Vendesi

Si dice che a fine d’anno la gente ami liberarsi delle cose vecchie, e allora ecco qua delle occasioni da non perdere.

Vedesi bicicletta in buono stato, usata solamente per andare al mare (anzi in mare), piccole riparazioni da fare, verniciatura esclusiva. Contatto email: cap.nemo@gluglu.marP1060553P1060557

Vendesi rustico da ristrutturare, soleggiato tutto il giorno, vista panoramica, posizione tranquilla e isolata. Contatto email: abate@faria.ifSicciole

Vendesi barca da pesca o per turismo, scafo originale in legno e sovrastrutture in legno, ormeggio privato compreso, ideale per chi ama il restauro d’epoca. Contatto email: noe@diluvio.arcEmpatie

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Parliamoci chiaro – Quattordicesima (e ultima) puntata

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Dodicesima puntata
Tredicesima puntata
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sexy_nurse_09
Fonte jucoolimages.com
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– Buongiorno signor Trauner, lei si trova in ospedale, l’hanno portata qui ieri, in condizioni disperate, shock ipovolemico e arresto cardiocircolatorio. Io sono il dottor Mantilli, e con i miei colleghi l’abbiamo praticamente resuscitata. Come si sente ora, si ricorda quello che è successo? –
Adriano ricordava, e come se ricordava, soprattutto di quando stava appeso come un maiale in attesa di essere macellato da quella donna, ma non rispose, non ce la faceva; il solo parlarne avrebbe riportato alla superficie della consapevolezza tutti quei terribili momenti che avevano ferito più la psiche che il corpo. Si chiese se mai sarebbe riuscito a dimenticare.
Il medico attese la risposta, e non ricevendona alcuna proseguì, supponendo che Adriano Trauner fosse un paziente come gli altri, ansioso di conoscere tutto sul suo stato di salute.
– Tutto sommato, lei se l’è cavata a buon mercato. Il taglio sul collo è stato suturato, e il suo stato generale di salute sembra buono. Si sentirà un debole per un po’, gli ematomi agli arti le daranno fastidio per qualche giorno ancora, ma tempo una settimana lei si sarà completamente rimesso. Solamente la fasciatura al collo le ricorderà questa disavventura. Penso che già domani o dopodomani potremo rimandarla a casa sua. –
Disavventura, così l’aveva definita il medico, e Adriano avrebbe voluto urlargli quanto stupido fosse ridurre un’esperienza traumatica, la peggiore che un uomo può provare, ovvero la condanna a morte, a una “disavventura”, parificandola a una bagatella tipo una slogatura oppure lo smarrimento del portafoglio. Lo giudicò un idiota senza speranza e non si degnò nemmeno di rispondergli, anzi, girò il capo dall’altra parte per non vederlo, anche perché tutto quel biancore gli ricordava troppo la sua “disavventura” della sera prima.
– Beh, ora la lascio riposare. Più tardi verrà qualcuno della Polizia a farle delle domande, cercherò di fare in modo che non siano troppo invadenti. Ah sì, sua moglie è già stata avvisata. È stato un po’ complicato rintracciarla all’estero, comunque ha preso il primo aereo e in serata sarà qui. –
Adriano era certo che sua moglie l’avrebbe presa molto male. Lei si era sempre illusa che lui le fosse fedele, ma ora il vaso di Pandora era stato scoperchiato, e lui non aveva modo di sfuggire alla sua ira. Era stato smascherato, e nel peggiore dei modi possibili, senza dignità, senza scuse, senza vie di fuga, e lei, gelosissima per indole e cultura, non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Notò che quell’impiastro di dottore era ancora lì e si chiese cosa volesse ancora da lui, non aveva altri malati da affliggere in tutto l’ospedale?
– Ancora una cosa… ci sarebbero qua fuori delle persone che hanno insistito per vederla. Sono amici suoi e colleghi di lavoro, sembrano abbastanza preoccupati, e suppongo che sarebbe di grande conforto saperla fuori pericolo. Io non dovrei ma… se lo desidera potrei farli entrare, pochi per volta s’intende. Va bene? –
Il silenzio che ne seguì fu preso per un assenso, e il dottore finalmente uscì dalla camera.
Adriano non aveva voglia di vedere nessuno, né il dottore, né sua moglie, né i suoi colleghi, ma a quanto pare questa era la sua condanna; era scampato alla pena capitale, ma questa era stata commutata in un autodafé umiliante e doloroso, un castigo che si sarebbe ripetuto ogniqualvolta avrebbe incrociato lo sguardo di chi “sapeva”.
La porta della camera si aprì ed entrarono i primi aguzzini.
Quello che successe poi è un mistero.
