Diario di viaggio

train

– Buongiorno, e grazie per aver scelto la nostra compagnia. –
La hostess ripete meccanicamente questa frase per ogni persona che sale. È incredibile come riesca a essere continuamente seria e compunta, e poi, in una frazione di secondo, irradiare un sorriso abbagliante. Forse fanno della ginnastica facciale.
Percorro lentamente il corridoio del vagone e finalmente trovo il mio posto. Non ho bisogno di consultare il mio anacronistico ma suggestivo biglietto cartaceo, ho già individuato i capelli biondissimi di mia figlia, e i miei due nipoti sono sufficientemente rumorosi per dar fastidio a tutta la carrozza. Torno a ripetermi che non è stata una buona idea, ma mia figlia è così, è ancora legata all’idea che siamo una famiglia, e che anche due adolescenti possano apprezzare ciò che è, se non vita, almeno nostalgia.
Loro mi avvistano subito.
– Ciao nonno, vieni, ti abbiamo lasciato il posto vicino al finestrino. –
Ayra si alza e si gira – Sei arrivato finalmente, cominciavo a preoccuparmi –.
Li guardo. Vorrei rimproverarli, lei per essere sempre così apprensiva, loro per non aver trovato niente di meglio da fare. Riesco solamente a sorridere.
La hostess di prima sta percorrendo anche lei il corridoio, il passo attutito dal tappeto fonoassorbente del pavimento, il sorriso preconfezionato appeso sul volto inespressivo. Secondo l’orario dovremmo partire tra un po’, e probabilmente sta verificando la presenza di tutti quelli che hanno prenotato.
Ci sono molti posti vuoti, segno inconfondibile che i viaggi in treno hanno da tempo perso il loro fascino.
– Nonno, mettiti gli occhiali, altrimenti non vedrai niente. –
Lo so che senza occhiali non vedrò un accidente, e io sono uno di quei vecchi testardi che rifiutano di farsi operare. Io insisto a tenere i miei occhi come sono, stanchi e difettosi. Comunque ho sempre con me gli occhiali, ormai non riesco a combinare niente senza.
Li inforco proprio quando un leggero scossone ci avverte che siamo partiti.
Fuori si vede scorrere il marciapiede della stazione, qualche persona che saluta con la mano, non me, questo è poco ma  sicuro, e poi altri treni, tabelle, pali, fino a quando siamo fuori, quasi abbagliati dalla luce improvvisa che irrompe attraverso il finestrino.
Sarà una bella mattina di sole e aria tersa. Alcune montagne innevate in lontananza si tagliano imponenti contro lo sfondo turchese con ancora alcuni barbagli cremisi di un’alba appena trascorsa. Nella carrozza climatizzata la temperatura è confortevole, ma non riesco a trattenere un ricordo di bambino, mani fredde che pressano la neve, punture di freddo sul naso che cola, pulviscolo ghiacciato sollevato da raffiche dispettose, e un brivido mi scuote per un attimo.
– Che hai papà, ti senti bene? –
Faccio di sì con il capo, sorrido. Questo dovrebbe rassicurarla, ma lei è così ansiosa che nemmeno se mi vedesse ringiovanire riuscirebbe a rimanere tranquilla. Del resto io sono l’ultimo legame autentico che ha col suo passato, e se escludiamo la sua carriera, una splendida carriera tra l’altro, alle sue spalle ci sono solamente le ceneri di convivenze fallite e di una famiglia da tempo polverizzata.
L’inevitabile conclusione di questo pensiero è che il mio di passato è reale quanto la mia memoria, ovvero meno di zero, visto che anche i ricordi se ne stanno andando in ordine sparso.
Però mi resta il futuro, non il mio che non arriva nemmeno alla lettera “t”, bensì quello che vedo sulle poltroncine di fronte alla mia, due ragazzi presto giovanotti, presto uomini. Dovrei essere appagato da tale vista, dalla sensazione che non tutto finisce con me, dalla riconoscenza per il loro affetto, inconsueto per i tempi in cui viviamo, ma non ci riesco, per quanto cerchi di convincermi, non ci riesco, e un’ombra scura aleggia, come un grande volatile, su tutti i miei pensieri. Chissà, forse è così per tutti i vecchi.
