Il mestiere delle armi

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2 giugno – Festa della Repubblica. Sì, va bene, ma quale repubblica? Inizio a dubitare che si tratti di quella italiana.

Andiamo a rileggere (male non fa) ciò che recita l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Dunque è il lavoro la colonna portante della Repubblica Italiana, ma allora non si capisce perché, nel giorno della sua celebrazione, essa debba essere rappresentata da moschetti e carri armati. O meglio, non lo si capiva un tempo, in quanto oggi la parata militare forse trova una sua (allucinante) ragion d’essere.

Questo ragionamento mi è sorto a seguito delle polemiche sull’opportunità di far sfilare una parata celebrativa pochissimi giorni dopo un evento catastrofico, un terremoto che, oltre a provocare morti e feriti, ha messo in ginocchio l’economia di una zona del paese, e che ha provocato danni ingentissimi per sanare i quali è pacifico che concorreranno, attraverso lo stato, tutti i cittadini (evasori esclusi).

Sebbene da più parti sia stata sottolineata l’incongruenza economica di tale manifestazione, altri hanno risposto che il risparmio sarebbe irrisorio in quanto i soldi sarebbero stati già in gran parte spesi. Personalmente ritengo che non sia questo il punto, e che anzi, tale parata non andrebbe svolta nemmeno se non costasse un centesimo.

Si sarà ormai capito che bombe e cannoni non mi fanno impazzire, e che nutro un viscerale sospetto verso bandiere e divise, ma, vi prego di credermi, almeno in questo caso la mia avversione sorge da considerazioni di merito.

Il terremoto in Emilia ha fatto diciassette vittime, di queste ben dieci erano lavoratori, uccisi dal crollo dei capannoni industriali. Io non so se costoro erano lì perché comandati o ricattati, oppure perché semplicemente cercavano nel ritorno al lavoro una normalità che l’evento sismico aveva scombussolato. Ciò che importa è che essi sono morti per aver personalmente messo in pratica l’articolo 1 della Costituzione.

Allora se parata deve essere, che essa sia di chi nel 1947 venne chiamato a formare le fondamenta della Repubblica Italiana, i lavoratori, e soprattutto le lavoratrici, le donne, tutte, stipendiate e non, perché non è solamente nei capannoni, negli uffici e nei campi che si fatica, ma anche e forse ancor di più tra le mura domestiche. Perché il 2 giugno non è solamente la ricorrenza del referendum istituzionale che decretò la fine della monarchia in Italia, ma è anche, e scusate se è poco, la prima votazione alla quale poterono finalmente partecipare le donne italiane, le quali allora possono a buon diritto sentirsi (e farsi sentire) cofondatrici della Repubblica Italiana.

E invece sfileranno (sobriamente) fucili e cannoni; al posto del blu (e del rosso, del rosa, del verde, del bianco, del giallo, del turchese, ecc.) ci sarà una marea di varie sfumature di grigioverde; niente spontanee manifestazioni di gioia, ma solamente rigidi e cupi saluti militari, quasi fossimo ancora rimasti all’ottocentesco “siam pronti alla morte”, oppure al dannunziano “guerra, sola igiene del mondo”, una manifestazione muscolare più adatta a un regime che a uno stato moderno e partecipato.

Però, però… a pensarci bene, almeno di questi tempi, la parata militare potrebbe avere senso.

L’esercito (compresi aviazione e marina ovviamente) non è più “un popolo in armi”, e questo da quando la leva obbligatoria è stata sospesa sine die, perciò quelli che sfileranno marciando saranno unicamente dei professionisti, soldati di mestiere, che fanno questo “mestiere” non sempre per convinzione o vocazione, ma il più delle volte perché è un posto di lavoro, un po’ speciale, un po’ pericoloso è vero, ma non di più di quello di camionista o di carpentiere edile, o di tante altre professioni che hanno le loro vittime quotidiane, caduti troppo presto obliati, quasi considerati al pari di inevitabili danni collaterali.

