Trittico

Questa volta temo di aver esagerato. Se l’idea del sottostante racconto è, tutto sommato, abbastanza originale, ho paura di aver rovinato tutto con la mia prosa meccanica e ridondante. L’argomento è delicato, fragile, complesso, e ci sarebbe voluta una mano più accorta, la mano di un artista per interderci.
Dato però che sono vanitoso, e pure velleitario, ho tentato di imbastirla io questa sciarada, pur sapendo che, dei mezzi espressivi necessari, al momento non ho (e probabilmente mai avrò) la sapienza, ma unicamente la conoscenza. Del resto, se non si tenta mai di fare qualcosa al di sopra delle proprie forze, non c’è speranza di sbagliare, di imparare, di crescere. E poi a me piacciono le sfide nelle quali vengo dato dieci a uno: come disse lo scorpione alla rana prima di annegare, “è nella mia natura”.
Data la relativa assurdità del testo, non me la sono sentita di inserirlo a puntate. Già così risulta abbastanza incomprensibile, immaginatevelo affettato…
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Jheronimus Bosch – Trittico del Carro di fieno

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Trittico

E’ vero, ce l’hanno tutti, ma non io, non più. Non chiedetemi perché, vi prego, non anche voi.
Stiamo attraversando il centro città e mi guardo attorno; ovunque io volga lo sguardo, noto persone con una valigia. In realtà vedo anche gli edifici, le strade, e gli alberi asfittici che fanno ala, odo la cacofonia di voci e rumori, sento gli odori, di cibo stantio, di sudore, di fumo, e i profumi, di donna essenzialmente, ma sono soprattutto le persone a interessarmi.
Quanta diversità, di aspetto e di portamento, di età e di umore, di censo e di gusto! Giovani e vecchi, donne e uomini, madri e bimbi, mogli e mariti, da soli, in coppia, a frotte, un campione di umanità varia con un’unica cosa in comune: una valigia appresso.
Potreste supporre che ci troviamo nei paraggi di una stazione, di un punto di transito, di un grande albergo. Sbagliereste. E’ una qualsiasi via del centro come ce ne sono tante, ma state sicuri che anche nelle altre strade della città, e nelle sue desolate periferie, trovereste che le persone, tutte le persone, hanno con sé una valigia.
Persone diverse, valigie diverse.
Ecco un tipo azzimato con un’elegante valigia in pelle pregiata, quasi lucida; una donna stringe il manico di una valigia elegante di colore chiaro, forse di canapa con inserti in pelle; un ragazzo porta una valigia floscia, e i bozzi sulla superficie ne denunciano l’uso disordinato e scapestrato; un uomo cupo impugna la robusta maniglia di una valigia nera 
con le cinghie, imponente, quasi un baule; una bimba gioca a campana sul marciapiede, il percorso tracciato col mattone, salta e ride, ma non molla mai la sua piccola valigia rigida di bambù; un vecchio, perso nei ricordi e nei rimpianti, si tiene stretta la sua valigia di cartone, piena come un uovo, dalla quale fanno capolino i brandelli di una vita.
Questa mania di trascinarsi sempre dietro una valigia, io non l’ho mai capita.
Si comincia da bambini, appena si è capaci di tenere in mano qualcosa: ecco che arriva la mamma, oppure il babbo, o anche un parente premuroso, a metterci in mano il nostro primo valigino, a insegnarci come va tenuto, riempito, e perché non si deve mollarlo, mai.
Crescendo, cresce anche il contenuto della valigia, finché questa non basta più, scoppia, e allora eccone una più grande e capiente. C’è chi ama travasare, pezzo a pezzo, dalla vecchia alla nuova, per guardare, ricordare, recriminare, e talvolta dispiacersi; i più si limitano a infilare la valigia più piccola, ancora chiusa, in quella nuova, enorme, tanto che la vecchia valigia si fa ancora più piccola, si rintana in un angolo per far posto a ciò che verrà dopo di lei.
