Qualcosa di piacevole

Sono felice di annunciare un avento piacevole e molto interessante al quale partecipare

Immagino che per tanti PORTANTI non sarà a portata di mano

Ma il fatto di poter ottenere il una copia esclusiva del manifesto, rende ancor più appetibile l’evento

Se siete in zona, o avete l’opportunità di fare un giro da quelle parti, ecco un’occasione da non perdere

In ogni caso la mostra rimane in loco per un mese, quindi avete il tempo per organizzarvi e programmare la visita come occasione di svago culturale e magari aggiungere bellezza al vostro spazio vitale con le opere di Paolo Portanti come ho fatto in casa mia

Ma ci sono tante preziose opere tra cui scegliere, soprattutto alla manifestazione cui siete invitati

E non solo Cuori

 

Buona vista! 😀

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ILLUSIONI OTTICHE

Papa: internet dono di Dio
Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e più uniti

Antonio Meucci, Rudolf Hertz, Graham Bell, Alessandro Marconi, Tim Berners-Lee non sono mai esistiti. Seguendo questo ragionamento, anche le altre invenzioni non sono opera dell’uomo, bensì un meraviglioso dono di Dio, armi comprese, dal kalašnikov alla bomba H.

Legge elettorale e preferenze: lo scontro in cinque punti
I dem sono spaccati. Il Cav tira dritto. Ncd guida la rivolta dei partitini. Sel e Scelta civica sono critiche. Corsa a ostacoli per l’Italicum

Da un recente sondaggio emerge che, per quanto riguarda i parlamentari, la maggioranza degli elettori è favorevole alle preferenze. Dato che anche questo sistema si presta a diverse varianti applicative, agli intervistati è stato chiesto di spiegare le loro preferenze nei confronti dei parlamentari. Queste le loro risposte più gettonate, in cinque punti:
preferirebbero un bel meteorite al posto giusto,
preferirebbero vederli in tv, sul canale del wrestling,
preferirebbero la restituzione di quello che hanno rubato,
preferirebbero mandarli a lavorare (come precari ovviamente),
preferirebbero sapere che hanno speso tutti i loro soldi in medicine.

“Approvate o sarete sciolti”
La giornata decisiva si apre con la bastonata di Renzi ai deputati. Ma c’è anche la carota: “Con le riforme si va avanti fino al 2018”. E apre a un compromesso sulla soglia del premio di maggioranza

Non sembra una proposta, pare più un consiglio che non si può rifiutare. Anche l’alternativa all’approvazione non mi è nuova… ah sì, ora ricordo, è il sistema usato dalla mafia per far sparire chi gli si oppone e dà fastidio, un bel bagno in una vasca di acido o di calce viva.
Non vogliamo assolutamente sapere dove va messa la carota. Se la tenga pure.

Doppio attacco aereo alle colombe del Papa
All’Angelus assalite da un gabbiano e un corvo. In centro l’unica difesa sono i falconieri

Altemente simbolico questo proditorio attacco alla colomba della pace. Il corvo nero è un emissario della chiesa ortodossa russa, da sempre sospettosa del Papa, mentre il gabbiano è stato addestrato dai pirati saraceni, antichi e mai domi nemici del cristianesimo.
Il presidente Obama sarà presto in visita in Vaticano, e donerà al Santo Padre uno dei suoi droni, completamente bianco. Dopo ogni abbattimento di corvi e gabbiani, dalla parte posteriore del drone uscirà uno striscione con la scritta “Missione compiuta”.

Fiat verso la quotazione a New York. La sede fiscale sarà in Gran Bretagna
Il 29 gennaio si terrà il consiglio di amministrazione decisivo per le future mosse del Lingotto. Secondo le fonti del Wall Street Journal si confermano le ultime indiscrezioni sulla Piazza di contrattazioni; vantaggi fiscali dietro la scelta della sede, l’Olanda garantirebbe invece diritti di governance maggiori.

F.I.A.T. – Fabbrica Itinerante Anti Tasse

Corea Nord, giustiziata l’intera famiglia dello zio di Kim Jong-un
Il tutore-mentore del dittatore asiatico era stato fucilato un mese fa. Secondo le accuse del giovane leader, lo zio stava organizzando un golpe contro di lui.

