Lasciarsi un po’

Scritto il 2 Aprile, sul treno che da Český Krumlov mi sta portando a Tábor.

C’è chi si lascia, e chi lascia, lascia correre, lascia fare, lascia cadere, lascia fuori, lascia da parte, lascia di stucco, lascia la pelle, lascia indietro, lascia un ricordo, lascia in giro, lascia stare; e chi lascia e se ne va, punto.
C’è chi si abbandona, e chi abbandona, rinuncia, desiste, scappa, demorde, si ritira, cede, molla, sgombra il campo, getta la spugna, se ne infischia, pianta in asso; e chi abbandona perché è destino, punto.
Lasciarsi e lasciare sono fratelli coltelli, l’azione ultima prodotta da un contesto insostenibile.
Abbandonarsi e abbandonare sono termini antitetici, un bivio iniziale destinato a segnare indelebilmente il futuro.
Troppo spesso capita che di queste parole se ne faccia un uso “ristretto”, limitato a determinate situazioni che interessano i rapporti umani, quasi sempre i sentimenti, quelli che con un termine talvolta abusato vengono definiti “amore”.
Di ciò io sono totalmente all’oscuro, essendo incapace di comprendere, e perciò mi trovo costretto più alla speranza che alla coscienza; però mi sono ben chiari il distacco e la rinuncia.
Perché l’abbandono è di casa, è un fedele compagno di strada, è l’ombra che mi segue anche nella notte senza luna.
Si potrebbe pensare che, scrivendo queste righe, io stia passando un brutto momento, una crisi depressiva. E invece no, tutt’altro: sono con chi vorrei essere, sono dove vorrei essere, sono quasi come vorrei essere. Eppure la natura, intesa come composizione della mia natura con quella della realtà tangibile, porta ogni discorso a una conclusione inevitabile: abbandono.
Il mio treno corre avanti, veloce; ogni tanto il rumore di uno scambio, una possibilità di deviazione dal percorso, ma non è mia la scelta; il mio treno rallenta, si ferma; una stazione, un’altra possibilità, forse un’eventualità; ho scelta? Scendere? Restare? Tornare?
Intanto, dietro al tessuto sintetico blu, dietro all’imbottitura dello schienale, dietro alla parete dello scompartimento, dietro alle luci rosse dell’ultimo vagone, sto lasciando secoli di storia, di sudore, di sangue, di carne condensati nell’unica materia capace di contenerli tutti: la pietra.
Ho trascorso giorni meravigliosi in un villaggio medievale, giorni completi, di ventiquattr’ore, quelli dove si vive anche la notte, magari solamente per udire i propri passi sul selciato delle viuzze deserte, talmente silenziose da smascherare un pensiero.
Eppure io lo sto lasciando, e sicuramente senza nessuna garanzia di trovare di meglio.
Mentre sto abbandonando ciò che mai vorrei abbandonare, mi rendo conto che, magra consolazione, ci stiamo lasciando a vicenda.
Quelle pietre, grezze o lavorate, squadrate o erose, portanti o pestate, nobili o insignificanti, tutte comunque custodi di un messaggio plurisecolare, non sono incorruttibili, ci lasceranno, anzi, lo stanno già facendo, lentamente, molto più lentamente di me, ma mi stanno abbandonando.
Ma prima che ci lasciassimo, marmo e granito hanno insistito per raccontarmi le loro storie, le trame per giungere al potere assoluto, trame generate da una sconfinata ambizione, trame il cui scopo era generare paura, trame che hanno avvolto i castelli, dalle buie segrete sotterranee alla merlatura del mastio, e anche le trame non meno insidiose che si sono nutrite (e si nutrono) di ancestrali paure, trame dalle quali emergeva (ed emerge) una malcelata ambizione, trame che hanno portato (e portano) a un potere supremo, trame che straboccano nelle cupe cattedrali, dall’umile inginocchiatoio alle volute barocche in oro del pulpito.
Mentre questo treno mi sta portando via ripenso al loro messaggio e provo a immaginare per quanto tempo ancora avranno voce: cent’anni, mille anni, diecimila anni? E poi? E noi? Chi racconterà di noi, forse uno sbrecciato spezzone di cemento armato, una pista di asfalto fessurata e gibbosa, un rugginoso capitello di acciaio saldato, un perennemente esiziale pannello in eternit? Meglio allora che di noi si perda traccia.
In ogni caso, tutti i castelli, le cattedrali, le statue a cavallo, gli imperiosi ritratti, i tesori accumulati nei forzieri, i suggestivi borghi medievali, sono inesorabilmente destinati a lasciarci, e con loro i regni millenari, le fortezze, i templi, le piramidi, tutto, a partire dalla memoria delle eroiche imprese di effimeri condottieri e delle loro velleitarie conquiste.
Queste testimonianze mi stanno lasciando, e io abbandono, le lascio, molto più in fretta, quasi a volermi prendere la soddisfazione di fregarle sul tempo, quello stesso tempo che mi farà lasciare una vita alla quale mi sto affezionando e che mi ha sempre troppo amato.
Allora se tutto, me per primo, è destinato all’oblio, verrebbe da chiedersi quale senso abbia affannarsi, andare, costruire, cercare, vedere, speculare; la sostanziale e inevitabile vacuità dell’esistenza materiale potrebbe portare a considerazioni assai deprimenti.
Invece il mio pensiero va nella direzione opposta, evitando però facili e consolanti illusioni dal sapore zen.
Se l’atto di lasciarsi è un’eventualità da considerare, se l’abbandono è comunque una certezza, l’unico sollievo sta nell’abbandonarsi, sempre e comunque, senza remore, non appena si presenta un’occasione, abbandonarsi alla vita, forse la sola che avremo a disposizione: carpe diem.
Il saggio che si guarda sempre alle spalle per evitare le brutte sorprese, cadrà nella stessa buca dove rischia di finire l’imprudente che danza e che non bada troppo a dove mette i piedi.
Allora il saggio camminerà a capo chino per evitare di cadere ancora, e per il resto della sua vita non vedrà altro che buche.

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P.S. Com’è noto, io amo molto giocare di sponda, e queste righe non fanno eccezione in quanto ispirate da un post precedente di Evaporata.
Cercatelo.

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Pubblicato su Vita. Tag: , , . 3 Comments »

3 Risposte to “Lasciarsi un po’”

  1. Evaporata Says:

    Non ho osato chiedervi se eravate andati, ma sapevo che già la risposta. Ovvio che in questi giorni ho pensato tanto a “quello” e “chi” ho lasciato “là”. Sicuramente una tranquillità che non conoscevo da secoli, e poi (ma quella m’è rimasta appresso) la consapevolezza di avere più di un angelo custode. Due li conoscete bene.

    Mi piace


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