storie sono solo storie (di fantasmi)

Libera.mente

La regola aurea era: mai andare a fare la spesa negli ipermercati perché poi ti ritrovi con file  per pagare quasi Kilometriche.

Infatti, in coda, l’attesa sarebbe stata interminabile (avendo, come d’abitudine, sbagliato fila, la sua sembrava la piu snella invece era quella accanto   ad essere diventata superveloce).

Ipnotizzata dai carrelli davanti a lei, calcolando i tempi di percorrenza, scorre tutta la coda e poi si ferma proprio   lì davanti ad osservare la nuca di quell’uomo molto familiare. No, non può essere! E’ lui, saranno passati 15 anni…Ci si sorride, abbraccio orsesco (lo aveva dimenticato com’era)  come stai toh guarda ho la cartella dei miei lavori sottobraccio te li faccio vedere. Sì dei piccoli capolavori ora ricordava, ma lì umano e relazione c’era assai poco. Si era sposato, diventato piu ‘famoso’ sempre in acque alte con il lavoro, eppure con quel talento…

Di lei, lui chiede quasi nulla quando lei…

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Play, Playgirl

Libera.mente

 

Oggi pensavo che questo tempo vicino dovrei affrontarlo con una certa leggerezza, bello assai dirsi: io, so.®ridere pure se la scena davanti agli occhi induce a ben altro.

Nulla cambia, pare tutto si ripeta, ci sono sempre ragazzini che tirano pietre e nessuno se ne cura, conflitti che rendono i ricchi sempre più ricchi e noi poveri sempre più poveri e il lusso è volgare come questa liquidità di sentimento dove non si arriva a tenere nulla tra le mani.

 

Poi mi capita anche di incontrare altri mondi, antichi, fatti di forza, coraggio e potenza del sangue e della terra e alberi che vibrano dopo trecento anni con uomini che portano sulla schiena suoni creati scavando nel legno. Mi emoziono. Ci sono uomini che cercano e ricercano, dopo esser caduti a terra e nonostante la paura passata, vogliono ritentare.

 

Eccomi, tra due fuochi e questa leggerezza che…

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EVVIVA IL LUPO

E, come sempre,

a chi mi dice

“in bocca al lupo”

io rispondo

“evviva il lupo”

Evviva il lupo!Evviva il lupo!

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Musica sacra – Prima puntata

