Bella da morire

ForestaNotturna

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Fa freddo; anche il grosso tronco di faggio sul quale appoggia la schiena è freddo, lo sente attraverso le due maglie di lana e il giaccone mimetico; l’aria è meno di una brezza, giusto un alito, ma il gelo si insinua egualmente nella trama della lana, si fa filamento tra i fili, arriva alla pelle per succhiarne via il calore, e morde, come una lampreda insaziabile.
Il bosco di notte è tremendo, disumano, la faccia feroce della natura, così lirica quand’è baciata dal sole, così primordiale dopo il tramonto.
Piange la civetta in attesa di piombare, morte silente, sulla sua vittima; si lamentano gli alti rami, sfiniti dalla lotta incessante contro il vento e la gravità; la volpe lancia acuti lamenti, tristi come quelli di una vedova troppo giovane; un rumore di foglie secche appena spostate, forse un piccolo roditore, o forse la sua nemesi che gli tende l’agguato; un maschio di capriolo abbaia rauco la sua rabbia, contro gli altri maschi, oppure contro l’acqua che non c’è. E’ un irregolare accavallarsi di fruscii, singulti, scricchiolii, tonfi soffocati, rumori che sorgono indefiniti dall’oscurità, e che in essa si perdono, come assorbiti dall’atmosfera umida e pesante di effluvi dolciastri, di resina, di fungo, di legno marcito, di putrefazione.
Saša se ne sta lì, seduto per terra, circondato da umori e rumori, in attesa di sentire qualcosa di diverso, di veramente pericoloso. Ogni tanto capita che le voci del bosco si acquietino, e allora il silenzio colma le orecchie coi suoni del corpo, un sottile e acutissimo fischio, quasi impercettibile, il sordo rombo del sangue, la sua pressione, la sua danza tribale e monotona, e la tensione dei nervi che cantano una parola sola: paura.
Allora Saša stringe più forte il suo vecchio Zastava M56, acciaio gelido e unto; attraverso i sottili guanti di lana ne sente la superficie dura e fredda, ora inerte, ma pronta a diventare rovente al momento di dispensare la morte.
Chissà a cosa sta pensando, lui, così giovane accanto a quegli alberi secolari, così effimero in quel bosco senza tempo: pensa che fa freddo.
E ricorda.
Quasi tre anni fa, a un paio di chilometri da lì, un altro bosco, una pineta, e una larga radura.
La festa del paese, un piccolo paese, in quel grande prato a poche centinaia di metri dalle case.
La musica dell’orchestrina a fiati si mescola col fumo della carne abbrustolita sulla griglia.
Coppie di vecchi ballano sopra un’essenziale pista realizzata con tavole di legno per armatura.
I giovani bevono e ridono forte, ma si intuisce che il loro è uno sforzo, un’esibizione.
Una voce allegra, vicina, improvvisa. – Ciao, io sono Jana, tu non sei di qui vero? –
E ricorda.
Jana, che lavorava in una fabbrica di conserve in città.
Jana, che era tornata a trovare i suoi.
Jana, sorride e ti disarma.
Jana, dei colori di una pesca.
Jana, occhi come una notte senza luna.
Jana, dai lunghi capelli lucenti.
E ricorda.
Lui, ancora studente, arrivato fin lassù per cavare una misera paga, pochi dinari, per un lavoro estivo in una grande segheria.
Lui, così lontano da casa, così lontano da loro.
Lui, a quella festa di un paese che non lo conosce.
Lui, con una birra, tiepida, senza schiuma e senza corpo.
Lui, che si annoia ma non ha voglia di tornare.
Lui, quando incontra Jana.
E ricorda.
Loro, con la luce che cambia, subito.
Loro, quando basta uno sguardo per capirsi.
Loro, una quasi estranea e un ancora forestiero.
Loro, forse gli unici a trovare ridicola e tremenda tutta quell’allegria.
Loro, che si prendono per mano.
Loro, che se ne vanno.
E ricorda.
Jana è preoccupata.
Jana racconta che la sua fabbrica sta per chiudere.
Jana e la guerra, la crisi, la paura.
Jana ha deciso di tornare in paese, ad aspettare che passi la tempesta.
Jana abita in una piccola casa vicino alla segheria, giusto dietro al colle.
