Kolokon – Rock’n’Roll Patxuko

Proposta musicale del 26/02/14

cover

 

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Kolokon – Rock’n’Roll Patxuko

Enjoy!

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DEDICATA ALL’UOMO…

Che mi porto dentro, ossia quella parte maschile che vive in me.

Dedicata a tutti gli uomini che si sentono sinceramente soli. ( *)

*Tranne quelli che si dichiarano tali solo per affascinare le donne 😉

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BLOG E REBLOG

Ultimamente mi trovo spesso a rebloggare post di autori trovati girovagando sul web. Persone con argomenti più interessanti dei miei (o che credo tali), oppure che espongono temi che vorrei trattare io ma, non avendo le conoscenze adeguate, evito per non incorrere in clamorose gaffe o inesattezze poiché, per abitudine, parlo solo ed esclusivamente esprimendo opinioni personali, o esaminando materie che conosco.

Naturalmente le scelte cadono su soggetti che reputo stimolanti e a me congeniali, perciò pongo la mia impronta veicolandone l’attenzione dei lettori.

Avendo a disposizione il magico mezzo telematico che in un batter d’occhio porta in casa tutto ciò che ci serve, ritengo opportuno interagire per segnalare e diffondere opere altrui che possono diventare utili a tante persone.

Certamente “dire la mia” è il compito principale di questo sito poiché non voglio vivere di rendita usando lavoro del prossimo. Pertanto non smetterò di tediarvi con gli ormai classici…

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MIND THE GAP

libera.mente

 

Ricordo prima volta a Londra questo mantra ricorrente della voce registrata nelle viscere di terra metropolitanaunderground

 

Dato che poco prendo  la metro in questi tempi, perché là ,sì,  mi tocca pagare biglietto (mentre per il resto è tutto da boicottare) quindi schiacciata tra masse carnivore o vegetali,

il naso va sempre  a sbattere su disegnino nostro che ricorda il refrain londinese (quelli di londra erano altri tempi di scoperta e tempo perso) e mi invitano sempre a fare attenzione allo spazio tra il treno e la banchina.

Attenta alla distanza che ti frega

che poi ci caschi sotto il treno per davvero

diventi macchia d’olio e vai a finire in ingranaggi fastidiosi 

 poi perdi colori

Mi è capitato mi capiterà ancora purtroppo non posso evitarlo

o forse sì

 

C’è da attraversare il passaggio

e appunto non sempre è un bel paesaggio

 sopporta e porta a casa

 posture…

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Le mille e una notte

Sogno di una notte di mezza età

Swinging London 01.