Così, di valigia in valigia, si arriva portarsi dietro un bagaglio enorme, un baule pieno come un uovo.
Ogni tanto capita che la valigia di qualche persona anziana non regga lo sforzo e ceda, un po’ alla volta, fino alla resa totale. Le cerniere si allentano, le chiusure non mantengono la presa, le cuciture si strappano, e la valigia si apre di schianto. E’ uno spettacolo indecoroso e alquanto penoso vedere un vecchio che si trascina appresso, inconsapevole, una valigia aperta, col coperchio che striscia sul terreno e una lunga scia di cose sue alla mercé di tutti di sguardi indiscreti.
Perché qui c’è tutta l’ipocrisia della nostra civiltà. La presenza della valigia deve passare inosservata; essa non deve essere neppur nominata, però bramiamo di scoprire ciò si cela al suo interno, in quella degli altri ovviamente, ma guai a darlo a vedere.
Magari è proprio per questo motivo che hanno scelto me per accompagnarvi in questa visita.
I maggiorenti della città avranno fatto sfoggio del loro potere; i nostri più brillanti scienziati si saranno pavoneggiati con le loro ultime scoperte; i banchieri e i commercianti avranno aperto i loro forzieri per abbagliarvi con le loro ricchezze; avrete sentito vibrare il terreno a causa delle migliaia di soldati che marciavano compatti per impressionarvi.
Eppure delle valigie nessuno avrà posseduto l’audacia, loro direbbero la spudoratezza, di parlarvene. Così hanno scelto me, un disadattato, uno spostato, uno da rinchiudere perché ha l’impudenza di riconoscere ciò che osserva. Voi, voi che venite da un mondo lontano, le vedete le valigie, sono fin troppo evidenti, essi pure lo sanno, ma non potendovene parlare, in quanto sarebbe stato estremamente sconveniente, se non addirittura traumatico, sono ricorsi a me, approfittando di questo mio tragitto tra l’Istituto di Contenzione e l’ufficio del mio Esaminatore.
Vi prego di non fraintendermi. Per me è un onore accompagnarvi, e vi confesso che mi sto divertendo in questo ruolo così inusuale per me.
Ecco, sbirciate con discrezione verso quella siepe, nella zona in penombra: due innamorati si stanno baciando; osservate come si stringono l’uno all’altra con un braccio, e come stanno tenendo la valigia dietro alle gambe, con noncuranza, quasi a ripudiarla; adesso essa è leggera, non la sentono nemmeno, si illudono di poterla dimenticare, di spiccare il volo senza quella zavorra.
Così non è; il peso della valigia li riporterà alla responsabilità, alla tradizione, alla sfiducia, al matrimonio. Saranno carini quel giorno, con le loro sfarzose valigie della festa, piene di auguri e di dubbi. Col tempo però quelle valigie perderanno i fiocchi e i lustrini, diventeranno sempre più ingombranti, e finiranno per ergersi come un muro invalicabile, un pretesto per non sentirsi, non capirsi, non toccarsi.
Vi starete sicuramente chiedendo come facciano a riempirsi le valigie; forse a causa di malefico sortilegio?
Mi duole deludervi: nessuna magia, nessuna maledizione: è unicamente opera nostra, purtroppo. Per soprammercato, oltre a caricarci da soli, ci sono dei figuri i quali pare provino un gusto particolare nel trasformarci in animali da soma, infilando nel nostro bagaglio del peso supplementare.
Vedete il tipo in grisaglia, quello con la faccia compunta che sta camminando a piccoli passi? E’ un religioso, un ministro del culto, una persona che, facendo leva sulla paura, imbottisce di piombo le valigie, a forza di anatemi terribili, di castighi eterni, di dogmi indimostrabili e perciò, secondo lui, inconfutabili, ovvero tutto ciò che corrisponde al sacro verbo dalla nostra unica divinità: Sam.
