Pochi soldi, poca musica – 4ª puntata – LE MURA DI GERICO

Puntate precedenti
1ª puntata – GENESI
2ª puntata – ESODO
3ª puntata – DAVIDE E GOLIA

Un’epoca leggendaria, quella del vinile, volgeva al tramonto.
Negli anni ’80 La tecnologia digitale aveva portato in dono un nuovo formato: il Compact Disc Digital Audio, presto noto con l’acronimo di CD. Pratico, poco ingombrante, virtualmente eterno, il CD prometteva meraviglie ai melomani di tutti i generi, con una qualità del suono inaudita. Tutto però a questo mondo ha un prezzo…


LE MURA DI GERICO

Fino all’avvento del Compact Disc, la qualità dell’originale in vinile era rimasta insuperata. In ogni copia si perdeva qualcosa in dinamica e brillantezza, e veniva aggiunto, gratis, un bel fruscio di fondo che teneva compagnia ai pianissimo o alle pause drammatiche.
I sistemi in grado di evitare questo tipo di inconvenienti costavano più di una discreta collezione di 33giri, pertanto…

Se copiare perfettamente un microsolco era stato fino a quel momento praticamente impossibile, trascrivere la semplice serie di zero e di uno del CD era compito elementare anche per un semianalfabeta.
Va bene, il lavoro sarebbe stato un po’ lungo, ma affidata a una macchina adatta, questa banale operazione non avrebbe presentato difficoltà di sorta.
I magnati delle case discografiche, per esigenze di cassa, avevano firmato un patto col diavolo e, come ben si sa, alla fine è lui ad averla vinta, sempre.
Risultato: copie esattamente identiche all’originale e cordoglio generale tra i discografici.

I primi masterizzatori di CD erano macchinari dedicati, abbastanza ingombranti e molto, molto costosi. Chi ne possedeva uno, non lo teneva per soprammobile, era evidente la sua professione: pirata.
Ho parlato di professione perché di questo si trattava, ed era svolta con competenza ed impegno, se non altro per tenersi sempre aggiornati e fronteggiare la concorrenza che, in onore alla nomea degli attori, era sempre sleale.

Maestri della copia, avevano magari iniziato riversando su pellicole Super8 i film originali in 35mm, oppure inondando i mercatini rionali con audiocassette di richiestissime compilation. Tutto era già stato duplicato, le VHS, le cassette per il Commodore e lo Spectrum, i floppy disc di ogni formato.
Quali difficoltà pensate che abbia presentato per loro il Compact Disc? Nulla, quisquilie, bazzecole, pinzillacchere, sciocchezzuole!

I discografici si vestirono a lutto. Protestarono, strillarono, minacciarono; poveracci, non sapevano che la mazzata doveva ancora arrivare, e precisamente all’inizio degli anni ’90.

Qualche annetto prima, nel 1980, un occhialuto giovane di belle speranze si era presentato dinnanzi alle mura della IBM, offrendo i suoi servigi. Ciò che ne sorse fu un mostro multiforme, invasivo come le cavallette e inarrestabile come un Golem: il personal computer, che venne ribattezzato PC.

Nato come attrezzatura professionale destinata ai secchioni d’ogni specie, adocchiò ben presto i più vasti pascoli dei perditempo forniti di grana, diventando ben presto un “must” per ogni appassionato di nuove diavolerie e di astrusi marchingegni, gli stessi personaggi che oggi si vedono per strada parlare da soli come scimuniti, prima di capire che stanno sfoggiando un vezzoso quanto inessenziale telefonino bluetooth, confermando così in pieno la prima impressione.
Da scolaro diligente che impara prima a sillabare, quindi a leggere, e infine a scrivere, il PC apprese tutti i segreti del Compact Disc e, dapprima molto lentamente, e poi sempre con maggior celerità, fu in grado di scrivere su quel mirabolante supporto.

Le mura difensive crollarono di schianto, si sbriciolarono. Milioni e milioni di Bruto si trovarono in mano un pugnale per uccidere tutti i Cesari discografici.
Le vendite di CD scrivibili schizzarono in alto come un geyser dello Yellowstone National Park. La proliferazione di copie era tale che, al confronto, la moltiplicazione dei pani e dei pesci era un picnic in famiglia.

