No, grazie

Barylla_01

Chi ha visto il film “Mediterraneo” dovrebbe ricordare come pescava Corrado Noventa: con una bomba a mano. Dopo lo scoppio i pesci salivano a galla, morti, e lui doveva soltanto raccoglierli.
Alcuni eventi di ieri mi hanno appunto riportato alla mente quella scena emblematica, le uniche differenze consistevano nei materiali utilizzati, parole al posto di esplosivo e onde radio al posto delle onde d’urto, comunque una gran quantità di pesci è venuta a galla lo stesso.
Di cosa sto parlando? Di qualcosa della quale si è già detto troppo, anche a sproposito, e confesso che mi sento un po’ a disagio nell’unirmi a questa cacofonia di opinioni, ma proprio non ce l’ho fatta a resistere.
Giovedì, durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara”, Guido Barilla, il presidente dell’omonima e famosissima industria alimentare, ha dichiarato che negli spot dei suoi prodotti non appariranno famiglie gay in quanto al gruppo Barilla piace la famiglia tradizionale.
Apriti cielo, è successo il finimondo!
Le reazioni sono state uno tsunami di riprovazioni politicamente corrette che andavano dal compatimento all’anatema, tutti a solidarizzare con i gay e a stigmatizzare le parole di Barilla, come se fossero in gioco i diritti civili e non una réclame di carboidrati.
Va da sé che, di fronte a tanto comune sentire, a me è venuta immediatamente l’orticaria.
Cominciamo col dire che al conduttore della trasmissione non sarebbe dovuto sfuggire il fatto che Barilla è da sempre un convinto sostenitore di papi (inteso come l’utilizzatore finale e non come i pontefici), e pertanto se ne dovrebbe dedurre la sua adesione a un’idea arcaica di famiglia, soprattutto per quanto concerne l’uso “tradizionale” della donna, concetti sempre perfettamente esplicitati da papi.
Dovrebbe esser chiaro ormai che la mano di Corrado Noventa è quella di chi ha posto una domanda provocatoria, utile solamente per ottenere gratuitamente un bel numero di pesci, pardon, di ascolti, ma perfettamente inutile ai fini di un dibattito sereno su un argomento che presenta tutt’oggi più spine che rose.
Chi scrive è di una generazione che i gay li etichettava (sarebbe più corretto dire che li marchiava) con epiteti dei più irridenti: finocchio, checca, pederasta, frocio, ecc., pertanto l’accettazione dell’omosessualità come fatto “normale” non è piovuta dal cielo, magari grazie a un imprinting sociale particolarmente aperto. In questo nostro piccolo paese che il Vaticano considera ancora “il cortile di casa”, certi atteggiamenti erano sempre bollati come sconvenienti, equivoci, indecorosi, deprecabili, contronatura, immondi; rimanere immuni dal contagio omofobo era umanamente impossibile, anche se più che la paura dell’omosessualità pesava il timore di essere messi all’indice, di venire respinti per non aver manifestamente condiviso i “naturali” preconcetti.
Il tempo passa per tutti (o almeno per chi vive abbastanza), e non serve solamente a diventare vecchi, ma anche per avere la possibilità di vedere, riflettere, cambiare idea e correggere, nei limiti delle nostre possibilità, le sferzanti approssimazioni giovanili.
Certo, sarei un bugiardo se non ammettessi che mi ci vorrà ancora qualche secolo prima di essere completamente a mio agio di fronte a dei gay che si scambiano effusioni, ma almeno non andrei a cercare un esorcista o un picchiatore fascista in nome di una morale ipocrita e mercenaria.
Con questo intendo che, pur provando avversione per ogni manifestazione omofoba in quanto limitativa della libertà dell’individuo, ho trovato ridicole, se non addirittura isteriche, le reazioni a quelle infelici frasi del Barilla.
Che poi sarebbe interessante sapere se quella controversa opinione sia stata veramente “voce dal sen fuggita” oppure se si è trattato di un astuto mezzuccio pubblicitario, un teatrino tra conduttore e intervistato, a mutuo beneficio ovviamente. Fateci caso, neanche il migliore dei battage avrebbe portato il marchio Barilla sulle prime pagine di praticamente tutte le testate nazionali, non avrebbe collezionato milioni di clic sulla rete, e non avrebbe colmato l’etere fino alla nausea. Oscar Wilde disse “C’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé”, e per un marchio la popolarità è tutto.
Mi si obietterà che in questo caso Barilla rischia l’impopolarità; se conosco bene i miei polli, il rischio è minimo, il popolo italiano ha la memoria corta ed è incline, prima al linciaggio, e successivamente al “cristianissimo” perdono, praticamente un’indulgenza plenaria a rovescio dove tutti perdonano i peccati di uno.
È stata pure lanciata una campagna di boicottaggio dei prodotti Barilla. Vi hanno aderito anche personaggi famosi (sempre nell’ottica di apparire), gente che abitualmente mangia in ristoranti inaccessibili agli umani, che non mette piede in cucina, e men che mai va a fare la spesa al supermercato.