A dire il vero, non è che la gente di qui segua alla lettera i precetti di Sam, il più delle volte se ne fa scudo unicamente per convenienza personale. Nessuno di loro però manca mai celebrare la festa religiosa più importante dell’anno: la notte del figlio di Sam, una sbornia di trite litanie, di rituali mummificati, e di valigie piene di invidia, ingordigia, ipocrisia e solitudine. Dovreste vederla, è tremenda.
Non migliori dei predicatori sono i seminatori d’odio. Talvolta sfoggiano un fiero cimiero, altre volte invece prediligono un palco, un libello, un balcone, sempre e comunque col medesimo scopo, mettere gli uni contro gli altri, più che si può, in nome di una bandiera, una moneta, un colore della pelle, una dottrina, una lingua, una terra da spogliare. Voi non avete idea di quanto possano pesare rancore, revanscismo, ostilità, intolleranza, e per quanto tempo si conservino vitali e malevoli all’interno di una valigia. Il carico talvolta risulta talmente gravoso da apparire insopportabile per una persona sola, tanto che esso deve venir dispensato allora anche ai figli, ai nipoti, ai vicini, una spartizione che, invece di indebolirne gli effetti, li aggrava. I cimiteri sono pieni di coloro che si sono nutriti con i semi dell’odio che portavano in valigia.
Quand’anche questi personaggi non bastassero a rendere abbastanza gravoso quel fardello, ecco che altri ambigui figuri, medici, censori, moralisti, speculatori, maestri, si preoccupano di ficcare ogni sorta di zavorra nella valigia. A tradimento lo fanno, senza darlo troppo a vedere, predicando che lo fanno per il nostro bene, quasi pretendendo di essere lodati per le loro premure disinteressate.
Io, come ben vedete, non mi faccio ingannare, non possono opprimermi con i loro pesi, e né tanto meno vado cercando di farmene di miei; niente valigia per me, sono libero.
Fin da piccolo non riuscivo a farmene una ragione; quel fardello mi era solamente d’impaccio; così capitava spesso che me lo dimenticassi in giro. La mamma si preoccupava per quell’atteggiamento che lei allora interpretava unicamente come “svagato”; andava alla ricerca della mia piccola valigia e, una volta ritrovata, me la rimetteva saldamente in mano, accompagnando quel gesto con un blando rimprovero, oppure con qualche monito infantile, del tipo “Chi non tiene la maniglia, viene il vento e se lo piglia”. Ridicolo, se non addirittura invitante, almeno per un bambino.
Allora mi abituai a portare con me la valigia, però ogni tanto scappavo a vuotarne il contenuto in qualche fosso, oppure, se era una giornata particolarmente ventosa, andavo in un campo e la lasciavo aperta. Quanto mi divertivano tutte quelle cose assurde che ne uscivano, si sollevavano in alto e turbinavano sopra la mia testa, si impigliavano nei rami di qualche olmo, oppure svanivano, su, nel cielo; così la mia valigia era sempre leggera come la schiuma di sapone.
Il mio comportamento comunque non passò inosservato, e qualcuno fece la spia, ma né le lacrime di mia madre e né la cinghia di mio padre mi convinsero a tornare su quella che tutti consideravano “la retta via”. Finii che fui presto considerato un reietto, una persona da evitare, e mi ritrovai isolato, a casa, a scuola, in paese. Però non me ne curai troppo; ero più che convinto della mia ragione, ed ero sicuro che anche gli altri, vedendo la mia libertà di movimento, si sarebbero presto resi conto dell’assurdità di quella pesante valigia che li zavorrava. Come mi sbagliavo!
