Pochi soldi, poca musica – 6ª puntata – PARADISO

Puntate precedenti
1ª puntata – GENESI
2ª puntata – ESODO
3ª puntata – DAVIDE E GOLIA
4ª puntata – LE MURA DI GERICO
5ª puntata – APOCALISSE

E’ veramente strano.
In questa puntata tradisco ignobilmente quanto di musicale ho amato in gioventù, liquido con colpevole leggerezza quei musicisti che più hanno contribuito alla mia formazione: un vero e proprio parricidio.
E cosa vado inconsapevolmente a realizzare come illustrazione al post? Una “Stairway to Heaven”! Se non è eterno amore questo…
Sicuramente il Dr. Freud ne avrebbe tratto del materiale di studio. Ne avrebbe dottamente convenuto che Eros e Thanatos vanno sempre a braccetto, che i figli desiderano uccidere i padri, che nell’amore l’orgasmo è una piccola morte, che si può uccidere per la paura di non essere capaci di amare per sempre.
Ora che ci penso, mi viene proprio voglia di porvi un piccolo quesito.
Mettiamo il caso che un giorno, all’improvviso, la persona amata, la luce dei vostri occhi, colei o colui che vi fa palpitare il cuore, vi pianti un coltello da cucina nel ventre. Soffrireste, questo è certo, ma perché? Per quale motivo? Per quei quindici centimetri di acciaio che straziano le vostre budella, o per la disperazione di scoprire in maniera così brutale e definitiva che non siete amati per niente?
Lasciamo perdere, rischiamo di scivolare nel Pulp, meglio restare nel Pop.

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01010000 01000001 01010010 01000001 01000100 01001001 01010011 01001111 (50 41 52 41 44 49 53 4F)

Scattiamo un’istantanea della situazione attuale per tramandarla ai posteri. Clic. Il risultato fa sembrare la Battaglia di Montaperti una banale scaramuccia tra ragazzi.

Da una parte abbiamo la legalità, un Golem formato dalle azioni di polizia, predisposte dai governi, a loro volta pilotati dall’industria dell’intrattenimento, la quale è dipendente dai lauti guadagni che i loro pupilli garantiscono. Dall’altra parte sta l’illegalità, un’Idra velenosa, con le sue molteplici teste pronte a colpire ogni punto debole dell’avversario per carpirne il bottino.

Il gigante è lento ma instancabile, e colpisce con forza sovrumana. L’infido rettiliforme invece all’apparenza sembra più debole, ma per ogni testa che perde ne spuntano subito altre due; impossibile sconfiggerlo.

Prima che vi schieriate unilateralmente con uno dei due contendenti, troverei opportuno porvi alcune domande.

Fino a quando la legge può confliggere con il buon senso?
E’ giusto che, contrariamente ad ogni regola del diritto (abusus non tollit usum), nell’impossibilità di individuare l’illecito si proibisca il lecito?
E’ morale impedire la condivisione della cultura in nome unicamente del profitto?
Trovate ragionevole questa criminalizzazione generalizzata della condivisione, in ossequio alla perversa massima “Colpirne uno per educare cento”?
Quale ritenete sia il giusto compenso per l’utilizzo di un’opera artistica?
Di quel che si paga, quanto immaginate che vada nelle effettivamente tasche degli autori?
Qualcosa va a beneficio dei nuovi talenti ancora sconosciuti?
La mancanza di un consistente ritorno economico impedisce la creazione di nuove opere dell’ingegno?

Per tutti questi interrogativi non aspettatevi risposte da me, non ho certezze e, a dirla tutta, non sarei neppure troppo imparziale.

Ho però ho una risposta per la domanda più importante di tutte: ne vale davvero la pena?

Guardate un po’ questi nuovi idoli da carro di Carnevale, figure protoplasmatiche, esseri bidimensionali ed artefatti; cantano piano per non disturbare; al conservatorio hanno preferito mimica e playback; curano più il gossip del fraseggio; sono sempre obbedienti agli ordini di scuderia e alla moda del momento; ignari del concetto di creatività, confondono diversità con originalità.

