Musica sacra – Seconda puntata

Prima puntata

MadamaButterfly

Certo è che quell’ultima schermaglia telefonica con Primo fu praticamente un monologo di Omero, il quale colse l’occasione per dare sfogo a tutta l’amarezza repressa e ai sentimenti di rivalsa che covava da anni di vacche magre. La sua conclusione fu brusca in modo lapidario; praticamente non si salutarono nemmeno.
Ci si potrebbe chiedere quale evento avesse potuto generare una tale furia, così perentoria da bruciare tutti i ponti passati, presenti e futuri che l’influente fratello era in potere di lanciare. Ve lo dico io: fu un messaggio di posta elettronica.
Il mittente era uno sconosciuto funzionario della Österreichischer Rundfunk, la Televisione Austriaca, sede centrale di Vienna. Dopo la scrematura delle frasi di circostanza e dei preamboli, ciò che ne rimaneva era una convocazione per valutare la sua disponibilità a curare la regia di un evento televisivo di portata internazionale. Per Omero questo parve già troppo bello per essere vero, ma quando, giunto quasi alla fine del messaggio, gli fu svelato che genere di evento gli stavano proponendo di dirigere fu lì lì per sentirsi svenire; il cuore comunque gli mancò un colpo: era un concerto, anzi era “quel” concerto.
Due giorni dopo, roso dal tardivo dubbio che si trattasse di uno scherzo particolarmente perfido, oppure di uno spiacevole equivoco, se ne stava seduto su una scomoda poltrona in un asettico ufficio della televisione, solamente per scoprire alla fine che invece era tutto vero, volevano proprio lui come regista, era stato fatto espressamente il suo nome. Ma da chi? Era forse possibile che la longa manus di Primo fosse riuscita a varcare le Alpi? No, non era possibile, sarebbe stato troppo, sarebbe stata una persecuzione.
La storia è presto detta. C’era un regista, uno famoso, uno che da anni curava quell’evento, ma purtroppo alcuni recenti problemi di salute, sperabilmente passeggeri, gli consigliavano moderazione negli impegni, e tra questi il concerto era tra i più gravosi, ragion per cui era stato costretto ad abbandonare, gettando nello sconforto, se non addirittura nel panico, gli organizzatori dell’evento dato che mancava poco più di un mese all’avvenimento.
Quando al regista fu chiesto di indicare una rosa di nomi in grado di supplire alla sua assenza, egli ne fece solamente uno, quello di Omero Dossena, il quale era stato per qualche edizione del concerto uno dei suoi aiuto.
Da quella precisa indicazione nacque il messaggio di posta elettronica che scatenò la sorpresa e l’esultanza di Omero, nonché fu il movente della sua tempestosa telefonata.
Qualche giorno dopo, preso alloggio in un albergo di Vienna, si mise al lavoro di buona lena, cercando di mascherare l’emozione con un’espressione di professionale distacco. Per anni aveva osservato, quasi spiato, gli atteggiamenti, le espressioni, il modo di agire di registi molto più famosi di lui, e adesso era il momento di fare tesoro di tanto oscuro operare.
Ma le sorprese non erano finite.
Una sera, giunto in albergo, trovò ad attenderlo una lettera. Gli fece un effetto strano in un mondo di comunicazioni istantanee, di messaggi elettronici, di chiacchiericcio multimediale, una busta non affrancata consegnata a mano, più adatta al teatro del ‘700 che al secolo presente. Comunque la prese e salì in camera per leggerla: era del vecchio regista e, manco a dirlo, era vergata a mano.
Cominciava con i soliti convenevoli, i saluti, i complimenti, eccetera, ma quando il testo riandò alle loro passate collaborazioni Omero fu colpito dalla piega inattesa di alcune osservazioni – … lei non è stato il migliore dei miei aiuto-registi, avrei potuto segnalare altri professionisti più degni di lei, ma posso affermare che è stato l’unico a criticare più o meno apertamente alcuni aspetti della mia regia, e perciò, oltre a riconoscere la sua onestà intellettuale, ho voluto offrirle l’occasione di dimostrarmi che saprà fare meglio di me. Se ciò avvenisse, e qui la pregherei di non interpretare le parole che seguiranno come una sfida oppure una manifestazione di superbia, ne sarei sorpreso, e non posso dire piacevolmente sorpreso unicamente perché sarebbe per me, solamente per me, la dolorosa dimostrazione di una mia debolezza. Non si dia la pena di ringraziarmi per questa opportunità che le ho offerto, non vado in cerca di alcuna forma di riconoscenza o tributo giacché, se la salute me lo avesse consentito, mai e poi mai avrei passato la mano a qualcun altro; noi artisti siamo massimanente egoisti, lei dovrebbe saperlo. Ritengo però che almeno un favore me lo dovrebbe concedere, quello cioè di non rivelare mai a nessuno le motivazioni che costituiranno il fil rouge dello spettacolo che si appresta a curare, cosa e come ha scelto di trasmettere al mondo intero: se le tenga per sé. Anche se adesso questa preghiera le appare oscura, forse persino assurda e non ne comprende il senso, le assicuro che al momento opportuno lei capirà.