Appena fui abbastanza grande da sostenermi da solo, salutai i miei e me ne fuggii da quel villaggio popolato da menti ottuse, per venire qui, in città, dove certamente le mie opinioni avrebbero trovato miglior accoglienza, e per buona misura mi liberai pure della valigia, che comunque era, come sempre, vuota. Mi sbagliavo nuovamente, e di grosso stavolta.
Il mio stato generava, nel migliore dei casi, scompiglio e riprovazione, e nel peggiore, panico e svenimenti.
Nonostante fossi fornito di buona volontà, di carattere socievole, e di un paio di braccia robuste, non mi riuscii di scovare uno straccio di lavoro. Mi ritrovai così a dormire per strada, o sotto un ponte, e a mendicare un pasto presso qualche opera pia, istituzioni caritatevoli presso le quali, assieme a un piatto di minestra calda, mi veniva sempre offerta anche una valigia alquanto lisa, oggetto che io sempre rifiutavo, disegnando nei volti di quei benefattori, costernazione e disapprovazione. Finché qualche notabile decise che la misura era colma, e con l’autorità della quale era investito mi internò nell’Istituto di Contenzione, con l’obbligo di visite mediche periodiche presso l’ufficio di un Esaminatore. Che cosa ci sia tanto da esaminare, proprio non lo capisco.
Guardate lì, per esempio, in quel cantiere: anche per piantare un chiodo ci vogliono due manovali. E neppure l’architetto ha la vita facile, giacché non può usare nello stesso momento la matita e il righello, così lavora un po’ a occhio, e i risultati, purtroppo, si vedono. Lo stesso discorso vale per i falegnami, i fabbri, i meccanici, per arrivare su, su, fino ai nostri più valenti studiosi e ai più abili artisti. Chissà che traguardi avremmo potuto raggiungere utilizzando tutte e due le mani!
Bene, scendiamo, siamo arrivati all’edificio dove lavora il mio Esaminatore. Tutta questa pietra grigia, con sbalzi e rilievi massicci, incute timore, e le rade finestre sono altissime, quasi a suggerire l’idea che al suo interno vi dimorino dei giganti, ma a me non fa più né fresco e né caldo. Comunque vi sarei grato se mi accompagnaste, così potrete rendervi conto di quanto siano insensate le domande del mio Esaminatore, e potrete comunque solleticare la sua vanità, quella di esibire la sua perizia al cospetto dei Visitatori. Le guardie resteranno qui ad aspettarmi, alla base della scalinata, poiché dalla Casa degli Esaminatori è impossibile fuggire. Prego, vi faccio strada.
Ecco, questo è il suo ufficio, è vasto, ci si perde; entrate; come vedete egli mi già mi aspetta, seduto dietro alla sua grande scrivania di legno scuro. Strano, percepisco del nervosismo; intravedo che egli sta tormentando il manico della sua grande valigia. Dietro agli occhiali dalla montatura spessa e nera, il suo sguardo tradisce dell’eccitazione repressa.
– Vieni avanti, siediti, ti stavo aspettando. Sei pronto? –
– Sono pronto Esaminatore, come sempre. –
– Bene. Ormai ci conosciamo da un anno, e ti sei sempre mostrato diligente. –
– Grazie. –
– Però… è un anno che rifiuti di rispondere a una semplice domanda. –
– Già. –
– Lo sai cosa voglio sapere da te. –
– Sì Esaminatore, lo so –
– Cosa tieni nella… ehm… valigia? –
– Non ne ho idea Esaminatore, io non ho valigia. –
– Suvvia, fai uno sforzo, rilassati, cerca di ricordare, visualizza la… valigia, aprila, cosa vedi al suo interno? –
– Niente. Non c’è niente. Non ho una valigia. –
Vi prego di notare che l’Esaminatore, come sempre, pronuncia la parola “valigia” con difficoltà, come se fosse una parola straniera appena imparata. E’ evidente che non ne afferra il concetto, direi quasi che voglia negarne l’esistenza.
