Oggi mi gira così

Oggi ho avuto il risveglio Freak. Non freak comunemente conosciuti come gli “sballoni” degli anni ’70.

Freak come la pellicola del 1932 di Tod Browning che suggerisco calorosamente di vedere e tenere nella vostra collezione cinematografica.

Freak come quelli del libro di Leslie Fiedler (prima edizione 1981) che porta questa dedica “A mio fratello che non ha fratello a tutti i miei fratelli che non hanno fratello” e inizia con questa prefazione:

“Viviamo in un periodo in cui il nome freak viene rifiutato da tutti quegli umani fisiologicamente devianti ai quali è stato applicato per tradizione: giganti, nani, fratelli siamesi, ermafroditi, donne cannone e scheletri viventi. Lo considerano un marchio infamante, un ricordo della loro lunga emarginazione e del loro sfruttamento da parte degli altri umani, che dando loro questo nome hanno anche definito se stessi come “normali”. Come tutte le richieste, da parte degli stigmatizzati, di cambiare nome, questa evoluzione…

View original post 282 altre parole

IL GIORNO DOPO

29 Settembre 2012

Il giorno dopo.

Dopo cosa?

Per me, e soltanto per me, il giorno dopo la presentazione dei miei libri. Per la maggior parte delle persone un giorno come un altro.

Innanzitutto ringrazio chiunque sia stato là con me, e per me, ieri sera.

L’unico nome che rivelo è quello un uomo assente perché molto lontano da qui: Stelio Vascotto, colui che ha scritto la prefazione su “Evaporata: blog di una donna senza segreti”, citato con lode dai relatori per come ha saputo descrivere la mia essenza cogliendo tante sfaccettature della mia non semplice personalità.

E adesso rispondo a chi mi ha chiesto com’è andata.

Beh, sicuramente così:

E poi ho scoperto un’autrice di testi che non sapevo di conoscere, ma che già conoscevo.

Ieri ascoltando i relatori, nonché lettori ho avuto l’opportunità di sentire a voce  i miei scritti come devono essere “sentiti”, ossia narrati con arte…

View original post 222 altre parole

to be continued

Libera.mente

 

Quando l’ultima volta  dell’eravamo leggeri, liberi e belli?

 Ritornando dal lavoro, che si sta facendo sempre piu’  quasi prigione da opprimente castello kafkiano, l’odore del pane  mi ha portato il ricordo di Stoke Newington di anni fà e  quella panetteria turca sotto la  casa colorata dell’eccentrica prof di arte, amica di Ken Loach (e credo ci siamo stati a fare un picnic in una sua  casa/studio ).

 

Quello era il periodo di libertà pure se di  incognita attesa.

La leggerezza del non avere ruoli, non ancora, e vagare per ore nelle strade di periferie asiatiche londinesi. I miei piedi camminavano quotidianamente per circa 6-7 ore, pure senza fermarsi. Certo erano altri anni,  camminare non mi è mai dispiaciuto…era lì della libertà e di quello che ti sorprende e ti meraviglia.

 

Quei  giorni  così, altri mondi davvero  distanti  da quello che poi mi avrebbe atteso al ritorno. Mi…

View original post 595 altre parole

Errori

.