Verrebbe da pensare che questa parata sia una specie di spot pubblicitario, un po’ come quelle campagne di reclutamento che negli USA servono per procurare ai generali carne da cannone, facendo balenare i lustrini di uno stipendio, una carriera, una via di fuga, un posto nella società.

Verrebbe da credere che la risposta alla disoccupazione e alla precarietà sia la caserma, che una bella divisa possa coprire la sensazione di una vita sprecata, che la gerarchia militare sia l’unico antidoto contro il nepotismo e la cooptazione imperanti, che obbedire agli ordini sia più rassicurante che tormentarsi di dubbi per un futuro incerto.

Verrebbe da rispondere che evitando di “esportare” la democrazia, bene del quale abbiamo fatto negli anni carne di porco, rinunciando a procacciarsi armi costosissime quanto inutili giacché le guerre, quelle vere, ormai si svolgono solamente nelle borse mondiali (le restanti si chiamano “missione di pace”), distogliendo lo sguardo dal Deserto dei Tartari e guardando in faccia i veri nemici, la sovrappopolazione, l’insufficienza d’acqua e di cibo, le disuguaglianze crescenti, l’inquinamento, l’integralismo, il razzismo di ritorno, l’ignoranza, allora sì che si potrebbe dar credito all’articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Questo mi verrebbe da dire ma, si sa, sarebbe meglio che queste considerazioni me le tenga per me, poiché sono ancora lontane dal comune sentire, e sono forse frutto di pensieri acidi, spocchiosi e comunque mai sereni. Ma come si fa a rimanere sereni quando, a causa di un terremoto globale, tutto sta andando in rovina?

 

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per nonna gina

QUELLO CHE HO….

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NON MI MANCA NIENTE 
NON SERVE POI TANTO
L’AMORE E’ INFINITO
GUARDO IL CIELO 
E’ UN MARE AL ROVESCIO
MI SPECCHIO NELL’INFINITO
NON MI MANCA NIENTE 
MI GUARDO ATTORNO 
HO ANCHE TROPPO 
SE CI PENSO
IN FONDO C’E’ SOLO
UN MODO PER STAR BENE 
HO TUTTO 
PER AMARE

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Passa la banda

Lovran (Laurana) 26/05/12 – Incontro delle orchestre di fiati dell’Istria

Laurana è un piccolo paese costiero dell’Istria, nei pressi di Rijeka (Fiume).
Deve il suo antico nome alla gran quantità di piante di lauro che circondano il paese e che spandono nell’aria il loro caratteristico aroma.
Mare pescoso e clima mite ne fecero una località ambita fin dalla preistoria; fu abitata dai Liburni, Romani, Ostrogoti, Bizantini e Franchi. Sotto i Patriarchi di Aquileia divenne un importante centro commerciale e vennero aperti numerosi cantieri per la costruzione di imbarcazioni di tutti i tipi, dalla battana alla cocca.
Nel XIX secolo ormai la cantieristica navale aveva necessità di spazi e attrezzature cha Laurana non poteva assolutamente offrire, e la zona entrò in grave crisi. Alla fine del secolo però Laurana trovò una sua nuova redditizia collocazione: il turismo. L’impero asburgico costruì a Laurana e ad Abbazia (Opatija) lussuose ville, centri termali e accoglienti alberghi, praticamente inventando i centri benessere.
Con la caduta dell’Austria-Ungheria e l’arrivo del Regno d’Italia questa zona perse importanza e subì un’inevitabile decadenza i cui segni si notano ancora oggi. A peggiorare il tutto sono infine arrivate le nuove costruzioni turistiche di epoca jugoslava che appaiono velleitare e incongrue, quasi più decadenti dei vetusti palazzi ottocenteschi.
A salvarsi è solo il mare, ancora oggi fonte di reddito e di meraviglia, panorama perennemente irrequieto, amico pericoloso e indissolubile ingrediente di queste terre.