Fa caldo nell’ufficio, così decido di togliermi la giacca. Afferro i baveri, li getto dietro alle spalle, poi sfilo le braccia dalle maniche, prima la sinistra e poi la destra, quindi la appoggio sullo schienale della mia sedia. Lo faccio apposta, per vedere il guizzo di disgusto nel suo volto, per intercettare il momento nel quale il suo sorriso mellifluo si trasforma in un ghigno da impiccato. Per quanto faccia il saccente, il mio Esaminatore non sopporta la vista dei miei movimenti fluidi. E’ solo un attimo, perché si ricompone immediatamente e riattacca con le domande.
– Suvvia, non dire così, tutti abbiamo una… ehm… valigia, è una cosa normale, indispensabile. –
– Perché? –
– Ma te l’avrò già spiegato un centinaio di volte: la… valigia è necessaria, dimostra che si ha una coscienza, civile e privata, che si sa tenere i piedi per terra, e si ha da conto il comune sentire. E’ un segno di rispetto per la comunità, i suoi valori, la famiglia, il benessere, le tradizioni. Senza la… mmm… valigia si è perduti, infelici, vuoti, inutili.
– Non direi. Io, senza la valigia, sto benissimo, anzi, sto meglio di tutti voi! –
– Insomma, per l’ultima volta, concentrati, dimmi, ti prego, cos’hai di tanto terribile nella tua valigia da volerne serbare il segreto anche a scapito della tua salute? –
– Assolutamente niente. –
– Allora è vuota? –
– No, è che… –
– Ah, lo vedi che c’è qualcosa. Suvvia, apriti, abbi fiducia, vedrai che dopo ti sentirai meglio. –
– Non c’è niente perché non ho nessuna dannata valigia! –
L’Esaminatore si abbandona sullo schienale della sua poltrona. Si vede che è contrariato, ma non vinto. Egregi Visitatori, voi che state assistendo a questo assurdo interrogatorio, mi stupisco del fatto che non abbiate ancora preso l’Esaminatore per scaraventarlo giù dalle scale.
– Sta bene, come vuoi. Se non intendi parlare, non mi lasci scelta. –
Già immagino il passo successivo, la sua sentenza: internamento a vita nell’Istituto di Contenzione, giudizio inappellabile. Non me ne preoccupo più di tanto, so già come svignarmela da quel lugubre edificio; tutto lì è stato pensato per ospiti che hanno solamente una mano libera, e per di più appesantiti da una valigia; io invece ho entrambe le mani a disposizione, e sono leggero come una piuma, e come una piuma prenderò il volo.
– Dovremmo rinchiuderti, lo sai vero? –
– Sì. –
– Però tu sei fortunato. –
– In che senso? –
– Ti cureremo, e guarirai. –
Ho difficoltà a immaginare come potrebbero “guarirmi”; anche se mi mettessero in mano mille valigie, le abbandonerei mille volte, e loro sarebbero costretti ad ammettere l’inconcepibile, ovvero il fatto che io non ho una valigia. Comunque sono curioso.
– E come pensereste di guarirmi? –
– Chirurgicamente, in maniera definitiva. –
– No! –
– Certo. Intervenendo radicalmente ridurremo la tua menomazione, ti riporteremo a uno stato accettabile, e potrai condurre finalmente un’esistenza normale, come tutti noi. –
Ma… ma… Visitatori, perché non dite niente dinnanzi a tanta barbarie, perché non intervenite? Non afferrate forse la crudeltà di ciò che intendono farmi, quale tremenda menomazione mi sarà inferta, e le conseguenze irreparabili, tragiche? Vi sembro forse io il malato da curare invece di questo macellaio cieco che mi interroga? Non vi sento pronunciare parole di sdegno, disgusto, condanna, tutt’altro: annuite verso il mio Esaminatore, approvate la sua decisione. Perché?
No! Ora ho capito… anche voi avete… che errore il mio, che errore! Sono perduto!

