Sobria-mentitori

300-venezia

31 dicembre: San Silvestro Mariomonti.

E’ da ieri che i giornali paludati vanno celebrando la bontà, l’umiltà, la frugalità di San Mariomonti.
Il poverino si sentiva un po’ stanco, e si è concesso qualche giorno di vacanza; dove? A Venezia. E chi non può permettersi una vacanza a Venezia?

Però il nostro ha fatto mostra di un’estrema moderazione (la sobrietà innanzitutto) e ha scelto di scendere in una pensioncina (ah no, lui direbbe “salire” in una pensioncina), un modesto ritiro a sole 3 stelle, la Pensione Accademia.

Già me l’immagino, alzarsi al mattino nella sua piccola camera arredata con armadi di truciolato rivestiti di vinile finto legno, scendere a fare la prima colazione, caffè acquoso e marmellata in contenitori monodose, e poi, a cena, l’odore di sugo rosso e cipolla bruciacchiata, e una milanese che sembra cartone da imballo. Ma, si sa, la sobrietà innanzitutto.

‘Sti cazzi!

Ci prendono proprio per scemi?

Basta andare su Booking.com per scoprire che la sua “sobria” pensioncina a 3 stelle è in realtà una villa, Villa Maravege (in veneto “meraviglie”), un hotel di lusso in una delle zone più belle di Venezia, una modesta pensioncina da 300 Euro a notte.

Accademia-prezzo

Meno male che nei 300 Euro è compresa anche la prima colazione, altrimenti gli toccava “salire” ogni mattina al Caffè Florian per una “sobria” brioche e cappuccino.

Votaantoniovotaantoniovotaantoniovotaantoniolatrippa.

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Che i nostri politici fossero da sempre affetti da alterazioni mentali come il disturbo bipolare (ma anche tri, quadri, penta, epta ecc. ecc.), si sapeva visti i comportamenti di chi guida il nostro bel paese ma, ieri sera, ho sentito di sfuggita una notizia in tv che mi ha fatto ridere e piangere contemporaneamente. Voglio ritenerla l’ultima sopraffina presa per i fondelli del 2012 offerta dal nostro benemerito governo.

Non ho capito in quali tempi e modi, ma pare che ci sia la possibilità di far entrare nelle cure gratuite offerte dal SSN la terapia per uscire dalla dipendenza dal gioco d’azzardo.

Un’altra madornale beffa ai danni dei poveri cristi.

Proprio ora che in tutti canali tv, radio e stampa, è più che mia pubblicizzata ogni forma di scommessa, videogioco, lotteria, gioco, schedine, biglietti, sorteggi, insomma partendo dai sistemi manuali (il semplice gratta e vinci) per arrivare ai virtuali (poker…

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Quilting Day – Seconda parte

MANOLA

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Se pur scontato un piccolo reso conto di fine anno lo scrivo
tutti gli anni cerchiamo di voltare pagina e sperare nell’anno nuovo
niente di miracoloso ci si aspetta, ma un piccolo segno di miglioramento chi non lo spera!!!
Purtroppo il 2012 ci ha mostrato e dimostrato una realtà che mai avremmo voluto conoscere
e questo fine anno non avrà per la maggior parte di noi buoni auspici per un buon 2013 ,
chi brinderà al nuovo anno con  incoscienza follia gioiosa come a cancellare ciò che non va,sa in cuor suo di ingannare prima se stessi ma, la vita continua e non dobbiamo arrenderci ,se pur con poco entusiasmo dobbiamo lottare e andare avanti ,non so se si può ricominciare da zero,ma cominciare a guardare la vita com’è realmente lo dobbiamo fare tutti e forse con un po di coraggio qualcosa cambierà .

Nonostante tutto BUON ANNO

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N.d.r. La responabile del presente blog si ritiene sollevata dalle 7 scomuniche dei 7 papi passati, presenti e futuri che, chiunque ne segua le orme e dia corda alle sue deliranti elucubrazioni, si piglierà sul groppone.

Ammesso che quel  tal ribattitor di palla non sia già imparentato con il povero Satanasso, visto che (guarda caso) ha il nome che comincia per ESSE!

