Musica sacra – Quarta puntata

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MadamaButterfly

Il mattino dopo aveva quasi dimenticato quel dialogo poco piacevole, aiutato dal fatto che si trovava ad ascoltare le prove dell’orchestra. Ritrovarsi in quella sala da concerto nelle vesti di regista e non più di galoppino era un’esperienza nuova, anche se ormai era troppo vecchio per trovarla eccitante.
Per più di un paio d’ore se ne stette seduto in platea, ascoltando brevi spezzoni musicali interrotti ora da qualche colpo di bacchetta sul leggio, ora dalle urla del maestro che strapazzava tutt’altro che bonariamente gli orchestrali, salvo complimentarsi subito dopo per la loro bravura, un atteggiamento bipolare tipico degli artisti appassionati.
Omero non poteva fare altro, vietatissimo anche respirare, figuriamoci girare per il teatro, misurare le luci, provare delle inquadrature: il maestro era molto suscettibile e l’avrebbe fatto allontanare senza preavviso o spiegazione.
D’altronde lì doveva stare; aveva un appuntamento col direttore d’orchestra e questi non era andato oltre di un generico “in mattinata”, e perciò attese con pazienza una pausa delle prove. Niente pausa, il tedesco era uno stacanovista, o uno schiavista se preferite, e tenne gli orchestrali inchiodati ai loro posti fin quasi a mezzogiorno.
Quando vide i musicisti riporre i loro strumenti nelle custodie Omero pensò che fosse arrivato per lui il momento di avvicinarsi al palco, ma fu preceduto dal maestro che si girò e lo inquadrò con precisione in mezzo alla platea come se lo avesse tenuto d’occhio per tutto il tempo – Signor Dossena, prego, l’attendo nel mio ufficio -.
Dopo neanche cinque minuti Omero bussò alla porta dello studio del direttore. Per tutta la mattinata aveva mentalmente ripassato tutte le questioni che intendeva porre sul tavolo, i suggerimenti e le richieste, non escluso il permesso di utilizzare effetti speciali durante le riprese, e in quei cinque minuti spesi tra scalinate imponenti e corridoi echeggianti condensò il tutto in un bignamino di punti per lui ineludibili.
Fu il direttore stesso ad aprirgli la porta: erano soli; si aspettava di trovare anche qualche funzionario degli studi televisivi, un esperto di scenografie, e l’immancabile legale. Per esperienza sapeva che ogni progetto audiovisivo ha sempre molti padri, e non sempre, anzi quasi mai questi si trovano d’accordo: si discute, si obietta, si litiga, e inevitabilmente scatta la necessità di un parere legale a fronte di sdegnati rifiuti o di promesse non mantenute. Ora invece c’erano solo loro due, con un’unica scrivania in noce a dividerli.
Il maestro aprì un cassetto e ne estrasse un plico, parecchie pagine, che fece scivolare sul legno lucido verso Omero – Tenga, prego, questo è il programma del concerto. Mi raccomando la massima discrezione, nessuno deve sapere… -.
La faccenda da strana virò verso l’incomprensibile.
– Mi scusi maestro, io la ringrazio, ma il programma del concerto è noto già da qualche settimana. Non dico che sia pubblico, però io ho la copia di quanto concordato con la televisione e suppongo che sia… –
– Ah, lei parla di “quel” programma, ma, caro Dossena, questo è il “mio” programma e vi troverà tutto quello che le serve. Gradirei che lo leggesse con attenzione e che ne seguisse fedelmente le indicazioni. –
Omero prese tra le mai il fascicolo e cominciò a sfogliarlo a caso. Sulle prime non ci capì un granché: erano degli spartiti con un mucchio di minute annotazioni, sotto il pentagramma, a fianco, in calce, sembravano gli appunti che un musicista può aggiungere allo spartito per dare un tono personale o filologico durante l’esecuzione. Cercò di dare un senso a quelle postille, e comprese.
Sfogliò rapidamente e in silenzio il corposo incartamento, solamente per rendersi conto che tutto il programma era infarcito di annotazioni, dal prologo al bis; chiuse il fascicolo e tornò ad alzare lo sguardo verso il direttore d’orchestra che lo fissava con aria sorniona e palesemente soddisfatta – Bel lavoro vero? No, non occorre che mi ringrazi Dossena, è sempre un piacere per me aiutare il regista nel suo arduo compito di non far sfigurare le immagini al cospetto della musica. Le ho risparmiato un bel po’ di lavoro, non le pare? –
– Beh, sì, effettivamente… –
