Coprofagi

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Tra le esperienze di vita che saltuariamente mi tocca di raccontare, c’è quella delle cattive abitudini alimentari dei sudditi di Sua Maestà Britannica. Esisteranno anche lì dei raffinati buongustai, degli amanti della buona tavola, delle persone attente alla salubrità del cibo e al piacere del sapore, ma per vari motivi (scarsa varietà di ingredienti, stili di vita, prezzi elevati) la qualità dei prodotti alimentari popolari lascia alquanto a desiderare.

Non dimentichiamo che il morbo della “mucca pazza”, che ha fatto le sue vittime anche qua, è stato concepito e amorevolmente allevato in Inghilterra. La presenza di allumina nell’acqua potabile è stata, ed è ancora, ampiamente tollerata. La ripetuta presenza di salmonella nelle uova ha causato un elevatissimo numero di intossicazioni. Indimenticabili gli avvelenamenti da ingredienti destinati all’alimentazione animale inseriti in prodotti destinati all’alimentazione umana. Più volte è stata (tardivamente) rilevata la presenza di diossina nelle acque in bottiglia. Gli antibiotici utilizzati in dosi massicce negli allevamenti hanno spesso minato il sistema immunitario delle persone che di tali prodotti derivati si alimentavano. Frammenti di vetro e residui di lavorazione sono talvolta presenti nelle più varie confezioni.

Sarà anche una mia fisima, ma da sempre evito accuratamente di acquistare cibi confezionati “Made in UK”, però stavolta ho avuto la conferma che non mi sbagliavo a essere sospettoso, direi quasi prevenuto, tanto che ero uso etichettare quei prodotti come “merda”.

Gli inglesi hanno pensato bene di darmi ragione, ufficializzando questa situazione repellente e confermando il loro disprezzo e la loro ignoranza nei riguardi di una corretta alimentazione. Come?

Semplice: il DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs) ha deciso di eliminare gran parte delle date di scadenza dalle confezioni alimentari. Che gran regalo per la vorace industria alimentare e i commercianti disonesti!

Per crearsi un alibi plausibile hanno mascherato questa pensata come una lotta contro lo spreco di alimenti (uno scandalo alla faccia della fame), addossando la colpa alla data di scadenza che indurrebbe il consumatore a gettare i cibi (secondo loro) ancora ottimamente commestibili.

Bravi! Bene! Bis!

Invece di educare la popolazione a un consumo intelligente e sostenibile che eviti l’utilizzo sistematico di prodotti prelavorati, invece di scacciare l’idea che una nuova guerra mondiale stia per scoppiare e quindi la dispensa debba garantire la sopravvivenza per anni di carestia, mancando di sostenere le filiere corte a basso chilometraggio, invece di suggerire ai consumatori il metodo FIFO (First In First Out) che evita di utilizzare la confezione appena acquistata lasciando scadere in fondo alla dispensa quella più vecchia, insomma, al posto di una virtuosa strada maestra, han preso una scorciatoia che costeggia un pericoloso dirupo. E’ un po’ come se, pensando di risparmiare benzina, bloccassimo la lancetta dell’indicatore del livello sul cruscotto.

La situazione sarà la seguente. Alcuni prodotti avranno l’indicazione “best by” equivalente a “preferibilmente entro il”, altri facilmente deperibili come carne, pesce, latte, uova e simili avranno ancora la dicitura “use by” equivalente a “entro il”, per tutto il resto bisognerà affidarsi al naso, al tatto, al gusto (chi ce l’ha) e alla fortuna.

Tra i banchi del supermercato faranno bella mostra di sé acque minerali d’annata (come il vino, invecchiando anche loro miglioreranno?), salsine che a causa di complessi processi chimici sarà pericolosissimo agitare prima dell’uso, biscotti fragranti come un calzino sudato, confetture realizzate con frutti di piante ormai estinte, gelati durevoli come un’era glaciale. Si verificheranno situazioni paradossali come quella del cuoco in pensione che acquista un cibo precotto lavorato da lui stesso quand’era uno sguattero, oppure la mamma che compra ai suoi figli le stesse caramelle di quand’era lei piccola (ma proprio le stesse stesse). Niente di strano che la grande distribuzione, per far posto a prodotti freschi, spacci la merce avariata (ma ufficialmente ottima) alle piccole bottegucce di provincia, spalmando il danno in modo da non risultare più rintracciabile, oppure che la utilizzi per le forniture agli ospizi per anziani, facendo così opera meritoria verso il servizio sociale statale, accelerando il turnover e riducendo la platea di fruitori di pensione.

