la statua della libertà

Gatto Atlantico

POST SENZA RILETTURA (Non ho tempo)

Ho talmente tanto da fare in questi giorni che se non faccio una pausa ogni tanto impazzisco.

Poi malgrado stia sempre meglio e mi senta più leggera ogni tanto si affaccia quel dolore quell’affronto che non riesco a scordare.

E l’odio – profondo – mi ritorna. E questo silenzio invece di farmi bene ora mi indigna. Ma d’altronde anche le parole mi indignano.

Solo l’idea che chi mi ha fatto tanto male cammini sorrida viva e magari sia serenamente felice mi ripugna.

Oggi pensavo con grande disagio personale perché non mi fa onore che non dimenticherò tutto questo e vivrò fino all’ultimo respiro per ricordare a questa persona di tanto in tanto che questo male rimane

anche se si riempirà di cose belle e buone azioni. E mai lo perdonerò. E che mi fa stare meglio l’idea che da me non gli arriverà mai…

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Musica sacra – Quinta puntata

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata

MadamaButterfly

Sì, il tipo con i baffoni spioventi lavorava alla rete. Ora che ci faceva caso lo vedeva spesso negli studi, ma non riusciva a capire quali fossero le sue funzioni. Notò che lo spilungone trattava il personale con molta familiarità, indifferentemente dalla mansione, dal livello, dall’età: pacche sulle spalle e strette di mano si sprecavano, con gli elettricisti, i cameraman, gli assistenti, insomma tutti quelli che non facevano direttamente parte dell’entourage del regista o del direttore di produzione.
Omero indagò con prudenza, tanto per sapere con chi aveva a che fare, ma non ne cavò molto: non era uno del sindacato, non era un piantagrane, non era uno sconosciuto ma poco si sapeva di lui, non era uno specialista e non aveva una mansione specifica, anche se non era un manovale; era uno, uno dei tanti, e già da tanto lavorava lì, a fare cosa non gli fu dato di sapere.
Pazienza, avrebbe sopportato anche questo; in fondo quel tipo se ne era uscito con una frase senza senso, e trovò inutile crucciarsi troppo per il delirio di un probabile mentecatto.
Fino al giorno delle prove luci.
Scomodare gli orchestrali per la taratura dell’illuminazione in sala e la scelta dei campi di ripresa sarebbe stato eccessivo, perciò stavano utilizzando delle comparse, tutte in abito scuro, e per rendere più verosimile quella sceneggiata le avevano fornite di sagome di cartone riproducenti i loro rispettivi strumenti di fila. Anche se non era la prima volta che assisteva a quella pantomima, a Omero scappò un sorriso: con i loro strumenti musicali di cartone dipinto stavano imitando le movenze degli orchestrali, sembravano dei bambini che si si perdono in un loro gioco meraviglioso e inaccessibile. Si trattò di un attimo di leggerezza, ma passò presto; c’era del lavoro da fare quel giorno, molto lavoro, e la riuscita delle riprese dipendeva dal perfetto equilibrio tra luce e colore, dettaglio e profondità, movimento e inquadratura.
Fu un calvario.
Omero aveva già seguito quelle operazioni come aiuto-regista, e all’epoca non gli erano parse molto impegnative. Invece, nella sua nuova veste di regista le stava trovando estremamente difficili, un rebus complicato del quale non intravvedeva la soluzione: più indicazioni dava e più la faccenda si ingarbugliava, e nessuna delle sue soluzioni tecniche sembrava sortire l’effetto voluto: chiedeva più luce in una zona e poi risultava che ce n’era troppa, la diminuiva e calava la notte in sala, non c’era verso di mettere a fuoco il dettaglio che voleva, le inquadrature larghe erano piatte, salvo diventare claustrofobiche se cercava di restringerle, i movimenti di macchina risultavano penosamente lenti o, al contrario, veloci in modo fastidioso. Niente funzionava bene, né la luce di riempimento, né la chiave, e della controluce meglio non parlarne, uscivano degli effetti da film dell’orrore di serie B; il colore poi, o era troppo morbido, una melassa, o troppo duro, tagliente come un coltello; le telecamere non rispondevano come avrebbero dovuto, e non capiva se era per imperizia dell’operatore o per un difetto tecnologico: sembravano tutte fuori fase, con uno strato di grasso sull’obiettivo e fissate in modo assai instabile sui loro supporti. Neanche le comunicazioni funzionavano a dovere: il suo interfono faceva le bizze, il personale riusciva a udire solamente metà delle sue indicazioni, e quando Omero le ripeteva e riusciva finalmente a passare la parte mancante del messaggio, quelli s’erano già scordati la metà precedente.
A un certo punto, in preda a ira, disperazione, sfiducia e autocommiserazione, sorse in lui il dubbio che forse era veramente un mediocre, un candidato al fallimento, e che sarebbe stato più onesto dimettersi da quell’incarico tanto superiore alle sue capacità, ammesso che esistessero, per rifugiarsi in un grigio anonimato a cullare l’intima vergogna del vinto.
Come se il suo stato d’animo gli si leggesse in faccia, proprio allora fu avvicinato dallo spilungone coi baffi. Omero non capì da dove fosse spuntato, un attimo prima non c’era, e ora se lo ritrovava davanti; ci rinunciò, aveva ben altri grattacapi che lo assillavano. Si scrutarono per qualche secondo lanciandosi mute domande, e fu il baffuto a rompere il silenzio, anche se a bassa voce – allora maestro, per quel quaranta per cento, che mi dice? -.
Di nuovo quella domanda criptica.
– Ma… il quaranta per cento di cosa? –
– Dei soldi, no? E non faccia finta di non capire, non attacca, lo vede da sé cosa sta succedendo. –
Omero capì, anche se continuava a non comprendere.
Capì che questi volevano una parte del suo ingaggio, anche se non comprendeva a che titolo.
Capì che lo stavano boicottando, anche se non comprendeva come riuscissero a essere tutti complici.
Capì che era un’estorsione bella e buona, anche se non comprendeva perché si dovessero sporcare per quei miseri quattro soldi che ne avrebbero ricavato.
Capì che era una pratica usuale, anche se non comprendeva come mai lui non ne avesse avvertito neanche il minimo sentore in passato.
Capì che, per riuscire a lavorare al suo bramato spettacolo, avrebbe capitolato, anche se non comprendeva come avrebbe potuto convivere con quell’inconfessabile cedimento alla vanità.
– Sta bene, il quaranta per cento. –
Lo spilungone non sorrise come sarebbe stato lecito aspettarsi, anzi chinò il capo in un fuggevole inchino, quasi un (ironico?) segno di rispetto, si avvicinò al microfono dell’interfono e pronunciò una sola parola: – ok -.
Da quell’istante tutto filò liscio come l’olio.