In alternativa abbiamo dei prodotti stagionati, amabili vecchietti che ripropongono stanchi refrain degli anni ’70, attempati rocchettari che si accompagnano al coro dell’Armata Rossa, che sfogano in odierni eccessi le angustie della loro gioventù, star che imbastiscono spettacoli da circo equestre dove la musica fa da accompagnamento a macabri pagliacci, nonnetti che invece di cantare una ninna nanna ai lori nipotini gli urlano in faccia, come il sergente Hartman, di spolmonarsi tutti assieme.

Veramente ci stiamo accapigliando per “questa roba”?

Se avete letto le puntate precedenti, vi sarà ormai chiaro che la musica è stata la colonna sonora interattiva di un bel pezzo della mia vita, dove “bel” sta per lungo ma anche per bello.
Sono colpevole Vostro Onore, lo ammetto.
Anch’io mi sono messo in fila per riuscire a vedere “Help“, ho pure spianato pacchi di 45 giri nel mio Phonobox, mi sono strusciato al magico suono della chitarra di Carlos Santana, ho baciato timidamente con la complicità di Simon & Garfunkel, mi sono perso la brocca per i Pink Floyd e Frank Zappa, sono stato un entusiasta roadie in concerti dove girava più fumo che birra, ho passato notti insonni dietro ad un mixer di una radio libera, mi sono sciroppato migliaia di chilometri per ascoltare il suono di una Gibson “Diavoletto” pizzicata con maestria, talvolta mi sono trovato circondato da apparecchiature tra le più inutili che il genere umano abbia mai concepito.

Ma se ho pur amato, e ancora amo quei virtuosi del pentagramma, adesso non posso fare a meno di sentire odore di stantìo, di minestra riscaldata.
A costo di passare per fedifrago, confesso di essere perennemente alla ricerca di sensazioni nuove, di esperienze musicali un po’ più dure da masticare, ma almeno di sapore variato.

“Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”, recita la Bibbia, e non è più tempo di sacrifici umani.

I megaconcerti di oggi raccolgono oceaniche folle plaudenti, generose nella partecipazione all’evento, ma poco disponibili a svenarsi economicamente oltre all’evento stesso.
Possedere, conservare gelosamente, riascoltare continuamente un brano musicale, non fa parte del DNA delle nuove generazioni. Molto laicamente, esse si limitano a cavalcare le sensazioni istantanee generate dal pezzo del momento, evitando accuratamente di farsi possedere da quella brutta bestia della melomania.
Piaccia o non piaccia, la musica non è più oggetto di culto, ma di consumo.

A causa di questa differente valutazione di valori, si è scatenato un conflitto apparentemente insanabile tra chi crea musica e vuole viverci, e chi l’ascolta e non vuole morirci.
In questa situazione, mirare all’annientamento dell’avversario è miope, suicida, e pure inutile perché, se i due contendenti la smettessero di combattere, vincerebbero entrambi.

Le armi per questa pace le offre un’associazione di nome Creative Commons.
Creative… cosa? Meglio un piccolo esempio.

Un gruppo di ragazzini di Janovce, per uno di quei casi fortunati della vita, incontra un’insegnante di musica che riesce miracolosamente a non far sembrare vuote ed inutili quel paio d’ore di lezione ogni settimana. Così, invece di prepararsi per la lezione seguente, o far gli scemi con le ragazze, o scappare in bagno a fumare, questi giovincelli cominciano a provare un genuino interesse per la musica.
Usciti da scuola, si mettono a strimpellare qualche vecchia chitarra oppure una fisarmonica sfiatata. Trovato un fienile scalcinato, provano l’ebbrezza di suonare assieme le vecchie melodie paesane, tanto per passare il tempo.
Un giorno, quello del gruppo che ha un vetusto Toshiba comprato in un mercatino dell’usato, sfila al fratello maggiore alcuni dei suoi preziosi CD “amerikani” e li fa ascoltare alla compagnia: tutta un’altra musica. Essi percepiscono istantaneamente l’immagine del Graal che dovranno cercare per tutta la vita…
Dopo qualche anno quei ragazzini sono diventati dei passabili musicisti. Hanno finito gli studi; chi sta in fabbrica, chi lavora i campi, chi insegna chimica, chi è a spasso. Continuano però a vedersi ed a suonare assieme, ai matrimoni, alle sagre, alle feste di compleanno, così, divertendosi e tirando su qualcosa per togliersi qualche sfizio. Ma sono ancora insoddisfatti, inappagati: non hanno ancora trovato il loro Graal.
Sono riusciti a sviluppare uno stile personalissimo, miscelando le armonie tradizionali della loro terra con i ritmi di continenti remoti, e ci terrebbero molto a farsi conoscere oltre gli angusti confini della loro vallata. Hanno pure realizzato un loro CD, è stato facile, la tecnologia digitale aiuta molto; adesso si tratterebbe solo di collocarlo, diffonderlo, distribuirlo, ma come? Con i loro magri risparmi potrebbero stamparne un migliaio di copie, e forse la loro notorietà arriverebbe a Bardejov, a Giraltovce, e forse financo a Prešov, poca roba comunque.
Le case discografiche sono lontane, distratte, maldisposte verso ritmi poco discotecari o melodie che non sanno di iu-es-ei. Porte chiuse ovunque.
Allora chi non li vuole, non li merita…
La Slovakia è sorda? Bene, vediamo se il mondo è più ricettivo!
Prendono la loro amata musica e decidono di diffonderla tramite Internet, dando facoltà a tutti di utilizzarla liberamente, secondo quanto prescritto da una licenza Creative Commons.

