Contrappunti / Italia, paese di analfabeti digitali

Da Punto-Informatico del 3/6/13

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di M. Mantellini – I nativi digitali non sono tecnologicamente alfabetizzati più dei loro genitori. Una bella cura di educazione civica 2.0 servirebbe a tutti

Alcuni anni fa, quando frequentavo le scuole elementari, esisteva nell’elenco delle materie di insegnamento l’Educazione Civica. Si parlava di etica, di Costituzione, di educazione stradale, delle regole della civile convivenza e cose del genere. Tutti noi, con la stoltezza tipica degli adolescenti, la ricordiamo come una materia noiosa ed inutile.

Istituita da Aldo Moro nel 1958, l’Educazione Civica fu improvvisamente eliminata dai programmi didattici nel 1990. In tempi di iniziali ristrettezze dei fondi per la scuola pubblica fu forse il primo ramo sacrificabile in una società che si riteneva ormai civilmente evoluta. Eppure noi, oggi, di un paio d’ore settimanali dedicate all’Educazione Civica ne avremmo molto bisogno. E in una accezione attuale di questi spazi didattici, durante quelle due ore sarebbe necessario insegnare ai più giovani di noi ad utilizzare anche la rete Internet.

Partire dalle basi è ormai la nostra unica possibile riscossa. Immaginare un programma di alfabetizzazione che riguardi tutti i cicli scolastici, dalle elementari all’Università, e che sia in grado di imporre al Paese una nuova comprensione dell’orizzonte contemporaneo. Che è, inevitabilmente e con buona pace di tutti, un orizzonte digitale.

La retorica dei nativi digitali è stata in questi anni tanto effimera quanto ingannatrice. Perché da un lato è vero che i nostri figli nascono e crescono avvolti dai terminali elettronici, imparano prestissimo ad utilizzare gli schermi touch o le tastiere, si collegano alla Rete con una facilità inusitata, così come è vero che, al loro cospetto, molti di noi vengono assaliti da quel senso di inferiorità tecnologica che tratteggia la distanza fra chi sa e chi non sa. Ma, di nuovo, anche questa identificazione di competenze è una falsa sirena. I nativi digitali, anche quando lo sono (e non lo sono sempre) non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale. Far crescere un bambino dentro una biblioteca non farà di lui necessariamente un adulto colto e informato. Avvolgere i nostri figli dentro reti informative potentissime non li renderà automaticamente migliori di noi che siamo cresciuti dentro l’orizzonte minimo del libro di testo e della Divina Commedia.

La mia idea è che per vasti strati della popolazione italiana non ci siano grandi possibilità di evoluzione digitale. Si potrà e si dovrà fare tutto il possibile per alfabetizzare gli adulti e gli anziani, ma per quanto riguarda le generazioni adulte siamo mediamente spacciati. Solo così si spiega il gigantesco digital divide culturale che avvolge il Paese. C’è una lingua che richiede di essere adottata ma nessuno ne vuol sentir parlare.

Il nostro Paese è allergico alla tecnologia per ragioni complesse e molto radicate, tutto ciò che richiede nuove forme mentali è osservato con sospetto, non solo fra gli strati meno colti e meno giovani della popolazione, ma anche, spessissimo, dentro le elite culturali della nazione dove sovente un misto di pigrizia, superbia o semplice timore di perdere una centralità faticosamente acquisita, riempiono le cronache dei giornali e i talk show televisivi di punti di vista dubitativi e speciosi su quelle tecnologie che altrove tutti adottano. Ovviamente, in quanto italiani, ci sentiamo più intelligenti e più colti degli altri. Salite su una carrozza della metropolitana a Londra e vedrete persone anziane che leggono un libro sul loro ebook reader, accendete un televisore in Italia ed ascolterete un anziano cattedratico ammonire pensosamente sui rischi della digitalizzazione dei rotoli del Mar Morto.

L’unica cosa che possiamo fare è cominciare dai più piccoli e dalla scuola. Trovare un Aldo Moro che comprenda lucidamente la gravità della situazione, la nostra incomparabile arretratezza digitale e la necessità di fare qualcosa fin da subito. Partendo dalle scuole, due ore di Educazione Civica per tutti, per scoprire l’etica e la complessità di un mondo che cambia. Uno dei pochi investimenti culturali possibili per i prossimi anni.

Massimo Mantellini

Manteblog

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