Musica sacra – Ottava puntata

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata
Quinta puntata
Sesta puntata
Settima puntata

MadamaButterfly

Bene, era quasi fatta, mancava solo un giorno all’evento, e ormai non c’era più molto da fare per Omero; aveva consegnato le sue istruzioni a tutti gli operatori, le attrezzature erano state sistemate e collaudate, e ormai aveva mandato a memoria il programma dell’indomani, cercando a ogni ripasso di scovare qualche sbavatura da limare. Si sentiva nello stesso stato d’animo di uno studente che si è preparato con diligenza per un esame difficile: sicuro di sé come persona e confidente nella padronanza culturale, ma timoroso comunque di incappare per malasorte in una domanda insidiosa, un trabocchetto capace di farlo impappinare. Ripensò per un attimo alle sacrosante parole di Eduardo De Filippo: gli esami non finiscono mai.
Al mattino avrebbe tenuto un ultimo briefing con i suoi collaboratori, e quindi ognuno di loro avrebbe raggiunto le rispettive postazioni. Perciò Omero si aggirava per il teatro scrutando il campo di battaglia il giorno precedente allo scontro, un po’ per dare coraggio alle truppe, un po’ per dare coraggio a sé stesso, un po’ per niente.
Stava appunto assistendo alla scrupolosa sistemazione dei leggii quando sentì alle sue spalle un leggero colpo di tosse che lo fece voltare. Un tipo strano se ne stava stravaccato su una poltroncina a un paio di metri da lui. Sul momento non capì perché a una prima occhiata lo trovasse strano, ma poi osservandolo meglio si avvide che era, come dire, fuori luogo. Abituato ormai com’era ai modi compassati viennesi, e specialmente di quella fetta di Vienna, l’approccio di quell’uomo di età indefinita tra i trenta e i cinquant’anni gli suonò vagamente sgradevole, e anche il suo tedesco era grossolano, poco più che scolastico.
– Ah caro Signor Dossena, la trovo finalmente! Felice di fare la sua conoscenza! –
Omero non se la sentì di condividere questo entusiasmo e si pose sulla difensiva, inoltre lo sconosciuto s’era alzato rumorosamente per stringergli la mano e aveva palesato il suo abbigliamento senza dubbio costoso ma privo di eleganza propria e male assortito.
– Chi è lei scusi, e cosa vuole da me? –
Senza smettere per un attimo la sua espressione sorridente il tipo si presentò come l’agente di una famosa donna dello spettacolo; egli non poteva farne il nome in quanto si temeva che questo trapelasse prima del concerto, e la sua cliente non desiderava farsi strada in mezzo a due ali di fan.
Giusto per curiosità Omero volle sapere quanto famosa fosse questa attrice.
L’agente dal sorriso imbalsamato gli fece l’occhiolino – è una delle star di Hollywood, appena la vedrà la riconoscerà, non tema -.
Era proprio quello che invece Omero temeva, una di quelle divette scialbe per film banali destinati a un pubblico senza gusto. Per pura cortesia si astenne dal manifestare la sua sferzante opinione sul cinema commerciale d’oltreoceano, e si limitò a una gelida impassibilità.
– Va bene, buon per lei, ma non vedo come ciò possa interessarmi. –
– A lei no, questo è certo, ma a noi sì, mi creda. –
– A voi, a voi chi? –
– Alla mia cliente e al network che l’ha sotto contratto, grazie a me è chiaro. –
A Omero la questione non pareva chiara per niente, e fu l’agente a doverlo introdurre nei meccanismi infernali del marketing cinematografico. I curatori dell’immagine di quell’attrice avevano la necessità di dare una svolta alla di lei carriera, di farla emergere da un mare di colleghe altrettanto affamate di successo; da come ne parlava il tipo pareva che un branco di piraña al confronto fosse una pia istituzione di carità. Scartata l’avvenenza per eccesso di concorrenza giovanile, cassate le ipotesi di far leva sulla compassione grazie a bambini adottati in massa o diagnosi di malattie mortali scampate all’ultimo istante, poco credibile l’invenzione di una crisi mistica, ormai inflazionati i rami ecologia e pace nel mondo, fuori moda il tentativo di suicidio, se n’erano saltati fuori con una cosa che negli Stati Uniti fa sempre molto effetto, a patto che non se ne abusi: la cultura.
Da qualche mese un abituale visitatore di musei poteva avere la, chiamiamola così, “fortuna” di incocciare questa diva americana, vederla avanzare lungo le gallerie mentre ammira attraverso gli occhialoni scuri opere immortali, cercando essa stessa di farsi immortalare dai fotografi ingaggiati dal network; in pratica erano come due universi paralleli e incompatibili che si sfiorassero per un momento, il primo, quello dei normali visitatori che in genere ignoravano chi fosse quella invadente figura che rompeva col secco rumore del tacco dodici la pace di quelle auguste sale, il secondo, quello di lei che ignorava totalmente il senso di tutto ciò che la circondava, desiderosa solamente di scendere da quegli strumenti di tortura e di rilassarsi in albergo in compagnia di un generoso vodka tonic.
Anche a Vienna avevano fatto le loro comparsate alla Cattedrale di Santo Stefano, al Museo di Belle Arti e all’Albertina, e ora il concerto era il giusto coronamento di quella spedizione in Austria.
– Sa, ho strappato un posto all’ultimo momento, a un prezzo folle, ma il network non bada a spese; si tratterebbe di riprenderla ogni tanto, mentre tiene un’espressione compresa, assorta, oppure mentre applaude calorosamente, lei è un’attrice e sa come fare. –