Si sa per certo che in mattinata incontrò un paio di amici chiassosi, l’unico parente che abitava in città, un cugino, e alcuni colleghi della ditta, quelli che erano più in confidenza con lui. Altri sarebbero arrivati l’indomani, dopotutto la notizia era ancora fresca.
A mezzogiorno e un quarto, mentre negli altri reparti cominciavano a servire i pasti, Adriano si strappò dalle braccia le flebo, si alzò dal letto, aprì la finestra della sua camera e si buttò di sotto.
Meno di tre secondi dopo, giusto il tempo di percorrere in caduta libera lo spazio tra la finestra della sua camera al nono piano e il marciapiede del cortile interno, Adriano sparse sul cemento tutto quel sangue che tanti volontari gli avevano generosamente donato.
Proprio di quel mistero stava ora discutendo, a voce bassa, quel suo gruppetto di colleghi.
– Magari è stato un incidente. –
– No, no, è impossibile. Si è proprio buttato. –
– Era così debole, stento a credere che… –
– Lo so, nello stato in cui era deve aver fatto una fatica sovrumana. Anche i medici sono rimasti impressionati. –
– Oddio, io quando l’ho visto non mi sembrava molto allegro, ma chi al suo posto… –
– Sì, vabbe’, logico che era depresso, ha passato un’esperienza spaventosa a dir poco. –
– Ma quella pazza che lo voleva uccidere l’hanno presa, e lui era ormai al sicuro, all’ospedale, e presto sarebbe tornato a casa. –
– Già, è molto strano. Forse quello che ha passato, sicuro di venire ucciso, squartato e…, insomma, gli ha dato di volta il cervello, oppure, è un’ipotesi, qualcosa lo ha spaventato ancora di più. –
– Forse lo shock è stato troppo forte, e magari qualche fobia, l’onta dello scandalo, un momento di panico, o chissà che altro, sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. –
– Tanto da ammazzarsi pur di scappare? –
– Potrebbe essere… anche se non era il tipo da lasciarsi andare all’autocommiserazione. –
– Probabilmente non sapremo mai cosa l’ha spinto a suicidarsi, in ospedale poi… manco fosse stato un malato terminale. –
Tacquero, ognuno di loro chiedendosi se mai avrebbero la forza di guardare quaranta metri di vuoto e di lasciarsi andare giù.
– E tu Danilo? –
– Io? –
Colui che era stato chiamato in causa era chiaramente a disagio, lo si notò dal disappunto che manifestò quando gli chiesero il suo parere.
– Sì, non dici niente? Tu sei quello che lo conosceva meglio, e conosci pure sua moglie, andavi al liceo con lei, no? Avevi preso anche a frequentare talvolta casa loro. –
– È vero, e con questo? –
– Beh, c’eri anche tu all’ospedale, come ti era sembrato Adriano? –
– Io… io… niente, è come dite voi, era triste. –
– Ma è possibile che tu non ti sia accorto di niente? –
– Non mi pare… –
– Cristo, bisogna tirarti fuori le parole con le pinze! –
– No… è che io… forse so… o forse è solamente la mia immaginazione… –
– Diccelo, avanti! –
– Non sono sicuro… non vorrei parlarne ora, non mi sembra il momento adatto. –
– Perché? –
– Come perché, ma sono al suo funerale e, se permetti, sono già abbastanza scosso senza bisogno di crearmi dei sensi di colpa. –
– Ma di che cavolo di colpa stai parlando, mica eri tu che lo volevi fare a fettine. –
– No, però non riesco a togliermi dalla testa il sospetto di averlo spinto io giù da quella finestra… –
– Ma che dici, quand’è successo eravamo già per strada, stavamo tornando in ufficio, tutti, te compreso. –
– È successo prima. –
– Prima? –
Danilo tacque per un momento, sembrava voler cercare delle parole adatte a dire qualcosa che non voleva dire, quindi trasse un bel respiro e, quasi sussurrando, vuotò l’anima dal peso che lo opprimeva.
– Insomma, lo sapete, io sono stato l’ultimo di noi a vederlo, vivo intendo. Lui era così depresso, mogio, non parlava, mi guardava e non mi vedeva. Io cercavo in tutti i modi di tirargli su il morale, gli raccontavo i vostri commenti buffi, cercavo di sdrammatizzare la situazione, e poi… poi gli ho detto, per scherzo gliel’ho detto, per riderci un po’ su, non immaginavo che mi prendesse sul serio, non lo fa mai… insomma ho detto… che avevo sentito sua moglie al telefono, incazzata nera, e lei aveva giurato che, appena tornata a casa, gli avrebbe tagliato le palle e gliele avrebbe fatte mangiare… –
Tutti nella cappella mortuaria si volsero nella loro direzione quando, sopra il brusio ovattato, si udì rimbombare un sonoro – Ma sei scemo? –

Fin (almente)

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Un momento felice

Ramo

Ineffabile canto

di un raro strumento

in cristallo di rocca

segnato dal destino

di andare in frantumi

dopo il primo accordo.