“Luuuuuccccc, Luuuuuuccc, Lucioooooooo, vieni quiiiiiiii!”

Immediatamente si presentarono le buonanime di Lucio Dalla e Luccio Battisti che sapevano essere molto graditi alla povera Nina grande degustatrice della miglior musica prodotta dall’umanità.

“Finalmente ci hai evocati carissima, non vedevamo l’ora di tornare ad esprimere la nostra arte in un concerto fatto su misura per te. Chiedi ciò che vuoi, siamo ai tuoi ordini, e volendo ci sarebbe anche Mino Reitano che sarebbe felice…”

“Ma per piacere, non stavo chiamando voi! Sì, sì grazie per la premura, ma adesso ho…

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SARO’ BELLISSIMA… – Quarta parte

Prefazione
Subliminalmente invitato da Evaporata al prosieguo di questa saga, cerco di fare del mio peggio per allontanare dalla lettura quei quattro gatti (cinque col mio) che seguono con tenacia degna di miglior causa questo blog, sperando di non fare troppo danno nei blog altrui. Va da sè che per meglio disprezzare questo testo è indispensabile seguire i precedenti episodi pubblicati sul blog di Evaporata, righe che hanno dato la stura a questa mia alienazione pseudoletteraria. La puntata che ho preso di mira stavolta è “SARO’ BELLISSIMA… IIIa parte“.
Resto perverso e imperdonabile, con l’aggravante della reiterazione del reato.