Il paesaggio è cambiato ora; non siamo più in alta montagna, il treno non è più costretto a rallentare su qualche curva particolarmente stretta, e non si avvertono quegli occasionali scuotimenti che ci facevano lentamente ondeggiare ora da un lato ora dall’altro.
– Nonno, guarda che bello! –
Guardo.
Le montagne sono più dolci ora, verdeggianti e boscose; ampie radure si alternano a scure abetaie, e costruzioni rustiche in legno nero o grigio raccontano di una vita semplice e misurata. Un vero peccato che di questo paesaggio sia impossibile coglierne anche i profumi, di resina, di fienagione, di fiori, e i suoni, degli uccelli, delle vacche al pascolo, di qualche torrente.
Ogni tanto si passa sul fianco di una valle particolarmente stretta, e riesco a vedere in basso i tetti di grigia pietra e i camini dai quali esce del fumo sottile e asciutto.
Mi chiedo cosa diavolo significhi per mia figlia e i miei nipoti questa visione, quali sensazioni provino, e perché abbiano deciso di accompagnarmi. In fondo tutto questo a loro dovrebbe apparire stucchevole, se non addirittura noioso.
Come se mi avesse letto nel pensiero, il più giovane lascia il suo device e si mette anche lui a guardare il paesaggio.
– Sai nonno, nessuno dei miei amici è stato su un treno. –
Non riesco a capire se si sta lamentando, oppure se vuole semplicemente darmi una notizia.
– Dicono che sia noioso, ma si sbagliano. –
Cerco di spiegargli che hanno torto e ragione allo stesso tempo. Torto, perché prima di azzardare un giudizio bisognerebbe provare le cose di persona, e ragione, in quanto è probabile che il treno non sia un’esperienza eccitante per un ragazzo.
– Forse è vero, infatti loro preferiscono altri tipi di viaggio, ma anche questo non è male. –
Anche suo fratello adesso vuole dire la sua. Si sa, lui è il maggiore, e perciò vuole sempre avere l’ultima parola.
– Albert mi ha raccontato che ha attraversato l’oceano su una grande nave. Le onde erano altissime, e hanno pure incontrato una tempesta. Che dici nonno, ci verresti con noi su un transatlantico? Sarebbe bellissimo, potremmo prendere una cabina lussuosa, con un’ampia vista sul mare, sui porti, le isole, i vulcani, e tutto quello che c’è da vedere. –
Sorrido e chiedo a Julio se anche a lui piacerebbe viaggiare su un transatlantico.
– Ah no, a me piacciono le astronavi, e noi ci siamo già stati. È forte. Prima ti mettono una tuta, poi ti legano su una poltroncina, non come questa, una che ti tiene da tutte le parti, e poi si sale, con tutto quel frastuono che lo senti anche nello stomaco. –
Ecco cosa piace ai ragazzi, la velocità, il fragore, lo spazio. Non cambiano mai.
– A un certo momento ti puoi slegare e cominci a fluttuare, come senza peso, e ci si può avvicinare agli oblò. Sapessi quant’è bello! La Luna non è un granché, tutta grigia e piena di crateri, ma quando si passa vicino a Marte si riescono a vedere le grandi installazioni, e l’astroporto per lo spazio con tutte le navi pronte a partire per le stelle. Da li… –
È Ayra che si intromette ora, un po’ contrariata, quasi arrabbiata con Julio. Si vede che s’era raccomandata con loro di tenermi all’oscuro di questa faccenda.
– Scusa papà, non te l’ho detto, ci siamo andati un paio di volte. Lo so che tu sei.. insomma, l’idea del viaggio nello spazio non t’è mai piaciuta, ma ci vanno tutti i loro amici, e io non potevo dire di no all’infinito… –
Non fa niente, non sono arrabbiato. Prima di essere nipoti miei sono figli suoi, e lei ha tutto il diritto di far tirarli su come pensa che sia giusto. Cerco di farle comprendere che non la giudico, ognuno ha le sue idee, e io non ho nessuna voce in capitolo per interferire con le sue, anzi, cerco di mostrarmi interessato e chiedo a Julio di continuare, ma è Reddie a voler continuare ora. È proprio vero, viaggiare nello spazio dev’essere tutta un’altra cosa. Ma non fa per me.
