Il dittatore di Gianni Rodari

Annunci

LEGGENDO 29 SETTEMBRE IL GIORNO DOPO

Oggi è il 30 settembre, voglio leggere a modo mio una delle canzoni di Lucio Battisti tra le mie preferite: “29 Settembre”

Seduto in quel caffè
io non pensavo a te

Capitano quelle giornate un po’ così….

Guardavo il mondo che
girava intorno a me
Poi d’improvviso lei sorrise

E qui lui ci mette un giro di chitarra che fa proprio vedere quel sorriso irresistibile

e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se non ci fosse che lei.

La leggerezza di pensare che si può fare…

Vedevo solo lei
e non pensavo a te….

Teoricamente quando si ama una persona tutte le altre non dovrebbero esiste dal punto di vista sentimentale e sessuale ma, purtroppo, dopo qualche tempo passato l’innamoramento infuocato arriva l’abitudine e la novità è sempre lì a tentarci.

 

E tutta la città
correva incontro a noi….

Quel momento di inebriante menefreghismo…

View original post 220 altre parole

Parliamoci chiaro – Quarta puntata

Puntate precedenti
Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
 
Fabian Perez - Tango a Paris

Fabian Perez – Tango a Paris

.

Quel “tu” a bruciapelo ebbe su di lui lo stesso effetto di una scossa elettrica.
Fino a un attimo prima entrambi galleggiavano sulle placide onde di una conversazione formale, e ora un semplice monosillabo aveva dato origine a un maelstrom irresistibile e maliardo. Non gli era mai capitato che una donna, e che donna, prendesse così apertamente l’iniziativa; affermare che tale esperienza fosse per lui una deliziosa primizia è dire poco.
Fu quello il preciso istante nel quale presero stabilmente dimora nella sua mente quelle due parole che l’avrebbero accompagnato per un bel pezzo di serata: “Che culo!”. Poi anche lui, passato il comprensibile smarrimento iniziale, sorrise, con la bocca e con gli occhi, questi ultimi un po’ lucidi per l’emozione.
– Bravo – fece lei – vedo che hai capito al volo. Sei sveglio, il che non mi dispiace. –
Sveglio lo era, specialmente con le donne, e faceva buon uso di questa dote.
Il suo lavoro lo obbligava spesso a passare le notti fuori casa, e lui non vedeva assolutamente nessun motivo per passarle in monastica solitudine. Era sposato, e chi lo conosceva poteva considerare il suo un matrimonio felice, ma Adriano non disdegnava di quando in quando, più che altro quando si presentava l’occasione, un “diversivo”, e a suo modo non si considerava un traditore, non provava sensi di colpa o rimorso; egli supponeva che un uomo, a meno che non indossi uno scafandro da palombaro con gli oblò accecati dalla vernice, non possa rimanere insensibile al fascino femminile, e perciò trovava più che naturale, anzi doveroso, assecondare questa attrazione fisica; la sua intima convinzione era confortata da un innegabile successo con le donne, al quale contribuiva non poco la figura di Adriano, trentacinque anni portati con meraviglioso piglio e spregiudicatezza, un fisico niente male, uno sguardo malizioso e un irresistibile briciolo di follia.
– Posso sedermi? –
– Certo, altrimenti mi verrà un torcicollo se per tutto il tempo devo guardarti da quaggiù. Io sono Barbara. – e allungò un braccio per porgergli una mano non piccola ma graziosamente affusolata, unghie laccate, cinque rubini all’estremità delle lunghe dita.
– Piacere, Adriano. –
Egli prese quella mano, incerto sul da farsi, ma la sentì fresca, asciutta, gradevolissima, con una stretta franca, quasi maschile, e tutti i suoi timori caddero.
– Allora, con permesso… –
Adriano si sedette di fianco a lei, non davanti, una mossa tattica per sottolineare che ormai erano complici in quel gioco, non avversari che si fronteggiano.
Stettero per qualche secondo a osservarsi, in silenzio, lei con l’aria soddisfatta del giocatore che ha fatto filotto, e lui con la faccia sorpresa di chi si è visto piovere dal cielo la manna e non sa come trattare tanta grazia di Dio. Poverino, bisogna capirlo, son cose che non capitano tutti i giorni, anzi, non capitano proprio mai.
Per abbordare una donna e portarsela a letto egli aveva affinato varie tecniche di approccio; a seconda dei casi sapeva mostrarsi spavaldo oppure bisognoso d’affetto, comprensivo invece di tiranno, facile o, al contrario, sfuggente; si adattava come un attore si adegua al ruolo richiesto dal copione, salvo poi imporre la sua volontà quando si arrivava al dunque.
E le donne poi, per uno sguardo voglioso e una scopata come si deve si bevevano tutto, discorsi strampalati, fiabe da rotocalco, finte lacrime, balle colossali, promesse da marinaio ubriaco e un addio mascherato da arrivederci.
È vero che qualche volta gli capitava di fare pensieri strani, cioè che le donne, tutte le donne, fossero ben coscienti della sua doppiezza ma che non se ne curassero troppo, anzi, sospettava che si baloccassero con lui e che si burlassero delle sue furberie, come si fa con le trasparenti bugie di un moccioso supponente.
Per combattere quella sensazione latente si era imposto di non badare troppo a cosa le donne dicessero, con lui e di lui, prima, dopo, e anche durante. Trattava i loro discorsi come una piacevole musica di sottofondo, la colonna sonora delle sue avventure, qualcosa che si poteva canticchiare per celia, facendo finta di partecipare al discorso, o ignorare del tutto, e alla fine spegnere per dimenticare la zuppa di parole dolci, sospiri, sogni narrati o inventati, dinieghi, cedimenti, domande inevase e richieste soddisfatte, ansiti, lamenti, preghiere e apprezzamenti; egli accettava di pagare quel pedaggio verbale solamente perché era la via maestra per entrare nelle grazie e, scopo ultimo, nella vagina della donna della quale si era incapricciato, salvo poi fare tabula rasa di tutto al momento di uscire di scena.
Questa volta era diverso; dire che lei lo avesse preso in contropiede è un eufemismo. Non che gli dispiacesse, tutt’altro, almeno si era risparmiato i soliti sguardi espressivi, le occhiatine fugaci, i doppi sensi appena sussurrati, quel ridicolo minuetto che sono costretti a ballare due sconosciuti che ci starebbero pure ma che non vogliono darlo a vedere.
Lei invece lo aveva proiettato sulla pista e aveva chiesto all’orchestra si suonare un tango, e ora o ballava o scappava.
Più che ovvia la sua scelta: tango, salsa, rumba, qualsiasi cosa pur di ballare sul letto con lei tutta la notte.
Si dia inizio alle danze!