Premetto subito che sbaglio. Parafrasando Bertolt Brecht, mi sono seduto dalla parte del torto perché dalla parte della ragione i posti erano già tutti occupati.
Tra i miei numerosi difetti posso tranquillamente annoverare una certa mancanza di obiettività, l’impossibilità di un giudizio sempre sereno e libero da pregiudizi, e la persistenza di un istinto feroce che mi spinge a ferire per il gusto di farlo. Non mi accetterebbero mai in un monastero buddista, se non come esempio negativo da non seguire assolutamente.
La molla che mi ha fatto scattare stavolta è stata il frastuono di voci che si levano da ogni parte per dolersi della sorte di tale Sallusti, lamentazioni da tragedia greca che chiamano a corifeo persino il Capo dello Stato.
Come ormai sapranno anche le pietre, la Cassazione ha confermato la condanna a 14 mesi di carcere per il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, ritenendolo penalmente responsabile della pubblicazione nel 2007 di un articolo colpevolmente diffamatorio su “Libero”, del quale, all’epoca, direttore era appunto Sallusti.
Apriti cielo! Tanti e tali sono gli editoriali grondanti indignazione e pelosa solidarietà che sembra di stare a vivere in Bielorussia o in Cina.
Ben pochi ricordano un altro giornalista, di altra caratura rispetto al Sallusti, ovvero il “veramente libero” Giovannino Guareschi, il quale fu condannato due volte, e andò in carcere, per vilipendio e per diffamazione.
Guareschi, pubblicando sul “Candido”, del quale era direttore, alcune vignette umoristiche (chi ci ricorda?), aveva osato insinuare che l’allora presidente Einaudi stesse promuovendo la sua produzione vinicola associando nelle etichette delle bottiglie di Nebiolo la sua carica di Senatore. Risultato: condanna a 8 mesi di carcere per vilipendio al Santo Capo dello Stato.
Qualche anno dopo, Guareschi pubblicò un paio di lettere scritte durante la guerra da De Gasperi (altro santo), nelle quali veniva chiesto agli Alleati di bombardare la periferia di Roma per demoralizzare i collaborazionisti italiani, lettere la cui autenticità era stata accuratamente vagliata mediante una perizia calligrafica. Risultato: condanna a 12 mesi di carcere per diffamazione, dopo un processo nel quale la prova principe decisiva fu “la parola” di San De Gasperi. Totale: 20 mesi di carcere.
Erano sbagliate quelle condanne allora, come lo è l’attuale, ma queste sono le leggi.
Sì, caro Sallusti, in Italia esistono moltissime leggi inattuali, se non addirittura indegne, e probabilmente lei è incappato in una di queste, ma, dico io, non potevate, voi giornalisti, pensarci prima, creare un movimento d’opinione, per abolirla, o almeno attualizzarla?
Fatte salve queste considerazioni, non posso trattenere un brivido di amara soddisfazione per quanto è successo, in quanto, almeno in questo frangente, i soldi non sono stati arma, minaccia, risarcimento, quietanza, lapide.
Nessuno ignora chi sia il nume tutelare di “Libero” e de “Il Giornale”, e quale sia la tipologia del giornalismo di inchiesta di queste testate; dal “metodo Boffo”, alla casa di Fini, alla Telekom Serbia (ma l’elenco sarebbe lungo), sono state propinate una tale quantità di notizie false da far invidia a una collana di fantascienza. Va da sé che tali informazioni mendaci non erano indirizzate ai lettori, bensì, di volta in volta, utilizzate come clava, grimaldello, stiletto, veleno, vendetta, verso destinatari più o meno noti.
Per inciso, pare che l’articolo diffamatorio in questione sia stato scritto da Renato Farina, ex vicedirettore di “Libero”, collaboratore dei Servizi Segreti, nonché invischiato nella fabbricazione e successiva pubblicazione di falsi dossier e altrettanto false interviste, radiato dall’Ordine dei giornalisti, tanto per capire di che levatura era il giornale del direttore Sallusti.
A parte il Farina (alias Agente Betulla) che aveva esagerato nelle sparate, gli altri giornalisti e direttori se la cavavano sempre con una querela, operazione che rimanda a un futuribile processo, e ancora a una più futuribile oblazione, col pagamento di una sanzione pecuniaria, somma ripianata ovviamente dal nume tutelare di cui sopra, il quale provvede anche a fornire un’agguerrita falange di avvocati dilatori. Come dire: alla fine paga sempre B……on.
Altro discorso è l’uso che costoro possono fare della querela verso soggetti più deboli.
Al povero cristo beccato a dire o pubblicare una verità scomoda vengono chiesti milioni di Euro di risarcimento. Poco importa se essi hanno torto marcio, e di quei soldi non vedranno un centesimo. A costoro interessa togliere il sonno, la salute e il coraggio al malcapitato, obbligandolo a una estenuante Via Crucis nelle aule giudiziarie, dissanguando le sue finanze per pagarsi un avvocato, un legale al quale dovrà essere grato se la sentenza sarà: “ci scusi, ci siamo sbagliati, può andare”.
Ai querelanti avventati e velleitari non arriverà neanche un rimbrotto, non verranno accusati di aver fatto perdere tempo all’imputato e alle strutture giudiziarie, non verranno puniti per aver disprezzato la verità e per aver voluto intimidire tutti quelli che la amano e la vorrebbero dire e sentire.
Ma queste sono le leggi, caro Sallusti.
Sono le stesse leggi che il vostro nume tutelare ha fatto approvare, nel suo Parlamento e nei suoi giornali (e telegiornali).