Segue…

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Magie

Gatto Atlantico

Una estate di corsa la mia. Mille impegni mille cose da gestire; allora mi sono detta: calma e gesso Betta, calma e Gesso! Devi riuscire a fare tutto. Perché tutto è da fare. Tutto è da gestire. Tutto è importante.

E tutto è anche bello.

Allora calma Betta, calma e Gesso: fermati, organizza, scandisci, dai il ritmo al tempo come in una piantagione di cotone.

Ma senza – per fortuna – catene ai piedi.

E così con calma sono uscita stamani da casa in questa via così larga affollata di signore con spese e carrelli, di tutte le età e poi le suore dentro le macchine perché le suore non dicono messa ma hanno tutte certi macchinoni che levate, e poi traffico autobus, motorini, rumore assordante gas di scarico furgoncini in sedicesima fila… e ancora donne con carrozzina donne con carrello donne con buste donne con ombrello, con lo smalto…

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Musica sacra – Quarta puntata

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata

MadamaButterfly

Il mattino dopo aveva quasi dimenticato quel dialogo poco piacevole, aiutato dal fatto che si trovava ad ascoltare le prove dell’orchestra. Ritrovarsi in quella sala da concerto nelle vesti di regista e non più di galoppino era un’esperienza nuova, anche se ormai era troppo vecchio per trovarla eccitante.
Per più di un paio d’ore se ne stette seduto in platea, ascoltando brevi spezzoni musicali interrotti ora da qualche colpo di bacchetta sul leggio, ora dalle urla del maestro che strapazzava tutt’altro che bonariamente gli orchestrali, salvo complimentarsi subito dopo per la loro bravura, un atteggiamento bipolare tipico degli artisti appassionati.
Omero non poteva fare altro, vietatissimo anche respirare, figuriamoci girare per il teatro, misurare le luci, provare delle inquadrature: il maestro era molto suscettibile e l’avrebbe fatto allontanare senza preavviso o spiegazione.
D’altronde lì doveva stare; aveva un appuntamento col direttore d’orchestra e questi non era andato oltre di un generico “in mattinata”, e perciò attese con pazienza una pausa delle prove. Niente pausa, il tedesco era uno stacanovista, o uno schiavista se preferite, e tenne gli orchestrali inchiodati ai loro posti fin quasi a mezzogiorno.
Quando vide i musicisti riporre i loro strumenti nelle custodie Omero pensò che fosse arrivato per lui il momento di avvicinarsi al palco, ma fu preceduto dal maestro che si girò e lo inquadrò con precisione in mezzo alla platea come se lo avesse tenuto d’occhio per tutto il tempo – Signor Dossena, prego, l’attendo nel mio ufficio -.
Dopo neanche cinque minuti Omero bussò alla porta dello studio del direttore. Per tutta la mattinata aveva mentalmente ripassato tutte le questioni che intendeva porre sul tavolo, i suggerimenti e le richieste, non escluso il permesso di utilizzare effetti speciali durante le riprese, e in quei cinque minuti spesi tra scalinate imponenti e corridoi echeggianti condensò il tutto in un bignamino di punti per lui ineludibili.
Fu il direttore stesso ad aprirgli la porta: erano soli; si aspettava di trovare anche qualche funzionario degli studi televisivi, un esperto di scenografie, e l’immancabile legale. Per esperienza sapeva che ogni progetto audiovisivo ha sempre molti padri, e non sempre, anzi quasi mai questi si trovano d’accordo: si discute, si obietta, si litiga, e inevitabilmente scatta la necessità di un parere legale a fronte di sdegnati rifiuti o di promesse non mantenute. Ora invece c’erano solo loro due, con un’unica scrivania in noce a dividerli.
Il maestro aprì un cassetto e ne estrasse un plico, parecchie pagine, che fece scivolare sul legno lucido verso Omero – Tenga, prego, questo è il programma del concerto. Mi raccomando la massima discrezione, nessuno deve sapere… -.
La faccenda da strana virò verso l’incomprensibile.
– Mi scusi maestro, io la ringrazio, ma il programma del concerto è noto già da qualche settimana. Non dico che sia pubblico, però io ho la copia di quanto concordato con la televisione e suppongo che sia… –
– Ah, lei parla di “quel” programma, ma, caro Dossena, questo è il “mio” programma e vi troverà tutto quello che le serve. Gradirei che lo leggesse con attenzione e che ne seguisse fedelmente le indicazioni. –