Segue…

Pubblicato su Prosa. 11 Comments »

Ti racconto la mia musica – Terza puntata

Pubblicato su Vita. Leave a Comment »

COMPASSIONE CON PASSIONE

Ieri, durante il mio giretto dopo l’allenamento in palestra, nel sentiero sterrato in mezzo alle vigne ho trovato un piccolo merlo ferito dai pallini di una doppietta. Aveva il collo quasi completamente spezzato, ma non abbastanza per poter morire in fretta senza soffrire.

Mi sono fermata e l’ho raccolto per vedere se potevo salvarlo. Purtroppo la testa ciondolava inesorabilmente appesa a qualche collegamento col resto del corpo che non gli permetteva di morire in fretta. L’ho preso tra le mani con la massima cautela per vedere l’entità del danno subito, constatando di non essere in grado di aiutarlo né a vivere né a morire (se non con un’azione violenta che è contraria alla mia natura). Avevo con me solo un pacchetto di fazzolettini infilati nella taschina dei pantaloni, poiché quando esco per correre evito di portare qualunque cosa possa distrarmi dall’ambiente.

Dopo aver superato l’iniziale sgomento nel tenere in mano…

View original post 309 altre parole

No, grazie

Barylla_01

Chi ha visto il film “Mediterraneo” dovrebbe ricordare come pescava Corrado Noventa: con una bomba a mano. Dopo lo scoppio i pesci salivano a galla, morti, e lui doveva soltanto raccoglierli.
Alcuni eventi di ieri mi hanno appunto riportato alla mente quella scena emblematica, le uniche differenze consistevano nei materiali utilizzati, parole al posto di esplosivo e onde radio al posto delle onde d’urto, comunque una gran quantità di pesci è venuta a galla lo stesso.
Di cosa sto parlando? Di qualcosa della quale si è già detto troppo, anche a sproposito, e confesso che mi sento un po’ a disagio nell’unirmi a questa cacofonia di opinioni, ma proprio non ce l’ho fatta a resistere.
Giovedì, durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara”, Guido Barilla, il presidente dell’omonima e famosissima industria alimentare, ha dichiarato che negli spot dei suoi prodotti non appariranno famiglie gay in quanto al gruppo Barilla piace la famiglia tradizionale.
Apriti cielo, è successo il finimondo!
Le reazioni sono state uno tsunami di riprovazioni politicamente corrette che andavano dal compatimento all’anatema, tutti a solidarizzare con i gay e a stigmatizzare le parole di Barilla, come se fossero in gioco i diritti civili e non una réclame di carboidrati.
Va da sé che, di fronte a tanto comune sentire, a me è venuta immediatamente l’orticaria.
Cominciamo col dire che al conduttore della trasmissione non sarebbe dovuto sfuggire il fatto che Barilla è da sempre un convinto sostenitore di papi (inteso come l’utilizzatore finale e non come i pontefici), e pertanto se ne dovrebbe dedurre la sua adesione a un’idea arcaica di famiglia, soprattutto per quanto concerne l’uso “tradizionale” della donna, concetti sempre perfettamente esplicitati da papi.
Dovrebbe esser chiaro ormai che la mano di Corrado Noventa è quella di chi ha posto una domanda provocatoria, utile solamente per ottenere gratuitamente un bel numero di pesci, pardon, di ascolti, ma perfettamente inutile ai fini di un dibattito sereno su un argomento che presenta tutt’oggi più spine che rose.
Chi scrive è di una generazione che i gay li etichettava (sarebbe più corretto dire che li marchiava) con epiteti dei più irridenti: finocchio, checca, pederasta, frocio, ecc., pertanto l’accettazione dell’omosessualità come fatto “normale” non è piovuta dal cielo, magari grazie a un imprinting sociale particolarmente aperto. In questo nostro piccolo paese che il Vaticano considera ancora “il cortile di casa”, certi atteggiamenti erano sempre bollati come sconvenienti, equivoci, indecorosi, deprecabili, contronatura, immondi; rimanere immuni dal contagio omofobo era umanamente impossibile, anche se più che la paura dell’omosessualità pesava il timore di essere messi all’indice, di venire respinti per non aver manifestamente condiviso i “naturali” preconcetti.
