Parliamoci chiaro – Prima puntata

Prefazione

C’è una prima volta per tutto, è questa per me è una doppia prima volta.
Innanzitutto il genere: erotico, bè, alla mia maniera s’intende.
Personalmente ho sempre dato molta importanza ai preliminari, considerando questi la vera misura dell’attenzione paziente e del focoso desiderio, le due estremità di una corda di violino, lontane e contrapposte per tenderla allo spasimo e farla vibrare al minimo sfiorare dell’archetto.
Ricordate il film “Mediterraneo” e la spiegazione del caffè alla turca? Tutto il gusto sta nel prepararlo con cura, guardarlo riposare nella tazzina, avvertirne l’aroma, attendere i suoi tempi, e intanto assaporare quegli attimi di pace. Berlo è quasi un di più, un’azione conclusiva e vagamente malinconica, dal sapore amaro, come il caffè appunto.
Perciò, prima di arrivare alla “polpa”, dovrete sbucciare un bel pò di scorze involute e seccanti. Non aspettatevi poi niente di “rosa”, lo sapete bene che amo innaffiare i miei scritti con sangue, sudore e lacrime, e i frutti che ne traggo sono spesso alieni e indigesti.
Seconda novità.
Sarà ormai un anno e mezzo che ho in testa questo racconto e mai mi decidevo a scriverlo; più e più volte ho tentato e sempre mi sono scoraggiato dopo le prime righe. I mezzi letterari in mio possesso sono limitati e la mia presunzione è massima, pertanto, passato l’iniziale slancio, trovavo questa mia impresa destinata a sicuro fallimento e cancellavo tutto il file (l’equivalente di buttare le pagine in un caminetto acceso).
Perciò, per togliermi da questo imbarazzo assillante, ho fatto una scommessa con me stesso: pubblicherò sul blog il racconto man mano che gli darò forma, a piccole puntate, e vediamo se almeno stavolta riesco a finirlo, se non altro per rispetto di quei quattro gatti (a proposito, miao, miao, miao, miao) che mi seguono.
Buona fortuna (a me e a voi).

Parliamoci chiaro

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Due, soltanto due erano le parole che echeggiavano, rimbalzavano, imperversavano nella mente di Adriano Trauner, due, per mezz’ora buona, e niente lasciava presagire che se ne sarebbe liberato tanto presto.
Per capire la genesi di questa ossessione è necessario compiere un piccolo passo indietro nel tempo.
Era pomeriggio inoltrato quando aveva finalmente terminato il servizio fotografico, un lavoro maledettamente banale: il solito capannone grigio e oblungo, i proprietari orgogliosi di quell’obbrobrio, una serie di oggetti altrettanto sgraziati che lui doveva far apparire meravigliosi, come se fossero il non plus ultra della scienza e della tecnica, operai poco disponibili a mostrarsi concentrati e solerti su un catalogo mendace, una teoria di chiacchiere inutili e di domande sciocche, le raccomandazioni di far presto, di far bene, di non sforare il preventivo, e tutta un’altra serie di cose di cui lui era all’oscuro (era semplicemente il fotografo, che si aspettavano?) o delle quali era meglio che ignorassero lo stato.
Imbragate e caricate in automobile le sue carabattole, salutati con malcelato distacco i titolari e la loro segretaria, se ne era partito per casa. Dato che lo aspettavano tre ore buone di autostrada, non sarebbe arrivato allo studio in tempo per consegnare il materiale a quelli svitati che si definivano “creativi”, pertanto poteva prendersela comoda e passarci l’indomani, al mattino.
Aveva ancora in bocca il sapore carbonioso di un caffè infame che aveva preso alla macchinetta dello stabilimento, non vedeva l’ora di cancellarlo dal palato e dalla memoria, per cui si fermò al primo locale apparentemente distinto che incrociò. Pur essendo egli un fotografo, diciamo pure un bravo fotografo, non tenne in debito conto ciò che era da sempre il suo pane e companatico, ovvero che l’apparenza inganna, ma questa è un’altra storia, una faccenda che al momento ha poco da spartire con quelle due parole, due falene che si ostinavano a sbattere sulla lampadina che in capo gli si era accesa da un po’. Vediamo se indovinate quali sono.
La prima è molto comune, un pronome asessuato, l’eunuco di un harem sterminato di altre parole, alle quali si giunge solamente per suo tramite. A volte ci pone un ineludibile quesito, occasionalmente retorico, ma sempre incisivo. Altre volte ci urla disappunto e riprovazione, senza riguardo per la nostra sensibilità. Capita pure che resti nel vago, dice e non dice, lascia a noi immaginare il significato del suo trovarsi lì.
Per questa speciale occasione ha scelto invece di mostrarsi socievole, si accompagna di buona voglia al sostantivo che segue, prende le vesti di aggettivo, sostiene e innalza il valore del partner, come una piccola ma brillante insegna luminosa che mai passerebbe inosservata.
Chi è l’oggetto di tanti riguardi? Si tratta di un vocabolo altrettanto noto, antico e famoso, anche se non di nobile schiatta. È perciò un sostantivo che, pur di apparire, si mostra sempre molto disponibile, elastico e poliedrico, buono per tutti gli usi, anche quelli meno leciti. Come il nero, va su tutto: auguri, invidie, ordini, compromessi, antipatie, ruffianerie, imbrogli, successi, insulti, fatiche, voglie, e altre occasioni dove alla fantasia del linguaggio va di proporlo.
Per sommo paradosso si tratta di un sostantivo maschile, rigorosamente e unicamente maschile, ma egli si accompagna volentieri all’universo femminile, anzi, a detta di molti, sembra proprio che lì trovi la sua più felice ragion d’essere.
A questo punto sarebbe ora che sveli questo mistero minimo, che faccia risuonare anche fra queste righe ciò che si agitava nella testa di Adriano. Le parole sono “Che culo!”.
Ma andiamo con ordine e torniamo davanti all’ingresso di quel locale apparentemente distinto.

Segue…

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