A Laurana si tiene in questo periodo dell’anno un incontro di orchestre a fiati, di bande insomma, provenienti da tutta l’Istria, croata, slovena e italiana.
Ben 24 bande si sono esibite quest’anno, ognuna delle quali con le sue caratteristiche e col suo repertorio. Conto, quanto prima, di riuscire a inserire qualche clip sonora, ma, per il momento, vi dovete accontentare di queste fotografie.

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Laurana – Porticciolo abbastanza affollato.

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Laurana – Stari Grad (Città vecchia).

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I casi sono due, o chi ha verniciato questa finestra è daltonico, o sono stati utilizzati i colori che avanzavano in magazzino.

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Antica corte del 1687 (e non è un museo, ci vivono!).

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Questo portone è invece più moderno, è del 1722.

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Antiche vestigia dei bei tempi che furono.

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Pronti?

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Una tristezza così
non la sentivo da mai
ma poi la banda arrivò
e allora tutto passò
volevo dire di no
quando la banda passò
ma il mio ragazzo era lì
e allora dissi di sì

e una ragazza che era triste
sorrise all’amor
ed una rosa che era chiusa
di colpo sbocciò
ed una flotta di bambini festosi
si mise a suonare come fa la banda
e un uomo serio il suo cappello
per aria lanciò
fermò una donna che passava
e poi la baciò

dalle finestre quanta gente spuntò
quando la banda passò
cantando pace ed amor
Quando la banda passò
nel cielo il sole spuntò
e il mio ragazzo era lì
e io gli dissi di si
La banda suona per noi
La banda suona per voi

E tanta gente dai portoni
cantando sbucò
e tanta gente in ogni vicolo
si riversò
e per la strada
quella povera gente marcia felice
dietro la sua banda
Se c’era uomo che piangeva
sorrise perché
sembrava proprio che la banda
suonasse per lui
in ogni cuore la speranza spuntò
quando la banda passò
cantando cose d’amor
La banda suona per noi
La banda suona per voi

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E uan e ciù, e uan ciù tre quattro….  si attacca!

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Anche frazioni minime, con meno di 500 abitanti, si permettono una banda di tutto rispetto.

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Bye Bye Laurana, grazie della meravigliosa giornata, e ci vediamo sentiamo il prossimo anno!

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Ah sì, questi pregevoli lavori fatti a mano (sul posto) li potete trovare sulla passeggiata Franz Josef, un percorso pedonale sul lungomare che va da Lovran (Laurana) fino a Opatija (Abbazia).

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PraguePatchwork – 03

Basta stare al chiuso, usciamo e andiamo a prendere un po’ d’aria.

Niente di meglio di un giretto sul lungofiume, o, se il pazzerello tempo boemo lo permette, nel fiume, in battello ovviamente.

Sto parlando della Vltava (Moldava), il fiume che nasce in una selva ai confini con la Germania e l’Austria, e che, dopo aver attraversato le famose località di Český Krumlov (città e castello patrimonio UNESCO) e di České Budějovice (culla della birra Budweiser), e aver fatto visita a numerosi castelli, Rožmberk, Hluboká, Zvíkov, Orlík, arriva a finalmente Praga, dove diventa protagonista e indissolubile compagna della vita di questa città.
Lasciata Praga, la Vltava quindi prosegue verso Nord, per unirsi infine con il fiume Labe (Elba).

Alla Vltava Bedřich Smetana dedicò un poema sinfonico, uno dei sei che fa parte del ciclo Má vlast (la mia patria) composto fra il 1874 ed il 1879.

Già che ci sono, ho aggiunto un link a questo poema sinfonico di Smetana.

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Ecco la Vltava vista da Vyšehrad (il castello alto), prima residenza dei duchi di Boemia e dei re cechi, località antesignana della futura gloria di Praga. Per inciso, a Vyšehrad è dedicato il primo poema sinfonico del ciclo Má vlast

A Vyšehrad ci si arriva in tram, magari passandoci sotto (o dentro).