Il tempo passa per tutti (o almeno per chi vive abbastanza), e non serve solamente a diventare vecchi, ma anche per avere la possibilità di vedere, riflettere, cambiare idea e correggere, nei limiti delle nostre possibilità, le sferzanti approssimazioni giovanili.
Certo, sarei un bugiardo se non ammettessi che mi ci vorrà ancora qualche secolo prima di essere completamente a mio agio di fronte a dei gay che si scambiano effusioni, ma almeno non andrei a cercare un esorcista o un picchiatore fascista in nome di una morale ipocrita e mercenaria.
Con questo intendo che, pur provando avversione per ogni manifestazione omofoba in quanto limitativa della libertà dell’individuo, ho trovato ridicole, se non addirittura isteriche, le reazioni a quelle infelici frasi del Barilla.
Che poi sarebbe interessante sapere se quella controversa opinione sia stata veramente “voce dal sen fuggita” oppure se si è trattato di un astuto mezzuccio pubblicitario, un teatrino tra conduttore e intervistato, a mutuo beneficio ovviamente. Fateci caso, neanche il migliore dei battage avrebbe portato il marchio Barilla sulle prime pagine di praticamente tutte le testate nazionali, non avrebbe collezionato milioni di clic sulla rete, e non avrebbe colmato l’etere fino alla nausea. Oscar Wilde disse “C’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé”, e per un marchio la popolarità è tutto.
Mi si obietterà che in questo caso Barilla rischia l’impopolarità; se conosco bene i miei polli, il rischio è minimo, il popolo italiano ha la memoria corta ed è incline, prima al linciaggio, e successivamente al “cristianissimo” perdono, praticamente un’indulgenza plenaria a rovescio dove tutti perdonano i peccati di uno.
È stata pure lanciata una campagna di boicottaggio dei prodotti Barilla. Vi hanno aderito anche personaggi famosi (sempre nell’ottica di apparire), gente che abitualmente mangia in ristoranti inaccessibili agli umani, che non mette piede in cucina, e men che mai va a fare la spesa al supermercato.
Siamo arrivati al nocciolo della questione.
È giusto boicottare la Barilla perché nei suoi spot non è mai apparsa e mai apparirà una famiglia gay?
No, cioè sì.
Chi mi conosce un po’, avrà intuito che nutro una certa allergia verso la pubblicità, un malessere che si presenta in forma virulenta nei casi di particolare stupidità del messaggio. Ciò che non sapete è che non sono gli oggetti o i servizi proposti a scatenare questa mia avversione, e nemmeno grossolanità e la mendacia dei contenuti a disturbarmi, bensì mi è insopportabile l’idea che una massa considerevole di persone si beva quelle panzane come fossero oro colato. Presumere di essere circondato da un esercito di acefali mi angustia, e sentirmi (presuntuosamente) migliore non mi fa sentire meglio.
Per questi motivi la pubblicità Barilla (pasta, biscotti, ecc.) mi risulta particolarmente indigesta (come del resto i loro prodotti).
Bella forza, direte voi, tu sei uno difficile, uno che va a cercarsi i prodotti dal contadino, uno che, grazie a una consolidata cultura, si ricorda dei sapori veri, li riconosce prima col naso che col palato, uno che non ha nemmeno una scatola di surgelati in casa, è naturale che un prodotto industriale, di qualsiasi marca, ti appaia perlomeno sospetto.
Avete ragione, rispondo io, ma se la Barilla in uno spot pubblicitario mi spaccia un frantoio da olive per una macina da farina, chissà cos’è capace di spacciarmi nella lista degli ingredienti (che nessuno si premura mai di leggere).
E poi, diciamoci la verità, la famiglia Mulino Bianco sta antipatica a tutti, specialmente a quelli che si svegliano all’alba, prendono un bus pieno zeppo come un uovo oppure un treno ritardatario cronico, vanno a un lavoro precario e malpagato, con figli problematici (altrimenti che figli sarebbero?) da lasciare in una scuola fatiscente, e magari patiscono qualche acciacco fastidioso che il sistema sanitario nazionale si premura di non curare efficacemente.