Ecco il senso dell’essere:

vivere la vita,

per rimpiangerla.

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UNA SERATA DEL CAZZO

Nei bei tempi andati un lui diceva a una lei: “vuoi salire a vedere la mia collezione di farfalle?” Poi le farfalle sono diventate un mucchio di altre cose e, giusto per fare battute ironiche, ognuno ci ha messo dentro quello che più gli piaceva.
Ormai questa forma di invito ad un approccio più intimo è caduto in disuso e ci si ride solamente, anzi nemmeno più fa ridere.
Ma, l’altro giorno, durante la mia scorribanda collinare, pensavo a quanti cazzi mi arrivano attraverso il web. Credo che quasi ogni donna abbia ricevuto foto di cazzi più o meno interessanti, durante la propria carriera di navigatrice on line.
Non serve dare motivi ammiccanti per vedere comparire sullo schermo un pene eretto e svettante, spesso e volentieri arrivano gratuitamente; così, mentre sei lì che stai cianciando o scorrendo pigramente un social, ecco sparato senza timori un bel pisellone con o senza…

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Parliamoci chiaro – Tredicesima puntata

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Nona puntata
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Undicesima puntata
Dodicesima puntataCourbet - Funerale Ornans
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La cappella era piena, d’altronde era logico che lo fosse, lo è sempre quando si celebra il funerale di una persona giovane.
Come al solito c’era chi piangeva, chi si guardava intorno smarrito, chi vagava in cerca di parenti e amici, chi chiacchierava sottovoce, e chi stava intorno alla bara, tra i fiori e i nastri viola, a ricevere deboli strette di mano, use condoglianze, e ogni tanto qualche tiepida parola di conforto.
La bara era chiusa; era stato deciso così da tutti i parenti del defunto; per quanti sforzi si sarebbero potuti fare, il suo aspetto sarebbe stato comunque impresentabile, almeno per coloro che volevano intimamente conservare un ricordo amabile del caro estinto.
L’atmosfera era quella solita: un brusio di fondo dal quale emergeva qualche rotto singulto; di tanto in tanto arrivava l’eco dell’incomprensibile litania di un prete che stava officiando un altro rito funebre; l’odore melenso di incenso mischiato con quello dei profumi femminili copriva come un sudario ciò che stava già avvenendo all’interno di quei feretri di pino e di zinco; prevalevano i colori scuri, anche se ormai nemmeno i parenti più stretti usano vestirsi completamente di nero, e comunque a rappresentare il lutto ci pensavano le spoglie pareti di cemento rivestite a tratti da lastre di ardesia.
In disparte dai parenti e dagli amici del defunto se ne stava un gruppetto di una mezza dozzina di persone; erano alcuni colleghi di lavoro, i quali, spinti da un impulso che stava tra il dovere sociale e il cameratismo elettivo, avevano inteso manifestare l’affetto che, apparentemente, avevano nutrito verso il loro sfortunato ex-collega.
In quel gruppetto erano tutti uomini,  di trenta o quarant’anni, impossibile essere sicuri, vestiti sobriamente ma griffati, e una cosa avevano in comune, indossavano gli occhiali da sole, anche lì, in quell’ambiente in penombra. Ai funerali non si sa mai se è meglio mostrarsi partecipi, ma patetici, e avere gli occhi lucidi, oppure rivelarsi forti, ma freddi, e mantenerli asciutti; con un bel paio di impenetrabili lenti color del carbone ci si toglie il pensiero e si lascia l’arduo compito all’immaginazione di chi ci sta di fronte.
Parevano comunque abbastanza sconvolti, anche se l’oggetto di quella triste cerimonia in quell’ambiente cupo e deprimente non era l’unica causa del loro smarrimento. Parlottavano sottovoce, ma animatamente, e le frasi si accavallavano.
– Ma tu lo sapevi del trasmettitore? –
– Non è un trasmettitore, è un localizzatore GPS. –
– Beh, cosa cambia? È sempre qualcosa che trasmette a qualcuno la nostra posizione. Ci controllano. –
– Sì è vero, ci controllano, e questo senza neanche avv… –
– Ma no! Il capo ha detto che serve unicamente per proteggere le attrezzature. –
– E perché non dircelo subito, forse non si fidano di noi? –