Il messaggio è chiaro: prendete e godetene tutti, basta però che venga sempre riconosciuto che si tratta della “loro” musica. Se poi qualcuno avesse intenzione di sfruttare economicamente il frutto di tante fatiche, una fetta della torta dovrà andare direttamente nelle “loro” tasche, senza l’intermediazione delle sanguisughe discografiche.

Porebbe capitare perciò che un ragazzino di Voorschoten giri con la sua bici tra i tulipani ascoltando piacevolmente quel nuovo gruppo slovacco, oppure che il gestore di un fumoso bar di Brest lo giudichi un sottofondo musicale diverso e più divertente della solita musica bretone usata dalla concorrenza, o magari che per un blogger catalano siano addattissimi quei ritmi per sonorizzare l’ultimo filmatino da postare in rete, e tutto ciò in maniera assolutamente legale.
Come nelle fiabe, potrebbe anche verificarsi (è successo veramente) che un produttore della West Coast si imbatta per caso nella loro musica, ne percepisca la novità, facendoli finalmente emergere dalle nebbie dei Carpazi, e tutto ciò grazie a questo tipo di licenza.

Creative Commons è un’organizzazione no profit nata nel 2001 proprio per superare le regole draconiane imposte dalle attuali normative sul copyright, regole rigide che paralizzano il mercato e penalizzano i consumatori.
Le licenze Creative Commons ammettono vari gradi di libertà per l’utilizzo, l’editazione o l’uso commerciale dell’opera.
All’utente privato è sempre consentita la fruizione libera e la duplicazione dell’opera. Qualora invece un utente ne intendesse fare un uso professionale, inserendola in un’attività o un prodotto commerciale, all’autore verrà riconosciuto un compenso, una commissione che andrà direttamente all’artista e non al distributore, al commerciante, alla casa discografica, all’agente, alla SIAE, ecc.

Non si pensi che ad utilizzare questo tipo di licenze siano i soliti quattro sfigati, tutt’altro.
Solo in campo musicale, già decine di migliaia di artisti hanno detto addio ai canali tradizionali di distribuzione.
Possono essere giovani talenti emergenti, capaci professionisti stufi di comporre solo jingle pubblicitari, oscuri contrattisti senza sbocchi alternativi, musicisti innamorati del folclore delle loro terre, audaci sperimentatori di fusioni stilistiche, nostalgici degli anni sessanta, virtuosi di strumenti esotici, e tutta una babele di artisti i quali hanno un solo fine: farsi ascoltare, conoscere, apprezzare, da noi.

Per combattere gli eccessi del Copyright è nata questa musica Copyletf, e mai nome è stato così bene indovinato. Perché Left non è solo il contrario di Right (e qui ci scappa pure la dietrologia politica), Left è anche il participio passato del verbo “to leave” (lasciare), quindi Copyleft sta per “lasciato copiare“: nomen omen.

