri hanno scomodato il Pasolini della “civiltà dei consumi”, la maggioranza dei commenti però ha scelto di analizzare questo episodio di impazzimento collettivo verso gadget tecnologici come iPhone, televisori LCD e computer portatili, nella sua accezione più ovvia: quella di un desiderio di modernità mediata dalla tecnologia. La tecnologia, insomma, come strumento di inclusione sia culturale che estetica.

Diecimila persone, che in una mattina di un giorno infrasettimanale bloccano il traffico di una buona parte della capitale nella speranza di aggiudicarsi un frammento di elettronica a prezzo di realizzo, rappresentano però anche qualcosa di segno diametralmente opposto: la metafora, una delle tante che questo paese continuamente ci offre, di una diffusa allergia al nocciolo tecnologico della innovazione.

Cosa c’è di più analogico di una città tappezzata di volantini rossi e blu che annunciavano l’imperdibile evento? Vi viene in mento qualcosa di più stupidamente inquinante, di più scomodo e vecchio, di più irriverente verso il senso comune dell’agitare l’esca di 100 iPhone a 99 euro per attirare migliaia di persone all’inaugurazione del nuovo gigantesco megastore? Intendiamoci, le tecniche di marketing sono lecite e funzionano, anche quando sono portate agli estremi come in questo caso: non vedo però nessuno che si chieda perché tutto questo accada.

È come se la città di Roma, al posto dell’e-commerce, che in questo paese langue come in pochi altri, abbia scelto di sperimentare una inedita versione che potremmo chiamare street-commerce: la cerimonia sociale di Ponte Milvio sembra la versione all’amatriciana delle composte file di fronte agli Apple Store di tutto il mondo il giorno della presentazione dei nuovi gadget. Con due sostanziali differenze: Apple non fa sconti a nessuno, alla illogica allegria dei commessi della Mela che accolgono con musichette, urla ed abbracci i primi della fila (un fenomeno sociale interessante e piuttosto triste), si sono, in questo caso, sostituite scazzottate e vetri rotti, traffico in tilt e disagi per tutti. Il leggero masochismo dell’utente Apple, desideroso di aggiudicarsi prima degli altri lo stesso modello di telefonino che domani tutti potranno comprare on line allo stesso prezzo, declinato in una versione più arrembante, provinciale e violenta, nella quale la vera chiamata alle armi è il risparmio promesso.

Il Sole24ore ha scritto che l’ingorgo di Ponte Milvio è figlio della crisi economica. Io sospetto che non sia completamente vero. L’inclusione tecnologica oggi non dipende in maniera sostanziale da una barriera economica in entrata. Non è vero (come molte cronache hanno riportato, citando un genitore in fila per acquistare un computer portatile alla figlia che dichiarava che se non fosse riuscito ad averlo a 99 euro sua figlia sarebbe restata senza computer per un altro anno) che il prezzo sia sempre una variabile fondamentale. Lo era forse fino a qualche anno fa: oggi l’acquisto di un computer (magari anche un PC usato vecchio di un paio di anni fa) o di un collegamento a Internet (magari un collegamento dati su rete 3G a 9 euro al mese) sono per le famiglie italiane una semplice scelta di opportunità che molti decidono di non fare, almeno fino a quando non leggono della ultima mirabolante offerta da raggiungere nel posto tale all’ora X.

Il gran casino di Ponte Milvio è figlio della nostra irrecuperabile “anzianità”. È una tara anagrafica complessiva, che riguarda l’organizzazione del paese, la sua visione e la difficile battaglia con una idea di modernità che continua a pagare un prezzo troppo alto alla estetica delle cose disinteressandosi del contenuto. La battaglia all’arma bianca per l’iPhone scontato non è la risposta scomposta e popolare di un paese inginocchiato dalla crisi economica, è invece l’ennesima rappresentazione della sua insensibilità tecnologica. Prendete i dati Eurostat dello sviluppo tecnologico dell’Italia, aggiungete le immagini della immensa fila di Roma nord, mescolate e lasciate lievitare in forno. La torta amarognola di un paese irrimediabilmente vecchio dentro è pronta per essere servita.

Massimo Mantellini
Manteblog

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Italia

Ho guardato con disperazione e sconcerto questo video. Che conoscevo come penso tutti noi. Mi sono detta che questa fu una immane tragedia che fu risolta causando altre tragedie.

Eppure questo era l’uomo che la raccontava. Senza sconti. Questo era il mondo nel 1980. Questo il nostro paese. Dove la tragedia si riconosceva una dignità. Poi ho pensato all’Aquila.

E mi è venuto in mente che ci hanno tolto anche la dignità del dolore.

Come abbiamo permesso tutto questo? avevo 13 anni quando accadde. Ricordo che mio padre era morto da pochi mesi. Ne ho un ricordo nitido e chiaro. E’ quindi anche colpa mia se ora vivo questo presente. Insieme con voi

 

I SINTOMI DELL’ETA’

Cammina cu’mmia

Correzioni (riflessioni da lucida insonne)

Caro gestore di locale con musica dal vivo…

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Autunno a Febbraio – 4

Puntate precedenti

Prima puntata – Autunno a Febbraio – 1

Seconda puntata – Autunno a Febbraio – 2

Terza puntata – Autunno a Febbraio – 3

Nella già cadente casa della bassa, Ida stava preparando la cena su una vecchia cucina a legna; aprì lo sportello, usando come guanto un angolo del grembiule, e infilò nel focolaio un ciocco di acacia; sopra gli anelli, la pentola di rame ormai nera sbuffava vapore dal coperchio che pareva il treno per Rovigo; in disparte, sulla piastra di ghisa, dei fagioli si stavano cuocendo a fuoco lento in una pignatta di terracotta; anche stasera, come ieri, e come domani, fagioli e polenta, da soli, da sola.
Con queste tristi considerazioni Ida si stava tenendo compagnia, quando sentì al piano superiore un boato e un rumore di vetri infranti. Si precipitò di sopra e quel che vide la sconvolse. Lanciò un urlo isterico e si artigliò i capelli scarmigliati: ciò che stava davanti a lei era qualcosa che andava oltre la capacità di sopportazione dei suoi fragili nervi, e il suo giovane volto già sfiorito tradiva orrore e smarrimento.