Omero prese tra le mai il fascicolo e cominciò a sfogliarlo a caso. Sulle prime non ci capì un granché: erano degli spartiti con un mucchio di minute annotazioni, sotto il pentagramma, a fianco, in calce, sembravano gli appunti che un musicista può aggiungere allo spartito per dare un tono personale o filologico durante l’esecuzione. Cercò di dare un senso a quelle postille, e comprese.
Sfogliò rapidamente e in silenzio il corposo incartamento, solamente per rendersi conto che tutto il programma era infarcito di annotazioni, dal prologo al bis; chiuse il fascicolo e tornò ad alzare lo sguardo verso il direttore d’orchestra che lo fissava con aria sorniona e palesemente soddisfatta – Bel lavoro vero? No, non occorre che mi ringrazi Dossena, è sempre un piacere per me aiutare il regista nel suo arduo compito di non far sfigurare le immagini al cospetto della musica. Le ho risparmiato un bel po’ di lavoro, non le pare? –
– Beh, sì, effettivamente… –
Omero era intimamente sconvolto: non gli aveva risparmiato un po’ di lavoro, gli aveva risparmiato “tutto” il lavoro. La sua mente ora era come vuota, spariti i suggerimenti, le domande, i dubbi, tutto schiacciato sotto il peso di quel fascicolo, un rullo compressore composto da centinaia di precise annotazioni. Riuscì ad articolare solo qualche frase smozzicata, l’ultima difesa del gladiatore ferito e indifeso che si appella alla capricciosa clemenza del cesare – Magari forse qualche modifica… ecco, si potrebbe vedere qua e là come… applicare il tutto in maniera più… più… originale, moderna… –
Il maestro gli puntò gli occhi addosso come se lo vedesse per la prima volta e gli apparisse estremamente bizzarro – Moderna? Cosa vuol dire moderna? Questa è musica eterna, non ha nessun bisogno di apparire moderna, sarà sempre attuale quando ciò che oggi è moderno sarà considerato un’anticaglia. Anche se non siamo in una cattedrale questa è comunque musica sacra, perciò le è dovuto, da parte di tutti e lei compreso, il massimo rispetto, non se lo scordi mai, non se lo scordi se le interessa far ancora parte di questa famiglia -.
Il messaggio giunse forte e chiaro al frastornato regista, il quale non potè che abbozzare delle scuse – No, forse mi sono espresso male, chiedo perdono. Farò certamente tesoro dei suoi suggerimenti, grazie -.
L’espressione del maestro si rischiarò e riprese la precedente bonomia – Bene, vedrà che assieme andremo verso un successo strepitoso, come gli anni passati. Ma ora basta parlare di lavoro. Se le va le offrirei volentieri uno schnapps alla frutta, viene dal Tirolo, o magari lei preferirebbe bere qualcosa di più “moderno”? Ah ah ah -.
– Grazie, ma devo proprio andare, sa… mi devo preparare bene per la trasmissione e ci sono ancora un’infinità di dettagli da definire. E poi devo studiarmi per bene questo fascicolo. –
– Bravo Dossena, bravo. Ma chi ha detto che gli italiani non amano il lavoro? Mi raccomando, il primo violino, non lo sopporto, si crede chissà chi, se potessi lo caccerei dall’orchestra, ma non si può, ha amici in alto. Ma lei, lei sì che può cancellarlo; me lo inquadri il meno possibile, me lo faccia sparire. –
Omero non ebbe nemmeno la forza di rispondere, si limitò a chinare il capo e a stringere la mano del maestro. Non fu un saluto, fu una resa. Dal foyer del teatro telefonò agli studi televisivi lamentando una leggera indisposizione, avvisandoli che quel pomeriggio sarebbe rimasto in albergo a riposare.
Solamente quando fu da solo nella sua camera trovò la forza per sfogliare con attenzione quel fascicolo, dalla prima fino all’ultima pagina. C’era tutto, dentro c’era tutto il concerto, pezzi, pause, effetti, tutto programmato nei minimi dettagli, comprese le inquadrature, come e quando visualizzare uno o più orchestrali, come e quando attirare l’attenzione dello spettatore su un dettaglio dello strumento, come e quando mettere in risalto la figura del direttore d’orchestra, come e quando dare importanza alla maestosità dell’assieme, come e quando passare dall’orchestra a un richiamo paesaggistico, come e quando sottolineare l’entusiasmo (compassato) del pubblico, come e quando fare il lavoro del regista, il “suo” lavoro, dannazione, un lavoro per il quale, fino a un’ora prima, aveva immaginato di avere la piena responsabilità e, con quella, la massima libertà.