Ci si aspetta di giorno in giorno la sensazionale notiza che Kim Jong-un si è suicidato dopo aver scoperto che stava complottando contro sé stesso.

Mastrapasqua, le accuse sui rimborsi gonfiati
L’intervista su Repubblica “Resto, non sono un mostro”

Dico, ma ti sei mai guardato allo specchio?

Il grillino Sorial: “Napolitano boia”. Il M5 sotto attacco, ma si divide
L’attacco al Capo dello Stato durante una conferenza stampa a Montecitorio, mentre l’aula discute sul decreto che, tra le altre cose, dovrebbe abolire la seconda rata della tassa sulla casa. Il dl ora è a rischio decadenza. Boldrini: “No a ‘tagliola’ ma gruppi siano responsabili”. Solidarietà bipartisan al Quirinale

Sorial ha sbagliato a dare del “boia” a Napolitano. Si ha notizia di un’azione legale mossa contro Sorial dagli eredi di Mastro Titta per aver accumunato il nome di Re Giorgio al loro congiunto. Proteste internazionali giungono anche da varie sezioni della WHO (World Hanging Operators) in quanto trovano inaccettabile lo svilimento, seppur simbolico, della loro professione, e per aver messo sullo stesso piano degli onesti lavoratori assieme a chi non si è mai guadagnato il pane col sudore della fronte.

Ruby, il ministro marocchino si smentisce: “Non ho mai detto che era maggiorenne”
Mohammed Mubdii aveva dichiarato a un giornale del suo Paese che la ragazza aveva compiuto 18 anni quando incontrò Berlusconi. Poi ha fatto retromarcia. I documenti attestano la data di nascita di Karima: 1 novembre 1992

È sempre così con i marocchini: prima sparano alto, tanto per vedere se qualche pollo ci casca, e poi calano, calano…

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Una lieve pesantezza di

libera.mente

Lievevemente pesante è così quest’uomo: da un lato trascina pesanti ombrelli,  dall’altro    ha solo un ombrello, tenuto aperto per coprirsi  da  pioggia imminente che a lui porterà pochi euro

 

Cammina lievemente appesantito dalla sua storia, eppure  a me pare leggero, così come quell’altro: un cartone sottile sotto un braccio e nell’altro un fagotto appesantito da merci da pochi euro

 

E poi dovrei spiegare come cerchi  una chiave per mesi: l’hai nascosta così bene – perchè temevi invasive visite  nei tuoi  luoghi segreti- e non sai nella ‘confusione’ dove sia.

In fondo basta cercare un ago per imbastire nuove storie chissà, ed è lì nella scatola dei rocchetti di fili colorati.

 La risposta piu’ semplice che non si trova,  sta qui sotto gli occhi,  ma qual’è la domanda?

Certo  se non la formuliamo  non ci liberiamo dalla palude e dalle sabbie mobili dei pensieri pe(n)santi che  lievemente distruggono…

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Immortale

Gatto Atlantico

Noi che attraversiamo la vita portandoci dietro borse ricolme di dolore e separazioni senza ritorno, normalmente non siamo dei depressi cronici.

La depressione può essere una condizione transitoria in periodi di particolare black out.

Ma lutti e malattie e passeggiate nel deserto senza nulla che copra la testa, mentre c’è la tempesta di sabbia e il sole picchia a mezzogiorno, ne abbiamo fatte. E tante.

Ci siamo organizzati – e sin da piccoli – al cambiamento e ogni volta, dico ogni volta, ci si rialza nuovi, mutati, diversi. Sereni. Più forti. Più veri.

Dal mondo dei ‘normali’ giungono spesso dei richiami verso qualcosa che non conosciamo. Che ci è precluso . E’ un mondo che ci stima e ci vuole bene e che ha normalmente una soluzione. Ci guarda e scuote la testa, crede di sapere cosa sia bene per noi. Spesso non sa e non può sapere la cartina…

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VAFFANCULO! Grazie, troppo buono.