JS nach Bosch(?), Die Hoelle, Det. - JS after Bosch (?) / Hell / detail -

Voi non potete neanche immaginare lo stato d’animo di Nina quando si accorse di essere tornata nella prigione di quel cosmico Gioco dell’Oca, e senza passare dal Via, cioè senza riuscire a godere di nuovo, o forse per la prima volta, delle gioie dell’infanzia.
Tra l’altro, l’affaire con Gabriele aveva deluso parecchie delle sue aspettative; sì il tipo era sano, belloccio, beneducato, ma in quanto a lunghezza e durezza… si poteva fa conto solamente sulla sua spada. Adesso capiva perché, quando passava lui, tutti si mettevano a canticchiare quel motivetto stupido dei terrestri: “parole, parole, parole…”. Il tipo aveva una lingua instancabile, ma non per gli usi che lei avrebbe preferito; Gabriele parlava, citava, declamava, annunciava, proclamava, ma in quanto a fatti concreti, nix.
Vi starete chiedendo come mai Nina, la gemella di Lucifero, il boss, giunta finalmente in quella casa che lei aveva così disperatamente cercato, si fosse lasciata andare a quella scivolata d’ala. Potreste accusarla di essere viziata, incontentabile, capricciosa, egocentrica, e tutti gli altri difetti che siete in grado di scovare nel vostro vocabolario, ma, almeno in parte, le vostre critiche sarebbero ingiustificate, in quanto, prima di biasimare, è necessario sapere, e sapere tutto.
Siamo d”accordo, l’Inferno è l’Eden riadattato, o come s’usa dire “ricondizionato”; animali e demoni vi dimorano in armonia, spesso scambiandosi i ruoli, per pura curiosità, e la frase “prova a metterti nei miei panni” è assolutamente fuor di retorica, con grande sollazzo per tutti.
La parola “flagello” non esiste nel vocabolario; guerra, malattia, fame, paura, dolore, sono concetti astratti che trovano applicazione solamente all’esterno dell’Inferno.
Il piacere è saggiamente dosato, in maniera che non possa mai risultare stucchevole; talvolta spira una brezza fresca che fa accapponare la pelle, quel tanto che basta per provare piacere in un fuoco, una coperta, un abbraccio; altre volte fa un po’ più caldo del solito, giusto per ritrovare il gusto dell’acqua fresca di sorgente, o di un bel boccale di birra.
Il sesso poi, non ne parliamo: i ricci fanno la figura dei morigerati di sangue inglese; il limite è dato solamente dal numero di combinazioni possibili dei neuroni del cervello.
Per farla breve, a meno che uno sia masochista (ma c’era spazio anche per quei piaceri), l’Inferno appare quanto mai desiderabile, e pertanto verrebbe facile giudicare male chi, come Nina, covasse insoddisfazione e scontento.
Perché voi non la conoscete, e non so se per fortuna o per sventura.
Primo.
Ovunque Nina andasse era sempre riverita e omaggiata; tutti si sprofondavano in inchini e smancerie, e tutti baciavano il suolo dove ella aveva posato il suo leggiadro piedino. Ma a lei quell’atteggiamento complimentoso e succube garbava assai poco; troppo tempo aveva passato tra gli umani, e aveva tirato su la loro cattiva abitudine di dire democraticamente “pane al pane e vino al vino”; il fatto che mai nessuno la contraddicesse su qualsiasi menata le uscisse di bocca la irritava. Per vie traverse venne a sapere che l’avevano soprannominata Chlorodont, il dentifricio di quella pubblicità idiota che diceva “con quella bocca può dire ciò che vuole”.
Quel nomignolo non la disturbava più di tanto: Nina era sempre stata di buon carattere, e sapeva stare allo scherzo. Il motivo della sua inquietudine era il fondamento di quell’opinione su di lei.
Per tutti lei era la gemella di Lucifero, la gemella del capoccia, di colui che pagava le bollette per tutto quel ben di… be’ quello che è, di colui che, se gli girava, poteva sbatterti fuori in qualsiasi momento. Mai e poi mai qualcuno si sarebbe permesso di contraddirla, dispiacerla, scontentarla, per paura che lei andasse a lamentarsi dal capo. A conti fatti non si sentiva considerata niente di più di una emanazione di Lucifero, e tenendo conto dello spirito libero e battagliero di Nina, era una sensazione alquanto avvilente.