Si sentì come un topo in trappola: tra lui, un emerito signor nessuno, e il “maestro”, un monumento vivente, era fin troppo chiaro con chi si sarebbe schierata la direzione televisiva se tra loro due fosse sorta qualche frizione, per non dire un contrasto. Sarebbe stato gentilmente estromesso con una scusa qualsiasi e avrebbe intascato i soldi della penale concordata per rottura unilaterale del contratto, quindi sarebbe ripiombato nel più nebbioso anonimato, e forse qualche funzionario più zelante degli altri avrebbe trovato il modo di mettergli i bastoni tra le ruote anche in futuro, stroncandogli ogni possibilità di carriera in quel paese.
Una parte di Omero era fremente d’ira, vogliosa come sempre di gridare allo scandalo, di buttare tutto all’aria pur di mantenere l’integrità morale della quale si faceva vanto, mentre l’altra consigliava prudenza, era più incline al compromesso, suggeriva che un piccolo sacrificio iniziale sarebbe stato ampiamente ripagato dal successo, e con quello sarebbe arrivato il potere di dare finalmente attuazione ai progetti artistici che gli stavano a cuore.
L’impavido combattè come un eroe romantico, già sicuro della sconfitta, e alla fine soccombette alle lusinghe del coniglio rimandando la sua rivincita a quando la sicura notorietà gli avrebbe finalmente consegnato la spada affilata che desiderava da sempre.
Anche quella sera saltò la cena, e del resto nello stato in cui era non se la sentiva di incontrare gente: non avrebbe sopportato le insulse chiacchiere di un altro ficcanaso; sentiva in bocca un gusto amaro, ma non riuscì a capire se si trattava una sensazione reale oppure se era la proiezione del suo umore; prese un sonnifero e se ne andò a letto; il suo ultimo pensiero prima di scivolare tra le braccia di Morfeo fu – spero di non sognare -.
La giornata seguente iniziò nel peggiore dei modi, con una lunga riunione alla sede della televisione: ore e ore di resoconti precisi e commenti prudenti, autocompiacimento e timore di sbagliare, mai un’obiezione, un acceso contraddittorio, una critica velenosa; gli sembrava di stare a un’assemblea di primi della classe, e lui aveva sempre odiato i primi della classe. Va detto che i funzionari notarono la sua aria depressa, ed equivocandone il motivo supposero che si sentisse escluso da quella enunciazione ininterrotta di elenchi, calendari, previsioni e rendiconti, perciò, con una gentilezza fuori dal comune, ogni tanto si preoccupavano di chiedere anche la sua opinione, ricevendone in cambio degli “Ottimo”, “Per me va bene”, “Nessun problema”, e cose del genere.
Finalmente dopo il pranzo fu lasciato libero di tornare allo studio televisivo, il suo regno, o per meglio dire il luogo dove fungeva da reggente, dove si parlava una lingua a lui nota, fatta di luce, di colore, di distanza, di tempo, di posizione, la lingua universale dei registi. Il suo umore si risollevò di qualche millimetro; certo, anche se era obbligato a seguire il canovaccio del maestro aveva ancora delle frecce al suo arco: il montaggio degli spezzoni esterni, le grandi carrellate, l’esaltazione degli ambienti, quello umano e quello architettonico. Per qualche minuto fu certo che tra lui e i suoi collaboratori ci sarebbe stata il massimo della sintonia; anche loro sicuramente erano stanchi di fare sempre le stesse cose sempre nello stesso modo, anche loro erano impazienti di operare qualche cambiamento; sì, lui poteva comprenderli, e loro avrebbero compreso il suo impeto innovativo; ne fu esaltato, per qualche minuto, fino al momento in cui, dopo un bussare appena accennato, si aprì la porta dello studio ed entrò un tipo alto, sulla quarantina, con dei baffoni spioventi. A Omero parve di averlo già visto da qualche parte, ma non ricordava dove; probabilmente era un operatore della rete, non aveva l’aria del giornalista, e neppure del musicista, almeno non di quella orchestra. Si guardò attorno: stranamente erano soli, quindi quel tipo cercava proprio lui.
– Dica? –
La risposta dello spilungone fu ancora più strana.
– Quaranta per certo a noi, come al solito. –
– Mi scusi, forse non ho capito, quaranta di che? –
Il tipo lo squadrò per qualche secondo prima di ripondere – non faccia il finto tonto con me, non attacca. Ci vediamo -, poi uscì.
Omero restò nuovamente solo nello studio con l’unica compagnia di un’immagine fuggevole e una richiesta incomprensibile. Temette di stare impazzendo, quindi desiderò di impazzire, giusto per liberarsi da quella situazione opprimente, infine optò per la pazzia del tipo coi baffi, un mitomane come minimo, e decise di ignorarlo. Però la sintonia mostrava le prime crepe…