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Il povero Beppe Grillo, con i suoi vaffanculo, mi fa quasi tenerezza.
C’è chi lo trova volgare, irriverente, offensivo, e sicuramente costoro hanno, almeno in parte, ragione. In parte, ho precisato, la parte cioè che riguarda un approccio irrispettoso verso alcune istituzioni e i canoni che hanno fino a oggi regolato le relazioni tra i poteri dello stato.
“Irrispettoso”, cito dal mio inseparabile Devoto – Oli, “agg. – che manca del dovuto riguardo o rispetto”, e sembra proprio tagliato su misura di Grillo. Ma, c’è un “ma”, ovvero quel “dovuto” inserito nella definizione. Domanda: lo dobbiamo veramente tanto rispetto?
Porto un esempio banale. Mettiamo il caso che io chiami un idraulico per allacciare un rubinetto in cucina; una volta che l’idraulico ha finito il lavoro il suo compenso è, da parte mia, “dovuto”. Ma se invece egli si è dimostrato  uno scalzacane e, non solo non mi ha collegato il rubinetto, ma mi ha procurato pure un allagamento in cucina, il suo compenso è tutt’altro che “dovuto”, perciò, oltre alla denuncia per danni, come minimo egli si deve aspettare il suggerimento di cambiare mestiere e l’avvertimento di non farsi vedere mai più.
Ditemi voi ora per quale motivo noi dovremmo portare rispetto verso persone o istituzioni che hanno dimostrato in maniera più che patente la loro inettitudine o, in alternativa, la disonestà più sfacciata.
È vero, a volte Beppe Grillo esagera, nel merito e nel metodo, ma quel suo “vaffanculo”, un vero e proprio marchio di fabbrica, non dovrebbe scandalizzare più di tanto, anche perché troppo spesso il preteso e manierato rispetto è, a esser buoni, il frutto di un riflesso pavloviano, oppure, a essere realisti, un ipocrita mercato di favori, un reciproco e autoreferenziale mantenimento dello status quo.
Ma non è delle ragioni e dei torti di Grillo che intendo trattare, bensì dello scandalo, sincero o farisaico, scatenato da quel termine che più che un insulto è ormai diventato un intercalare: vaffanculo.
Ma veramente vi crea imbarazzo e vi disturba quella espressione?
Perché se è così, allora non riesco a capire come facciate a fronteggiare l’inondazione biblica di termini scurrili e offensivi, i quali da qualche tempo hanno invaso la comunicazione scritta e parlata, e al confronto dei quali quel vaffanculo è un’espressione da educande pudibonde.
Guardatevi un po’ attorno, siete circondati da cazzi, di tutti i tipi e per tutti gli usi.
Si va dal “cazzo” puro e semplice che, esattamente come il nero, è sempre di moda e sta bene con tutto, insulto, valutazione, sorpresa, sottolineatura, dubbio, interiezione, quantità, sinonimo universale, orientamento, eccetera. È perlomeno curioso il pudore che sorge quando ci si trova a nominare il cazzo nella sua accezione naturale, un’inibizione capace di dare alla luce tutta una serie di termini ridicoli: affare, coso, arnese, pipino, organo, bigolo, pennello, e molti altri contorsionismi per evitare di pronunciare “quella” parola.
Il cazzo poi è un termine generoso e compagnone, si presta volentieri a manipolazioni lessicali (ma anche fisiche!). L’accrescitivo “cazzone” non si attaglia a un tipo particolarmente dotato, direi anzi che la sua popolarità sia abbastanza bassa. Il suono vagamente spagnoleggiante di “cazzillo” si può udire quando quando si monta qualcosa (qualcosa, non qualcuna!). La variante “cazziatone” non è dimensionale, bensì sociale, anche se chi lo subisce ne patisce le pene (oops) come se si fosse trattato di una brutale sottomissione fisica, generalmente operata da un personaggio grandemente dotato, ovvero “cazzuto”.