Dal Decreto Biondi del 1984, detto “Il salvaladri” (poi cassato), fino a quella pensata ad hoc per mettere i bastoni tra le ruote ai figli della sua ex moglie, è stato tutto un rosario di porcate. Ma le peggiori non sono quelle pensate per salvarlo dalla galera, o per mettere al riparo le sue fortune, bensì quelle che colpiscono i poveri diavoli, le gente comune, i disgraziati: noi e chi sta peggio di noi.
Una per tutti, la Bossi-Fini, draconiana negli intenti, macchiavellica nell’applicazione, drammatica nelle conseguenze, palesemente fallimentare, degna di un racconto di Kafka.
Altrettanto insopportabili sono le ingerenze che avete preteso di imporci nella parte più privata della nostra vita, dal suo nascere fino alla sua naturale (o innaturale) conclusione, un oscurantismo da medioevo.
Chi non si ricorda quella popolare trasmissione televisiva nella quale alcuni onorevoli erano risultati positivi a un test sul consumo di droga? Magari sono gli stessi che hanno votato una legge che manda in galera un giovane per un po’ di fumo.
Sono di questi giorni le (ennesime) stomachevoli notizie sul magnamagna dei politici, razzie consentite dalla legge, la stessa che è così inflessibile nei confronti di chi ha sottratto una mela, oppure, al contrario, così inapplicata verso chi è uso a mettere alla gogna le persone comuni, alla faccia della privacy.
Perché la vita non è solo respirare, mangiare, dormire, ma è anche, soprattutto oggi, stare con gli altri, rapportarsi, condividere opinioni e sensazioni, condurre una vita sociale insomma. Sopprimere quest’ultima con falsità, dileggio, calunnie, sospetti, accanimento, è un delitto imperdonabile, e sappiamo bene dove albergano i professionisti di tale condotta delittuosa, certi, finora, della loro impunità personale.
Perché di diffamazione si trattò, e non di reato d’opinione come taluni cercano di far credere. Una cosa è criticare spietatamente una sentenza, altro è attaccare, nella persona, chi la emette, o chi ne è o sarà parte attiva. Per averlo fatto, in altra forma, su un altro medium, in un’altra epoca, e con ben più tragiche conseguenze, qualcuno si è beccato, a ragione o torto, 22 anni di galera.
Queste sono le leggi, e se sono sbagliate è anche grazie al fatto che per quasi un ventennio in Parlamento ci si è dedicati al salvataggio economico e personale di un nome solo, e ovviamente dei suoi accoliti.
Se si continua a stare accanto a chi ha fatto tante cagate, non ci si può poi lamentare di aver pestato una merda: capita.
Ma tutte queste considerazioni passano in subordine di fronte al motivo della mia sadica (e ingiusta) soddisfazione.
Sono andato a leggere quell’articolo pubblicato sul giornale di Sallusti, articolo nel quale si accusa un giudice di aver “ordinato” un aborto, associando la sua (presunta) decisione a quanto avveniva nei lager nazisti o nei gulag comunisti. In realtà la storia era ben diversa, ma, per incuria o malafede, allora l’articolista si guardò bene dall’approfondire tutti gli aspetti della vicenda, badando unicamente a portare il suo affondo massimalista nei confronti di quel giudice.
Oltre alla falsità della notizia, in quanto vi era l’esplicita volontà di abortire da parte dell’interessata, e quindi nessuna costrizione, mi ha colpito il fatto che non è stato usato alcun riguardo verso chi aveva vissuto (e probabilmente ancora vive) quel dramma.
La ragazza era una povera tredicenne la quale, per sventatezza sua o di entrambi, era stata messa incinta da un quindicenne, forse più immaturo di lei mi verrebbe da pensare. Una situazione familiare difficile rendeva impossibile la comunicazione tra padre (adottivo) e figlia, pertanto, essendo la ragazza decisa all’aborto ma ancora minorenne, il giudice venne chiamato a dare il consenso, facente funzioni del padre, come la legge consente.
Il “giornalista” non si è fatto scrupolo di fare di questa triste storia di solitudine, difficoltà, emarginazione, “carne di porco”; egli ha intriso il suo tagliente pennino nel sangue di quella ragazzina spaventata, e tutto ciò per ingrassare un libello gradito alla schiera di bigotti che non aspettano altro che di gridare “al rogo”, e per ingraziarsi la benevolenza delle curie sempre spaventate dal secolarismo e dall’autodecisione.
Sono state completamente ignorate le 5 W (Who? What? When? Where? Why?) del giornalismo professionalmente corretto, ed è venuto a mancare il rispetto verso la persona, forse perché si trattava di una povera extracomunitaria, orfana, instabile e disadattata, che con la sua complicata famiglia adottiva non avrebbe mai abitato in un mulino bianco; lei e la sua famiglia erano un bersaglio facile che mai avrebbe reagito a tali offese. Mi fermo qui nelle mie invettive, poiché rischierei di commettere lo stesso peccato.
Spero di aver spiegato perché mi schiero, consapevolmente, dalla parte del torto, rifiutandomi di manifestare solidarietà, preoccupazione, compassione per chi ha scritto quelle righe, e per chi ne ha permesso la pubblicazione. Quell’articolo è stato un errore, tutti ne facciamo, io per primo, e in gran quantità, ma una cosa è commetterli per inadeguatezza, ignoranza, stupidità, errori dei quali non cesso di dolermi, altra cosa è farne una strategia, una voluta distorsione della verità per fini di potere, utilizzando gli stessi metodi di quei regimi totalitari che, a parole, si vantano di combattere.
Mi spiace Sallusti, ma proprio non ce la faccio a essere solidale, è più forte di me. Buon 1984.