Omero era intimamente sconvolto: non gli aveva risparmiato un po’ di lavoro, gli aveva risparmiato “tutto” il lavoro. La sua mente ora era come vuota, spariti i suggerimenti, le domande, i dubbi, tutto schiacciato sotto il peso di quel fascicolo, un rullo compressore composto da centinaia di precise annotazioni. Riuscì ad articolare solo qualche frase smozzicata, l’ultima difesa del gladiatore ferito e indifeso che si appella alla capricciosa clemenza del cesare – Magari forse qualche modifica… ecco, si potrebbe vedere qua e là come… applicare il tutto in maniera più… più… originale, moderna… –
Il maestro gli puntò gli occhi addosso come se lo vedesse per la prima volta e gli apparisse estremamente bizzarro – Moderna? Cosa vuol dire moderna? Questa è musica eterna, non ha nessun bisogno di apparire moderna, sarà sempre attuale quando ciò che oggi è moderno sarà considerato un’anticaglia. Anche se non siamo in una cattedrale questa è comunque musica sacra, perciò le è dovuto, da parte di tutti e lei compreso, il massimo rispetto, non se lo scordi mai, non se lo scordi se le interessa far ancora parte di questa famiglia -.
Il messaggio giunse forte e chiaro al frastornato regista, il quale non potè che abbozzare delle scuse – No, forse mi sono espresso male, chiedo perdono. Farò certamente tesoro dei suoi suggerimenti, grazie -.
L’espressione del maestro si rischiarò e riprese la precedente bonomia – Bene, vedrà che assieme andremo verso un successo strepitoso, come gli anni passati. Ma ora basta parlare di lavoro. Se le va le offrirei volentieri uno schnapps alla frutta, viene dal Tirolo, o magari lei preferirebbe bere qualcosa di più “moderno”? Ah ah ah -.
– Grazie, ma devo proprio andare, sa… mi devo preparare bene per la trasmissione e ci sono ancora un’infinità di dettagli da definire. E poi devo studiarmi per bene questo fascicolo. –
– Bravo Dossena, bravo. Ma chi ha detto che gli italiani non amano il lavoro? Mi raccomando, il primo violino, non lo sopporto, si crede chissà chi, se potessi lo caccerei dall’orchestra, ma non si può, ha amici in alto. Ma lei, lei sì che può cancellarlo; me lo inquadri il meno possibile, me lo faccia sparire. –
Omero non ebbe nemmeno la forza di rispondere, si limitò a chinare il capo e a stringere la mano del maestro. Non fu un saluto, fu una resa. Dal foyer del teatro telefonò agli studi televisivi lamentando una leggera indisposizione, avvisandoli che quel pomeriggio sarebbe rimasto in albergo a riposare.
Solamente quando fu da solo nella sua camera trovò la forza per sfogliare con attenzione quel fascicolo, dalla prima fino all’ultima pagina. C’era tutto, dentro c’era tutto il concerto, pezzi, pause, effetti, tutto programmato nei minimi dettagli, comprese le inquadrature, come e quando visualizzare uno o più orchestrali, come e quando attirare l’attenzione dello spettatore su un dettaglio dello strumento, come e quando mettere in risalto la figura del direttore d’orchestra, come e quando dare importanza alla maestosità dell’assieme, come e quando passare dall’orchestra a un richiamo paesaggistico, come e quando sottolineare l’entusiasmo (compassato) del pubblico, come e quando fare il lavoro del regista, il “suo” lavoro, dannazione, un lavoro per il quale, fino a un’ora prima, aveva immaginato di avere la piena responsabilità e, con quella, la massima libertà.
Si sentì come un topo in trappola: tra lui, un emerito signor nessuno, e il “maestro”, un monumento vivente, era fin troppo chiaro con chi si sarebbe schierata la direzione televisiva se tra loro due fosse sorta qualche frizione, per non dire un contrasto. Sarebbe stato gentilmente estromesso con una scusa qualsiasi e avrebbe intascato i soldi della penale concordata per rottura unilaterale del contratto, quindi sarebbe ripiombato nel più nebbioso anonimato, e forse qualche funzionario più zelante degli altri avrebbe trovato il modo di mettergli i bastoni tra le ruote anche in futuro, stroncandogli ogni possibilità di carriera in quel paese.
Una parte di Omero era fremente d’ira, vogliosa come sempre di gridare allo scandalo, di buttare tutto all’aria pur di mantenere l’integrità morale della quale si faceva vanto, mentre l’altra consigliava prudenza, era più incline al compromesso, suggeriva che un piccolo sacrificio iniziale sarebbe stato ampiamente ripagato dal successo, e con quello sarebbe arrivato il potere di dare finalmente attuazione ai progetti artistici che gli stavano a cuore.