I cazzi poi, sono come i gatti, vanno con chi gli pare. A seconda del caso possono essere miei, tuoi, di qualcun altro, possono essere dati in affidamento o rifilati, arrivano a tradimento oppure come previsto.
La sua massima versatilità si manifesta quando viene utilizzato in associazione con altre parole, così possiamo ottenere una nuova maschera carnevalesca, la “faccia di cazzo”, oppure descrivere un trapianto mal riuscito, una “testa di cazzo”.
Va pur detto che abbiamo a che fare con un vero stacanovista, uno che si da da fare in tutti i campi, che non si risparmia mai, e infatti non passa giorno senza che ci capiti di incrociare qualche “cazzata”, e che, per simpatia o spirito di emulazione, venga la tentazione di “incazzarsi”. Attenzione a non eccedere però, in quanto troppe incazzature potrebbero portare alla reazione opposta, ovvero quella di “scazzarsi”.
Non si pensi che il cazzo si presti solamente a questi usi approssimativi, tutt’altro. Un valido strumento di misura, purtroppo non ancora riconosciuto dalle norme UNI e, per comprensibili difficoltà tecniche, privo del marchio CE, è il polivalente “cazzo di cane”, molto utilizzato nelle controversie contrattuali e nelle valutazioni d’opera.
Curiosa è poi la negazione tautologica del suo uso. Capita spesso che per sottolineare un’assenza, per esempio dopo che qualcuno (non qualcuna!) ha dato buca a un appuntamento, venga pronunciata questa frase accusatoria: “col cazzo che sei venuto!”. Ora, lor signori mi vorranno spiegare con cosa si dovrebbe venire se non col cazzo, quindi la loro frase vorrebbe essere la sottolineatura negativa di ciò che è acclarato da milioni di anni, una anti-tautologia.
Altrettanto interessante è poi il comportamento degli esseri umani in caso di scarsa visibilità. Potrebbe trattarsi di un effetto dell’evoluzione, in quanto l’illuminazione artificiale, prima col fuoco, e poi mediante sistemi via via sempre più evoluti ed efficienti, ha fatto recedere certe caratteristiche genetiche che erano indispensabili nelle buie notti primordiali, quando, al pari dei pesci abissali, il nostro corpo, ovviamente peloso ma altrettanto ovviamente nudo in alcune parti, emanava una bioluminescenza, altrimenti non si spiegherebbe l’atavica reazione di disappunto quando “non si vede un cazzo”.
Soprassediamo pure su chi non sta molto attento al suo regime alimentare, e nulla vogliamo sapere del menù di un “cagacazzi”, perché in questo caso l’eccesso di dettagli potrebbe essere adatto solo a chi ha lo stomaco forte.
E dato che la nostra penisola si vanta delle sua storia, trovo più che meritoria la conservazione e la diffusione di ciò che ci rende noti in tutto il mondo, ovvero la rivalutazione delle nostre tradizioni popolari che trovano il loro vettore ideale nel dialetto, dal quale i media hanno estrapolato alcuni termini ormai entrati nell’uso comune, minchia, belin, pirla, bischero, i più noti.
Di tutta questa messe di espressioni, senza le quali probabilmente non sapremmo comporre una frase sensata, noi dovremmo essere grati, e se voi non intendete o non ve la sentite di riconoscere questo debito che abbiamo con lui, lo farò io anche per voi, perciò: “grazie al cazzo!”.
Ora, alzi la mano chi non ha mai udito una qualsiasi di queste espressioni.
Mmmm… non vedo nessuna mano alzata.