Che altro dire, occhi aperti e orecchie dritte per evitare che tale iniziativa sciagurata trovi dei sostenitori nostrani, i soliti volponi che, magari con la complicità delle potenti lobby europee, sarebbero prontissimi a trasformare anche noi in felici coprofagi.

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23 risposte a "Coprofagi"

  1. mmmmm di male in peggio,sono allibita,invece di migliorare e contrastare abusi e violazioni varie si da carta bianca ai disonesti ,come fossimo anche noi merce di scarto oramai come quella che ci fanno comprare come buona o meglio eccellente,la cioccolata non di burro di cacao ,burro non di latte ,ecc eccc …forse l’orticello perchì ha la fortuna di averlo resterà l’ultima ancora di salvezza, sempre che non piova acqua acida e che non si concimi con i conservanti che ti vendono, dove ci si può trovare antibiotici e altre porcherie varie ,che dire ancora …..siamo bravi a esssere ancora qui vivi e vegeti e poi ci dicono che dobbiamo fare prevenzione ….. 😦 siamo messi male ,ma male povero mondo 😦

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    • Quindi sta a noi.
      Etichetta, scadenza, stabilimento di produzione, ingredienti, imballo, sono tutte informazioni che ci consentono di operare scelte individuali, le quali concorrono a formare “il mercato”. Se la domanda (del mercato) è un grugnito suino, l’offerta (del mercato) è pastone per maiali…

      😦

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  2. ricordo ancora quando hanno prolungato a due anni la scadenza dell’acqua minerale. In casa hanno fatto fatica a tranquillizzarmi… Trè mi dava pacchette sulla schiena per farmi tornare il respiro normale.
    Spesso Trè mi diceva che la parte migliore dell’aria sono le puzze… ho capito che cosa voleva dire e infatti sto a narici all’erta quando vado a fare la spesa.
    Comunque, per evitare sprechi, noi si usa il metodo AADM: Apri, annusa, decidi, magna… molto spesso la scadenza è un avviso: preferibilmente non oltre… ed è meglio controllare – spesso il prodotto è ancora buono – e sperare che non sia la giornata della festa della salmonella e che il festeggiato sia tu.

    Ricordo flash: mio figlio e Carlo che discutevano, prendendosi reciprocamente e amabilmente per i fondelli.
    Non so perché Carlo a un certo punto gli fa:” Guarda che tutti gli esseri umani hanno una scadenza… anch’io ce l’ho scritta sulla fronte…”
    E mio figlio : “Un giorno scriverò un libro: “Mio padre era uno yogurt!”

    Ciao Sté 🙂

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    • Infatti i supermercati (ma non solo) confidano nel fatto che solamente una microscopica e ininfluente minoranza va a cercare la data di scadenza, e soprattutto a “pesarla”, ovvero considerarla unicamente come come una “dead line”, preferendo le confezioni più “fresche” che garantiscono un prodotto accettabile.
      L’acqua? dopo 3 mesi è buona per i pesci rossi.
      Le uova? 4 settimane, quindi mediante elementare calcolo, dalla data di scadenza si conosce la data di deposizione, che se devi fare la majonese o qualche pasterella devone essere freschissime (max 5 giorni).
      Yogurt? 1 mese, ma dopo 10 giorni è morto.
      Olio EVO? Dicono 18 mesi, ma dipende dal contenuto di polifenoli, comunque dopo un anno è andato.
      Succhi di frutta? Sembrano eterni (anche 3 anni) ma dopo 6 mesi… bleah!
      Ecc.

      Bye

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