Secondo.
Satana aveva fatto un buon lavoro con l’Eden; aveva riportato in vita gli animali, e ne aveva inventato degli altri, buffi e simpaticissimi; aveva di mostrato di possedere un sorprendente pollice verde che più verde non si può, rendendo ubertoso ogni angolo dell’Inferno, molto meglio di quanto fece Dio, al quale però possiamo concedere la scusante di aver agito in fretta e di prima intenzione; va da sé che il frutto simbolo dell’Inferno era una mela, quella morsa da Eva. Quest’ultima faccenda stava procurando a Satana parecchi grattacapi, in quanto un’azienda di quegli effimeri umani lo aveva citato in tribunale, e gli aveva chiesto miliardi di risarcimento per violazione del marchio. Nonostante Satana avesse sul suo libro paga il novanta per cento dei giudici e degli avvocati, la causa si stava trascinando avanti da anni, e le prospettive erano infauste.
Per farla breve, Satana si era dimostrato un valido restauratore, e i risultati erano eccellenti, sia dal punto di vista estetico e sia da quello funzionale. Dalla sua aveva l’esperienza di millenni, aveva visto all’opera costruttori e artigiani, artisti e palazzinari, maestri e garzoni, perciò aveva fatto tutto da sé, evitando come la peste gli architetti e gli stilisti.
Però… però… notava sempre Nina, era mancata la mano di una donna. Tutto era perfetto, agevole, razionale, irreprensibile, e indicibilmente prevedibile. Mancava la sorpresa, un briciolo di pazzia, l’attimo di futilità, la pennellata di colore complementare, sbagliato, come una mezza nota stonata del jazz.
Qualche volta aveva provato a suggerire dei piccoli cambiamenti, che so, qualche animale cangiante, una doppia luna a sorpresa, pietre che parlano con ironia, ma la risposta era sempre la stessa: “Fesserie! L’Inferno è perfetto così”. Ed era vero, era perfetto, e ogni sua modifica non avrebbe potuto che intaccarne la perfezione, ma quanto danno avrebbe potuto fare?
La frustrazione la divorava dall’interno e le toglieva ogni piacere che si potesse ricavare da tutto quel non plus ultra.
Terzo.
Nina non ne poteva più di Lucifero.
L’inferno, come del resto la concorrenza, è un’organizzazione maschilista. Maschio è il sovrano, maschi sono tutti i capetti, mentre alle femmine è da sempre riservato il ruolo di carne da macello.
Lucifero ovviamente si approfittava di questa situazione, e non mancava mai di far pesare la sua superiorità gerarchica su Nina. Badate che non lo faceva per cattiveria o per arroganza, semplicemente trovava naturale che, in quanto maschio, fosse in diritto di godere di prerogative normalmente precluse agli altri sessi. Battutine salaci, sfottò, sguardi di sufficienza, erano gli amari bocconi che Nina si trovava a dover mandar giù in quel ricco banchetto, ogni santo giorno che Satana mandava all’Inferno.
Quanto se la tirava poi Lucifero quando parlava della sua intelligenza; lui aveva portato la luce, e se non era per lui si era ancora al buio; che prima di essere Lucifero lui veniva chiamato Phosphoros, e lo sanno tutti che il fosforo e il cervello vanno d’accordo; attaccava sempre con quella vecchia storia che lui non era stato cacciato, che invece era lui ad aver dato le dimissioni perché non sopportava di avere un capo così ottuso; e che quell’altro ce l’aveva con lui non per una mela, ma perché aveva dato la sveglia a quella massa di pecoroni che aveva creato. Se non era per lui erano ancora lì, allevatori e contadini che si ammazzano per chi fa il sacrificio più gradito al suo Dio. Satana invece aveva preso le vesti di Prometeo e aveva dato agli uomini il fuoco dell’intelligenza, e così, al posto di un docile gregge, quell’altro si era trovato a gestire un imprevedibile vespaio. Lucifero si credeva un intelligentone, ma da tutto quel suo affannarsi nel mondo non ne ricavava che maledizioni e disprezzo. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, qualcuno, più spesso qualcuna, si ricordava di lui per ringraziarlo sottovoce di qualche tentazione che si era dimostrata soddisfacente oltre ogni previsione. Casi più unici che rari.