Cosa fate quando giunge alle vostre orecchie il termine “cazzo” in una qualsiasi delle sue versioni? Ve ne andate manifestando sdegno? Scrivete al direttore del vostro giornale preferito? Apostrofate vivacemente chi ha pronunciato la fatal parola? Lo prendete a schiaffi? Gli sciacquate la bocca col sapone?
Come dite? Niente?
A questo punto potrei supporre che siate pronti a sopportare stoicamente anche l’incontro verbale con quanto di più naturale e (sperabilmente) quotidiano esiste nella nostra vita: la merda.
Concedetemi una premessa. Mandare a cagare qualcuno non è un’offesa, è invece un augurio affettuoso. Il suo significato potrebbe tradursi pressapoco così: spero vivamente che tu, nell’arco della giornata, goda di una o due sedute soddisfacenti sulla tazza del cesso, meglio se di prima mattina, in modo che tu possa rallegrarti di una vita sana e libera da fastidiose pesantezze, evitando la pena di dolorosissime evacuazioni occasionali, augurate e temute allo stesso tempo, e spero che tu non sia costretto a sacrificare parte dei tuoi averi per destinarli a lassativi, supposte alla glicerina, clisteri, intrugli spacciati dalle multinazionali, fibre di piante esotiche, e santoni mediatici della stipsi. Punto.
Lo stesso discorso vale, con un altro significato ovviamente, per quel “tanta merda” che è così comune nel mondo dello spettacolo.
Però la “merda” c’è, dappertutto.
La troviamo al naturale, così come viene, espressione sincera di un vivace disappunto, anche se è disponibile in altri formati, sempre in base alle nostre esigenze.
C’è il formato standard, quello che va per la maggiore, utilizzato per certificare una valutazione particolarmente negativa delle qualità umane e/o professionali di una persona: lo “stronzo” e, per parità di genere, la “stronza”.
Chi invece preferisce distinguersi e sceglie un formato personalizzato, generalmente si orienta verso il “pezzo di merda”.
Quando questa tipologia di persone che non ci vanno a genio si raggruppano, potremmo trovarci in difficoltà. Infatti è assai difficile distinguerli uno dall’altro, e chi non ha dimestichezza con la Scala di Bristol potrebbe facilmente fare confusione. In questo caso ci viene in soccorso la psicologia della Gestalt, nella quale si afferma che il tutto è diverso dalla somma delle singole parti, e perciò si usa definire quel gruppo omogeneo come un “mucchio di letame”.
A coloro che, sentendosi gli unici puri e cristallini, indulgono spesso in questa valutazione globale, consiglierei di non sopravvalutare la loro integrità morale, la quale, parimenti a ogni altro eccesso, potrebbe comportare delle controindicazioni, giacché, come diceva bene il Faber, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Torniamo a bomba.
Come il “cazzo”, anche lo “stronzo” sembra in preda a un’inarrestabile attivismo. Infatti sono più che certo del fatto che vi sia capitato di imbattervi in qualche “stronzata”, le cui dimensioni, curiosità scientifica che sta mettendo a dura prova i fisici di tutto il mondo, sono inversamente proporzionali a quelle del cervello del loro autore.
A quanto pare, alcuni dotti studi di una nota università inglese hanno certificato che la “merda” è il materiale da costruzione più usato, avendo ormai surclassato l’acciaio e il cemento. Si sta aspettando con trepidazione la smentita da parte dei laboratori di analisi, in quanto pare che alcuni alimenti poco graditi al consumatore abbiano un “gusto di merda”; si sa, vox populi vox dei.