Vorrei parlarvi dei miei sogni, attenzione, non delle mie aspirazioni o dei progetti per il futuro, ma proprio dei sogni veri (sogni veri? Questa definizione è un perfetto ossimoro!), quelli che mi aiutano a non annoiarmi durante il sonno, attività, o meglio inattività generalmente priva di emozionanti diversivi.
Non so come sia per voi, ma la mia corteccia cerebrale, ancorché abbastanza inaffidabile, non si sforza troppo per inventare nuove trame. Come la televisione in estate, ha in palinsesto le repliche delle repliche, oppure, imitando Hollywood, si limita a realizzare degli scadenti remake di cose già viste.
Devo ammettere però che il reparto effetti speciali non si risparmia. Technicolor, 3D e surround sono ormai lo standard, come pure le esperienze sinestetiche che coinvolgono gusto, olfatto e tatto, il che mi permette di rammentare, se non la trama completa (talvolta inesistente o incomprensibile), almeno le scene migliori e il loro plot.
Gli autori si divertono a pescare nelle mie angosce, quelle di quando andavo a scuola, cronicamente impreparato, oppure di quando mi trovo sulle spalle la responsabilità di organizzare un viaggio, e così viene fuori un mix di scene mute, lezioni incomprensibili (dove io trovi, nel sogno, le nozioni astruse che illustra il professore di turno è un mistero), fughe strategiche, e una costante sensazione di essere fuori posto. In alternativa posso vantare una lunga serie di treni persi o sbagliati, ritardi incolmabili e mancate prenotazioni, aerei che non partono e battelli che fanno naufragio, biglietti smarriti e alberghi in overbooking, strade introvabili e malintesi catastrofici, lingue ignote e ignoti luoghi, il massimo desiderabile per un’avventura fantozziana.
Non penso di essere una persona speciale, e potrei supporre che anche ad altri capiti di scaricare in sogno i patemi che di giorno siamo costretti a soffocare. Però c’è, o almeno c’era qualcosa di speciale che tornava ciclicamente a farmi visita: Londra.
La prima volta che c’andai avevo vent’anni, un’era geologica fa. Quasi quaranta ore di viaggio: Direct Orient (l’ex Orient Express) fino a Calais, Manica, quindi un ridicolo trenino, tipo i nostri vecchi centoporte, per London.
La volta dopo optai per l’aereo, un charter che partiva da Malpensa, quando Malpensa era un aeroporto scalcagnato di periferia che si raggiungeva solamente con l’autobus. Devo dire che il confronto con Heathrow fu allora impietoso, se non addirittura scioccante, oggi invece il confronto è solo deprimente.
Di quelle due avventure londinesi, all’epoca un “must” per ogni appassionato di rock, ricordo molte cose, tra le quali un perenne languore allo stomaco e un’insanabile stanchezza delle membra.
Quest’ultima trovava la sua ragion d’essere nella vastità dei musei londinesi e nell’ampiezza della metropoli, tutta da visitare, isolato per isolato, attività già pesante in condizioni normali, ma aggravata da una cronica mancanza di sonno causa concerti rock e jazz serali e notturni. Certo non si poteva andar via nel bel mezzo di un assolo di Dizzie Gillespie, o di una svisata di Jet Harris. Freddie Mercury o Ted Nugent non l’avrebbero presa bene a vederci andar via prima della fine del concerto. Avremmo potuto spiegare che dopo una certa ora l’Underground chiude, che il nostro albergo era distante, e che i soldi per il taxi non ce li avevamo, ma non saremmo stati capiti, anche perché il mio inglese era primitivo come l’uomo di Neanderthal, e così ci toccava fare qualche miglio a piedi.
Queste le ragioni della stanchezza, le quali trovavano qualche punto in comune con quelle che erano alla base di quel certo senso di vuoto allo stomaco. La penuria di sterline che ci vietava il taxi era la stessa che ci obbligava a una scarna dieta a base di fish & chips, corroborata solamente dalla razzia di prime colazioni che clienti più danarosi lasciavano incompiute davanti alla porta delle loro camere dell’albergo.
Il piano economico era draconiano, i soldi dovevano bastare per la metropolitana, i musei e i concerti. Altri lussi non erano nelle nostre disponibilità, e quel pezzo di coda di pesce con un cartoccio di patatine unte era il massimo che ci potevamo permettere.
Purtroppo Londra offriva molto di più.
Le vetrine erano irresistibili come le sirene di Omero, cantavano di vestiti esotici, di calzature in pelle di serpente, di antichi orologi da taschino, di cappelli bizzarri, di gadget inimmaginabili, di pezzi unici da collezione, qualsiasi collezione possibile, di strumenti musicali mitologici, di alta fedeltà esoterica, e di tutte quelle stranezze che avevano contribuito a coniare il termine “Swinging London”.
Affermare che “sbabavo” dinnanzi a quelle vetrine sarebbe un eufemismo, in quanto il mio stato psicologico si avvicinava di più alla “Sindrome di Stendhal”, e se in quei frangenti avessi posseduto un martello, molto probabilmente mi sarei messo nei guai.
Fu in quei giorni che compresi appieno la differenza tra “volere” e “potere”.
Nonostante tutto, sopravvissi a quel “Supplizio di Tantalo” e, tornato negli usati lidi, condussi la mia vita meno peggio che potei, cercando di relegare quei due viaggi oltremanica al pari di una fugace ed eccitante esperienza giovanile.
Si dà il caso invece che l’impatto emotivo di quell’esperienza mi lasciasse un segno molto più profondo di quanto fosse ragionevole supporre.
Non me ne accorsi subito, o almeno non ci feci caso, ma fu solamente dopo una decina d’anni che constatai quanto ricorrente fosse Londra nei miei sogni, ovviamente non la città-cartolina che tutti conosciamo, direttamente o per sentito dire, ma alcune zone e alcuni aspetti più inquietanti. I posti, anche se irriconoscibili, erano sempre quelli, High Street Kensigton, Marble Arch, Oxford Street, Regent Street, Bond Street. Chi conosce Londra avrà già capito.
