La prima cosa bella

“La prima cosa bella” è il titolo di una vecchia canzone, ripresa nel 2010 per una pellicola dolceamara (si può dire ancora pellicola adesso che si gira in digitale?) di Virzì, ma questo post non parla né di musica e né di cinema.
Stavolta invece mi va di porvi un indovinello.
Partiamo da un presupposto fondamentale (lo so, io la prendo sempre larga, è un mio difetto): voi, come tutti gli esseri viventi da un certo stadio di evoluzione in poi, dormite.
Dormire è necessario, anzi indispensabile. Si può occasionalmente “tirare tardi”, perdere qualche nottata, ma se per cause esterne o per qualche patologia il sonno è ripetutamente disturbato se non addirittura assente, si corrono gravi rischi, psicologici e fisici: non dimenticate che la privazione del sonno è un metodo di tortura al pari al waterboarding (principio di annegamento), la fustigazione, il tratto di corda, ecc.
Quindi, anche se non dormiamo tutti nella stessa maniera, e nemmeno con lo stesso beneficio, tutti bene o male dormiamo e, salvo malaugurata dipartita, ci svegliamo al mattino.
La mia domanda a questo punto è la seguente: dove si posa il vostro sguardo quando aprite gli occhi dopo aver sciolto l’abbraccio di Morfeo?
I romantici risponderanno sul volto del loro amore, gli agitati sul lenzuolo sotto al quale si sono rintanati, gli apprensivi sul soffitto che li sovrasta, i metereopatici alla finestra per vedere che tempo che fa, i dormienti difficili sulla stoffa della maschera, i crollati sulla copertina del libro che avevano cercato di leggere la sera prima, e altri esempi ancora. Tutti sbagliati.
La prima cosa ad attirare il nostro sguardo è un messaggero, colui che ci porta gli improrogabili ordini del dittatore universale: il tempo.
Che sia una ticchettante sveglia meccanica o una gracchiante radiosveglia, al mattino lì corre l’occhio con apprensione, per sapere se è presto, se è tardi, se siamo maledettamente in ritardo, se magari si poteva dormire di più, se è ora finalmente, se è già ora mannaggia e, a seconda del messaggio, ci alziamo di scatto o ci giriamo dall’altra parte.
La radiosveglia ce l’ho anch’io, sul comò, e da più di vent’anni lei si preoccupa di farmi alzare col piede sbagliato, dato che l’ho sintonizzata sul canale delle brutte notizie; ora però s’è rotta, per la quarta volta, e ne dovrò comprare una nuova (magari usata…); nel frattempo uso il mio fedele orologio biologico che è perfettamente sincronizzato con le mie antiche abitudini mattutine, ma che non offre una precisione svizzera.
Facile, direte voi, si va in un qualsiasi centro commerciale, si sceglie, si paga e ci si porta a casa il nuovo gioiellino della scienza e della tecnica radiocontrollato da un orologio atomico situato in qualche parte della Germania, o ci si fa del male con uno di quei proiettori che fanno apparire delle gigantesche cifre sul plafond, moderna spada di Damocle temporale, che sembrano un cinematografico conto alla rovescia di una funesta catastrofe, oppure, perché no, anche una di quelle radiosveglie sbarazzine che bisogna spegnere con la propria voce, quella voce che di primo mattino è simile a il rumore di una raspa su un pezzo di abete rosso molto resinoso (e perciò non riconosciuta dal malefico radioaggeggio).
Bene. Una volta deciso il tipo di arma con la quale dovremo batterci all’alba, non resta che scegliere il modello che più ci aggrada, e qui, almeno per me, casca l’asino, con tutta la stalla, paglia compresa. Perché nessuno mi aggrada, sono tutti semplicemente “brutti”.
Lo ammetto, in quanto a orologi non sono molto aggiornato, e i display elettronici non godono dei miei favori. Possiedo tre orologi a parete, tutti rigorosamente provvisti delle care vecchie lancette. Per inciso, due di questi si sono fermati, in momenti diversi, ma entrambi segnano le otto meno un quarto. Ora aspetto che si fermi anche il terzo, e se si blocca sullo stesso orario mi gioco questi numeri: 3, 7, 19 e 45; hai visto mai…
Chiusa la parentesi cabalistica, torniamo all’oggetto del desiderio: la radiosveglia. Ma dico, le avete viste? Sembrano delle tridimensionali macchie di Rorschach. teste di insetto, preoccupanti, mantidi religiose, femmina ovviamente; sgraziati mattoni dipinti col catrame; scarti di fonderia oppure imparaticci di un carpentiere metalmeccanico alle prime armi; poi ci sono quelle zeppe di misteriosi pulsanti con diciture in una neolingua oscura anche per un ferrato glottologo; non mancano gli oggetti alieni, tutti souvenir raccolti dell’astronave Enterprise nel suoi viaggi interstellari; forma e proporzione sembrano accuratamente evitati da chi li ha immaginati, forse menti malate, oppure segnate da abusi di sostanze psicotrope, o semplicemente, esageratamente, disgraziatamente supponenti; e c’è anche ci si affida al (cattivo) gusto retrò, proponendo oggetti che sembrano archeologia industriale, vecchi oscilloscopi da laboratorio oppure radar per sommergibili della seconda guerra mondiale.