Jana, mai vista prima, forse per colpa di quell’altura, o forse per colpa della sega a nastro multiplo che tutto riempie durante il giorno.
E ricorda.
Buon mattino Jana, vado al lavoro.
Pausa pranzo, pausa vita, con Jana.
Ci vediamo stasera, andiamo a fare un giro, al lago, in paese, dove vuoi tu Jana.
Sono stanco morto Jana, dammi un bacio.
Come sei bella Jana.
Buonanotte Jana, a domani.
E ricorda.
Gli altri operai che corrono.
Lui non capisce, non sente, ha le cuffie.
Le macchine si fermano, non c’è più corrente.
E’ strano, il pavimento continua a vibrare.
Si toglie le cuffie.
Cannoni che sparano, i boati vicini, troppo vicini.
E ricorda.
Corre fuori.
Su per la collina, senza fiato.
Arriva in cima.
Il cuore si ferma.
La casa di Jana non c’è più.
Al suo posto il terreno sconvolto, come rivoltato da un immane cinghiale, macerie, fumo che sale, polvere che si spande.
E ricorda.
Nascondersi e aspettare che se ne vadano.
Sono passati. Come una grandinata estiva, hanno distrutto tutto e sono spariti.
Si scava con ciò che si ha: badili, picconi, mani. Bisogna fare presto, bisogna tirarli fuori, presto, più presto, ogni secondo è prezioso.
Via questi mattoni, attenti con quella trave, di qua, di qua, ho trovato una scarpa.
Ecco che finalmente Jana emerge. La marea di calcinacci scende, e lei emerge, pallida, immobile, libera dalle macerie, libera dalla paura, libera dalla vita; lei emerge, stravolta, come una bambola con gli arti stortati da una bambina isterica.
Grigi i suoi abiti a brandelli, grigio il suo volto senza più sguardo, grigio il sangue che il suo corpo ha pianto invano, grigia la polvere di malta che le ha tappato la bocca spalancata nel suo ultimo grido.
Fine della storia, di lei, di loro.
Fine anche di lui in quel posto. Se ne va, senza sentire le urla strazianti dei parenti di Jana, senza vedere le fiamme che si levano alte dalla segheria, senza bisogno di dire alle gambe dove andare, nausea nello stomaco, acido nella bocca, acqua bollente nelle vene.
Saša adesso è tornato; adesso è lui che sta dalla parte della morte; adesso ha scelto il campo, ha ucciso sé stesso, il ragazzo che è stato, i suoi sogni e i suoi pudori.
Saša adesso è tornato, adesso quasi uomo, adesso più forte, in questi boschi, quasi uguali, in questo paese, mai più uguale.
Non è la vendetta che lo sprona, quella è stata già presa, o persa, da tempo; non c’è un ideale che lo ispiri, ormai ha capito di che pasta son fatti i caporioni; non va in cerca di gloria, ne ha viste troppe ormai di commemorazioni e di lapidi; la sua è solamente rabbia, inestinguibile furore verso coloro che hanno scoperchiato il vaso di Pandora.
Girerebbe la sua canna per far strage dei suoi compagni, ma poi non saprebbe più dove andare; allora se ne sta lì, di sentinella, di notte, in quel vecchio faggeto, tendendo l’orecchio allo spasimo e aspettando l’alba di un giorno senza promesse.
Bada! Un fruscio, e un altro! E’ appena un sussurro, ancora distante, ma reca un messaggio tremendo.
Silenzio.
Di nuovo! Più vicino adesso!
Il suo cuore accelera, come se già sapesse che siamo agli sgoccioli, che bisogna battere più che si può, perché il giro di giostra sta per finire.
Cercando essere il più silenzioso possibile, Saša arma il suo fucile; si prepara alla battaglia, non quella contro il nemico, per quella c’è ancora tempo, ma quella contro i suoi nervi.
In quel bosco, di notte, si è ciechi. Lui sa di non essere visibile, ma neanche quei bastardi lo sono, e se aspetta di vederli per mettersi a sparare rischia di trovarseli praticamente addosso.
Esclude anche una sventagliata in direzione del rumore; con quel ferrovecchio che si ritrova tra le mani non c’è speranza di colpire qualcuno a più di un centinaio di metri di distanza, col rischio che l’arma si inceppi dopo la prima raffica, rivelando la sua posizione e lasciandolo a culo scoperto.
Allora aspetta, come sempre; cerca di capire, dal rumore che fanno, dove sono, quanti sono, e a che distanza, e poi, pam pam pam, tre colpi e poi via, dietro un altro albero.
