Pochi soldi, poca musica – 2ª puntata – ESODO

Puntate precedenti
1ª puntata – GENESI

Ci siamo lasciati con i giovani fan che amavano ascoltare e cantare le canzoni del cuore in lieta compagnia. Ogni scampagnata, ogni piazzetta, ogni cortile era occasione di ritrovo per sognare e volare sulle melodie strimpellate, accennate, fischiettate, cantate a squarciagola, su un karaoke avanti lettera: il mangiadischi portatile.
Siete curiosi di sapere come va avanti la storia? Vi tocca leggere un’altra puntata di questa bibbia.

 

ESODO

– Male, male, così non va – si pronunciarono all’unisono i discografici; non era ammissibile che una tale massa di potenziali clienti potesse spassarsela senza pagare dazio.

Per uscire da questa empasse, l’industria dell’intrattenimento si rivolse allora alla tecnologia, da secoli strenua avversaria dell’arte, e adottò una sottile strategia su due fronti diversi.

Il primo riguardava le dimensioni. Il modesto 45 giri subì una poderosa cura a base di steroidi anabolizzanti, si gonfiò e divenne un pizzone che durava tre quarti d’ora. Era nato il long playing, assolutamente incompatibile con i mangiadischi.

Quindi si pensò bene di curarne l’immagine, apparente o fantastica che fosse. Niente da dire, la confezione divenne sontuosa, zeppa di informazioni, arricchita da una copertina fascinosa, però… come in un polpettone, dentro ci si trovava di tutto: c’era il pezzo di successo, quello che avrebbe fatto da traino alle vendite, e c’era anche qualche brano meno riuscito, canzoni che non era possibile spacciare come singolo, nemmeno come lato B. Alcuni motivi, apparentemente avulsi dal contesto, erano semplicemente dei test per verificare le reazioni del pubblico, tanto per portarsi avanti col lavoro. Dato che, al pari delle dimensioni, era lievitato enormemente anche il prezzo, il problema era quello di far ingoiare al mercato questa zuppa mista.

Per nobilitare la reputazione di codesto zibaldone musicale, si pensò bene di ribattezzarlo con un titolo altisonante; il disco sapeva di geometria, di ginnastica, di gioventù bruciata; molto meglio “album”, antologico, assortito, confidenziale, paradossale radice etimologia bianca per un oggetto nero che più nero non si può.

Missione compiuta.

I fan si precipitarono in massa a disputarsi quei visibili testimoni dalla loro cultura musicale. Parallelamente si impose una filosofia di fruizione della musica molto più raffinata. Il microsolco obbligava all’utilizzo di apparecchiature sofisticate, non bastava più sentire, era necessario ascoltare, e pure in stereofonia. Il termine Alta Fedeltà, Hi-Fi per quelli che volevano far bella figura, divenne espressione di un modo colto, ma vagamente autoerotico, di apprezzare le composizioni musicali del proprio artista del cuore.

Sia che si trattasse delle vibrazioni emesse da chitarre roventi, oppure da tastiere cristalline, esse non uscivano mai dalle quattro mura di un salotto o di una angusta cameretta, salvo quelle che inevitabilmente davano fastidio ai vicini.

Di prestarlo poi, l’album, non se ne parlava nemmeno! Delicato e fragile come una porcellana di Limoges, sarebbe di sicuro stato rovinato da una testina poco gentile, ed il dramma conseguente sarebbe stato capace di avvelenare un’amicizia. Lo vuoi? Te lo vai a comprare, punto.

Era fatta.

Ma proprio quando i creso delle major pensavano di aver trovato la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, arrivò un folletto dispettoso che gliela soffiò di sotto al naso. Questo troll birichino ha un nome: Philips K7, un mattoncino foderato di finta pelle nera, un marchingegno che permetteva di registrare su una compatta (ed economicissima) musicassetta ciò che usciva da un costoso impianto stereo, tramite un microfono i primi modelli, con un cavetto di collegamento quelli successivi.

Un ciclone tropicale avrebbe avuto meno impatto sul mercato; si tornava alle origini, quando ancora non contava la fedeltà al suono ma la fedeltà al messaggio. Ancora una volta prevalse la parsimonia sulla prodigalità, e quegli sparagnini dei musicofili trovarono una scappatoia per non svenarsi economicamente.

Anche allora la musica era cara, molto cara, al cuore e alla tasca. Prima di comprare un ellepì, noi normali (si fa per dire) figli di operai, ci facevamo bene i conti in tasca. Se poi l’album era doppio le preoccupazioni crescevano in progressione quadratica. L’acquisto di un album triplo era un avvenimento memorabile, da solenizzare con festino a base di effervescente Prosecco e untuose tartine.

Dopo il primo ascolto, collettivo, in religioso silenzio, si procedeva alla rievocazione storica del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

La prima fase consisteva nell’acquisto di una cassetta vergine C90 al Nichelcromo; quindi si prendeva appuntamento con il fortunato detentore del disco, mettendosi pazientemente in fila con gli altri squattrinati. La fase di registrazione, oltre all’aspetto meramente tecnico, permetteva di ascoltare ancora una volta, forse l’ultima, tutti i brani nel loro aspetto migliore. Con poche lire ci portava a casa la musica amata, risparmiando i soldi per poter comprare in futuro un altro album in vinile, e mutarsi, kafkiana metamorfosi, da formica in cicala.

In verità, la qualità non era delle migliori; i riproduttori portatili emettevano suoni vibranti, non per merito dei musicisti, ma per costituzionale fragilità dell’involucro di plastica; la musica diveniva particolarmente struggente quando le batterie stavano per esalare l’ultimo respiro della loro effimera esistenza; come una moviola impazzita, ogni tanto la riproduzione accelerava il ritmo: non si trattava di un improvviso impeto di energia, ma era bensì il funereo canto del cigno del nastro che, uscito dalla musicassetta, si stava aggrovigliando all’interno del riproduttore.

A dispetto di tutti questi inconvenienti, le cassette supportarono la colonna sonora di una intera generazione, stracciona, ma ebbra di fantasia, disposta a santificare i suoi idoli senza però cedere al consumismo ed al feticismo.

(continua…)

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2 Risposte to “Pochi soldi, poca musica – 2ª puntata – ESODO”

  1. silevainvolo Says:

    eh le cassette ingarbugliate da riprendere invano con una matita….

    Mi piace


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