La lettera proseguiva poi con alcune frasi di incoraggiamento, un aneddoto buffo, e terminava con gli immancabili auguri di buon lavoro.
Omero ripiegò il foglio di carta, lo rimise con delicatezza nella busta, infilò il tutto nel cassetto del comodino, si tolse le scarpe e si sdraiò su letto a riflettere.
C’era del vero in quelle parole; più di qualche volta aveva espresso dei commenti poco lusinghieri, e forse qualcuno di questi apprezzamenti era stato riportato, o persino udito da chi era meglio che non udisse; maledì la sua linguaccia – chi era lui per criticare quel grande regista? -; però se non fosse stato per il suo atteggiamento critico, magari il vecchio regista non lo avrebbe favorito in maniera così esplicita. L’ego di Omero era stato ferito dalla rivelazione che altri aiuto-registi erano considerati più bravi di lui – quanti? Uno, due, tutti? -, ma ciò era uno sprone ulteriore per dimostrare che si sbagliavano di grosso, tutti quanti.
Aveva sempre trovato vagamente stucchevole la rappresentazione di quel concerto: le stesse inquadrature in campo lungo, le carrellate sulle decorazioni floreali, i close up di alcuni strumenti, le inquadrature dall’alto dei musicisti, la mezza figura del direttore, gli inserti bucolici, i primissimi piani in platea o nell’orchestra, inspiegabili, quasi a casaccio, alternati a campi lunghissimi, tutto molto estetico per un pubblico estatico, uno spettacolo gradevole, ma privo della minima tensione espressiva.
Dopo aver letto quelle righe giurò a sé stesso che la regia di Omero Dossena avrebbe segnato una svolta, e dopo niente più sarebbe potuto rimanere uguale.
Sapeva già come muoversi, anzi le idee nuove si accavallavano le une sulle altre e faceva fatica persino a tenerne il segno: inquadrature dinamiche, zoom e carrello assieme, microcamere wireless piazzate su alcuni strumenti per osservare il gioco delle dita, delle corde, degli archi, un sensore sul volto del direttore per puntare la camera nella stessa direzione del suo sguardo, per portare il pubblico a vedere ciò che lui vede, un silenziosissimo drone per le inquadrature a piombo o a volo d’uccello, la cattura dei soggetti più strani, la scarpa di uno strumentista che batte il tempo con un piede, la mano che gira la pagina dello spartito, la tensione e il sudore dei musicisti, qualcuno del pubblico che ha un atteggiamento interessante, o magari è distratto. E poi basta con le solite riprese agiografiche, le cartoline, l’evocazione dei fantasmi di un tempo che fu: avrebbe mostrato la Vienna di oggi, caotica, frenetica, multietnica, venduta, col suo fiume che non è più blu, sempre ammesso che un dì lo fosse stato.
Finalmente è sulla sua poltrona di regista, ascolta la musica e osserva i monitor attorno a sé: un violino, il volto del direttore, un fiore, un capitello, uno spettatore elegante, un affresco, un tram, una fila di clarinettisti, una donna che cammina frettolosa, il volto del direttore, un palazzo in costruzione, uno spartito, uno spettatore elegante, il volto del direttore, il volto dello spettatore elegante, il volto della donna, il volto dei clarinettisti, il volto del tranviere, tutti lo fissano, le loro bocche aperte sembrano dirgli qualcosa che lui non riesce a sentire, forse gli urlano “bravo, bravo!”; l’orchestra suona da sola ormai, non più valzer e polke, ma una serie di motivetti pubblicitari; su tutti i monitor ci sono volti che lo guardano, adirati adesso, tranne uno, quello del vecchio regista che ride, lo fissa e ride, ride; d’un tratto si apre la porta della cabina di regia ed entrano tutti, sono tantissimi e ridono tutti, ridono di lui, e vorrebbe farli uscire, lui ha un lavoro da fare che lo renderà famoso, e questi stanno rovinando tutto, andate via, via, via!
Stava urlando l’ultimo “via!” quando si svegliò sconvolto e sudato.

Continua a leggere…

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11 risposte a "Musica sacra – Seconda puntata"

  1. Complimenti, leggo spesso i suoi post, ma commento raramente. Davvero piacevole questo racconto a puntate, molto scorrevole nella lettura e ricco di colpi di scena, immagino ne arriveranno molti altri, prima di un finale che mi prefiguro scoppiettante.

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  2. affascinante la descrizione del lavoro di regia, la contrapposizione tra quella tradizionale e quella innovativa che ha in mente Omero. Il ritmo narrativo si è velocizzato nella descrizione di quello che non subito si comprende sia un sogno.
    ml

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