Nina invece veniva considerata la bambola di casa, caruccia, simpatica, ma niente di più; d’altronde anche lei si rendeva conto che aveva combinato ben poco per meritarsi il rispetto dei satanassi: aveva condotto una vita intemperante (ma non troppo), aveva traviato qualche giovincello (ma non troppi), aveva coltivato i vizi (ma non tutti), con le sue opinioni aveva afflitto l’umanità (ma non tutta), era stata severa con gli altri e clemente con se stessa (ma non sempre), si era pure suicidata (ma non completamente).
Allora non le restò che agire, compiere un’azione, una di quelle che sulla Terra le era sempre costata la riprovazione generale, ma anche garantito tutta l’attenzione che desiderava e che pensava di meritarsi: un’atto di ribellione gratuita.
Sapeva benissimo che li avrebbero beccati, Gabriele non riusciva mai a tenere la bocca chiusa. Manco gli piaceva più di tanto quel biondino slavato, e anche gli altri si sarebbero chiesti come mai lei, così bella, così potente, così carnale, si fosse messa con quel galoppino tutto chiacchiere e distintivo.
Proprio questo lei voleva, che trovassero offensivo il paragone, voleva palesare il suo disprezzo per tutti, un disprezzo tale da preferire quel borghese benpensante a loro, contava sulla loro suscettibilità e sul loro orgoglio.
Tutto andò secondo i suoi piani. Lucifero li scoprì in flagrante atto, tanto aggrovigliati che a stento si capiva di chi fossero le membra, nella posizione detta “Palestina”, e cacciò su Gabriele con un calcione che se lo ricorderà per l’eternità (e non è un modo di dire).
Poi agguantò Nina e con estrema cortesia e urbanità le disse che era una puttana.
– E con questo? Mi pare che almeno qui sia un punto a mio favore. – replicò Nina.
– Per le altre, ma non per te! Ma che figura mi fai fare? – Urlò Lucifero.
– Non sei molto originale Luc (diminutivo di Lucifero). Questa mi pare di averla già sentita, sulla Terra. –
– E allora tornaci! – E fece di Nina una palla che lanciò sul nostro pianeta con un gesto atletico da far invidia a un lanciatore degli Yankees.
Quando Nina si ritrovò di nuovo sulla Terra si accorse che Satana l’aveva gabbata. Lei aveva sperato di rinascere, rincominciare tutto daccapo, per poter condurre una nuova vita tutta dedita alla perdizione sua e di chi le fosse ronzato attorno, un’esistenza indifferente ai conformismi e al pensiero comune, anzi più che mai determinata a stravolgere gli altri, con i fatti più che con le parole, in modo da guadagnarsi il rispetto di Lucifero.
Invece si ritrovò nuda, sulla sua terrazza, con un lenzuolo bianco in una mano, mentre con l’altra stringeva il bordo superiore della ringhiera. Provò a scuotere quel telaio metallico: effettivamente c’era del gioco, ballava un po’. Avrebbe dovuto sistemarla prima di riprovarci.
A un tratto le parve di sentire delle voci lontane che la chiamavano.
– A bella, fatti vedere! –
– Girati, girati di qua! –
– Hai freddo? Vieggiù che te scaldo io! –
Guardò in basso e vide che si era raccolta una piccola folla di maschi vari, e tra di loro un ragazzino che conosceva appena, e che per Natale aveva ricevuto in regalo un modernissimo smartphone.
Non raccolse novanta milioni di clic su YouTube, ma quel filmato bastò a procurarle parecchie grane, tra le quali un trattamento sanitario obbligatorio.
Ormai era incastrata; la tenevano d’occhio e molto difficilmente avrebbe potuto ripetere il suo gesto estremo; sospettava anche di essere controllata dagli sgherri di Lucifero, il quale voleva prendersi la sua vendetta, costringendola a una vita banale, e con ciò ridicolizzandola davanti a tutto l’Inferno.
Non conosceva abbastanza Nina.
Tentò di farsi investire da un treno, un treno che deragliò rovinosamente un chilometro prima del punto dove lei si era distesa sui binari, provocando decine di vittime.
Se capitava in una stazione con la stessa intenzione, succedevano fatti strani: guasti che interrompevano la corrente, scioperi improvvisi, manifestazioni non autorizzate che invadevano i binari, frane e smottamenti che bloccavano la linea. Rinunciò al treno.