Come sovente capita nell’utilizzo di Internet, casomai vi venisse voglia di cercare su Goooooooogle la musica Copyleft, vi troverete con almeno duecentomila risultati, una situazione ben nota ai navigatori, i quali solitamente reagiscono spegnendo tutto e andando a farsi una tisana calmante.
Niente paura; esistono dei siti che raccolgono le opere di questi artisti “liberali” e permettono agli utenti di scaricare e, se gli garba, anche di sostenere gli autori preferiti.

Uno di questi contenitori di musica Copyleft è Jamendo (http://www.jamendo.com/it). Qui si trova di tutto, dalla musica afro, alla zen.
A meno che voi non siate un alieno del pianeta Altair IV, è matematicamente impossibile che non troviate il vostro genere di musica preferito, e chissà che non incontriate anche nuovi amori.
Sul regno di Jamendo non tramonta mai il sole; gli artisti provengono da tutti i lidi del globo terracqueo.
Dall’Albania non arrivano solo i trafficanti di carne umana, ma anche della buona musica rock.
In Bielorussia, il dittatore Lukashenko non è riuscito a spegnere la musica indipendente.
A dispetto del regime castrista, a Cuba si produce musica Copyleft.
Nella libertaria Danimarca le licenze Creative Commons sono di casa.

Spero di aver acceso la vostra curiosità, perché fino alla lettera V di Vaticano (ebbene sì, anche là), l’alfabeto è lungo.
Allora che vogliamo fare? Qua non si tratta solo di vil pecunia.

Siete tra quelli che i soldi gli escono dalle orecchie e ne avete da buttare? Fate pure, pagate, nessuno vi romperà mai le scatole. Prego, andate ad ingrassare le balene discografiche ed i loro show nazionalpopolari. Continuate a tenere in vita quelle cariatidi che hanno dato il meglio di sé quando i telefoni pubblici erano ancora a gettone. Viziate quelle pallide e scolorite imitazioni di artista che ingolfano il piccolo schermo. Sentitevi pure fieri di aver partecipato al raggiungimento dell’ennesimo inutile disco di platino, estivo o rivierasco che sia.

E se i soldi invece non li tenete, potete pure continuare a fare i facchini, scaricando giga e giga della solita sbobba, rischiando virus, intrusioni nel vostro computer, furti di identità, rogne con i gendarmi (informatici e fisici), e sole colossali.
No, la questione non è solo mercantile.

Entrambi i comportamenti tengono in vita un sistema ingessato che teme un utente libero ed informato, un’organizzazione che vuole giustificare un’intransigente repressione spacciandola come la sacrosanta reazione all’attentato di lesa maestà, e che difende ad oltranza le mura di un castello abitato solo da fantasmi mediatici.

La spregiudicata monetizzazione ha strappato l’anima alla musica. Ne è rimasto solo il corpo che, come ogni essere vivente, ha il primario obiettivo di prolungare la sua esistenza in vita, ingoiando roba buona e producendo roba molto meno buona, scarti altrimenti definiti (mi si passi il francesismo) “merda”.

Se proviamo ad uscire da questa contrapposizione tra i due blocchi, possiamo tentare di imporre un nuovo modello di fruizione dell’arte, un sistema che guardi alla qualità e non all’etichetta, per quanto roboante essa sia.
Va fatto digerire il concetto che gli autori vanno sostenuti, ma vanno supportati solo quelli che lo meritano, non quelli allevati in batteria dalle case discografiche, i cosiddetti “ballon d’essai” creati tanto per vedere come tira il vento del successo.
Ciò che esce dalle nostre tasche, tanto o poco che sia, non deve più finire nelle rapaci grinfie di quel corollario di parassiti che difendono unicamente il loro orticello, statale o aziendale che sia.
Si tratta di fare soltanto un piccolo sforzo.

Cominciamo col tradire, senza rinnegare, le divinità del presente Olimpo musicale; guardiamo con occhi un attimo disincantati questi odierni semidei pitturati di fresco e andiamo invece su Internet a caccia di qualcosa di nuovo, che non vuol dire moderno a tutti i costi, qualche opera distribuita con licenza Creative Commons; ascoltiamola senza pregiudizi, sia in bene che in male.

Se avrete pazienza e un pizzico di fortuna potrete facilmente constatare che siete benissimo in grado di fare a meno del leggendario “rancio ottimo e abbondante”, che l’attuale sistema discografico vuole propinarvi a tutti i costi.
L’equazione “pochi soldi, poca musica” verrà così invalidata, finalmente superata dal nuovo paradigma “prima la musica, poi i soldi“.