Finale – Dal punto di vista dell’uomo

In quel momento si apre una porta laterale dell’ufficio, ed entrano quattro infermieri che fanno silenziosamente scivolare verso di me una barella su ruote. Mi abbrancano e mi stendono sopra quel lettino; cerco di divincolarmi, ma quattro mani mi costringono a rimanere disteso; sono quattro morse d’acciaio; non mi ero mai reso conto di come potesse essere forte una mano costretta sempre a fare, da sola, il lavoro di due.
Mi assicurano alla barella con delle cinghie di cuoio; ora sono pronto per andare al macello. Qualcuno sta piangendo: sono io.
– No, vi prego… non fatelo… lasciatemi stare… vi scongiuro… non tagliate… farò tutto quello che volete… –
La porta è aperta su un lungo corridoio; le luci sul soffitto mi abbagliano, ma io riesco lo stesso dare uno sguardo all’ufficio: c’è l’Esaminatore che non riesce a dissimulare la soddisfazione e l’impazienza, e vedo i Visitatori, sempre solenni e imperturbabili, che si avvicinano alla barella per osservarmi meglio un’ultima volta, o forse per dirmi qualcosa. Strano, mi pare che abbiano delle difficoltà a camminare, i loro movimenti sono lenti, legnosi, sbilenchi; c’è chi trascina una gamba, chi si muove come se usasse le grucce, e chi si sorregge a vicenda: una compagnia di sciancati, evidentemente.
Da qualche parte è stata aperta una finestra; sento una folata d’aria percorrere tutto il corridoio; in fondo a questo una porta si chiude con grande fracasso; torna la calma.
In quei pochi secondi di turbine, il vento ha dischiuso il mantello dei Visitatori, sollevato qualche cappuccio, e io ho visto.
Corde e funi, liane e fettucce, spaghi e viticci, una ragnatela abbarbicata attorno alle loro gambe che si arrampica lungo il corpo, fino alle braccia, alla testa, per ostacolare i movimenti, limitarne l’ampiezza, bloccare ogni slancio, per arrivare persino a coprire occhi e orecchie. Il lungo mantello nasconde alla vista quei legami inestricabili e ferrei; nell’oscurità dell’ampio cappuccio si cela la tenebra della comprensione; solamente la veste deve apparire, e su questa i segni distintivi del potere, della ricchezza, della gloria. Niente valigia per i Visitatori, ma non per questo sono più liberi di me, eppure questo pensiero non basta a consolarmi mentre mi portano via.
Siamo arrivati nel luogo dove si compirà l’orrendo delitto: è di un bianco accecante; c’è un odore strano, acre e dolciastro assieme, sconosciuto e disgustoso; gli infermieri se ne sono andati, dopo avermi disteso e nuovamente legato su un altro giaciglio; alcuni fantasmi, i chirurghi probabilmente, si agitano attorno a me, mormorando parole incomprensibili; mi sollevano il capo e mi fanno bere qualcosa di amaro; ho ancora il fiato per urlare la mia disperazione, poi qualcuno mi ficca qualcosa tra le fauci, e più di mugolare non riesco; vedo il riflesso dei ferri, tintinnano mentre vengono sistemati accanto a me, ne sento già quasi il contatto freddo sulla pelle; la vista mi si offusca; spero di svenire presto.
La voce ben nota del mio Esaminatore attira la mia attenzione, ma non sta parlando a me, forse ai medici.
– Ecco, vedete? Dopo questa operazione il paziente potrà ritornare in seno alla società. Basta con gli Istituti di Contenzione, è ora di voltare pagina! E’ un nostro preciso dovere tentare di correggere ogni devianza, di riportare il malato a uno stato decoroso, per lui e per noi. Quest’uomo verrà guarito, sarà finalmente accettato, si troverà un lavoro, una moglie, avrà dei figli, e vivrà un’esistenza gratificante. Voi potrete condividere la mia soddisfazione in questo momento, la gioia per averlo salvato dalla sua infermità, ma non è solamente nostro il merito, perché sopra tutti noi c’è chi ha permesso che ciò si avverasse, e a Lui noi dobbiamo essere riconoscenti. Quest’uomo era malato, e ora verrà guarito. Rendiamo grazie a Sam! –
– E’ vero. Rendiamo grazie a Dio – gli fanno eco, da qualche parte, lontano, o troppo vicino, i Visitatori. –
No! No, no, no, no…
Buio, poi, più niente.

