Musica sacra – Quinta puntata

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MadamaButterfly

Sì, il tipo con i baffoni spioventi lavorava alla rete. Ora che ci faceva caso lo vedeva spesso negli studi, ma non riusciva a capire quali fossero le sue funzioni. Notò che lo spilungone trattava il personale con molta familiarità, indifferentemente dalla mansione, dal livello, dall’età: pacche sulle spalle e strette di mano si sprecavano, con gli elettricisti, i cameraman, gli assistenti, insomma tutti quelli che non facevano direttamente parte dell’entourage del regista o del direttore di produzione.
Omero indagò con prudenza, tanto per sapere con chi aveva a che fare, ma non ne cavò molto: non era uno del sindacato, non era un piantagrane, non era uno sconosciuto ma poco si sapeva di lui, non era uno specialista e non aveva una mansione specifica, anche se non era un manovale; era uno, uno dei tanti, e già da tanto lavorava lì, a fare cosa non gli fu dato di sapere.
Pazienza, avrebbe sopportato anche questo; in fondo quel tipo se ne era uscito con una frase senza senso, e trovò inutile crucciarsi troppo per il delirio di un probabile mentecatto.
Fino al giorno delle prove luci.
Scomodare gli orchestrali per la taratura dell’illuminazione in sala e la scelta dei campi di ripresa sarebbe stato eccessivo, perciò stavano utilizzando delle comparse, tutte in abito scuro, e per rendere più verosimile quella sceneggiata le avevano fornite di sagome di cartone riproducenti i loro rispettivi strumenti di fila. Anche se non era la prima volta che assisteva a quella pantomima, a Omero scappò un sorriso: con i loro strumenti musicali di cartone dipinto stavano imitando le movenze degli orchestrali, sembravano dei bambini che si si perdono in un loro gioco meraviglioso e inaccessibile. Si trattò di un attimo di leggerezza, ma passò presto; c’era del lavoro da fare quel giorno, molto lavoro, e la riuscita delle riprese dipendeva dal perfetto equilibrio tra luce e colore, dettaglio e profondità, movimento e inquadratura.
Fu un calvario.
Omero aveva già seguito quelle operazioni come aiuto-regista, e all’epoca non gli erano parse molto impegnative. Invece, nella sua nuova veste di regista le stava trovando estremamente difficili, un rebus complicato del quale non intravvedeva la soluzione: più indicazioni dava e più la faccenda si ingarbugliava, e nessuna delle sue soluzioni tecniche sembrava sortire l’effetto voluto: chiedeva più luce in una zona e poi risultava che ce n’era troppa, la diminuiva e calava la notte in sala, non c’era verso di mettere a fuoco il dettaglio che voleva, le inquadrature larghe erano piatte, salvo diventare claustrofobiche se cercava di restringerle, i movimenti di macchina risultavano penosamente lenti o, al contrario, veloci in modo fastidioso. Niente funzionava bene, né la luce di riempimento, né la chiave, e della controluce meglio non parlarne, uscivano degli effetti da film dell’orrore di serie B; il colore poi, o era troppo morbido, una melassa, o troppo duro, tagliente come un coltello; le telecamere non rispondevano come avrebbero dovuto, e non capiva se era per imperizia dell’operatore o per un difetto tecnologico: sembravano tutte fuori fase, con uno strato di grasso sull’obiettivo e fissate in modo assai instabile sui loro supporti. Neanche le comunicazioni funzionavano a dovere: il suo interfono faceva le bizze, il personale riusciva a udire solamente metà delle sue indicazioni, e quando Omero le ripeteva e riusciva finalmente a passare la parte mancante del messaggio, quelli s’erano già scordati la metà precedente.
A un certo punto, in preda a ira, disperazione, sfiducia e autocommiserazione, sorse in lui il dubbio che forse era veramente un mediocre, un candidato al fallimento, e che sarebbe stato più onesto dimettersi da quell’incarico tanto superiore alle sue capacità, ammesso che esistessero, per rifugiarsi in un grigio anonimato a cullare l’intima vergogna del vinto.
Come se il suo stato d’animo gli si leggesse in faccia, proprio allora fu avvicinato dallo spilungone coi baffi. Omero non capì da dove fosse spuntato, un attimo prima non c’era, e ora se lo ritrovava davanti; ci rinunciò, aveva ben altri grattacapi che lo assillavano. Si scrutarono per qualche secondo lanciandosi mute domande, e fu il baffuto a rompere il silenzio, anche se a bassa voce – allora maestro, per quel quaranta per cento, che mi dice? -.
Di nuovo quella domanda criptica.
– Ma… il quaranta per cento di cosa? –
– Dei soldi, no? E non faccia finta di non capire, non attacca, lo vede da sé cosa sta succedendo. –
Omero capì, anche se continuava a non comprendere.
Capì che questi volevano una parte del suo ingaggio, anche se non comprendeva a che titolo.
Capì che lo stavano boicottando, anche se non comprendeva come riuscissero a essere tutti complici.
Capì che era un’estorsione bella e buona, anche se non comprendeva perché si dovessero sporcare per quei miseri quattro soldi che ne avrebbero ricavato.
Capì che era una pratica usuale, anche se non comprendeva come mai lui non ne avesse avvertito neanche il minimo sentore in passato.
Capì che, per riuscire a lavorare al suo bramato spettacolo, avrebbe capitolato, anche se non comprendeva come avrebbe potuto convivere con quell’inconfessabile cedimento alla vanità.
– Sta bene, il quaranta per cento. –
Lo spilungone non sorrise come sarebbe stato lecito aspettarsi, anzi chinò il capo in un fuggevole inchino, quasi un (ironico?) segno di rispetto, si avvicinò al microfono dell’interfono e pronunciò una sola parola: – ok -.
Da quell’istante tutto filò liscio come l’olio.

Segue…

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