Siamo arrivati al nocciolo della questione.
È giusto boicottare la Barilla perché nei suoi spot non è mai apparsa e mai apparirà una famiglia gay?
No, cioè sì.
Chi mi conosce un po’, avrà intuito che nutro una certa allergia verso la pubblicità, un malessere che si presenta in forma virulenta nei casi di particolare stupidità del messaggio. Ciò che non sapete è che non sono gli oggetti o i servizi proposti a scatenare questa mia avversione, e nemmeno grossolanità e la mendacia dei contenuti a disturbarmi, bensì mi è insopportabile l’idea che una massa considerevole di persone si beva quelle panzane come fossero oro colato. Presumere di essere circondato da un esercito di acefali mi angustia, e sentirmi (presuntuosamente) migliore non mi fa sentire meglio.
Per questi motivi la pubblicità Barilla (pasta, biscotti, ecc.) mi risulta particolarmente indigesta (come del resto i loro prodotti).
Bella forza, direte voi, tu sei uno difficile, uno che va a cercarsi i prodotti dal contadino, uno che, grazie a una consolidata cultura, si ricorda dei sapori veri, li riconosce prima col naso che col palato, uno che non ha nemmeno una scatola di surgelati in casa, è naturale che un prodotto industriale, di qualsiasi marca, ti appaia perlomeno sospetto.
Avete ragione, rispondo io, ma se la Barilla in uno spot pubblicitario mi spaccia un frantoio da olive per una macina da farina, chissà cos’è capace di spacciarmi nella lista degli ingredienti (che nessuno si premura mai di leggere).
E poi, diciamoci la verità, la famiglia Mulino Bianco sta antipatica a tutti, specialmente a quelli che si svegliano all’alba, prendono un bus pieno zeppo come un uovo oppure un treno ritardatario cronico, vanno a un lavoro precario e malpagato, con figli problematici (altrimenti che figli sarebbero?) da lasciare in una scuola fatiscente, e magari patiscono qualche acciacco fastidioso che il sistema sanitario nazionale si premura di non curare efficacemente.
Immagino che quella famigliola perennemente felice stia soprattutto sulle ovaie alle donne, stanche, stufe, stressate, ma anche stomacate da quelle madonne perfettamente truccate che hanno un orgasmo silente mentre portano in tavola un piatto fumante, appagate dalla gioia del maritino goloso e dall’entusiasmo dei due o tre angioletti affamati come piranha.
Trovo non meno indigeribili gli spot dove due bipedi discutono sul modo migliore per fare i biscotti; il primo racconta delle balle colossali, mentre il secondo, prudentemente, tace, dimostrando almeno di possedere un qualche contegno; un’altro dettaglio li contraddistingue: uno dei due è implume.
Sospetto che quella coppia sia l’ideale platonico che ha della famiglia “tradizionale” il signor Barilla; c’è un maschio alfa che tutto sa e tutto fa, affascinante e tombeur de femmes, sempre circondato da amici e simpatico a tutti, un vero gigione; poi c’è lei, la sua pollastra, un cervello da gallina, costretta ad ascoltare e offrire la sua silenziosa ma incondizionata approvazione, contenta delle briciole e di quel poco di luce riflessa che “lui” lascia piovere su “lei”; quando poi quella pollastra sarà diventata vecchia, nessuna remora, le si tira il collo e avanti la prossima.
Ecco, dove c’è Barilla c’è casa, c’è la “tradizione” italiana, quella del delitto d’onore, del femminicidio provocato da un malinteso orgoglio, quella degli invidiati mariti donnaioli e delle esecrate mogli puttane, quella delle donne ergastolane a casa (ora d’aria al supermercato oppure a curare un parente anziano), quella di “nuttata persa e figghia femmina” come massimo scorno.
Dove voglio arrivare allora?
Esattamente al polo opposto di tutte le critiche pelose che sono state mosse alla Barilla.
La grossolanità e l’arretratezza culturale dei loro spot è tale che andrebbe accuratamente evitato ogni coinvolgimento, a qualsiasi livello di rappresentazione.
È una fortuna, se non addirittura un onore, essere ritenuti inadatti al ruolo di attori per uno spettacolo squalificante.
Pur mancando al momento la controprova, sono più che convinto del fatto che la famiglia gay di Barilla sarebbe macchiettistica quanto quelle di alcune saghe televisive di serie Z; esattamente come la famiglia Mulino Bianco Barilla è una rappresentazione falsa di manichini semoventi e sorridenti, così la famiglia gay Barylla finirebbe imprigionata in un addomesticato cliché, qualcosa di innocuo e persino divertente, trattata con frivolezza per non disturbare troppo la sensibilità delle famiglie “tradizionali”, indispensabile trasgressione per mondarsi l’anima da ogni accusa di razzismo omofobo, oltre che per accaparrarsi quella specifica fetta di mercato, dato che “pecunia non olet”.
Quindi, casomai il signor Guido Barilla ci ripensasse, vi esorto a rispondere “No, grazie!”

