Auguri

A tutti coloro che durante la note del 31 Dicembre si sono dati alla pazza gioia, ingozzandosi oltre ogni misura di tramezzini culatello salmone patè baccalà capesante tortellini lasagne aragosta capitone branzino anatra cotechino zampone lenticchie funghi babà bavarese meringhe datteri pandoro crepes mousse sacher tiramisù savarin semifreddo mandarini fragole uva fichi avocado noci, che sono affogati in fiumi di pinot chardonnay cabernet sauvignon barolo lambrusco chianti soave sangiovese traminer verduzzo amarone moscato vernaccia marsala recioto porto prosecco asti franciacorta grappa vodka whiskey cognac caffè e ammazzacaffè, che hanno ballato riso gridato saltato cantato baciato straripato vomitato trasceso litigato fattopace, e che hanno fatto casino con botti razzi petardi castagnole mortaretti bengala fontane girandole trombe fumogeni fucili e pistole, dedico un racconto che, per abitudine ormai consolidata, leggo sempre la sera di San Silvesto.

Buon divertimento, e buona fortuna.

Fuochi

Vitaliano Brancati – STORIA DI UN UOMO CHE PER DUE VOLTE NON RISE

La notte di capodanno del 1900, Giacomo Licalzi aveva già quarant’anni. Quella notte, nelle case di Catania, si sturarono molte bottiglie; pare che il sindaco si sia ubbriacato a tal punto da togliersi i pantaloni e appenderli al davanzale della finestra; pare che, fra le due e le tre del mattino, abbia nevicato; secondo altri, invece, non nevicò, ma si levò un vento fortissimo che sbatté per un’ora le persiane e poi cadde di colpo come un albero reciso dal fulmine; secondo altri infine, non ci fu né vento né alcuna nevicata, ma una bellissima notte odorosa e quieta.
Si brindò al nuovo secolo: se ne dissero di cotte e di crude sulla felicità, il progresso, la fratellanza, l’amore, ecc.; si parlò molto e si rise anche di più. Solo Giacomo Licalzi non rise minimamente, e passò la notte col viso atteggiato a malinconia, sbraciando la cenere della conchetta, fumando la pipa e alzandosi di tanto in tanto per domandare ai figli: « Dormite? ».
I due bimbi si svegliavano, si stropicciavano gli occhi e rispondevano: « Si, papà, dormiamo! ».
« Ebbene », diceva il padre, « …e allora dormite! ».
Era stato un uomo allegro fino a poco tempo innanzi; d’un tratto, una strana nebbia gli era calata sul viso, aveva rinunciato ad uscire la sera, a giocare a carte, ad andare a teatro, si era liberato dei cani, del cavallo, della scimmia, del fucile da caccia, e ridotti i discorsi, i bisogni, i piaceri, come un buon capitano che alleggerisce la nave all’ingresso di un mare infido, s’era inoltrato nel nuovo secolo.
« Brutto secolo! », diceva fiutando l’aria. « Brutte cose, brutti avvenimenti, brutte faccende; porcheria; noia; schifo; e soprattutto bruttissimi uomini! ».
Quando, nel ’43, la Sicilia cominciò ad essere bombardata, questo vecchio di ottantatre armi non aveva più spazio, né in faccia né in cuore, per la paura o la meraviglia, e profondissimamente muto, fissava sulle persone lo sguardo incomprensibile e freddo che dall’occhio socchiuso di un morto cade sul ladro che gli ruba le scarpe.
Abitava all`ultimo piano, sotto un terrazzino che anche la più minuta delle schegge avrebbe facilmente bucato; ma i figli e i nipoti non riuscirono mai a farlo scendere nel rifugio; e quando la guerra s’avvicinò, e i catanesi fuggirono da Catania, tutto il quartiere all’intorno, comprese la cattedrale e la biblioteca pubblica, non ebbe che un abitante: questo vecchio muto che, la prima notte del 1900, era stato il solo a non ridere.
I tedeschi, durante la ritirata, occuparono la casa, e il generale venne a visitare Giacomo Licalzi, più per studiare la finestra, naturalmente, che per avere il piacere di conoscerlo.
«Voi siete molto ferocil », gli disse in tedesco il vecchio ottuageriario che da tre anni non parlava nemmeno il suo dialetto.
Il generale tirò fuori dal portafoglio sette fotografie: due vecchi, una donna, tre bambini, una ragazza, le sciorinò sulla tavola come un mazzo di carte quando il giocatore vuole che l’altro ne scelga una, poi disse: « Tutti morti! ». Quindi, cavata la rivoltella, sparò all’impazzata contro i balconi dirimpetto. « Per me », disse, « il mondo può crepare! Che muoiano tutti! Viva solo Hitler! ».
Il vecchio si alzò e lo accompagnò alla porta. L’altro si lasciò spingere da quello sguardo semivivo, si piantò sull’attenti, salutò ed uscì.
Scomparsi i tedeschi all’orizzonte, mentre i loro cannoni brontolavano fra i boschi dell’Etna, la città rimase nelle mani dei ladri. Travestiti da tedeschi, da inglesi, da carabinieri, da fascisti, i ladri sfondarono i portoni, salirono sui balconi, s’affacciarono dai tetti. In quei giorni, fu rubata qualunque cosa e, mossi dai ladri, che vi si nascondevano sotto, armadi letti statue cassettoni specchi si misero a camminare per le strade deserte e ingombre di macerie.
Giacomo Licalzi, dal suo alto finestrino, guardava il triste spettacolo e fumava la pipa. Non si meravigliava di nulla; tutte queste cose, egli le aveva già viste con la mente la prima notte del novecento; e si congratulava con se stesso di non aver diviso minimamente lo stupido riso degli altri per salutare « l’alba del nuovo secolo ». Nel ricordo, quella gente che sturava bottiglie ridendo e sghignazzando gli appariva come un popolo di scimmie ubbriache e saltellanti. « Al diavolo, quanto erano brutti! ».
Finalmente arrivarono gl’inglesi. Cauti, circospetti, guardando anche sotto le panche se mai vi facesse capolino il piede di un tedesco, s’arrampicarono fin nella soffitta ove il vecchio fumava la pipa. Un sergente e un soldato gli chiesero il permesso di affacciare la bandiera britannica dal finestrino. Un’impercettibile favilla luccicò nell’occhio di Licalzi alla vista di quella povera stoffa che penzolava su una città sconquassata, simbolo di una moltitudine armata che s’avanzava impaurita dietro un’altra che rinculava impaurita.
«Voi siete molto ferocil », gli disse il vecchio in cattivo inglese.
«No», gridò il sergente, « no, per niente, buonissimi! ».
Il sergente parlava l’italiano e portava al collo una corona di rosario. « Sono cattolico! », disse. E poiché il vecchio rimaneva imperturbabile, il sergente, credendo ch’egli non avesse capito, alzò la voce: « Cattolico! », ripeté. Si fece il segno della croce: « Padre, Figlio e Spirito Santo!». Vista una figura di santa Rita sul lettuccio, salí in ginocchio sul materasso di crine, e baciò i piedi dell’immagine. Rise di nuovo. Saltò dal letto. Tolse con garbo la pipa dalla bocca del vecchio, gliela riempí di tabacco e gliela rimise fra i denti. « Beviamo! », esclamò. « Nonno, beviamo! ». Tirò fuori una bottiglia, riempí un bicchiere che vide sul tavolo e lo porse al vecchio. Lui bevve impetuosamente alla bocca del fischetto. « Viva la pace! », gridò. « Pace! Pace! Avremo sempre pace! Voi, nonno, vivrete centottanta, trecento anni! ».
Il vecchio stava per sorridere; ma quando l’altro, nella sua foga, volle aggiungere: « Pace! Sempre pace! Si comincia nuovo secolo! », il vecchio si abbuiò, e ancora una volta, accanto a una persona che si torceva fra le risate, non rise.