– Ci controllano, ci controllano, in ogni… –
– Hanno detto che il localizzatore è inserito nella valigia, così se la rubano… –
– Ma se non è mai sparito niente! –
– Potrebbe sempre succedere. –
– Come stavolta? –
– Appunto. Quando Adriano non si è fatto vedere in ufficio l’hanno chiamato, ma il suo telefono era staccato. –
– È vero, io l’ho cercato in tutti i posti che di solito frequenta… –
– Frequentava, volevi dire. –
– … scusa, hai ragione. Comunque nessuno l’aveva né visto e né sentito. Anche agli ospedali ho provato a telefonare. Zero anche lì. –
– E allora? –
– E allora la Direzione è uscita fuori con questa storia del localizzatore GPS. Hanno controllato e l’hanno individuato, o per meglio dire, hanno localizzato la valigia delle attrezzature in quella villetta. –
– L’hanno cercato lì? –
– Impossibile, negli elenchi telefonici quell’indirizzo non appariva, sapete, la privacy… –
– Lo vedi che ci controllano? –
– Insomma, hanno atteso fino al pomeriggio sperando che si facesse vivo, poi hanno chiamato la polizia perché andasse a dare un’occhiata. –
– E l’hanno trovato. –
– Sì, nudo e appeso come un maiale, con un lago di sangue sotto la testa. Sono arrivati giusto in tempo. –
Era proprio vero. La Polizia rintracciò subito l’automobile di Adriano nel parcheggio di quel locale di periferia, e dal barista seppero della bionda con la quale s’era appartato il giorno prima, e della loro uscita dal bar, non assieme, ma quasi, – insomma, si capiva benissimo che lei aveva agganciato il merlo – aggiunse maliziosamente il barista.
Con quegli elementi in mano gli agenti non ebbero difficoltà a ottenere l’autorizzazione per entrare nella villetta, con le buone o con le cattive.
Dovettero sfondare la porta, e alla fine li trovarono nel piano interrato, lei che cercava assurdamente di negare anche l’evidenza, la tuta bianca afflosciata in terra, quasi che spogliandosi di essa si fosse spogliata anche della colpa, e lui già senza conoscenza, mezzo volto ricoperto di sangue, i capelli intrisi e sgocciolanti, e litri di altrettanto di quel sangue raccolti in un largo vassoio di acciaio inossidabile posto sotto il suo corpo nudo.
L’ambulanza giunse pochi minuti dopo e, siccome non c’era neanche un minuto da perdere, lo portarono in ospedale con tutte le catene alle caviglie e ai polsi; ci sarebbe stato tempo poi di chiamare un fabbro per rimuoverle.
La fortuna decise di non abbandonare Adriano; il suo gruppo sanguigno era AB positivo, per cui in ospedale non ebbero problemi a reperire le sacche di sangue necessarie per ripristinare la normalità circolatoria; l’incisione eseguita da Barbara non era profonda, e fu facilmente suturata; al resto ci pensò la sua forte fibra che resistette all’ipotermia e agli scompensi cardiaci causati dal quasi dissanguamento.
Quando Adriano riaprì gli occhi era già mattina. La prima cosa che riuscì a distinguere fu una figura bianca, ed emise un gemito di dolore pensando di essere ancora preda di quella pazza, ma la voce che udì non fu quella di lei.

Segue…

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Domenica bestiale – Seconda parte

operazione san gennaro

Libera.mente

In questo fine d’anno non mi sono fatta mancare una visita singolare: Entra anche  tu nel palazzo del potere! Là dove ci sono  i tuoi soldi e gentaccia brutta assai,  impeccabilmente vestita e pronta a farsi  le scarpe. Lì lavora -lei-  sotto pagata con contratti che quando scadono ti costringono, simil fantozzi minacciato del non rinnovo, a fare imprese impossibili in tempi record, cioè traduzioni relazioni per ministri parole parole, troppe per risolvere problemi reali,  loro che di realtà ne conoscono  poca  (anche io ne uso troppe a volte di  parole ma sono fiera del mio lavoro di ammaestratrice  di creature sì urlanti ma fondamentalmente senzienti).

In quei  labirinti  di potere e corridoi  stretti ci stiamo un po’ in tanti,  tutti sottopagati, lavoriamo piu’ del dovuto, ma mai come -lei-, le voglio bene, eppure  mi spiace, continua da anni questa vita  di a progetto dove ti sfruttano e non hai…

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