Sappiamo inoltre che, grazie a una Corte di Cassazione, l’Italia non è un “paese di merda”, e che affermarlo è un reato penale (o reato peanale?). Quindi tutto va ben Madama la Marchesa? Direi proprio di no.
Secondo uno studio comparato di qualche tempo fa, è stato calcolato che con tutte le deiezioni prodotte in un anno dalla popolazione italiana si potrebbe costruire, per tutta la lunghezza delle nostre coste, un muro di feci alto un metro. La maggior parte di queste finisce ovviamente nel Mare Nostrum, anno dopo anno, e quindi, essendo l’Italia una penisola, anche se il nostro non è un “paese di merda” (magari!) siamo comunque “nella merda” (purtroppo!).
Vi vedo sconvolti. Come mai?
Allora, oltre che i riferimenti sessuali, vi danno fastidio anche i discorsi scatologici? Strano. Eppure io li sento ogni giorno, dappertutto, e non mi pare che la gente attorno a me si scomponga più di tanto, anzi qualche volta anche ci ridono sopra di gusto. Sono forse malati?
Forse voi siete giunti alla conclusione che io mi stia divertendo a scioccarvi un po’, giusto per vedere le vostre reazioni, come un bambino che per dispetto dice “cacca”, ma non è così.
Ciò che avete letto finora è semplicemente la fotografia di un malcostume linguistico che nemmeno un capillare indottrinamento culturale o la più spietata delle dittature riuscirebbe a estirpare.
E se pensate che quelle che avete letto sono parolacce, vi sbagliate, in quanto io vi ho trascinato fin qui per prepararvi a una vera parolaccia, una di quelle più pericolose, perché dettata dall’ignoranza (dal verbo ignorare).
No, non sto pensando a quei ridicoli “attimini” che nulla significano, giacché l’attimo è, come il punto geometrico, unidimensionale, e non può essere spezzettato o ridotto. I puntini sono roba da tedeschi, da mettere sulle u, i mezzi punti sono roba da ricamo, lavori da casalinghe e carcerati (difficile trovare la differenza…). Così gli attimini sono familiari alle segretarie d’azienda con le unghie laccate, agli addetti alla vendita che non sono sicuri di sé, a chi è laureato e parla quattro lingue ma non l’italiano (al massimo l’italianese), a tutta quella gente che fa coppia fissa con chi dice “assolutamente”, e che si dimentica di precisare se è un “sì” o un “no”.
Lascio costoro ai loro piccoli destini, mentre voglio rendervi edotti/e su una parolaccia ben più pericolosa, anzi, per raccontarvi una storia.
Come andavate in Storia a scuola? Lasciate perdere, non ha importanza, tanto questa non la si trova sui libri scolastici, e forse non la conosce nemmeno l’insegnante, al quale comunque il programma vieterebbe di raccontare ciò che non è approvato dal Ministero della Verità Ufficiale.
Comunque avrete sentito parlare della nostra ridicola avventura coloniale.
Più volte quei “selvaggi” ce le hanno suonate, in altre occasioni invece abbiamo avuto partita vinta, talvolta grazie al sotterfugio e ad accordi sottobanco (regolarmente traditi).
Volendo cancellare l’onta della sconfitta del 1896 nella guerra d’Abissinia, il Duce volle, fortissimamente volle dare alla nazione un impero, e nel 1935 attaccò l’Etiopia. La disparità di mezzi non lasciava scampo alle truppe di Hailé Selassié, eppure, per riuscire ad avere ragione di loro, il generale Badoglio non esitò a usare i gas. Un anno dopo la guerra era conclusa, ovviamente con la vittoria delle truppe italiane, e Vittorio Emanuele III diventava Imperatore d’Etiopia.