– No, no, no… no… opera del diavolo… va via! Via! Basta! –

Fissò la finestra in pezzi e immaginò che proprio attraverso quell’apertura fosse stata scagliata, per lei, a causa del suo peccato carnale, la punizione divina; si avvicinò al basso davanzale e, senza un fiato, si lasciò cadere di sotto.

I due bambini videro tutta la scena senza capire. Continuavano a osservarsi con infantile stupore, come si guarda un nuovo gioco o il saltimbanco in fiera.

– Ciau, chi te son ti? –

– Remigio. –

– Che strano, anca mi son Remigio. –

– Sì, strano. No te va? – 

– No fa niente. Ma no te ga fredo tuto nudo? –

– Un poco. –

Se in quella famiglia fossero stati abbastanza ricchi da permettersi uno specchio, probabilmente i due bimbi si sarebbero anche meravigliati della loro somiglianza reciproca.

Il giorno seguente, nel giornale locale, sotto i titoloni riguardanti i risultati delle elezioni politiche, apparve in taglio basso a destra un breve articolo, poco più di un trafiletto, riguardante un fatto tragico avvenuto in una casa della bassa.
L’articolo proseguiva in una pagina interna. Al giovane cronista di nera non era parso vero di poter rompere la monotonia di quel piattume orografico ed editoriale con una storia degna di un grande giornale di città.
L’articolo così continuava:

anche se la polizia esclude ogni responsabilità di terzi e propende per l’ipotesi del suicidio, avvalorata dalle preesistenti pessime condizioni economiche della vittima, condizioni che l’avrebbero portata alla disperazione e quindi al gesto estremo, e dal fatto che la finestra appariva sfondata dall’interno verso l’esterno, risultano ancora degli aspetti misteriosi che abbisognano di ulteriori accertamenti.

Nella stanza dalla quale si è gettata la disgraziata Ida Deserri sono stati trovati due bambini, indubbiamente gemelli, ma entrambi affermano di chiamarsi Remigio, e dai documenti dell’ufficio anagrafico e quello parrocchiale risulta registrato dalla famiglia Casarola un solo figlio, Remigio Casarola appunto. Pur abitando in una zona poco frequentata, è difficile credere che nessuno in questi quattro anni non abbia avuto modo di notare i due gemelli, anche perché questa eventualità è abbastanza insolita e perciò ingenera una naturale curiosità. Il padre, al riguardo interrogato lungamente in caserma, afferma decisamente che loro avevano un solo figlio, negando quindi anche l’evidenza di fatti. Non si comprende i motivi di tale assurdo comportamento, ma si ritiene probabile che sia stato causato dalla debolezza di nervi della madre, la quale temendo dentro di sé di non essere in grado di accudire due gemelli, con la complicità della levatrice, purtroppo defunta, abbia fatto credere a tutti, e in primis a sé stessa, di avere un unico figlio. E’ probabile che la vista di entrambi i figli nella stessa stanza le abbia fatto crollare il castello di illusioni da lei stessa costruito, e che non abbia retto alla disperazione.

L’ipotesi che i figli fossero trattati separatamente nella stessa casa sarebbe confermato dal loro aspetto: mentre il primo era perfettamente vestito, anche se con abiti abbastanza frusti, il secondo era completamente nudo. Attorno a quest’ultimo sono stati rinvenuti inoltre degli oggetti incongrui e bizzarri a dir poco, e alcune sostanze delle quali si ignora la provenienza, e più precisamente: moltissimi semi di cotone e di lino, delle fibre grezze di cellulosa, alcuni brani di pelle di vitello che apparivano freschi di scuoiatura, pezzetti di rame e altri metalli vari tra i quali anche piccoli frammenti di oro e argento, e una larga macchia nera di petrolio greggio.

La polizia ritiene che tutti questi elementi siano assolutamente incoerenti colla normale vita della famiglia Casarola e, personalmente mi pregio di aggiungere, anche con quella degli operosi abitanti della nostra cittadina. La polizia esaminerà i reperti e si riserva di fornire eventuali chiarimenti se questi non risultassero ininfluenti ai fini dell’indagine.

Che dire, l’esperimento del Dott. Prof. Casarola aveva avuto successo oltre ogni aspettativa: tutto era tornato indietro di quarantasei anni esatti. Peccato che la fretta sia sempre una cattiva consigliera; se solo il professore si fosse preoccupato di proseguire la lettura anche nelle pagine interne del giornale… Pazienza, sarà mancato il tempo.

Forse il passato non è poi così duttile, forse è solamente elastico, si adegua semplicemente alla nuova configurazione, senza scosse e senza sorprese.
Allora il Casarola non aveva proprio nessuna speranza di cambiare il passato? Tutt’altro, il passato l’ha cambiato eccome.
I bimbi furono separati quasi subito. Uno andò dalla sorella della madre, mentre l’altro fu affidato ai nonni paterni. Tutto come previsto, si dirà; invece dai Casarola c’andò quello trovato vestito, mentre fu il suo “gemello”, quello piovuto nudo, che finì dai Masetti.
Che dire, un successo su tutta la linea, il professore era riuscito a cambiare totalmente il suo passato e il suo destino.
Un vero peccato che non fosse in condizione di gustarsi la meritata soddisfazione.

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La fin

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