Parliamoci chiaro – Quinta puntata

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AngeloAzzurro

– Prendi qualcosa? Quel succo di pompelmo ormai sarà caldo. –
– Sì grazie, e poi il pompelmo non mi piace. Prenderò un cappuccino, viennese. –
Adriano rimase un po’ interdetto dalla bizzarria della risposta di lei, ma non lo diede a vedere. Nella sua mente si rinforzò l’opinione che le femmine sono tutte incoerenti e che non vale la pena di preoccuparsene. Per lui invece ordinò un gin tonic. Pessima scelta.
In un bicchierone adatto a una bibita gassata era stato versato, con malagrazia, del gin di origine ignota e dell’acqua tonica troppo calda e troppo dolce; quattro cubetti di ghiaccio galleggiavano pigramente sulla superficie di quel brodo, cercando di offrire una parvenza di freschezza, ma era una lotta impari. Sarebbe andato volentieri da quel sedicente barista per esprimergli a voce alta alcune considerazioni velenose, ma con quella bionda accanto era meglio che non facesse trasparire quell’aspetto poco simpatico del suo carattere e gli toccò di sorbirsi quel beverone.
Ci pensò lei a tirarlo su di morale quando, al primo sorso del suo cappuccino, si trovò le labbra impiastricciate di panna montata.
Già il vederla così, la bocca vermiglia ancora semiaperta sormontata da un paio di ridicoli baffetti bianchi, provocò ad Adriano un rimescolamento, un lungo brivido interno come se tutto il suo corpo fosse diventato di gelatina; quando poi lei lo fissò per un attimo e, invece di usare il tovagliolo di carta, pensò bene di passare su quella panna fuggitiva la punta della lingua compiendo lentamente tutto il periplo delle labbra, una ben definita zona della gelatina si solidificò immediatamente.
Prima che tutto il sangue defluisse dal cervello per riempire i corpi cavernosi del pene, Adriano riuscì a formulare un ultimo pensiero: “Che culo che c’ho!”, poi, più niente. L’overdose da libido non perdona.
Dopo qualche secondo di apnea, Adriano riprese a respirare, senza però riuscire a staccarsi dalla faccia lo stupore per quella dichiarazione così eloquente. La sua reazione fu una specie di risatina sommessa, complice, che però gli riuscì quasi strozzata e un po’ gorgogliante; temette per un attimo di stare sbavando, come uno di quei grossi cani dal muso schiacciato, e l’immagine di sé stesso con la bocca gocciolante e la lingua di fuori non gli riuscì divertente. Chiuse la bocca di scatto e cercò di riprendere il controllo dei suoi muscoli facciali.
Al suo fianco Barbara lo osservava, senza però darlo troppo a vedere, e il panorama la soddisfaceva, almeno per quanto al momento appariva; la fantasia non le faceva difetto, immaginava facilmente ciò che era celato da quello completo sportivo di cotone leggero, giubbino grano e pantaloni sabbia, ma per formulare un giudizio completo avrebbe dovuto aspettare, non tanto, giusto il tempo di spogliarlo e godere della vista del suo corpo nudo; secondo la sua lunga esperienza in materia il tipo non sarebbe stato niente male.
Lo aveva addocchiato fin da quando egli era entrato nel locale; non le era sfuggito quel bell’esemplare di maschio adulto, alto il giusto, non bolso, ma neanche uno stecco, un bel passo elastico, movimenti essenziali e armonici, tipici di chi ha cura del proprio fisico e sa usarlo come si deve; da come quel tipo si guardava in giro era più che evidente che fosse di passaggio, ma che comunque non avesse troppa fretta. Forse anch’egli, come capita agli uomini che sono lontani da casa, sentiva una punta di solitudine, oppure si aspettava di incrociare un evento in grado di sospendere il solito trantran, una svolta del destino, e lei sarebbe stata perfetta in quel ruolo, soltanto per poco tempo s’intende; sapeva benissimo come sarebbe andata a finire, sempre nella solita maniera, ormai aveva perso da tempo la sua innocenza.