Immagino che quella famigliola perennemente felice stia soprattutto sulle ovaie alle donne, stanche, stufe, stressate, ma anche stomacate da quelle madonne perfettamente truccate che hanno un orgasmo silente mentre portano in tavola un piatto fumante, appagate dalla gioia del maritino goloso e dall’entusiasmo dei due o tre angioletti affamati come piranha.
Trovo non meno indigeribili gli spot dove due bipedi discutono sul modo migliore per fare i biscotti; il primo racconta delle balle colossali, mentre il secondo, prudentemente, tace, dimostrando almeno di possedere un qualche contegno; un’altro dettaglio li contraddistingue: uno dei due è implume.
Sospetto che quella coppia sia l’ideale platonico che ha della famiglia “tradizionale” il signor Barilla; c’è un maschio alfa che tutto sa e tutto fa, affascinante e tombeur de femmes, sempre circondato da amici e simpatico a tutti, un vero gigione; poi c’è lei, la sua pollastra, un cervello da gallina, costretta ad ascoltare e offrire la sua silenziosa ma incondizionata approvazione, contenta delle briciole e di quel poco di luce riflessa che “lui” lascia piovere su “lei”; quando poi quella pollastra sarà diventata vecchia, nessuna remora, le si tira il collo e avanti la prossima.
Ecco, dove c’è Barilla c’è casa, c’è la “tradizione” italiana, quella del delitto d’onore, del femminicidio provocato da un malinteso orgoglio, quella degli invidiati mariti donnaioli e delle esecrate mogli puttane, quella delle donne ergastolane a casa (ora d’aria al supermercato oppure a curare un parente anziano), quella di “nuttata persa e figghia femmina” come massimo scorno.
Dove voglio arrivare allora?
Esattamente al polo opposto di tutte le critiche pelose che sono state mosse alla Barilla.
La grossolanità e l’arretratezza culturale dei loro spot è tale che andrebbe accuratamente evitato ogni coinvolgimento, a qualsiasi livello di rappresentazione.
È una fortuna, se non addirittura un onore, essere ritenuti inadatti al ruolo di attori per uno spettacolo squalificante.
Pur mancando al momento la controprova, sono più che convinto del fatto che la famiglia gay di Barilla sarebbe macchiettistica quanto quelle di alcune saghe televisive di serie Z; esattamente come la famiglia Mulino Bianco Barilla è una rappresentazione falsa di manichini semoventi e sorridenti, così la famiglia gay Barylla finirebbe imprigionata in un addomesticato cliché, qualcosa di innocuo e persino divertente, trattata con frivolezza per non disturbare troppo la sensibilità delle famiglie “tradizionali”, indispensabile trasgressione per mondarsi l’anima da ogni accusa di razzismo omofobo, oltre che per accaparrarsi quella specifica fetta di mercato, dato che “pecunia non olet”.
Quindi, casomai il signor Guido Barilla ci ripensasse, vi esorto a rispondere “No, grazie!”

.

Pubblicato su Info, Vita. Tag: , , . 3 Comments »

news

Libera.mente

Da un  po’ di giorni la vedo: lei belle gambe lunghe con unghie verdi oro cangianti che ti distraggono. Pronta al tuffo, il costume luccica al sole è come una saetta che cade in acqua e nuota, nuota nel   liquido del bicchiere.

Sarà mezzo pieno o mezzo vuoto dipende dalle giornate e dagli incontri  che incontrerà.  Spesso ci saranno uomini inadatti bugiardi o ossessivi non potranno amarla ma lei li sposera’ ci fara’ figli, magari si leghera’ per tutta la vita con fili di impossibile felicità (Uomini che denigrano   non investono il giardino altrui è sempre meglio uomini che usano manipolano per lo piu anche padri) detto in parole povere sara’ tenacemente avvinghiata a chi potra ferirla (sì  ciondolo antico arrivato in eredità con edera e sotto inciso “atacamento” la cultura indotta a soffrire)

 

Oggi ho eliminato  da Librof  la faccetta di finta felicita’ smorfiosa  lei e il tizio…

View original post 303 altre parole