Pochi soldi, poca musica – 1ª puntata – GENESI

PROLOGO

Una volta, in paese, il matrimonio era una cosa seria.

La sera prima della cerimonia il promesso sposo si prendeva una sbornia colossale con gli amici, gli stessi che, al mattino dopo, lo avrebbero pietosamente sorretto per evitare che si afflosci a terra come un sacco vuoto.

Un effervescente corteo, preceduto da qualche fisarmonica, percorreva le calli per accompagnare gli sposi fino alla chiesa, tra i lazzi e le risate di compari e comari di spirito esuberante.

Il pranzo poi…, andava avanti fino a notte fonda, a volte fino alla sera seguente, sempre mangiando e bevendo, tra grasse allusioni e baci tardivi; si cantava e si ballava, con l’accompagnamento generoso di un’energica orchestrina.

Capitò una volta che le famiglie interessate fossero di braccino corto con i musicanti, preferendo spendere e spandere per vestiti e cibarie.

Gli eventi si svolsero in maniera memorabile per numero di invitati, per abbondanza e varietà delle libagioni. A un certo punto della festa però i musici imbragarono i loro ottoni e si diressero all’uscita.

– Cosa fate, perché ve ne andate già? Vogliamo far baldoria fino all’alba! – si alterò lo sposo.

– Caro amico, pochi soldi, poca musica. – gli rispose il capobanda calcandosi il cappello in testa, e i suonatori se ne uscirono tra la costernazione generale.

E’ ancora così?

GENESI

In Principio era il Vinile. Egli scese tra gli uomini in sembianza di disco, e in siffatta forma venne adorato e sacrificato.

L’industria discografica, che fino agli anni trenta aveva servito una clientela abbastanza elitaria, annusò il vento e pensò bene di alimentare questa venerazione feticistica, sfornando sempre nuovi semidei canterini.

Cambiavano i costumi e di pari passo si modificavano le forme di consumo. La radio aveva già portato la musica nelle case, ma non bastava più. Il capitalismo esige il possesso, e quelle armoniose sequenze di note non potevano sicuramente fare un’eccezione.

Il “pezzo” musicale doveva essere contenuto nello spazio limitato di quell’isola circolare, e adeguato alla capacità di attenzione di un pubblico da catturare, non da educare. Non v’era posto per ouverture, movimenti, temi e variazioni. La ricetta codificata era composta da: introduzione, strofa, ritornello, strofa, ritornello, stop. Composta da una struttura elementare, era di facile memorizzazione e le melodie venivano servite già bell’e pronte, comprensibili ed apprezzabili anche per chi melomane non era.

Nonostante che dallo spesso e fragile supporto in ceralacca uscisse un misto tra una frittura di calamari e dei suoni lontani, la presa sul pubblico fu immediata. Un vecchio treno a vapore del Tennessee fornì il soggetto del primo disco d’oro, un milione di copie vendute in soli tre mesi, quando ancora, in Europa e nel Pacifico, uomini con divise di diverso colore cercavano con tutti i mezzi di scannarsi a vicenda.

Il dopoguerra ci portò il 45 giri in vinile e il juke box. Proprio questo strumento sfavillante segnò un punto di svolta. Nelle mire dell’industria discografica, gli agiati borghesi che possedevano un giradischi vennero rimpiazzati da torme di giovani, sempre pronti a cacciare i pochi spiccioli che avevano in tasca nella fessura di quella roboante meraviglia sonora.

E fu così che la musica, da arte, divenne business.

Va da sé che molto presto i giovani, sempre assillati da carestie economiche ricorrenti, si posero il problema di come divertirsi senza doversi svenare.

Ora che ci penso, una volta non tenevamo il becco di un quattrino, eravamo, come si dice, con le pezze al culo, ma quando si trattava di uscire, guai a vestirsi male per paura di fare brutta figura. Oggi invece i nostri baldi cadetti sono abbondantemente foraggiati dal parentado, dei paperoni al nostro confronto, eppure escono sempre con le pezze al culo, e non in senso metaforico. Bah…

Torniamo ai favolosi anni sessanta, il periodo di due memorabili invenzioni: il mangiadischi portatile, e l’amico con la chitarra.