Finale – Dal punto di vista dei Visitatori

Da una porta laterale a doppio battente entrano quattro persone robuste, vestite di bianco. Senza dire una parola, sollevano l’uomo dalla sedia, di peso, e l’adagiano su una barella; l’uomo è agitato, si divincola, ma non ha scampo; vengono strette le cinghie ai polsi e alle caviglie.
L’esaminatore osserva tutto con interesse distaccato e professionale. Fa un cenno, e subito la barella viene fatta scivolare fuori dall’ufficio, attraverso la stessa porta dalla quale era comparsa; qualcuno, dall’esterno, la chiude; man mano che la barella si inoltra nei lunghi corridoi, il pianto e le urla dell’uomo giungono più fievoli, poi solamente un lontano riverbero, e poi più niente.
I Visitatori osservano l’Esaminatore; sta scrivendo qualcosa su un quaderno, probabilmente gli appunti per una relazione. Lui non si rende conto di avere di fronte coloro che potrebbero offrirgli molte delle risposte che va cercando, a tentoni, nel cervello dei suoi pazienti. E’ un peccato, perché basterebbe chiedere.
La domanda più logica che l’Esaminatore potrebbe fare è da dove venissero, loro, i Visitatori. Essi avrebbero risposto, senza la minima esitazione, che provengono dalla valigia dell’uomo sulla barella, la valigia che egli, tanto tempo fa, aveva abbandonata, ma nondimeno essa l’aveva mai abbandonato. Fedele come un’amante respinta, essa l’aveva sempre accompagnato in ogni suo passo, con discrezione, restando nell’ombra, senza farsi notare. E anche prima, aveva un bel vuotarla nei canali, o farsi rubare il contenuto dal vento; le cose che egli guardava sparire era tutto ciò che egli voleva guardare, ma molto di più era quello che non voleva vedere, giacché l’occhio, colui che tante volte chiamiamo a testimone affidabile, è cieco, poiché ha unicamente il compito di dare un contorno meno spaventoso alle immagini create dalla mente. Di conseguenza, man mano che quell’uomo si liberava del contenuto visibile, egli permetteva che nella sua valigia cadessero i semi, la terra e il concime per far crescere l’edera che l’avrebbe soffocato. Essa vive delle paure e delle contraddizioni, dei dubbi e delle debolezze, della solitudine e degli istinti.
Ogni volta che il bambino, poi il ragazzo, e poi l’uomo, rifiutava il carico che un “non lui” gli affibbiava, il suo spirito era libero, ma ciò che era “lui dentro”, là dove l’occhio non arriva, pativa in silenzio la singolarità e l’emarginazione. Anche la vanità di chi si crede nel giusto era minata, e conseguentemente fortificata, dalle incertezze della logica. Sono gli stessi demoni che tormentano l’eremita, il santo, il genio, sono le liane che si arrampicano anche su uno spirito cristallino, sono sottili come capelli, ma si intrecciano a formare trefoli, e da questi, corde e funi che si avviluppano e si imbrogliano in nodi inestricabili. E’ la ragnatela i cui fili scorrono accanto a tutte le nostre vene, e nella quale siamo contemporaneamente ragno e mosca.
Quell’uomo, così indipendente, così particolare, dalla vista sincera e la mente ingenua, nel momento topico della sua esistenza era riuscito a dare forma ai suoi demoni, a trovarli accettabili, almeno finché non si rese conto di quanto abominevoli e disgraziati fossero i figli dell’Es.
Questo pensano i Visitatori mentre ascoltano, anche a quella distanza, le grida dell’uomo, distintamente, come se egli fosse ancora nell’ufficio, perché la sua disperazione è anche la loro disperazione, perché di essa si nutrono.
L’Esaminatore chiude frettolosamente il suo quaderno, si alza ed esce dall’ufficio. I visitatori lo seguono fin dentro la sala chirurgica, ascoltano le sue parole, osservano attentamente lo svolgersi dell’operazione, quindi, nel momento preciso della “guarigione” sollevano il capo, e lanciano un fugace sguardo alle spalle dell’Esaminatore, quasi un cenno di riconoscimento rivolto ai “suoi” Visitatori, per poi dissolversi e sparire, forse per sempre.