MadamaButterfly

Clic.
Omero rimase ancora per qualche istante con la cornetta appoggiata all’orecchio. Si stava chiedendo se quel breve suono meccanico l’avesse partorito la sua mente. Ormai l’elettronica aveva soppiantato quel poco che c’era di meccanico nei telefoni, non era possibile che la chiusura della comunicazione venisse ancora certificata da un “clic”. Forse, nella loro smania di riverniciare e rivendere i simulacri del passato, qualche programmatore aveva inserito in maniera digitalizzata quel suono antico.
Comunque il clic lo aveva udito, forte e chiaro, come una porta sbattuta.
Proprio questo aveva giusto fatto, aveva sbattuto un porta, in maniera figurata s’intende, ma l’impeto e la soddisfazione erano comparabili a un’azione fisica.
Per meglio comprendere le ragioni di tale stato d’animo sarebbe opportuno fare le presentazioni del caso e aggiungere, per sommi capi, qualche scampolo del suo passato.
Omero Dossena, classe 1959, laurea in… ecc. ecc., regista, sposato e divorziato, senza figli, nato in Italia ma residente a Linz da una decina d’anni.
Che la vita di chi fa parte del mondo dello spettacolo non sia tutta rose e fiori è cosa nota, e peggio ancora va a chi è in cerca della pura arte lungo i meandri di quella rutilante giostra.
Si può ben dire che fino ad allora per Omero c’erano state più spine che rose, anzi nemmeno rose, cicoria. La sua carriera di regista era costellata di grandi apprezzamenti artistici, citazioni di merito, incoraggiamenti e strette di mano, ma soddisfazioni professionali scarse.
In parte la colpa era sua, aveva sempre rifiutato ciò che riteneva commerciale in maniera sfacciata, e si era sempre dedicato a opere cinematografiche e teatrali di alte aspirazioni artistiche ma di modestissimo risultato al botteghino.
Non per questo era sceso a più miti consigli, anzi si vantava di aver sempre rifiutato ogni collaborazione con la televisione italiana, ambiente immondo e retrogrado secondo il suo metro di giudizio, oppure, Dio ce ne scampi, con il mondo della pubblicità.
Per anni gli avevano presentato delle occasioni che altri avrebbero considerate ghiotte, tutt’altro che disprezzabili anche dal punto di vista professionale, ma gli altri non sapevano, non potevano capire che la fonte di tanta munificenza era sempre anche il motivo del suo irrigidimento, e che questa possedeva un nome: Primo.
Un bel nome per un fratello maggiore, peccato che di mestiere, perché di mestiere si tratta, facesse il politico di lungo corso. Era più di vent’anni che scorrazzava in lungo e in largo per tutto l’emiciclo camerale, raggiunto dopo una spericolata gavetta passata a camminare sui cadaveri di nemici e amici, fino ad arrivare a essere nominato sottosegretario praticamente a vita, dato che il fiuto e l’esperienza gli permettevano di saltare ogni volta sul cavallo vincente.
Anche a Primo erano occorsi degli, diciamo così, incidenti di percorso per aver solcato acque torbide frequentate da tipi poco raccomandabili, mari insidiosi sui quali si avventurava a pescare il consenso con metodi ambigui, e così facendo si era guadagnato, oltre alla poltrona in Parlamento, il sospetto di collusioni inconfessabili, di adesione a patti di mutua assistenza con gruppi di potere insofferenti alle leggi dello Stato, ed era stato fatto oggetto di attenzioni da parte di varie Procure, indagini che comunque si arenarono sempre sulle secche di autotutela modellate dai suoi colleghi a salvaguardia dei sacri principi repubblicani che nessuno di loro mai rispettava.
Perché lui, bazzicando chi altri bazzicava, mano a mano era venuto a conoscenza degli scheletri che questi “altri” tenevano ben chiusi nei loro armadi assieme agli abiti da cerimonia, e mai mancò di far pesare sul piatto delle decisioni politiche questa sua particolare erudizione in modo che il piatto pendesse sempre in suo favore.
E proprio di questi favori egli tentò più volte di far partecipe anche il fratello Omero, dato che, tutto sommato, alla famiglia ci teneva, e pur non condividendo, anzi rinunciando proprio a comprendere le scelte sue scelte artistiche, trovava più che normale procurargli le giuste entrature per una brillante carriera nella televisione di stato.
Omero ricordava con disgusto ancora vivido quelle discussioni con dirigenti viscidi e untuosi, le raccomandazioni insistite, quasi delle paternali, gli irrinunciabili suggerimenti piovuti da un Olimpo più sacro di quello greco, i nomi comunque non detti ma comunque scolpiti negli sguardi deferenti, le praterie dell’immaginario spogliate di ogni bellezza e ridotte a un angiporto nel quale arrivavano dall’alto le richieste assurde in apparenza ma ben mirate nell’effetto voluto dal lanciatore, le strette di mano sudate e flaccide, i sorrisi di circostanza verso il fratello di, i saluti e gli immancabili ossequi, ai quali seguiva immancabile una sua telefonata all’augusto fratello.
– Io di marchette non ne faccio! Io sono un artista libero, e libero voglio restare! –
Al che Primo, senza scomporsi più di tanto, tornava a raccomandargli prudenza e un minimo di modestia. La conversazione telefonica prendeva toni più accesi quando Omero rinfacciava al fratello le sue amicizie equivoche, la sua dubbia moralità, l’attaccamento al denaro e il distacco da ogni forma di etica, dandogli, a seconda di dove si era accasasato Primo, del fascista, dello stalinista, del papista, del magnaccia, del reazionario, del capitalista, del voltagabbana, trattandolo come un appestato dal quale bisogna stare lontani per evitare l’immondo contagio, e ogni volta la comunicazione si chiudeva con gli usuali reciproci avvertimenti: la rovina, la prigione e l’ignominia per uno, la miseria, l’anonimato e l’infelicità per l’altro.
– La vedremo! – era l’ultima invariabile espressione di Omero prima di sbattere il ricevitore sulla forcella della base del telefono.
E ora, finalmente, avrebbe visto, ah se avrebbe visto, avrebbero visto tutti!

Segue…

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DISPERSIVA MENTE

Oggi splende il sole

Oggi
Amo la pioggia spessa uniforme continua e mai stanca.
Non amo chi occupa il mio spazio dentro i tuoi pensieri.
Amo il languore dalla gola allo stomaco che si specchia dentro le gocce d’acqua.
Non amo desiderare qualcosa da mordere e non trovarlo.
Amo affondare i denti nel petto e succhiare il tuo cuore.
Non amo farne un gomitolo e gettarlo dentro una pozzanghera.
Amo sentirmi un passero fradicio che osa volare.
Non amo la fragilità di un passero fradicio.
Amo il coraggio di espormi e sfidare il dolore.
Non amo l’incubo della notte.
Amo abbandonarmi al libero delirio della mente.
Non amo la noia.
Amo buttarmi nel buio per sentire paura.
Non amo buttare via così le parole.

Oggi
navigo dentro il mio egomondofobico.

Oggi
Concedo udienza.

Prego Signore si accomodi.
Non tema, può entrare ovunque.
Tutte le mie porte sono aperte.
Desidera una…

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Vivo perché

Gatto Atlantico

Siccome si avvicina la data del compleanno è tempo di bilanci. Poi lo si sa che io amo utilizzare degli anniversari per stabilire:

a che punto sono?

Ora non è più tempo di progetti per la vita – se mai ne ho fatti – e di sogni e di chimere.

Ora l’unica cosa che mi viene da chiedermi è: sono viva, vivo e lo si sa.

Ma perché vivo? Per cosa vivo? Per chi vivo?

Allora da un po’ di giorni, anche per vincere quegli attacchi di rancore e odio e di dolore che all’improvviso mi prendono oscurando il bello che comunque mi si sta per fortuna raccogliendo attorno (il fatto che non riesca ancora a sentirne i benefici effetti non mi nega la consapevolezza e la soddisfazione razionale) sono qui che faccio un nuovo elenco (anche gli elenchi – si è capito – mi piacciono: mettono in sicurezza, creano…

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