.

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3 thoughts on “No, grazie

  1. Allora… purtroppo da qualche annetto ho preso un vizio: non mi addormento se non ascolto qualcuno che parla (con le cuffiette), dopo aver messo lo “sleep” per tacitarlo a una certa ora, e contemporaneamente giocato a qualcosa tipo Sudoku o “sparabolle” & C. La musica no, mi richiederebbe troppo coinvolgimento ed arriverei alla mattina dopo senza aver chiuso occhio. A quell’ora, quando vado a letto, dalla mezzanotte in poi, di parlato c’è solo “La zanzara”, come riascolto, su radio 24: uno schifo!! Forse cedo a Morfeo per disperazione…
    Cruciani è un cretino che sforna turpiloqui a nastro e si pregia di offendere un altro cretino, David Parenzo, e gli ascoltatori sono la “crème” dei barrocciai (usavamo questo termine a Pontedera per definire chi guidava il carro a suon di bestemmie); ma dall’altra sera, quando ho sentito Barilla, ma principalmente dai giorni seguenti, sentendo i due idioti vantarsi di essere assurti a fama mondiale grazie alle frasi infelici di quell’uomo la cui pasta non compro nemmeno io solo perché me ne piacciono altre, proverò a dormire facendo una cosa sola, magari leggendo un libro. Con buona pace dei gay, trans, cis, ultra, omo, e chi più ne ha più ne metta. Altrimenti preferisco l’insonnia. Perdinci.

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    • Ah, io non ho di questi problemi per addormententarmi. Sul blog non appare l’ora di pubblicazione dell’articolo, ma solamente la data. In questo caso ho finito di scriverlo e di realizzare l’immagine di testa quando erano grossomodo le 4 e 30 del mattino. Vedi bene allora che io ho rimosso alla radice il problema “addormentarsi”, anche perché praticamente TUTTI i racconti che ho scritto finora hanno visto la luce, o per meglio dire il buio, abbondantemente dopo mezzanotte, perché solamente quando tutto attorno a me si ferma io riesco a trovare il coraggio di corteggiare una pagina bianca per descriverle i miei fantasmi, e condividendoli con lei, esorcizzarli e farmi consolare.
      Se mai il mio ego prendesse il sopravvento sulla ragione, il libro che pubblicherei potrebbe essere intitolato come quella famosa canzone “Because the night”.
      Because the night belongs to lovers
      Because the night belongs to lust
      Because the night belongs to lovers
      Because the night belongs to us
      🙂

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