Saša ha un sussulto – Incredibile! Questi, o sono idioti, o si voglio suicidare. –
Inizia a distinguere, distanti, le sagome verticali dei tronchi, segno evidente che stanno procedendo nel bosco illuminando la strada davanti a loro; è come se urlassero “sparateciiii!”; gli sprazzi di luce che riescono a farsi strada fino lui gli fanno capire che stanno venendo nella sua direzione, proprio in bocca al lupo.
Però è interdetto, qualcosa non torna, c’è troppo silenzio; quei cani non hanno paura di farsi vedere, però non si fanno sentire; non ha senso.
Quando finalmente riesce a intravedere chi sta arrivando non crede ai suoi occhi.
Una figura chiara avanza su un sentiero tra gli alberi, un percorso che arriva diritto fino a Saša, e che, lui ne è più che sicuro, non aveva notato, neanche di giorno.
Chi sta arrivando non ha nessuna torcia elettrica, non ne ha bisogno, ha in sé la stessa luminosità della luna piena, si avvicina, tranquillamente, e lo guarda.
– Jana! –
La figura non risponde, però sorride.
– Jana, sei tu? No, non è possibile… tu eri… tu sei… –
Invece è lei, inconfondibilmente lei, seppure così diversa. E’ lei la causa di quei fruscii, sposta appena le foglie sul terreno, ma senza calpestarle, ci scivola sopra, come una barca a vela sul mare calmo, un mare di piccole foglie di faggio.
Saša aveva sempre riso delle storie di fantasmi e di apparizioni; non aveva mai creduto a quei racconti, li considerava buoni solo per spaventare i bambini. A dirla tutta, da un po’ aveva smesso di credere a un mucchio di cose, anche a quelle più evidenti e tangibili.
La figura che è ora davanti ai suoi occhi va invece al di là di ciò che si potrebbe guardare con scetticismo e incredulità; quel bosco, quel momento, quei ricordi non si prestano a giochi di prestigio oppure a sedute spiritiche; non c’è un pubblico da imbrogliare, un pollo da meravigliare, no, lì c’è solamente morte, dolore, e rimpianto.
Se la ricordava grigia, il colore del suo sudario di cenere e malta magra; ora la rivede bianca, quasi diafana; al posto di quei vecchi jeans e della maglietta strappata, Jana indossa la stessa gonna e la camicia con le maniche a sbuffo di quando l’aveva vista la prima volta, alla festa, ma anche questi indumenti sono bianchi, vaporosi, evanescenti.
Solamente gli occhi sono rimasti scuri, come ossidiana, e infinitamente profondi, come l’universo intero, e la bocca, vermiglia, per la quale si vantava sempre di dover usare solamente un’ombra di rossetto.
Jana non parla, si limita a fissarlo, e gli sorride, come a volerlo consolare della sua inestinguibile tristezza. Jana è ancora più vicina a Saša, si vedono, si guardano e, come allora, si capiscono: tutti quegli affanni, le speranze, le paure, il dolore, l’ira, e quel corollario di azioni generate dall’ambizione, l’orgoglio, la presunzione, l’ingordigia, che senso hanno quando non si riesce ad apprezzare la vita per la sola ragione di essere vivi?
Saša è triste per Jana.
Jana è morta senza godere abbastanza della sua vita, magari insieme a Saša.
Saša non ha mai desiderato tanto come in quel momento di restare accanto a Jana.
Jana è triste per Saša.
Saša è più morto di lei. Non sarà più quel ragazzo che aveva conosciuto Jana.
Jana vede una corazza piena solamente di rancore, una crisalide dura chiamata Saša.
Saša, dove sei ora? Ti ricordi di me, ti ricordi di Jana?
Jana, come ci si può scordare di te? Come potrebbe farlo il tuo Saša?
Saša Saša, torna a essere il mio ragazzo, torna da me, vuoi?
Egli non comprende se quelle parole stiano provenendo da lei, dal bosco, dalla sua testa, ma non ha il minimo dubbio – Sì. –
Il fruscio è vicinissimo, si guardano, si sorridono, e piangono.
Con lo sguardo offuscato dalle lacrime, Saša vede che lei si sta chinando, per baciarlo sulla fronte. Ecco, lei posa le sue labbra,… come sono fredde! Un lampo, quanta luce! E’…