– Dopo Marte si fa un balzo fino a Giove, e l’astronave attracca a una delle stazioni orbitanti. Ti fanno anche scendere per provare come ci si sente a migliaia di chilometri dal pianeta. Sapessi che gambe pesanti! Tutti trascinano i piedi e non si riesce nemmeno a sollevare un braccio. Ti fanno stare solo per poco, perché dicono che tanta gravità alla lunga fa male, e che solamente le macchine possono avvicinarsi di più a Giove. –
Reddie ormai è un fiume in piena.
– Il bello deve ancora arrivare. Saturno è meraviglioso, e si fa tutto il giro degli anelli, di sopra e di sotto, e anche in mezzo. L’astronave ha un salone panoramico, e da lì si vede tutta la scia colorata dietro di noi. Dopo il giro si attracca allo spazioporto orbitante e si sale su una nave più piccola che fa il giro di tutte le lune di Saturno, una più strana dell’altra. Al ritorno invece si passa vicino al Sole, ma così vicino che pare di sentirne il calore. Il comandante dell’astronave ha detto che è solamente suggestione, dato che la temperatura all’interno resta perfettamente stabile durante tutto il viaggio. Però le esplosioni solari fanno impressione. –
Julio non ce la fa più a stare zitto, e irrompe nel discorso appena il fratello smette un attimo di parlare per prendere fiato.
– Sì, è bellissimo, e hanno detto che tra un po’ si potrà viaggiare ancora più lontano, verso le altre stelle, fin dove arrivano adesso le astronavi automatiche e quelle degli esploratori. Io non vedo l’ora di andarci. Davvero non vorresti venire anche tu? –
È Ayra a salvarmi da questa prospettiva spaziale.
– Su ragazzi, non stancate il nonno, e godetevi questo viaggio. –
In effetti mi sento stanco, non dei ragazzi, questo è certo, ma della vita stessa. Alla mia età, già a respirare ci si stanca. Sono un paio d’ore che siamo su questo treno, ed è il momento che prenda il mio ricostituente. Ayra ha portato delle barrette energetiche per sé e per i ragazzi, e comunque ce n’è un distributore automatico anche in testa alla carrozza, ma io non me la sento di mangiarne una, potrebbero scombussolarmi la digestione, e non è che sia un evento auspicabile, perlomeno quando sono fuori casa. No, meglio non rischiare, meglio la solita pillola.
Il panorama corre veloce accanto al finestrino e scorre pigro in lontananza. Niente più monti, niente più abeti, niente più torrenti, una serie di colline ondulate ha preso il loro posto. I colori sono tutti diversi; il verde scuro, quasi nero, delle abetaie è stato schiarito da vigne e frutteti; gli spazi liberi da alberi non sono più uniformi distese di velluto, ma mosaici di piccoli campi coltivati; le baite hanno lasciato il posto a paesi di casette dai tetti rossi, sui quali svetta un campanile, e talvolta qualche antica torre; l’argento dei torrenti impetuosi non si vede più, disperso nelle placide acque di fiumi addomesticati; anche il cielo ha perso parte del suo colore, impallidendo di fronte al sole ormai alto nel cielo.
Però ciò che vedo è bello, e sarebbe piaciuto anche a Miriam. Quante volte avevamo pensato di fare un viaggio in treno, uno bello, uno proprio come questo. Da giovani si ascoltava quasi con impazienza le storie di viaggio dei nostri genitori, specialmente quelli di lei. Loro parlavano dei viaggi in treno come di un’avventura, di una sospensione della realtà, di un microuniverso intimo e provvisorio che si spostava in un macrouniverso indifferente e soffocante. A quel tempo (quanto tempo è passato!) non capivamo cosa ci fosse di entusiasmante nello spendere tante energie per andare da un posto all’altro, quando poi non c’era nemmeno la necessità di farlo. Comunque promettemmo che c’avremmo provato, nonostante l’evidente irrazionalità di un simile proposito. Erano vecchi, dei vecchi sognatori, perciò io e Miriam decidemmo di farli contenti con quell’unica promessa.
Che non mantenemmo.
Prima c’era il lavoro, troppo lavoro, e poi arrivò Ayra, e poi la carriera, troppa carriera, e poi i problemi, troppi problemi, e poi non c’era mai il tempo, e poi per andare dove… e poi, quando finalmente il lavoro fu compiuto, Ayra fu cresciuta, la carriera fu completata, i problemi furono risolti, e il tempo fu trovato, Miriam stette male, troppo male, e di lì a poco se ne andò.