L’impavido combattè come un eroe romantico, già sicuro della sconfitta, e alla fine soccombette alle lusinghe del coniglio rimandando la sua rivincita a quando la sicura notorietà gli avrebbe finalmente consegnato la spada affilata che desiderava da sempre.
Anche quella sera saltò la cena, e del resto nello stato in cui era non se la sentiva di incontrare gente: non avrebbe sopportato le insulse chiacchiere di un altro ficcanaso; sentiva in bocca un gusto amaro, ma non riuscì a capire se si trattava una sensazione reale oppure se era la proiezione del suo umore; prese un sonnifero e se ne andò a letto; il suo ultimo pensiero prima di scivolare tra le braccia di Morfeo fu – spero di non sognare -.
La giornata seguente iniziò nel peggiore dei modi, con una lunga riunione alla sede della televisione: ore e ore di resoconti precisi e commenti prudenti, autocompiacimento e timore di sbagliare, mai un’obiezione, un acceso contraddittorio, una critica velenosa; gli sembrava di stare a un’assemblea di primi della classe, e lui aveva sempre odiato i primi della classe. Va detto che i funzionari notarono la sua aria depressa, ed equivocandone il motivo supposero che si sentisse escluso da quella enunciazione ininterrotta di elenchi, calendari, previsioni e rendiconti, perciò, con una gentilezza fuori dal comune, ogni tanto si preoccupavano di chiedere anche la sua opinione, ricevendone in cambio degli “Ottimo”, “Per me va bene”, “Nessun problema”, e cose del genere.
Finalmente dopo il pranzo fu lasciato libero di tornare allo studio televisivo, il suo regno, o per meglio dire il luogo dove fungeva da reggente, dove si parlava una lingua a lui nota, fatta di luce, di colore, di distanza, di tempo, di posizione, la lingua universale dei registi. Il suo umore si risollevò di qualche millimetro; certo, anche se era obbligato a seguire il canovaccio del maestro aveva ancora delle frecce al suo arco: il montaggio degli spezzoni esterni, le grandi carrellate, l’esaltazione degli ambienti, quello umano e quello architettonico. Per qualche minuto fu certo che tra lui e i suoi collaboratori ci sarebbe stata il massimo della sintonia; anche loro sicuramente erano stanchi di fare sempre le stesse cose sempre nello stesso modo, anche loro erano impazienti di operare qualche cambiamento; sì, lui poteva comprenderli, e loro avrebbero compreso il suo impeto innovativo; ne fu esaltato, per qualche minuto, fino al momento in cui, dopo un bussare appena accennato, si aprì la porta dello studio ed entrò un tipo alto, sulla quarantina, con dei baffoni spioventi. A Omero parve di averlo già visto da qualche parte, ma non ricordava dove; probabilmente era un operatore della rete, non aveva l’aria del giornalista, e neppure del musicista, almeno non di quella orchestra. Si guardò attorno: stranamente erano soli, quindi quel tipo cercava proprio lui.
– Dica? –
La risposta dello spilungone fu ancora più strana.
– Quaranta per certo a noi, come al solito. –
– Mi scusi, forse non ho capito, quaranta di che? –
Il tipo lo squadrò per qualche secondo prima di ripondere – non faccia il finto tonto con me, non attacca. Ci vediamo -, poi uscì.
Omero restò nuovamente solo nello studio con l’unica compagnia di un’immagine fuggevole e una richiesta incomprensibile. Temette di stare impazzendo, quindi desiderò di impazzire, giusto per liberarsi da quella situazione opprimente, infine optò per la pazzia del tipo coi baffi, un mitomane come minimo, e decise di ignorarlo. Però la sintonia mostrava le prime crepe…

Segue…

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5 Risposte to “Musica sacra – Quarta puntata”

  1. Musica sacra – Quinta puntata | My3Place Says:

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  2. Musica sacra – Sesta puntata | My3Place Says:

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  3. Musica sacra – Settima puntata | My3Place Says:

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  4. Musica sacra – Terza puntata | My3Place Says:

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  5. Musica sacra – Ottava puntata | My3Place Says:

    […] puntata Seconda puntata Terza puntata Quarta puntata Quinta puntata Sesta […]

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