Il primo faceva onore al suo nome. Grazie a un chiodo, ironicamente chiamato testina, continuava l’aratura del solco preinciso della vittima sacrificale. Bastava infilare il 45 giri nella bocca di quell’apparecchio famelico e, oplà, dopo qualche secondo uscivano dei suoni che variavano in funzione dello stato di carica delle batterie, della soglia di dolore del povero disco, e del numero di volte che esso aveva subito quella disumana tortura. Gli astanti potevano bearsi sadicamente per i fatidici “tre minuti tre”, fantasticando di ascoltare dal vivo i Beatles o i Nomadi…

Come da programma, dopo l’audizione seguiva immancabilmente una spiacevole fase di lotta. Le opzioni erano solitamente due.

La prima consisteva in una battaglia contro il mangiadischi, il quale, avendo evidentemente apprezzato il boccone, si rifiutava decisamente di sputarlo indietro. Il bastardo veniva minacciato, agitato, blandito, preso a male parole, capovolto, percosso, ingiuriata pure la sua genitrice, spento e riacceso ripetutamente. Niente da fare, l’orco restava imperturbabile e imperscrutabile. La soluzione finale consisteva sempre nell’estrazione a forza del malcapitato disco, operazione brutale alla quale il perfido marchingegno non poteva opporsi se non con l’ultimo insulto, rigando irreparabilmente, con quel suo minuscolo stiletto interno, la superficie del prezioso manufatto. Il fastidioso toc-toc risultante sarebbe stato di eterno monito durante i nostri conflittuali rapporti con il mondo apparentemente inanimato delle macchine.

La seconda opportunità prevedeva una rissa, tutti contro tutti, per la scelta del successivo disco da avariare. Le ragazzine volevano spargere qualche lacrimuccia con Michelle, i ragazzacci volevano scatenarsi con Good Vibrations. Nel bel mezzo della gazzarra, uno sconosciuto di passaggio infilava Lady Jane. Calava allora un religioso silenzio, rotto solo dalla surreale voce di Mick e dalle vibranti corde di Keith.

La questione invece non si poneva mai quando ci si affidava all’amico con la chitarra: lui suonava un pezzo e gli altri cantavano una canzone diversa. Dopo il primo momento di imbarazzo veniva indetta una conferenza, sul tipo del Concilio di Trento, nella quale si stabiliva cosa si dovesse suonare e cantare, e in che ordine. Per qualche arcano movente, immancabilmente le preferenze convergevano verso un motivetto oscuro che nessuno ammetteva di non conoscere per non fare la figura dell’imbranato. All’attacco della chitarra rispondeva un silenzio di tomba rotto soltanto dai mugolii e le risatine dei soliti due fortunelli che stavano limonando in disparte, e che erano del tutto indifferenti allo psicodramma che si stava rappresentando a qualche metro di distanza.

Come dimenticare peraltro le pause che venivano graziosamente concesse al menestrello per l’accordatura del suo prezioso strumento? Mezze ore di pling, pliiing, plong, a osservare compunti quella paziente opera che prometteva di trasformare quel pezzo di abete con le corde in una band al completo. Al termine di quella tortura, dopo aver constatato con rammarico che i cantori e lo strumentista utilizzavano scale armoniche di culture musicali molto lontane fra loro, si optava all’unanimità per uno strumento di accompagnamento che non aveva bisogno di aggiustamento alcuno: le mani.

Padroni di non crederci, nonostante le avversità e gli ostacoli, ci si divertiva assai, si tirava tardi con facilità, e si tornava a casa sempre un pò rauchi, col culo freddo, ma inebriati.

(Continua…)

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8 Risposte to “Pochi soldi, poca musica – 1ª puntata – GENESI”

  1. limucci Says:

    Senti, parliamoci chiaro: io di quei tempi ho nostalgia, va bene? Al diavolo il “si deve” o “non si deve”. Avevo vinto una fonovaligia compilando esattamente un cruciverba della NET (nuova enigmistica tascabile, quella che regalava dischi di plastica tanto per sapere): mi era arrivato un pacco strano a casa di mia nonna (che era il posto dove abitavo di più), che si era impaurita assai perché lo zio pensava che fosse un miocolpo di testa, figuriamoci, me ne ero perfino dimenticata… e la NET aveva pubblicato le due righe che avevo scritto con la foto con le treccine, allora mi scrisse anche qualche ragazzo chiedendomi di corrispondere, e uno lo accettai, stava a Polcenigo, non ci siamo mai conosciuti di persona ma ci siamo scritti per anni… 😀

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  2. Manola Says:

    …mi ricordo bene questo tuo post sul mondo pioneristico musicale,lo rileggo con piacere e spero venga letto da tanti anche da giovani magari …è sempre la nostra storia che ci ricorda i tempi passati che ora vediamo con altri occhi forse più realistici che mai .
    byebye 🙂

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