.

Seduta davanti alla finestra, quadro naturale e mutevole di casa, guardo le mie tre ultime pubblicazioni poiché devo prepararmi per la presentazione di domani sera.

Come avessi in mano libri sconosciuti, leggo l’indice delle storie per ricordarmi il contenuto. Già, perché non rammento che cosa sta scritto in questi libri.

A domanda: come puoi non ricordare ciò che scrivi, potrei facilmente rispondere: mi chiamo Evaporata… Graziosa e semplice battuta che non dice nulla.

Il motivo è comunque altrettanto semplice: io non sono una scrittrice.

Sono una donna che, da sempre, ha l’abitudine di estrarre tutto ciò che le passa per la testa per fare spazio nella mente. Pensieri, riflessioni, fantasie di qualunque natura, storie inventate per tenermi compagnia, ma anche piccoli danni mentali quotidiani, sofferenze umane vere o presunte, insofferenze, stonature e storture che la vita propina ogni giorno. E poi il bello e il brutto che vedo intorno a…

View original post 491 altre parole

I milanesi benestanti abbandonano pacatamente le dimore estive.

Coprono le piscine, mettono al riparo l’arredamento da giardino e le piante di limone.

Noi indigeni di provincia torniamo ad osservare le colline prive delle finestre illuminate dei festosi villeggianti.

Gli animali riprendono possesso di boschi e borghi solatii.

Andiamo orsù ad arrampicarci senza tema di trovare anima umana.

Ma…

col piffero!

Abbiamo dimenticato i cacciatori.

L’altro giorno ho sentito gli spari vicini vicini…

E non ero nemmeno dentro al bosco.

 

 

 

Sempre in questo cavolo di mondo difficile…

 

 

 

 

View original post

Ma la notte no

Pubblicato su Vita. Leave a Comment »