Di gettarsi aveva paura, quella di farsi solamente molto male e di ripetere la breve ma bruciante esperienza della vita precedente.
Provò ad avvelenarsi ma riuscì solamente a diventare un’habitué del pronto soccorso. Quando la minacciarono di ricoverarla per sempre smise di riprovarci.
Trovato! Si sarebbe fatta esplodere. Con un paio di chili di tritolo il successo era assicurato, e se aveva fortuna avrebbe fatto un bel botto, un boato che avrebbe scosso persino le vetrate dell’Inferno.
Già, ma dove trovare l’esplosivo? Non essendo ammanicata coi servizi segreti, era praticamente impossibile trovarlo da noi; magari nei Balcani, ma non sapeva la lingua. Però l’inglese lo conosceva bene, e negli USA si poteva trovare di tutto. Passò un paio di mesi incollata su Internet, alla ricerca di istruzioni, materiali, inneschi, venditori, trafficanti, e alla fine si sentì abbastanza competente per riuscire a confezionare con sicurezza una bomba che l’avrebbe ridotta a pezzettini non più grandi di un chicco di riso.
– Prova a fermarmi adesso Luc! –
Per maggior sicurezza decise di cambiare identità.
Talvolta l’aiuto sincero lo troviamo in una persona appena incontrata, invece che in un amico che conosciamo da anni.
Il suo entourage infatti si era abbastanza diradato, e tutto sommato, non si poteva dar loro torto. Da un anno ormai si comportava in maniera strana, anzi diciamola tutta, come una psicopatica, e pochi hanno l’animo di sostenere lo sguardo di una persona che vede un mondo capovolto. Le poche irriducibili erano più di conforto che d’aiuto, e del resto non avrebbero mai avuto il cuore di venire incontro alla sua essenziale quanto definitiva richiesta.
Ma una donna che veniva occasionalmente a fare le pulizie a casa sua, una persona inviata dal centro sociale di assistenza, ascoltò la sua confessione, il suo desiderio di morte, e capì, o almeno si commosse abbastanza da provare empatia.
Così si misero d’accordo; dato che erano abbastanza somiglianti, minute e spremute dalla vita entrambe, quella donna avrebbe dato a Nina i suoi documenti, e con quelli Nina avrebbe comprato il biglietto aereo, si sarebbe procurata i permessi necessari e sarebbe entrata negli USA. I documenti della signora Meken si sarebbero disintegrati nell’esplosione, e di lei e del suo traffico nessuno avrebbe saputo più nulla.
Tre mesi dopo, il volo AZ602 stava atterrando al JFK di New York. Nina guardò il suo orologio e si rivolse al suo vicino di sedile, l’ennesimo turista diretto alla Grande Mela.
– Che ora è adesso giù? –
– Uhm, dovrebbero essere le dodici e quarantacinque –
Nina regolò il suo piccolo orologio da polso riflettendo su fatto che lei avrebbe risposto mezzogiorno e tre quarti. Anche il suo modo di parlare era evidentemente superato e da buttare.
Mentre scendeva lungo il finger, gambe legnose e passo incerto a causa del lungo periodo di costrizione nella stessa posizione, ripassava a mente tutti i contatti che doveva chiamare per portare a termine la sua missione autodistruttiva. Uscita nel terminal rimase quasi abbagliata da tutto quel bianco, un intreccio di colonne, architravi, passerelle, tiranti, ma fu solamente un attimo e poi si costrinse a proseguire, a non farsi distrarre, a non farsi ingannare da qualcosa che sarebbe comunque diventata ruggine, e inoltre dietro a lei qualcuno aveva fretta. Ridicoli.
Il suo piccolo trolley arrivò subito. Non si era portata granché, solamente qualche maglia e una giacca più pesante nel caso che facesse molto freddo: a New York può capitare, anche all’inizio di settembre.
Si mise in fila, documenti di ingresso alla mano. Si sentiva bene, si sentiva pronta.
Due uomini che indossavano dei lunghi cappotti scuri apparvero dal nulla, e le si avvicinarono.
– Hello, Miss… Meken ? –
– Yes. Can I help you? –
– Yes, follow us, please. We’ve a little problem about your documents. Our mistake, of course. –
– Ok. –