Prima di lasciarci lei mi fece promettere che avrei fatto quel viaggio in treno, anzi due, uno per me e uno per lei.
Non mantenni la promessa, non ne feci due, bensì forse duecento, forse duemila, ormai ho perso il conto, perché fin dal primo sguardo che gettai fuori dal finestrino del treno in movimento avvertii la magia di quello spostamento nel tempo e nello spazio, l’affascinante contraddizione di una fuga su un binario obbligato, e compresi finalmente ciò che intendevano i suoceri quando affermavano che la fine del viaggio è l’arrivo, mentre il fine del viaggio è la partenza.
Miriam, Miriam, quanto eravamo sciocchi allora, e forse adesso, se tu viaggiassi con me, saremmo ancora più sciocchi, perché viaggiare non serve a nulla se non a viaggiare, e questo è già abbastanza.
– Papà, dormi? Ti senti bene? –
Apro gli occhi. La testa è accostata al finestrino, duro, e perciò mi duole un po’ dove si appoggiava sul cristallo. Devo essermi addormentato. La rassicuro, come sempre, e come sempre lei non sembra rassicurata della mie parole. Un filo di bava è calato dalla mia bocca semiaperta durante il sonno, perciò provvedo subito a pulirmi con il fazzoletto. Mi guardo attorno. Tranne Ayra sembra che nessuno abbia notato nulla, nemmeno i miei nipoti che si trastullano con i loro device. Meglio così, non c’è niente di peggio della vista di un vecchio bavoso.
Mi tiro su e cerco di darmi un contegno. Guardo fuori. Il paesaggio è cambiato ancora. Questo treno è veloce, forse troppo veloce per i miei gusti.
Vedo il mare, è ancora lontano ma la sua estensione è tale che già adesso è in grado di impressionare chi è avvezzo solamente a orizzonti vicini e limitati. Anche se ho fatto tante volte questo viaggio, la vista del mare mi lascia sempre interdetto, come se, nonostante la mia intelligenza, la mia cultura, la mia esperienza, in fondo non avessi compreso ancora nulla.
Il treno sta costeggiando un largo fiume dalla superficie piatta e plumbea. Piccole imbarcazioni e chiatte scorrono lente sull’acqua, e il treno corre veloce accanto a loro. Ogni tanto attraversiamo un lungo ponte e ho l’occasione di guardare il fiume che lambisce i piloni, notando come, nonostante l’apparente placidità, la corrente sia sovrumana, inarrestabile, seducente nella sua forza antica come il mondo. In questo momento vorrei tuffarmi in essa, viaggiare assieme a lei, farmi trasportare da lei, certo che la sua stazione di arrivo è solamente una stazione di cambio per un viaggio infinito.
Ma non si può.
Il fiume si dirige verso il mare, e anche il nostro treno lo sta facendo, veloce, sempre più veloce. Il binario corre rettilineo adesso, in leggera discesa, e tutto ciò che appare fuori dal finestrino ha solamente il tempo di scomparire: alberi, case, spiagge, e poi ancora alberi e case e spiagge. Solamente il mare non sembra spostarsi, nemmeno di un niente.
Anche il Sole, così più grande di noi, così lontano da noi, si arrende al viaggio e si muove del cielo, con riluttanza, ma scende, e si avvicina all’orizzonte.
Ora la carrozza è inondata dalla luce rossastra; una lunga scia luminosa è come un tappeto srotolato dal confine del mare fino ai miei occhi, è l’invito del Sole a condividere la sua sorte. Il tramonto è sempre uno spettacolo tremendo e struggente, la dimostrazione, all’ultimo istante, di cosa avrebbe potuto essere il nostro cielo se non fosse stato costretto a illuminare a giorno le nostre faccende minime. L’uomo lo vede, capisce, se ne duole per un attimo, poi va a dormire e dimentica tutto.
Il treno sta rallentando. Stiamo entrando in stazione.
Pali, segnali, edifici, altri treni, gente sul marciapiede che saluta, non me, è ovvio, tutti quelli che potrebbero salutarmi sono seduti in questa carrozza.
Siamo fermi. Siamo arrivati.
Mi alzo, lentamente, come ha consigliato il centro medico, e assieme ai miei nipoti mi avvio verso l’uscita. Ayra si sta occupando di raccogliere quanto loro hanno dimenticato sulle poltroncine.