Prima arriva il rumore, un brontolio irregolare e il lamento di ingranaggi maltrattati, poi si sente il puzzo di olio bruciato, infine sulla carrareccia in salita sbucano due fuoristrada, una vecchia UAZ dell’esercito e una Lada senza portiere. Si dirigono verso un groppo di case, misere costruzioni arroccate su un versante scabro e spoglio.
All’entrata del piccolo villaggio c’è un lungo muretto di pietre tirate su a secco, e su questo se ne sta seduto un vecchio imbacuccato nella sua gabbana di pecora; il fucile che imbraccia indica che è lì con un compito preciso, non sicuramente per scaldarsi ai raggi di quel timido sole marzolino. Oltre al vecchio non si vede nessuno, quasi egli fosse il custode di un villaggio fantasma. Qualcuno c’è, il fumo che sale dai camini li tradisce, ma ad ogni buon conto chi c’è preferisce rimanere barricato in casa, spiando le intenzioni dei nuovi arrivati, e lasciando volentieri al vecchio il pericoloso compito di organizzare il comitato di benvenuto.
I due fuoristrada si fermano a una decina di metri da lui e ne scendono degli uomini armati sommariamente. Uno di questi, apparentemente il comandante di quell’accozzaglia di individui male equipaggiati, si avvicina al muretto; il vecchio si alza lentamente e abbozza una specie di saluto militare.
– Salve capo, bentornati. –
– Ciao vecchio, come va qui, tutto a posto? –
– Tutto a posto. Quei maiali non si fanno vedere, hanno paura. –
– Bene, bene. –
Mentre stanno parlando, il vecchio non riesce a staccare gli occhi dall’arma che l’uomo tiene a tracolla. La sua invidia è manifesta, gli brillano gli occhi come a un bambino.
– E’ un AK-47 quello li? –
– Ah, l’hai notato. Bello vero? –
– E dove ti sei procurato quel gioiellino? –
– L’ho preso a uno che ce l’aveva con me, ma purtroppo per lui la sua mira era pessima. Peccato che non avrà più occasione di migliorarla! –
I due uomini si fissano per un momento e poi scoppiano in una sonora risata. Il vecchio darebbe un braccio per fare a cambio col suo fucile da caccia.
– Senti, di benzina ce n’è ancora vero? –
– Quanta ne vuoi capo, è nascosta dove sai. –
– E di lubrificante ne avete? Quei catorci russi consumano più olio che carburante. –
– Mmm… non lo so. Forse dovrò far svuotare il carter di qualche trattore. –
– Andrà bene lo stesso. –
Il vecchio si sta avviando su per il paese, quando si volta, come se avesse scordato qualcosa; fissa gli uomini vicino ai fuoristrada e poi si rivolge al comandante.
– Il biondino, dov’è? –
– Andato. –
– Ah. –
– Era di sentinella, di notte, ma quello scemo si è addormentato. –
– Brutto affare. –
– Pessimo. Nonostante che il bosco fosse un tappeto di foglie secche, uno di quei bastardi è riuscito ad avvicinarsi di soppiatto, gli ha appoggiato sulla fronte una pistola col silenziatore, e poi ha fatto fuoco. –
– Maledetto. E voi? –
– Noi stavamo più in alto e non c’hanno beccato, altrimenti eravamo fottuti tutti quanti. L’abbiamo trovato al mattino dopo, tornando a valle. –
– Sai capo, mi ricordo che noi partigiani fucilavamo chi si addormentava durante il turno di guardia. Direi che vi hanno levato il pensiero. –
– Però è strano, stava lì, con la schiena appoggiata su un faggio, e sul volto aveva un’espressione beata. Direi quasi che sorrideva. –
– Se uno, di questi tempi, ha ancora voglia di sorridere, è tutto scemo. –
– E poi sulla sua fronte, vicino al foro d’entrata della pallottola e la bruciatura del silenziatore, abbiamo trovato delle evidenti tracce di rossetto… –
– Rossetto? Nel bosco? Impossibile. Ve lo sarete sognato. –

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Faggeto-Klimt

Gustav Klimt – Faggeto

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Pubblicato su Prosa. 3 Comments »

3 Risposte to “Bella da morire”

  1. limucci Says:

    Si sente, si tocca con mano la tua vicinanza a quei posti quei popoli quel dramma. Ti ho letto subito dopo aver rispolverato l’archivio della “Nazione” sul periodo che ho passato in Vietnam. E poi mi dicevano che era passato di moda!

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