Gongolavano i giovani (sempre loro, maledetti) che si portavano a casa qualcosa che differiva dall’originale solo per qualche piccolezza della copertina, e più di qualche minuzia sul versante economico, cronicamente languente.
Una rete commerciale miope rifiutò di riconoscere la sconfitta e rimase salda nella sua politica di prezzi alti. Suppongo che nel 1836 ad Alamo tirasse la stessa aria.
Ai discografici vennero i capelli bianchi; se Euripide fosse stato ancora vivo ne avrebbe tratto una tragedia immortale.

Le armi messe in campo per fronteggiare questa emorragia di vendite si rivelarono spuntate ed inefficaci.
I lucchetti software si aprivano con una forcina per capelli, le protezioni più energiche trasformavano a volte il CD in un pratico sottobicchiere, dato che, con la protezione, esso veniva riconosciuto solamente da pochi lettori ormai fuori produzione oppure ancora da inventare.
Qualche avventuroso (Sony) si spinse oltre, inserendo nel CD dei mastini che finirono poi per scorrazzare liberi nel computer dell’utente ignaro, facendo i danni che ogni canide in libertà, istintivamente e corporalmente provoca.

Il diavolo se la rideva sotto i baffi, e pregustava già il sapore di quelle anime perdute. Avevano firmato il patto con il sangue, in cambio delle meraviglie digitali, e ora sarebbero state proprio queste ultime a dissanguarli.

(continua…)

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La disperazione è seduta su una panchina

La disperazione è seduta su una panchina

by poesiaoggi

In un giardinetto su una panchina

C’è un uomo che vi chiama quando passate

Ha un binocolo un grigio vestito liso

Fuma un sigaretto ed è seduto

E vi chiama quando voi passate

O semplicemente egli vi fa un cenno

Non bisogna guardarlo

Non bisogna ascoltarlo

Conviene andare avanti

Fingere di non vederlo

Fingere di non sentirlo

Bisogna camminare affrettare il passo

Se voi lo guardate

Se voi l’ascoltate

Egli vi fa un cenno e niente e nessuno

Può impedirvi di andare a sedervi accanto a lui

Allora egli vi guarda e sorride

E soffrirete atrocemente

E l’uomo non la smette di sorridere

E voi sorriderete come lui

Esattamente

Più sorriderete e più soffrirete

Atrocemente

Più voi sorriderete e più soffrirete

Irrimediabilmente

E voi restate là

Seduto congelato

Sulla panchina sorridente

E fanciulli giocano vicino a voi

Passano i passanti

Tranquillamente

S’involano gli uccelli

Un albero lasciando

Per un altro

E voi restate là

Sulla panchina

E voi sapete voi sapete

Che mai più voi giocherete

Come quei fanciulli

Sapete che mai più voi passerete

Tranquillamente

Come quei passanti

Che mai più voi volerete

Un albero lasciando per un altro

Come gli uccelli.

Jacques Prévert

poesiaoggi

In un giardinetto su una panchina
C’è un uomo che vi chiama quando passate
Ha un binocolo un grigio vestito liso
Fuma un sigaretto ed è seduto
E vi chiama quando voi passate
O semplicemente egli vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Conviene andare avanti
Fingere di non vederlo
Fingere di non sentirlo
Bisogna camminare affrettare il passo
Se voi lo guardate
Se voi l’ascoltate
Egli vi fa un cenno e niente e nessuno
Può impedirvi di andare a sedervi accanto a lui
Allora egli vi guarda e sorride
E soffrirete atrocemente
E l’uomo non la smette di sorridere
E voi sorriderete come lui
Esattamente
Più sorriderete e più soffrirete
Atrocemente
Più voi sorriderete e più soffrirete
Irrimediabilmente
E voi restate là
Seduto congelato
Sulla panchina sorridente
E fanciulli giocano vicino a voi
Passano i passanti
Tranquillamente
S’involano gli uccelli
Un albero lasciando
Per un altro

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giro giro in tondo

Giro giro in tondo,
cavallo imperatondo,
cavallo d’argento,
che costa cinquecento.
Centocinquanta,
una gallina canta,
lasciatela cantare,
si vuole maritare.
Le voglio dar cipolla:
Cipolla è troppo dura,
le voglio dar la luna;
la luna è troppo bella,
c’è dentro mia sorella,
che fa i biscottini
per darli ai bambini.
Ma i bambini stanno male:
vanno tutti all’ospedale.
L’Ospedale sta lassù,
dagli un calcio e buttalo giù.

mi viene pure così     tanto si gira sempre