In fondo al corridoio c’è sempre lei, la hostess, con il suo sorriso automatico.
– Grazie per aver scelto la nostra compagnia. Arrivederci a presto. –
Prima di scendere mi volto un attimo per dare un ultimo sguardo alla carrozza. Gli occhiali adesso non mi servono più, e me li tolgo. Ayra è sempre accanto ai nostri posti e sta cercando di recuperare qualcosa che è finita sotto le poltroncine. I finestrini sono grigi e opachi ora, niente stazione, marciapiede, gente che saluta, niente di niente, solamente dei monitor tridimensionali interattivi che attendono altri occhi da ingannare.
Scendo dalla carrozza e mi trovo nella stessa hall che avevo lasciato qualche ora fa. Dietro a noi una porta con l’insegna della RailPanorama, davanti a noi, a una decina di metri ci sono le porte degli ascensori che portano agli alloggi, innumerevoli livelli più in basso.
Julio (è sempre stato il più affettuoso) mi prende la mano.
– Grazie nonno, è stato un bel viaggio, lo racconterò ai miei amici. Però tu promettimi che verrai nello spazio con noi. –
Riesco a regalargli un sorriso che vuol dire forse, e che tutto sommato prende in giro solo me stesso.
Se non fosse per la promessa fatta a Miriam, anch’io rimarrei chiuso in camera tutto il giorno, schiantandomi di ony, vagando di sogno in sogno, in attesa della dose fatale, oppure condividerei l’assurda moda di simulare un futuro virtuale con altri illusi, viaggiando tra le stelle, nelle stelle, a cavallo delle stelle, mentre in realtà siamo condannati essere una pupa che mai metterà le ali.
La superficie del pianeta, quella poca ancora non avvelenata, è destinata al sostentamento alimentare di trenta miliardi di persone. Piante di mais alte come alberi, tuberi in grado di schiacciare una persona, soia rampicante che cresce anche di notte e senz’acqua, sono solamente una parte di una vegetazione utilitaristica, l’unica ammessa, per fornire cibo e materia prima alla specie umana, ormai più simile al lombrico che alla scimmia.
La parte di sopra che non è intrisa di concimi e altre sostanze chimiche utili a nutrire quei mostri vegetali, è occupata da pannelli in grado di trasformare anche un singolo grado kelvin sopra lo zero assoluto in energia elettrica.
Così, dopo aver fatto tanta strada, siamo tornati a vivere nelle caverne, enormi antri che sprofondano per centinaia di metri, e dentro i quali produciamo aria finta, acqua finta, e cibi finti, tutto quello che serve per tenere in piedi la finzione più grande di tutti, ciò che usiamo definire “vita”.
Per questo motivo, quand’eravamo giovani, ridevamo per l’insensatezza delle parole dei nostri vecchi quando quelli ci raccontavano di quanto fosse emozionante viaggiare.
– Che hai papà? Te ne stai fermo così…, non torni a casa? Ti senti bene? –
Sto bene piccola mia, purtroppo sto bene. Ma non durerà ancora per molto, questo è poco ma sicuro.
Lo sai perché viaggio così spesso ora, perché spendo tutti i miei crediti per questa assurda mania del treno? No, tu non lo sai, ti limiti a darmi corda per farmi contento.
La mia è una speranza, l’unica speranza che mi rimane in questo mondo disperato, ovvero quella di spegnermi durante un viaggio, e coltivo questa illusione a modo mio. Se sarò fortunato, l’ultima cosa che vedranno i miei occhi sarà un paesaggio che mi scivola accanto, le mie orecchie, prima di diventare sorde, verranno saziate del canto dell’acciaio sull’acciaio, e io sarò come un bimbo che si addormenta tra le braccia di una madre che cammina svelta.
In qualche stazione, fuori da questo termitaio, Miriam sta attendendo che arrivi il treno che mi porterà da lei. Nessuno sa quando avverrà, in quella stazione non c’è il tabellone degli arrivi, ma solamente quello delle partenze, e io non aspetto altro che di poter partire con lei.

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Pubblicato su Prosa. Tag: , . 3 Comments »

3 Risposte to “Diario di viaggio”

  1. Evaporata Says:

    Lo dico sempre che siamo su Matrix…

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