Il sogno, pur non avendo l’aspetto spaventevole di un incubo, non era comunque rassicurante. Eccone una descrizione, una delle tante, una così simile a tutte le altre.
Londra appare enorme, imponente, ma tutto sommato, vuota. Generalmente ho uno zaino in spalla, pesante, e mi intralcia parecchio. Davanti a me c’è Marble Arch, e oltre la pietra si stende, infinita, una di quelle strade che ho citato sopra.
Con impazienza attraverso quelle arcate gigantesche e mi inoltro nella Street. So che stavolta i soldi ce li ho, stavolta andrò in quel negozio e soddisferò tutte le mie brame. Cammino e intanto guardo le vetrine, ma queste sono tutte vuote, tranne che per la polvere e qualche oggettino di poco conto che occupano i ripiani tinti in colori improbabili, giallo acido, verde mela, rosa confetto. Non trovo il negozio che sto cercando, so che esiste, ne sono più che sicuro, ma in giro non si vede nessuno a cui chiedere informazioni. Dopo pochi passi, ciò che prima era una strada lunghissima si rivela poco più di un vicolo, e un edificio ottocentesco con un’erta scalinata mi sbarra il passo. Mi giro, torno indietro, e invariabilmente mi perdo. Londra allora prende gli aspetti più bizzarri, diventa villaggio di montagna, deprimente periferia anni ’60, scalo ferroviario, parcheggio, e io vago angosciato e insoddisfatto senza meta fino a quando la scena cade per lasciare il posto all’oblìo o al risveglio.
Non è un sogno, non è un incubo, è un coitus interruptus.
Queste cose bisogna prenderle con filosofia, si sopravvive anche ai sogni molesti, e così è stato per me, almeno fino a qualche anno fa, quando, in occasione di una delle mie scappate a Birmingham, decisi di fare una puntata a Londra, come si fa quando si va a trovare una vecchia conoscenza della quale si conoscono le faccende, ma colla quale non si ci si vede da troppo tempo. Ero nei paraggi, sarebbe stato sgarbato non farle visita.
Sceso a London Euston, con mia grande sorpresa scoprii che mi muovevo con sicurezza, come se fossero passati pochi giorni e non decenni da quando me n’ero andato. Nomi, linee, fermate, strade, palazzi, tutto tornò a galla, come un sughero. Senza mappe, cartacee o elettroniche, trovai subito Carnaby Street, Hide Park, Oxford Street, Piccadilly Circus, e tanti altri posti caratteristici che neanche ricordavo più di aver visitato.
Due cose erano rimaste esattamente quelle di un tempo: l’odore caratteristico di cibi riscaldati e il mio inglese primitivo.
Tutto il resto era uguale e perciò radicalmente diverso.
Il caos di gente era il solito caos di Londra, tutti di fretta e nessuno che ride. La differenza con gli anni ’70 si notava nell’abbigliamento. A quel tempo noi eravamo sciatti e stinti, grigi animaletti caduti in un acquario di pesci tropicali, mentre ora la mia stramba felpa multicolore gridava vendetta in mezzo a quella folla di persone vestite sommariamente e senza in briciolo di originalità.
Si notava lontano un miglio che non eravamo inglesi, ma non si capiva cosa fossimo, ed era da ridere quando, notando che non eravamo griffati, ci chiedevano se veramente fossimo italiani e io rispondevo “quasi”.
Il traffico, nonostante gli sforzi di Ken il Rosso, era il solito casino, ma non c’erano più le Morris, le Anglia, le MG, le Rover, tutte sostituite da convenzionali Toyota o pretenziose BMW, come in una qualsiasi città del continente.
Decisivo fu l’impatto con i negozi, tantissimi, e banalmente così simili a quelli che si possono trovare a pochi chilometri da casa. Densità di merci esposte elevatissima, vetrine curate e invitanti, inapputabile professionalità, ma nulla di ciò che era in vendita rappresentava più la novità assoluta, oppure si prefigurava come oggetto introvabile altrove.
La delusione maggiore fu Harrods, un’esposizione multipiano di oggetti inutilmente costosi e tragicamente insulsi, impreziosita da uno staff di amabili e prestanti commessi tirati a lucido. Molta apparenza e poca sostanza. Arrivo a immaginare che fare un acquisto da Harrods sia, per qualcuno, puro feticismo, come comprare un souvenir made in China a Venezia.
Per farla breve, fatti i debiti aggiornamenti tecnologici e sociali, Londra era pressapoco la stessa Londra di un tempo, peccato che nel frattempo fossi cambiato io, e, per inciso, anche tutto il resto del mondo, e quindi, parafrasando la teoria della relatività, pur restando uguale era una città totalmente diversa.
A cosa mi conduce questo contorto ragionamento?
A nulla, se non al fatto che ormai sono tre anni che non sogno più Londra.
Vorrà pur dire qualcosa…

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inganni

libera.mente

Nello studio delle lingue sono interessanti  i falsi amici 

cioè assomigliano ma non sono

ad esempio parola

delusion

è  uguale  a pura illusione

che poi in fondo ci sta, rimani deluso.

 

Il popolo ormai  sente così,

infine insorge e cerca miglior vita,  morendo, 

sacrificando vita  per ottenerne di migliore 

guerre civili focolai interessi economici e avidità

siamo in guerra e lo  sappiamo

 

I diritti dove sono?

non so,   se ci rimangono i doveri soltanto,

 il rischio di  sentirsi delusi  è grande

 

Aggiungo, le relazioni tra esseri umani o quasi umani

self delusions come prassi quotidiana

 prima  e dopo i pasti

 sono  essenziali per il nostro mantenimento (intendo  i pasti)

mentre mistificanti esistenze dove non  capisci  nulla riguardo manipolazioni e giochi di potere,  direi di no,

ma non se ne fa a meno

 

e io vorrei andarmene,  come tanti sì per davvero, da queste cosette qua

e…

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