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Pubblicato su Prosa. 11 Comments »

11 Risposte to “Auguri”

  1. Manola Says:

    Mi son chiesta con curiosità varie volte come mai il mondo umano si fa gli auguri ad ogni occasione di festa ,forse è pro pio esorcizzare un buon auspicio che quasi mai si avvera come lo vorremmo???
    Il racconto di Brancati che non conoscevo lo comprendo appieno ,esprime anche se in un’epoca moderna il mio disagio nel vedere l’euforia esagerata di certa gente nel festeggiare senza remore del come siamo realmente messi ,nello sprecare risorse in botti che sono vere bombe che uccidono o danno ferite permanenti , non lo capirò mai ,è possibile che non cresciamo dagli sbagli e si perpetua un decadimento che ci porterà nel baratro??? pessimista??? no realista purtroppo.
    Auguri però di cuore a chi sa ricominciare in buona fede Buon 2013

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    • Stelio Says:

      Già mi fa abbastanza senso vedere, ancora un mese prima, l’orgia di consumismo natalizio. Il capodanno è la ciliegina sulla torta, l’eccitazione parossistica che vorrebbe esorcizzare in un colpo solo tutte le angustie della vita.
      Che illusi…

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  2. limucci Says:

    Io ho imparato: gozzoviglio durante tutto l’anno, e la notte di Capodanno… frittata di cipolle! Un’abitudine da quando io e mio marito ci siamo messi insieme, il 26 dicembre 1993. Buon anno!

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  3. Evaporata Says:

    Eheeh Brancati mi aveva conosciuta nella vita precedente 😉

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  4. Evaporata Says:

    Ah! Comunque, festa o non festa, io e Carla ieri sera abbiamo spolverato tutto (tranne l’aceto e i limoni). Il piatto piange, e a noi delle feste non ce ne frega niente…a buon intenditor…. 😀

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    • Stelio Says:

      E volevo ben vedere che ti facevi anche un bel bicchierone di aceto! 😆
      Attenzione ai limoni: non conoscono difenile, cera, e schifezze di sorta, perciò non si conservano a lungo. 🙂

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