Agli inizi di aprile del ’36, viene avvistata dall’aviazione fascista una carovana della resistenza etiope. Si tratta in realtà di poche decine di uomini malamente armati che scortano quasi un migliaio di civili, vecchi, donne e bambini. Sapendo ormai di essere stati scoperti, essi si rifugiano nelle grotte di Amba Aradam. Già qualche mese prima su quell’altopiano montuoso si era svolta una dura battaglia. L’esercito etiope l’aveva fortificato scavando trincee e gallerie, ma in modo piuttosto disorganizzato. Anche la battaglia per la conquista di quella fortezza naturale si svolse in modo caotico per entrambi gli schieramenti. Comunque Amba Aradam fu espugnata e l’esercito etiope fu sconfitto.
In aprile la situazione è totalmente diversa: l’armata abissina è in rotta, il negus sta scappando, la guerra è persa e rimangono sul campo solamente sparute formazioni della resistenza, come una di quelle intercettate dagli italiani nei pressi di Amba Aradam.
L’ordine di Mussolini è perentorio: “stroncare rapidamente”.
Il “plotone chimico” della divisione Granatieri di Savoia attacca le grotte col gas, con bombe a gas d’arsina e con l’iprite, un agente vescicante già utilizzato dai tedeschi nella prima guerra mondiale. Al mattino, chi non è morto a causa dei gas si arrende. Vengono fucilate 800 persone, in massima parte civili. Chi ancora resiste all’interno viene attaccato con i lanciafiamme, e per maggior sicurezza vengono fatte saltare in aria le imboccature delle grotte, seppellendo assieme i vivi e i morti.
Questa ingiustificata carneficina di civili, peggiore per ferocia di quelle perpetrate dalle SS tedesche, fu condotta con l’ausilio dei micidiali gas, quegli stessi per i quali l’Italia aveva firmato il bando nel corso delle Terza Convenzione di Ginevra del 1925.
Sono convinto che nulla di ciò appare nei testi scolastici, e se vado a cercare nel mio fidato Devoto – Oli, sotto la voce “Ambaradan” trovo: Confusione, baraonda. Organizzazione o impresa particolarmente complessa. Massiccio montuoso in Etiopia dove nel 1936 l’esercito italiano sconfisse le truppe abissine in una sanguinosa battaglia.
Direi a questo punto che la voce “Ambaradan” avrebbe urgente bisogno di un aggiornamento storico.
Voglio sottolineare però che non è questa imprecisione editoriale a farmela percepire come un’espressione inaccettabile, bensì l’uso spensierato che se ne fa.
Capita troppo spesso che paladini delle libertà civili, latori di verità scomode, difensori dell’eguaglianza e fustigatori dei razzisti, incappino spesso nell’errore (orrore) di considerare un termine degno perché usuale, innocuo perché popolare, simpatico perché suona bene in bocca, senza preoccuparsi troppo della loro drammatica etimologia e di ciò che essa comporta nel comune sentire.
Per la verità, non nutro molte speranze che questo macabro termine venga esiliato dalla neolingua che si sta imponendo a tutti i livelli della comunicazione. Ciò che mi auguro è che qualcuno di voi quattro gatti che seguite questo blog (miao, miao, miao, miao) diventi più sospettoso nei confronti di quanto è spacciato per buono solamente perché è moderno, e che magari cerchi di sopportare quei reiterati “vaffanculo”, per quanto irrituali e irriverenti possano suonare al vostro delicato orecchio, giacché i termini più pericolosi sono quelli apparentemente innocenti e acclamati, coscienza, dovere, merito, amore, patria, e tanti altri scudi (umani o linguistici) dietro ai quali troppo spesso si celano interessi inconfessabili e strategie crudeli.

