Memo – seconda puntata

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Memo

Al mattino del giorno successivo, sul tavolo dove campeggiavano agli avanzi di una robusta prima colazione che mai sarei riuscito a finire, feci un po’ di spazio tra la tazza del caffè e un panetto di burro, giusto per consultare una mappa, per cercare di capire dove diavolo mi trovassi.
Dopo un paio di minuti, un “ehm, ehm” appena borbottato mi fece sollevare lo sguardo verso la sala. C’era solamente il mio albergatore, florido e rubizzo, al momento impicciato da vassoi e stoviglie, quindi facente funzioni anche di cameriere. L’eccesso costante di carminio nel suo incarnato mi fece sospettare una particolare arrendevolezza verso i distillati, non rara da quelle parti.

– Non vorrà mica fidarsi di quelle carte vero? –

– Perché cos’hanno che non vanno? –

– Tutto. Aspetti un attimo. –

Senza darmi il tempo di rispondere si girò e tornò in cucina, per uscirne dopo qualche minuto, non da solo, ma con una bottiglia e due bicchierini. Posò questi ultimi sul lucido piano di abete e ci versò dentro, solamente fino all’orlo perché di più non ci stava, del liquido dai riflessi verdognoli, e quindi, senza chiedere permesso (in fin dei conti ero a casa sua), si sedette di fronte a me, con scarsissima intenzione di licenziare la bottiglia. I miei sospetti apparivano, di minuto in minuto abbastanza fondati.

– Alla salute! – e, rovesciando la testa all’indietro, buttò giù d’un fiato il contenuto del suo bicchiere.

Io, alle nove del mattino, non mi mi sentivo altrettanto temerario, e praticamente mi bagnai solamente le labbra e la lingua, cercando di temporeggiare in attesa di una via di scampo.
Essendo ormai diventati fratelli di grappa, mi confidò che le mappe che avevo in mano erano inaffidabili, bugiarde, peggio che inutili: pe-ri-co-lo-se.

– Due anni fa è venuto giù di tutto: acqua, grandine, tempesta. Il monte è diverso adesso.-

In pratica i sentieri segnati non esistevano più, sepolti dalle frane, coperti dagli alberi sradicati, scavati dai torrenti in piena; in certe zone era pericoloso avventurarsi perché il terreno si sfarinava sotto i piedi come ricotta vecchia; in altre capitava di camminare ore e ore solamente per doversi fermare sul ciglio di un burrone inaffrontabile. Ci sarebbe voluta almeno una decina d’anni prima che il tutto si stabilizzasse.

– E allora io come faccio? –

– Le serve una guida. –

– Lei?…- Cominciai a sospettare un imbroglio per infinocchiare l’allocco di passaggio.

– No, no, scherza, io c’ho l’albergo da mandare avanti. Vorrei, ma non ho tempo. –

– Chi allora? –

Ci pensò su per un po’, e anche qualcosa in più. O le guide erano troppe e la scelta era improba, oppure troppo poche e perciò tutte impegnate, oppure ancora era il grappino che stava esercitando egregiamente le sue funzioni.

– Vada dal matto. –

– Eh? –

– Ma sì, il matto è in gamba, conosce il monte come le sue tasche. –

Benissimo, mi venne di pensare, dalla fregatura siamo passati all’omicidio, scaricando ovviamente la colpa sul matto del paese, ovviamente non punibile causa infermità mentale. Il ridente villaggio montano stava prendendo i contorni di uno scenario da film horror.

– Il matto… mi sta prendendo in giro? –

– No, è che noi lo chiamiamo così, da sempre. Il suo nome è Enzo, Renzo, non ricordo, chieda al parroco, forse lui… ma è innocuo creda, solamente un po’, come dite voi di città… ah sì… eccentrico. –

– Altri? –

– Mi spiace, uno è fuori, tutta la settimana, con una comitiva, uno è dentro, ubriachezza molesta e danneggiamenti,… –

– Mal comune a quanto pare – pensai.

– … e uno è così e così. –

– Così e così? –

– Ha ottant’anni, e ultimamente si sente le gambe un po’ deboli. –

– Ho capito, vada per il matto. Ha il suo telefono, o l’indirizzo? –

Poco mancò che l’albergatore si strozzasse dalle risate. Poi, asciugandosi le lacrime, si scusò e, tanto per ridarsi un contegno, asciugò ancora un po’ il contenuto della bottiglia.

– Il telefono! Ce ne sono dieci in tutto il paese! Ah, ah, ah, e uno dovrebbe averlo il matto? E che se ne fa? Chiama gli stambecchi per sapere come stanno? Ah, ah, ah, ah. –

Mi stavo convincendo che forse ero capitato in una specie di esperimento terapeutico, un posto dove i pazzi girano liberi per le strade. Dovevo aver sentito da qualche parte l’idea balzana che alcuni psichiatri avevano proposto. Forse era già successo e nessuno ne sapeva ancora niente. Li avevano messi qui, in segreto, liberi ma isolati, in questo manicomio all’aperto. I medici sicuramente li stavano osservando, di nascosto, e valutavano le loro reazioni col mondo normale, utilizzando come cavie i malcapitati che passavano in paese.

– Qua non ci sono indirizzi. C’è la piazza, la villa, il campo nuovo, roba del genere, e poi ci si conosce tutti. Cosa vuole che mi serva un pezzo di carta che mi dica dove sto. ‘Ché, forse già non lo so da me? –

– Ma allora come la trovo questa persona? –

– Vada dritto fino alla chiesa, giri a destra per il sentiero in salita e arriverà alla casa del matto. –

– Ho capito… ma com’è, come la riconosco… –

– La riconoscerà, la riconoscerà, si fidi. Mi perdoni, ora devo proprio andare, la cucina mi aspetta. Buona giornata! –

Mi lasciò così, col mio bicchierino di grappa alle erbe ancora pieno, e con una selva di interrogativi. – Beh – pensai, – togliamoci il pensiero e andiamo a cercare questo matto -. Per sottolineare la mia decisione e mostrarmi all’altezza della situazione mi venne spontaneo di imitare il mio ospite, e ingollai d’un fiato quel pallido liquore, ricordandomi all’istante di una cosa importantissima.

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Continua

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