Segue…

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Dieci motivi NON validi per fare figli

Chiare, fresche et dolci acque

 

Acqua dolce, comunissima acqua dolce, tutti ne facciamo uso, talvolta abuso.
Per la verità quasi nessuno la chiama così, in quanto ci si limita a definirla semplicemente “acqua”, presumendo che il suo contrario chimico, ovvero l’acqua salata, sia limitata all’ambiente marino, il che non è, ma questo è un altro discorso.
Sempre per la verità, anch’io non mi sono mai posto il problema semantico di questa definizione organolettica, prendendola come una convenzione buona a distinguere i pesci o per buttare la pasta.
Fino a qualche giorno fa quando, meglio tardi che mai, ho capito, e, come sempre, ho capito accidentalmente.
Per un caso del destino, ero rimasto senza dentifricio, perciò, tra la scelta di un alito da iena o di un rustico succedaneo della pasta dentifricia ho deciso per la seconda ipotesi, utilizzando il comunissimo bicarbonato di sodio.
Va bene, non farà tanta schiuma, non avrà l’effetto sbiancante, sterilizzante, lucidante, emolliente, rinfrescante, riparante, rinforzante, zincante, antiplacca, antitartaro, antinfiammatorio, antietà, antifumo, antigelo, non avrà l’aroma di menta, eucalipto, timo, salvia, aloe, frutta esotica, però funziona egualmente.
Ma non è di tutte le schifezze chimiche presenti nei dentifrici industriali che volevo parlarvi, bensì di cos’è l’acqua dolce.
Se volete saperlo anche voi non avete che da ripetere il mio esperimento, e scoprirete, sciacquandovi denti e palato dopo la spazzolatura, perché è un delitto che si sprechi, si insozzi e si tenga in così poco conto ciò che di meglio ci ha dato l’universo da bere (dopo il vino, ovviamente).
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