Poiché la lingua è lo specchio del pensiero, indagare il preciso significato delle parole è mettere chiarezza nelle proprie idee.” – Aristide Gabelli, Pensieri, 1886

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VIENI C’E’ UNA FRANA NEL BOOOSCOOOOO…

Era la voce di Messer Cinghiale che vedendomi arrivare mi chiamava facendo il verso all’antica e famosa canzone.
L’ho incontrato mentre salivo in Altacollina, lui e Madama Fagianella erano là “così”, con le zampe sui fianchi che scrutavano contrariati i danni prodotti dalle piogge di questi giorni.
“Va che disastro – mi dice – ville di qui ville di là e la mia tana diventa un frana”.
“Accipicchia!” Rispondo.
E lui, prima di continuare mi avverte: “E non farmi parlare in rima quando racconti altrimenti non ti lascio più passare dal bosco vè!”
“Va beeeeneee…Dai fatemi vedere un po’ che faccio due foto per il mio blog”.
“Sì, però non mi riprendere, devo salvaguardare la mia privacy”.
“Tranquillo, sai che non mi permetterei mai”.
Ed ecco qui un piccolo reportage di quello che succede più o meno in tutta l’Italia.
Quella che vedete sotto è l’immagine di uno dei tanti…

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Idiota

Montagna

Andiamo in montagna?
Ok, ok, non a tutti piace la montagna, perciò, se non vi va, lasciate pure perdere questo post.
Però la montagna non è tutta uguale, e anche i motivi per andarci possono essere diversi.
C’è chi ci va per prendere un po’ d’aria buona, per scappare via dallo smog cittadino, è una lodevole e salutare intenzione. Senza voler strafare, una bella passeggiata di qualche oretta è quello che ci vuole per tenersi in forma. Una passeggiata, a piedi intendo, non una gita in automobile per fare un picnic alpino.
C’è chi invece ama la neve, anche quella finta, e, pur di tentare di farsi male, accetta la coda sulla seggiovia, sulla pista, al bar, al ristorante, al cesso, per strada, e sopporta di farsi spintonare, insultare, investire, rovinare le costose attrezzature, e spennare dagli albergatori. È una questione di gusti, come diceva il Marchese de Sade.
Poi ci sono i masochisti veri, quelli che si alzano che è ancora buio, partono all’alba e si arrampicano per tutta la giornata. Alla sera, distrutti, quando si accasciano sul pavimento del rifugio mostrano con orgoglio le loro ferite di guerra, un ginocchio dolorante, una scottatura al naso, uno strappo inverecondo dei pantaloni, e quindi decidono di ammorbare l’aria, quell’aria sottile che sa di resina, di erba tagliata e di minestra calda, levandosi gli scarponi, roba da denuncia per disastro ambientale.
Ma i veri amanti del rischio sono i cercatori di funghi. Per un porcino non esiterebbero a sfidare l’orrido. Per dei finferli sarebbero disposti a sacrificare una caviglia. Per un prataiolo non arretrerebbero nemmeno di fronte a un battaglione di vipere. Niente li può fermare, né pendenze, né pioggia, né rovi, nemmeno l’allettante idea di una lavanda gastrica (quando va bene).
Oltre a queste tipologie classiche, la montagna è popolata da altra fauna, molto varia nelle fogge e negli usi. Vediamone alcuni di questi personaggi.
Fermo sta il paesaggista, armato di binocolo, accanto a un buongustaio, tradito da epa prominente; in fondo si vede la famiglia in villeggiatura, dotata di bambini schiamazzanti, mentre passa il duro e puro, che non saluta chi incontra sul sentiero; in lontanza si sente l’echista, che davanti a ogni parete urla sperando che la roccia gli risponda, e sarebbe da ridere se per una volta la roccia gli rispondesse sul serio; ecco il comunque meravigliato, che meraviglia questi fiori, che meraviglia quella baita, che meraviglia questa cacca di vacca, mentre il perduto, incapace di usare carta e bussola, chiede aiuto al canonikonizzato, che fotografa tutto e non vede niente, nemmeno il trepido, oddio un ragno, aiuto l’ape mi punge, ci sarà un orso, mi farò male, eccetera, eccetera, eccetera.
Grazie alla televisione (chi ha detto che non serve?), ultimamente ho scoperto che a tutte queste specie se ne è aggiunta da poco una nuova: l’idiota.
Vi chiedo uno sforzo di fantasia, minimo.
Immaginate di essere in montagna, è una splendida giornata di sole, il cielo è terso e l’aria è sottile, un’aria capace di ridare la verginità ai polmoni.
Siete su un ghiacciaio, ma non avete freddo, sia perché state indossando indumenti adeguati, e sia perché i raggi del sole stanno facendo egregiamente il loro lavoro.
Per una fortunata coincidenza, non vi circondano torme di turisti, sciatori, e scocciatori vari, ma unicamente le candide vette. Una situazione perfetta, calma e solitudine, quasi trascendentale.
E voi cosa fate? Godete di quel guscio di pace? Ascoltate i fruscii del vento che si insinua tra i picchi? Tendete l’orecchio per udire ciò che solamente lì può essere udito dentro di voi? Vi fate inondare, allagare, annegare, in quella rara sinestesia?
No.
Voi vi sparate nelle orecchie della m…a, a tutto volume, e vi incazzate pure se a duemila metri non c’è abbastanza segnale!
Vi chiedo perdono, lo so che non siete idioti, era solamente per farvi comprendere che è così che vi considera la Vodafone quando in televisione spara a mitraglia la sua pubblicità insensata. Ciò che mi fa vomitare non è tanto la scenetta tra il pinguino molesto e la solita cieca/sorda/insensibile/svagata fanciulla il cui solo problema è riuscire a pomparsi le orecchie con della “muzak“, bensì il fatto che sto guardando attraverso una finestra sul futuro, un meraviglioso futuro nel quale probabilmente verranno a mancare i ghiacciai, il silenzio e la privatezza, ma abbonderà l’idiozia.
Grazie, penso che passerò la mano.

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