Provateci, che vi costa?

.

(?Fine)

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P.S. Non preoccupatevi per quella serie di numeri che avete trovato al posto del titolo, non è un problema del PC, del software, o un virus, quello è il titolo. Si tratta della parola PARADISO in codice binario ed esadecimale. Ormai la musica gira così…

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10 Risposte to “Pochi soldi, poca musica – 6ª puntata – PARADISO”

  1. limucci Says:

    Stelio, mi hai fatto impazzire i bulbi oculari per leggerti TUTTO, e il brutto è che ad ogni argomentazione mi viene una risposta che poi si vede superata da quella successiva… allora: prima di tutto dimmi dove si studia in conservatorio (nomen omen anche qui) mimica e playback, sono rimasta indietro. Altra domanda: hai presente quelle digitalizzazioni del Clavicembalo ben temperato che sto pubblicando? Hanno un futuro divulgativo? E dove? E poi… no, per ora basta così, mi sono giàù persa! 😉

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    • Stelio Says:

      Guarda che è da un pezzo che hanno inventato le stampanti… 😀
      Oppure basta fare un Ctrl+c del testo e incollarlo (Ctrl+v) sul tuo text editor, modificando quindi font e dimensione dei caratteri.
      Quanto al conservatorio, non ne ho idea. Dato che si definiscono musicisti ne ho desunto che dovrebbero aver fatto il conservatorio. Dato che poi, alla prova dei fatti, suonano male ma si agitano bene, presumo che abbiano studiato poco la musica e molto la mimica… 😉
      Ho dato un’occhiata (e un’ascoltata) ai due post bacchiani. L’intenzione è lodevole, però penso che dovresti aggiungere qualche ingrediente, che ne so, qualche nota informativa, qualche aneddoto, qualche bella immagine che rimandi all’epoca, vedi tu. Dovresti fare un pò come le presentazioni dei Concerti del Quirinale, sempre ricche di informazioni, piccole perle in grado di interessare anche chi non ha studiato armonia.
      Per esempio, parliamo del clavicembalo. Cos’è? E com’è stato temperato, con un grosso temperaclavicembali? E se non fosse temperato, com’è? Tropicale? Polare? Mah 😀
      Bye

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      • limucci Says:

        Caro Stelio, se leggo al pc leggo al pc, e se leggo su carta leggo un libro (ho anche la stampante che mi fa i capricci, per inciso): lo so, sono fatta male, un po’ strana, ma abbino il computer alla velocità e se voglio un po’ più lentezza lo spengo. Tu continua pure a scrivere lungo: anche tu hai le tue caratteristiche peculiari, e … meno male che ci sei! Dai sempre notizie interessantissime e fuori dal pensiero comune. Le digitalizzazioni di Bach devi guardarle qui: http://www.nuovemuse.it/clavicembalo-ben-temperato.html saltando i primi tre ai quali ho assegnato una differenza di tocco, di dinamica, non curandomi del fatto che il clavicembalo non è un piano-forte; quelli dopo invece li ho fatti meglio, più “rispettosi” verso lo strumento. Ho cominciato anche ad abbinarli a immagini, ma solo per caricarli su facebook senza problemi, perché il mio intento è quello di ascoltarli e basta. Ognuno di questi lavori mi prende minimo-minimo una giornata, e non gli voglio dedicare un minuto di più. Però posso farci dei link con wikipedia, per soddisfare ulteriori curiosità. E ora al lavoro! 😉 Grazie come sempre, preziosissimo Stelio!

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  2. Ileana Says:

    Ciao ragazzi, se volete fate un salto sul nostro blog : http://www.weekendout.it , troverete tante idee ed eventi a Roma e .. non solo! 🙂

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  3. Manola Says:

    ….be io rimpiango ancora il mio mangiadischi verde pisello 😀 dove il disco in venile 45 giri usciva dopo un po ovalizzato e non entrava più ,ma la musica sentita così era il massimo e mi faceva allora sognare ….ora, sì abbiamo il massimo in tecnologia, ma i sogni sono esauriti….per fortuna la musica è rimasta è solo cambiato il modo ,importante è che dia emozioni…. allora poca ma buona come gli amici veri 🙂

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