Comunque, anche per lei, era un’occasione insperata, e lo sa il cielo quanto avesse bisogno di un uomo; quell’astinenza durata troppo a lungo la faceva star male, ma lei non era tipo da accontentarsi del primo che passa, no, poteva essere pericoloso o, peggio ancora, insoddisfacente; troppe volte la sua voglia era rimasta inappagata, oppure il godimento era durato troppo poco, e perciò non si sentiva più disposta a scendere a compromessi con determinati attributi fisici.
E poi il tipo magari era anche un filo simpatico, forse ci si poteva scambiare pure quattro chiacchiere, abbandonarsi a qualche facezia, immaginare di essere amici, prima di arrivare all’evento che, con aspettative diverse, entrambi desideravano ardentemente.
Così se ne stettero lì ancora un’oretta, a quel tavolino appartato, a bere qualcosa e a giocare a rimpiattino l’uno con le voglie dell’altra e viceversa.
Adriano lasciò a metà la sua squallida imitazione di gin tonic e ordinò un bourbon, liscio, senza niente che ne potesse alterarne l’aroma; ormai aveva capito che del barista non c’era da fidarsi, neanche per uno spritz. Quindi si volse verso Barbara che aveva  terminato
da un po’ il suo cappuccino.
– Tu che prendi? –
– Mah, forse prenderò un altro caffè. –
– Hai forse paura di addormentarti stanotte? Non preoccuparti, ci penserò ben io a tenerti sveglia. –
– Questo è da vedere, sai come si dice, tra il dire e il fare… –
Sorrisero entrambi per quella malizia a buon mercato, parole che si possono scambiare due amanti affiatati, e non due sconosciuti seduti in un angolo di un pretenzioso locale di provincia.
A un tratto, lei allungò la mano e prese quella di Adriano, gli strinse le quattro dita, forte; voleva essere sicura che le dedicasse tutta l’attenzione possibile; lo fissò negli occhi e attese un attimo prima di parlare.
– Senti, parliamoci chiaro, non farti illusioni con me. –
– Illusioni? Non ti capisco. –
– Voglio dire, non sperare in una relazione o qualcosa che assomigli a una storia. Tu mi vai a genio, e, da quanto vedo, sono abbastanza certa che dopo mi soddisferai ancora di più, ma per noi non c’è futuro. –
– Va… va bene. –
– Voglio essere sicura che tu mi abbia capito. Dopo questa volta noi non ci vedremo più, mai più. –
– Perché? –
– Perché a me piacciono gli uomini, e molto, ma di loro non mi innamoro mai, ripeto mai, e mai mi innamorerò, stanne certo. Ne ho avuti di uomini, e a tutti si può dire che ho spezzato il cuore. Qualche volta mi è pure dispiaciuto, e forse anche tu mi farai un po’ pena, ma non posso farci nulla. Come disse lo scorpione alla rana prima di affogare, è nella mia natura; la mia è quella di femme fatale. –
– La tua natura? Perdonami ma io non la chiamerei così. Ne conosco di donne che cambiano spesso amante, lo spremono e poi lo gettano via, ma non lì la natura non ha niente a che vedere… –
– Ti sbagli di grosso, e il paragone potrebbe anche offendermi. Io da te non voglio niente. Niente. Io bramo soltanto il tuo corpo, non i tuoi soldi, e lo desidero ora; ti prego di credermi, tutto il resto non ha nessun valore per me; non sforzarti di essere brillante, simpatico, gigione, non cercare di impressionarmi sfoggiando ricchezza o potere, non serve che ti sforzi di renderti affascinante ai miei occhi, non occorre; se ci stai sarai mio, ma ricordati, è soltanto per una volta, questa volta, perché io sono una mangiatrice d’uomini. Se ti sta bene ti farò provare sensazioni che nessuna donna ti ha mai regalato finora e che mai sarà in grado di offrirti; dato che tutti gli uomini sono diversi, per entrambi sarà un’esperienza unica, ma è probabile che alla fine piangerai perché sarà irripetibile, non troverai un’altra come me. Queste sono le mie condizioni, altrimenti ciao e grazie della compagnia… e del caffè. –
Per la centesima volta Adriano si disse “che culo!”, e poi, “voglio proprio vedere se dopo avermi provato avrai tanta fretta di liberarti di me; sei un’illusa, non sai cosa ti aspetta, e alla fine non mi lascerai andare più via, come tutte le altre”.
– Affare fatto. –

Segue…

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