Fa caldo, fa troppo caldo, ma Nina trema.
La testa le ronza, fatica a respirare, e comincia avere dei dubbi.
Ricorda Nina, ricorda. Se smette di ricordare è spacciata. Se smette di ricordare, il suo passato sparisce, e diventa il loro passato.
Ma com’è potuto succedere?
Quella stanzetta all’aeroporto, con quei quattro armadi che la sorvegliano e che non rispondono. Un’ora, due ore, tre ore. Deve andare in bagno. Niente da fare, non rispondono. Se la fa addosso. Quattro ore, cinque ore, da impazzire. Poi, finalmente entrano quegli altri due e cominciano a fare domande assurde, e non rispondono. Arriva un altro che mi parla in una lingua che non capisco. Non capisco gli dico, e lui continua a parlare. Sono talmente spaventata che non capirei neanche se parlasse in perfetto italiano. Tutti la fissano, dietro le loro lenti nere come la pece; domandano e non rispondono, incuranti della sua paura, della sua vergogna, del suo essere persona.
Faceva freddo quel giorno all’aeroporto. Quanto tempo fa? Sei mesi? Nove mesi? Un anno? Non lo sa più. Ricorda solamente che è stato l’ultimo freddo che ha provato. Poi il caldo, troppo caldo.
Le manette, il nastro sulla bocca, un cappuccio in testa, e un viaggio: piedi, furgone, aereo, furgone, piedi, caduta.
Una puntura sul braccio e poi le levano il cappuccio, il nastro, le manette. Quanta luce! Qualcuno sbatte qualcosa di metallico, qualcun altro grida qualcosa con voce metallica. La luce la ferisce, vorrebbe vedere ma non ce la fa, chiude gli occhi, piange, si addormenta. Quando si sveglia è notte, me non c’è il buio: l’hanno scacciato con delle luci acide. Dietro a Nina una rete metallica, davanti una rete metallica, ai fianchi rete metallica, il cielo è di rete metallica. Lei giace sulla sulla sabbia compatta, pochi centimetri, poi il cemento.
Nina ricorda, non perdere per strada il passato!
Le domande, ogni giorno, ogni ora, anche nella notte senza buio.
Chi è, perché è venuta, chi è, chi doveva incontrare, chi è, perché non ha comprato il biglietto di ritorno, chi è, sapeva che il marito di Meken è pakistano, chi è, perché cercava esplosivi in internet, chi è, a cosa le servono tutti quei dollari in contanti, chi è, dicono che si faccia passare per pazza, chi è, perché è venuta a New York il 9 settembre, chi è, perché ha prenotato l’albergo fino al giorno 11, chi è, perché ha usato documenti falsi, chi è, perché nessuno la cerca, chi è, cosa sa degli esplosivi, chi è, chi è, chi è , chi, chi, chi…
Fa caldo.
Nina ha dei dubbi, chi è lei?
E’ lei, è lei, è sempre Nina, ma ancora per quanto?
Mai una risposta da loro. Le hanno rotto il naso, è pieno di sangue, altrimenti oggi sentirebbe l’odore del mare portato dal vento caldo.
Mai una risposta da loro, neanche mezza. Un po’ di cibo per non morire di fame, una tuta arancione per morire di caldo, e tanta acqua per provare la sensazione di morire affogati.
Anche domani, come ieri, da loro le stesse domande, e da loro nessuna risposta.
Loro non hanno dubbi, loro sanno le risposte. Perché insistono a chiedere?
Anche domani, come ieri, da Meken-Nina sempre le stesse risposte.
Nina-Meken risponde alle stesse domande, ma ha sempre più dubbi.
Uno di loro sta passando davanti alla sua gabbia.
Nina si avvicina alla rete, l’artiglia con le sue dita, quelle che non sono state spezzate; schiaccia il suo volto contro lo spesso filo d’acciaio. Piange.
L’uomo la fissa e, per la prima volta, non fa domande. Forse risponderà.
– Vi prego… uccidetemi. –
L’uomo risponde.
Sanno che è una terrorista, sanno tutto, chi doveva incontrare, cosa doveva far saltare in quel fatidico giorno, sanno del pachistano che vive in Italia sotto falso nome, sanno cosa voleva usare, sanno del suo odio verso di loro, dei suoi problemi, dei suoi istinti suicidi, è stato fin troppo facile, come seguire le tracce sulla neve fresca, sanno tutto ormai. Solamente vogliono sentirlo da lei, e poi vogliono i nomi di tutti.
Ma non la uccideranno, questo no, non sono dei barbari. Lei resterà lì, finché non si deciderà a parlare, e poi la metteranno in un posto sicuro, per esaminarla, con calma, come un animale da laboratorio. Sono così pochi i terroristi che riescono a beccare vivi.
Fa caldo, fa troppo caldo, ma Nina trema.
– No, no, vi prego… dirò tutto quello che volete, ma poi… uccidetemi, speditemi all’Inferno. –
– All’Inferno? Non ce n’è bisogno piccola, ci sei già. –
L’uomo vestito di scuro si avvicina alla sua gabbia, si china, ora è a neanche mezzo metro da Nina, e poi si toglie gli occhiali.
I loro occhi si incontrano; la pelle dell’uomo diventa più liscia, più bruna, e nel contempo quasi luminosa, come se covasse al suo interno un’energia tremenda; fa caldo, fa sempre più caldo, ma il calore non è dell’aria, è l’uomo che emana delle vampate roventi, insopportabili; si spande un sottile odore di cotone bruciacchiato, come quando si lascia troppo tempo il ferro da stiro su una camicia; i suoi occhi prendono una foggia a mandorla e il suo sorriso mostra dei denti bianchissimi, aguzzi. Nina lo guarda sgomento.
– Luc, bastardo, ci sei tu dietro tutto questo!-
– Dietro a questo e altro ancora. Buona permanenza piccola. Ti verrò a prendere quando sarai disposta a chiedermi scusa. –
L’uomo si rialza, inforca gli occhiali e riprende le fattezze umanoidi.
– Luc, tirami fuori di qui, subito! Luc… Luc!-
L’uomo vestito di scuro si gira e se ne va nella notte senza buio, giusto un cenno di saluto con la mano, di spalle, come ci si può permettere solamente tra vecchi amici, o tra parenti stretti.
– Luc, maledetto, torna qui! Luc! Luuuuuuuc! –

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Benigni ti voglio bene

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