Finale – Dal punto di vista dell’Esaminatore

Ho appena premuto il pulsante rosso sulla scrivania, ed ecco che si apre la porta per far entrare gli infermieri con la barella. Prendono il paziente e lo legano con delle cinghie perché fa resistenza, si dibatte, scalcia. Ora il poveraccio si mette a piangere, supplica, promette, giura; è uno spettacolo penoso, al quale però sono preparato, come del resto gli infermieri, gente esperta che sa già come muoversi; per nessuno di loro è una novità.
Il paziente viene portato via, le porte vengono chiuse, e finalmente ho un attimo di tranquillità. Ho dato ordine di non essere disturbato, per nessun motivo, e ora che sono solo nel mio ufficio, posso concentrarmi e riflettere su quanto sta per avvenire, all’uomo sulla barella, a me, alla scienza medica.
Apro il mio quaderno degli appunti e aggiungo la mia valutazione dell’esame odierno e le conclusioni alle quali sono giunto.
Il soggetto, come sempre, non collaborava, anzi insisteva nella sua percezione visionaria della realtà. Egli, fin dal giorno del primo esame, è stato ossessionato da un’ipotesi alquanto bizzarra, quella che ogni persona avesse sempre con sé una valigia. Scartata ovviamente la possibilità che ciò sia vero, restava da decidere se l’uomo fosse in malafede, oppure se soffrisse di allucinazioni o di un altro disturbo similare. Purtroppo l’insistenza e l’intimo convincimento del soggetto hanno deposto in favore della seconda ipotesi, da cui la necessità di una terapia prolungata, che però non ha dato i frutti sperati.
Si è tentato dapprima di farlo recedere dalle sue assurde convinzioni, dimostrandogli inconfutabilmente l’assenza di una qualsiasi valigia. Per quanto fosse palesemente in errore, il soggetto ha continuato a negare l’evidenza, anzi, per meglio dire, l’inesistenza, ribaltando su di me l’accusa di mistificazione della realtà.
Risultando improduttivo l’approccio logico, si passò allora a una tecnica di indagine più sottile, dandogli corda, nella certezza che con essa, prima o poi, si sarebbe imbrogliato da solo, avrebbe compreso l’incoerenza dei suoi vaneggiamenti, fino ad ammettere il suo errore.
Così il soggetto venne illuso, si finse di accettare la presenza di quella fantomatica valigia, chiedendogli però di rivelare il contenuto di quella in suo possesso.
A quel punto il malato se ne uscì con un’idea grandiosa: tutti avevano una valigia, ma non lui.
Per mesi io e lui avevamo condotto quel gioco surreale, nel quale il primo chiedeva al secondo il contenuto di una valigia che non esisteva, né per il primo e né per il secondo.
Alla fine il soggetto era diventato intrattabile, strafottente, senza speranza, e così era nata quell’idea di un intervento chirurgico per sanare la menomazione.
Oggi è il gran giorno, e se tutto procederà come spero, il risultato sarà grandioso.
Ho finito; ripongo la penna e controllo se ho delle macchie di inchiostro sulle dita; sono pulite; però le unghie sono un po’ lunghe; la forma non mi consente simili trasgressioni, bisogna provvedere subito. Apro un cassetto della scrivania e prendo delle forbicine a lama curva, quindi procedo con delicatezza alla manicure, prima la mano sinistra, e poi la destra. Ora sono a posto, come si conviene.
Certo è che il risultato di questa mia terapia radicale e risolutiva farà scalpore nell’ambiente medico. E’ probabile, ma che vado a pensare, è sicuro che verrò insignito del titolo di Maestro Esaminatore, la carica che mi spetta, alla faccia di quegli invidiosi che stanno sempre a mettermi i bastoni fra le ruote, a sparlare di me per rovinarmi la carriera. Ora mi vendicherò e potrò fare in modo che vengano licenziati. Non devo fidarmi di nessuno; tutti complottano contro di me, mi odiano, ma io li schiaccerò.
Come Maestro Esaminatore mi potrò permettere una casa più grande, con almeno otto stanze, e la servitù ovviamente, così mia moglie, quella iena, la finirà finalmente di tormentarmi, di rinfacciarmi il fatto che lei era ricca prima di sposare un morto di fame. Mi rifarò il guardaroba, per presentarmi come si conviene nella Società degli Eletti, con ori e gioielli. Sì, d’ora in avanti sarà quello il mio posto, anche a costo di indebitarmi fino al collo.
Poi farò erigere un altare, elaborato e retorico, col mio nome in oro sulla pietra, per garantirmi la benevolenza di Sam e dei suoi ministri.
E’ strano, ma già non mi basta, e sto pensando a come diventare Gran Maestro, per arrivare ancora più su, più potente, più ricco, più riverito; adesso non mi sento più così soddisfatto.
Ah, se fossi Gran Maestro farei cacciare tutti i villici da qui. Via, via, quegli zotici che non sanno neppure esprimersi come si deve, che se ne tornino nelle loro terre lontane, e che ci restino, per sempre, assieme alle mandrie e alle greggi! La città è dei cittadini, e a maggior ragione la Casa, che della città è il baluardo contro la barbarie e il caos.
Con gesto deciso chiudo il quaderno; è ora che vada, i chirurghi mi staranno ovviamente aspettando: senza una mia parola non taglierebbero nemmeno un capello. Penso che terrò loro un bel discorsetto di incoraggiamento, qualcosa che resti per i posteri, a mia maggior gloria.
Mi alzo, indosso un camice bianco, infilo le mani in tasca, e mi avvio nel corridoio. Sento rimbombare tra le pareti piastrellate il rumore cadenzato dei miei passi sbilenchi: to, toc… to, toc… to, toc… to, toc…, – Una valigia… che assurdità! – .

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4 Risposte to “Trittico”

  1. Manola Says:

    l’ho stampato ,lo leggo domani con calma ,ciao notte serena 🙂

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  2. Héctor Emmanuel Says:

    Quite interesting. I started reading this article today but I am taking it slow, have a nice day!

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    • Stelio Says:

      Ok, it’s a bit difficult, because the bag is an allegory, and the Visitors are like a psychic image. Does the bag exist? Do the Visitors exist? Which is your opinion? Good luck! I’m here for any eplanation 🙂

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