SvegliaMa dico io, le conoscete o no le basilari norme dell’estetica, la teoria dei colori, le regole ergonomiche? A me pare di no, dato che sono mesi che vado cercando qualcosa di funzionale e di esteticamente gradevole. Lo so, i gusti sono gusti, e magari i miei sono sbagliati, però resto convinto che è molto più facile impressionare che innamorare, e che lo sfoggio di tecnologia è un’esca al quale troppo facilmente si abbocca.
Io desidero invece un oggetto semplice, un tranquillo compagno di stanza, non un parente di R2-D2. La mia radiosveglia, anche se continuerà a darmi cattive notizie, la vorrei gradevole, intonata con il mio arredamento semplice ma familiare, un oggettino che mi ricambia lo sguardo senza aggressività o freddezza, perché, spero per molto tempo a venire, quella sarà la prima cosa che vedrò al mattino, e amerei tanto che fosse la prima cosa bella.

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Pubblicato su Vita. 7 Comments »

7 Risposte to “La prima cosa bella”

  1. Evaporata Says:

    Secondo me è il tuo approccio verso l’oggetto che stona con il suo compito. Siccome la sveglia compie un lavoro che in ogni caso è poco gradevole, sia che si debba volare fuori dalle letto per lavorare, sia in vacanza poiché dobbiamo ottimizzare il tempo per farlo rendere al meglio, è sempre lei a dirti come sei messo. Perciò te la prendi con lei ambasciatrice che porta le tue pene.
    Sono certa che la forma a te gradita esiste da qualche parte, per esempio l’ologramma di una piccola fata che esce da uno scrigno e posa lieve la sua mano sopra i tiuoi capelli dicendoti: “Hei amico sveglia, è ora di scendere dal letto”. Sarebbe carina no?
    E invece no, ti starebbe sullo stomaco anche lei perché fa un cosa che a te non piace, ti obbliga ad affrontare “il tempo”.
    Anche il trapano, il cacciavite, il forno a microonde, ecc., non sono il top della bellezza, però te ne freghi perché svolgono il loro compito punto e stop.
    Fosse affidabile ti direi di affidarti al canto del gallo, ma oggi come oggi nemmeno il gallo sa che cosa fare.
    Potresti assumenre un maggiordomo o una dama che la mattina bussano alla tua porta e dicono: “Signore, sono le ore otto se può interessarle”. E falo passara ogni tot. minuti per informarti del tempo trascorso con voce discreta e gradevole.
    Ma sarebbe lo stesso.
    Quindi rassegnati, se proprio desideri un oggettino simpatico, anziché rivolgerti ai negozi speicalizzati in elettrodomestic, vai in quelle botteghe che vendono simpatici orpelli di qualunque genere per addobbare la casa, lì sivuramente troverai una similsveglia dall’aspetto decente.
    In ultima analisi, puoi sempre chiede se è in vendita l’orologio della torre di Praga, magari in casa non ci sta, però se abbatti il muro della camera da letto, lo sostituisci con una parete completamente di vetro e ci piazzi davanti l’orologio, quando apri gli occhi, magari ti girarno comunque le palle, però hai sicuramente una sveglia originale.
    O no? ;-D

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    • Stelio Says:

      E come darti torto? Già… come? Ah sì, ecco come.
      Per farlo devo parlarti di un tipo di letteratura multimediale che troppo spesso viene sottovalutato: il fumetto.
      Esistono fior di artisti che riescono a coniugare egregiamente una trama avvincente con dei disegni sontuosi; memorabile la serie dell’Incal, sceneggiatura fuori dagli schemi di Alejandro Jodorowsky e immaginazione grafica di Moebius.
      Ma anche i sudamericani non se la cavano male, specialmente gli argentini. Frutto acerbo,
      Las puertitas del señor Lopez, Boogie l’Oleoso, L’eternauta, sono solamente alcuni dei titoli nati dalle fertili matite sudamericane. Proprio in un episodio di “L’eternauta” un kol, ovvero un alieno invasore catturato, confessa agli umani che gli alieni sono stupefatti e persino invidiosi dalla bellezza che i terrestri riescono a trasferire anche negli oggetti più banali, come una teiera oppure un utensile da lavoro, un risultato che loro, gli alieni, pur dotati di una tecnologia di gran lunga superiore, non saranno mai in grado di raggiungere.
      Ecco ciò che vado cercando, un oggetto che non sia maledettamente sgraziato o una macchina dall’apparenza ostile, ma a quanto pare la bellezza poco appariscente non va più di moda.
      Ti faccio un altro esempio di come la tecnologia sta inaridendo il fiume di piacere che inevitabilmente sorge quando si osserva un oggetto gradevole all’occhio. Pensa alle vecchie macchine da cucire; erano piccole, nere, pesanti, rudimentali, però possedevano una pretesa di eleganza, superfici raccordate, forme sinuose, persino conturbanti, decorate leziosamente, e le più lussuose sfoggiavano dei vezzosi intarsi in metallo nobile o in madreperla; guarda le macchine da cucire odierne, fanno di tutto, anche il caffè, ma sono armoniose quanto un condominio di periferia e posseggono il fascino ammiccante di un tornio automatico a controllo numerico. Oggi sembra che il piacere non stia nell’ammirare l’oggetto che ci accompagna, come si farebbe con un amico che ci sta dando una mano, bensì nella consapevolezza di essere arrivati al traguardo molto prima e con meno fatica, il che sa di autoschiavismo.
      Perciò anche quell’emissario che è il latore di un messaggio inderogabile e spesso seccante, lo vorrei elegante nel portamento e chiaro nella comprensione, e cercherei di non odiarlo, perché “ambasciator non porta pena”.

      P.S. Non amo i cacciavite Stanley con quel diabolico giallo e nero, e nemmeno gli Usag dal manico di gelatina alla ciliegia, ma neppure lo sciroppo alla menta dei Bahco. Mi vanno a genio le tonalità di verde che vanno dal pistacchio al veronese dei Palmera. Come vedi, anche per un cacciavite faccio il difficile. 🙄

      P.S.P.S. Se osservi bene l’immagine del post, riesci a notare quale orologio ho utilizzato come sfondo? 😉

      P.S.P.S.P.S. Una piccola fata che esce da uno scrigno e posa lieve la sua mano sopra i miei (pochi) capelli dicendomi “Sveglia, è ora di scendere dal letto” esiste, l’ho trovata io. 🙂

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      • Evaporata Says:

        Ahhaahahha, non ci avevo fatto caso adesso vedo lo sfondo. Non si scappa da certa empatia. La fata di cui parli la conosco benissimo, volevo dirti che l’avevi già, ma mi dispiaceva farle compiere anche questo pur nobile gesto, già ne compie a iosa, almeno non obblighiamola a svegliarsi prima perché altrimenti le suggerisco di farti un gavettone.
        E per la sveglia, adesso so che cosa regalarti la prossima volta che mi materializzo davanti a te. 😀

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  2. silevainvolo Says:

    eh sono d’accordo sull’estetica terrificante di queste macchine da guerra, il bello dela vacanza è dire domani non mi sveglio guardando l’orologio, oppure la sveglia non la metto e poi ci si sorprende che tanto ormai si dorme sempre meno e ci si sveglia da soli. Il fatto è che non ci si ‘sveglia’ mai del tutto e questo puo essere un problema. Collezionato sveglie da pochi euro made in china da diverso tempo, ora ne ho trovata una attendibile, pero’ fa un rumore inquietante da ronzio non tic tac, si placa solo se la metto in posizione di fianco che poi è meglio cosi dal cuscino la vedo nella giusta direzione 😉

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