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Imperativo, ineludibile, inevitabile, imprescindibile, un passaggio sotto Karlův Most (Ponte Carlo), il più famoso (e frequentato) ponte di Praga.
Fu fatto costrurire agli inizi del ‘400 da Carlo IV, Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Sul suo conto (del ponte) girano parecchie storie, a metà tra la leggenda e la bufala. Una di queste racconta che, per rendere più resistente la malta, venne usato nell’impasto anche tuorlo d’uovo, anzi, Carlo IV ordinò che tutti i paesi del regno fornissero a tale scopo un carro di uova. Si narra che uno dei villaggi più lontani, per incomprensione, per ignoranza, o semplicemente per prudenza vista la lunghezza del viaggio, inviò un carro di uova sode!

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Successivo a Smetana, ma non per questo meno famoso, é Antonín Dvořák, il quale si è sempre distinto dal suo illustre predecessore per una visione abbastanza diversa del suo paese (e della vita), e anche lo stile musicale ne ha risentito di conseguenza. Meno di vent’anni dividono i due compositatri, ma sembrano un secolo. E’ abbastanza indicativo il fatto che Dvořák, pur avendo dedicato moltissime composizioni alla sua terra, è noto al grande pubblico per la Sinfonia n. 9 in mi minore intitolata “Dal Nuovo Mondo”, composta a New York nel 1893.

Eccovi il 4° movimento di questa famosa sinfonia.

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Forse Dvořák, in quella metropoli già frenetica di un continente sterminato, si ricordava di un altro Nuovo Mondo, più piccolo, più antico, più familiare. Sto parlando di Nový Svět (Nuovo Mondo), un quartiere di piccole case di epoca rinascimentale, un pugno di piccoli edifici ai piedi di Loreta.
Nato intorno al 1360 come sobborgo di Hradčany, questo quartire venne ben presto inglobato nel castello, diventando la dimora dei dipendenti del castello stesso.
Mi restano ancora ignoti i motivi che indussero i praghesi a chiamare questo quartiere “Nuovo Mondo”, però mi permetto di sottolineare due coincidenze. La prima è che proprio nel periodo della ricostruzione del borgo dopo un furioso incendio, qualche avventuroso attraversando l’oceano aveva effettivamente scoperto un “nuovo mondo”. La seconda è che nel 1600 in questo quartiere dimorò l’astronomo Tycho Brahe, il quale non si accontentava di un solo nuovo mondo, ma ipotizzava un intero nuovo universo.

Il posto non è semplicissimo da trovare e, come ben vedete, non è stato ancora invaso dai turisti.

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Queste casette un tempo ospitavano la povera gente, pescatori, falegnami, braccianti, mentre oggi sono tra le più quotate di tutta Praga, anche perché la zona è tranquillissima, pur essendo a quattro passi (ma veramente quattro) dal centro.

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Bene, ora mi è venuta sete; vi lascio e vado a farmi una birra, una Staropramen ovviamente. Comunque niente paura, ce ne sono ancora di cose strane da vedere, vi chiedo solamente un po’ di pazienza. Come dice quel proverbio: meglio le cose brutte tutte in una volta, e quelle belle una alla volta. E mi sa che qua la storia è ancora lunga…

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Altre immagini sono disponibili nei post
PraguePatchwork – 01
PraguePatchwork – 02

La fallacia Facebook

moti di TERRA

La terra
la pensiamo un ammasso di sassi e  polvere 
la sfruttiamo fino all’osso
la sporchiamo con le nostre vergogne
ma la terra è viva
si nutre dei nostri sbagli
ci sopporta 
ma viene il momento 
che si sveglia
tremendo boato
sono secondi
secondi di morte
polvere tra la polvere
la terra, non ne ha colpa
lei è viva, si muove respira
noi  ignoranti,superbi,
la crediamo morta 
perchè fa comodo crederlo 
chiudiamo gli occhi di fronte a tutto
diventiamo sordi all’urlo della vita
gridiamo con odio al terrore di 
non sentire la terra sotto i piedi
ma la terra è viva
siamo noi i colpevoli
anche viventi
siamo noi
i morti