– Perché dovrei farlo? –
– Per questi – e gli mostrò un pezzo di carta sul quale era scritta a mano una spropositata cifra in dollari.
– Voi siete pazzi. –
– Noi no, ma il pubblico a casa sì, impazzirà per lei, è una scommessa che siamo sicuri di vincere. –
Tra loro calò il silenzio, si udivano solamente gli scricchiolii e i leggeri tonfi causati dal personale che stava sistemando le postazioni degli orchestrali. L’agente tacque supponendo che il regista avesse dei dubbi morali nei riguardi della sua richiesta, oppure che stesse riprendendosi dalla vista della cifra che gli veniva offerta, e invece si sbagliava di grosso. Omero stava riflettendo con un’intensità e a una velocità finora sconosciute persino a lui, ma il filo dei suoi pensieri andava in tutt’altra direzione rispetto all’etica professionale.
– Sta bene, lo farò. –
– Risposta esatta Signor Dossena. Sappia che il network mi ha incaricato di consegnarle subito un anticipo di… –
– No – lo interruppe Omero – non voglio nulla ora. Regoleremo i nostri conti più in là, vi farò io sapere quando e come. Per adesso mi basta il suo biglietto da visita, così saprò come rintracciarla. –
– Lei è una persona fidente Signor Dossena, capita sempre più raramente di trovarne. –
– Siamo entrambi dei professionisti, e perciò tra colleghi ci dev’essere fiducia e armonia. Non trova forse? –
Abituato a nuotare assieme agli squali, il tipo sembrò colpito, spiazzato, atterrato da tanto credito personale e non seppe fare altro che stringere nuovamente la mano al regista fissandolo con espressione piacevolmente incredula, quindi si volse e uscì dal teatro quasi trotterellando, contento di aver svolto con successo il suo ambiguo mandato.
Anche Omero stava per avviarsi all’uscita quando sotto al balcone trovò ad aspettarlo un uomo non alto, sulla sessantina, dentro a un completo grigio canna di fucile; si presentò con un filo di voce tanto timido che non fu possibile capire né il nome e né il cognome.
– Come ha detto che si chiama scusi, e poi chi l’ha fatta entrare? Nella sala sono ammessi solamente gli addetti ai lavori. –
– Mi scusi signor regista, io avevo bisogno di vederla, e mio genero lavora qui e allora lui… –
– Ho capito, non importa com’è entrato, ma qui non ci può stare, è vietato, mi spiace. –
– Ma io le ruberò solo un minuto, poi me ne andrò, glielo prometto. –
Omero scostò la manica della giacca e guardò l’orologio. Non era un gesto necessario, non aveva niente da fare per quel giorno, era solamente per fare pressione su quell’importuno.
– E allora sentiamo. –
Saltò fuori che l’ometto, dopo un periodo burrascoso, si era appena riconciliato colla moglie, e come segno del suo rinnovato affetto si era svenato per trovare tre biglietti (c’era anche una figlia) per il concerto, oltre a un paio di orecchini con brillanti. Era sicuro che sua moglie sarebbe stata felice oltre ogni misura se durante il concerto lei fosse stata inquadrata, anche di sfuggita, giusto il tempo di riconoscersi così da potersene vantare con le sue amiche negli anni a venire.
Per raccontare questa storia lo sconosciuto ci mise ben più di un minuto a forza di digressioni, ricordi e rimandi parentali. Al termine di quella saga familiare estrasse dalla tasca un foglietto bianco e alcune banconote da cento euro.
– Ecco signor regista, questi sono i numeri dei nostri posti, e questi sono per il suo disturbo, la prego, li prenda. Se anche lei ha una famiglia lo saprà quanto questa è importante, e si deve far di tutto per tenerla assieme, o per ricostruirla quando si è stupidi e si fanno certi errori… imperdonabili. –
La famiglia di Omero non era mai esistita, nemmeno quand’era sposato: troppi impegni, troppi sogni, troppe recriminazioni. A sentire la tormentata quanto banale storia di quell’ometto gli venne un groppo in gola; Dossena, il regista, aveva sempre volato alto, da solo, per poi precipitare ogni volta come Icaro; Omero, l’uomo, era stato un’ombra, senza spessore, senza colore, senza vita propria; Domani Omero Dossena sarebbe diventato famoso, ma domani quel tipo insignificante sarebbe stato felice. Chi invidiare?
Prese dalla mano dello sconosciuto solamente il foglietto con le annotazioni dei posti – vada a casa ora, vedrà che domani riusciremo a far contenta la sua signora – e scappò dalla sala evitando accuratamente di farsi ringraziare, non l’avrebbe sopportato.
Era il gran giorno.
Gli orchestrali non erano ancora entrati ma l’eccitazione era tale che non sarebbe stato strano vederla materializzarsi in un’aura magnetica.
Omero era al suo posto di comando davanti alla batteria di monitor; attorno a lui si affaccendavano gli aiuti e il personale tecnico essenziale; notò che non era ancora presente alcun funzionario della rete e ciò gli parve alquanto strano. Quando finalmente arrivarono, assieme ai delegati della rete entrò anche un personaggio mai visto prima, un orientale vestito in maniera inappuntabile e neanche un pelo fuori posto. Questi si avvicinò e pose sul ripiano accanto a Omero una busta sottile color écru; Omero guardò l’orientale, guardò la busta, guardò i funzionari, ma tutti rimasero in silenzio, come se quel gesto, semplice ma emblematico, fosse la cosa più naturale del mondo; allora si decise a chiedere spiegazioni ma i funzionari gli dissero che avevano ricevuto istruzioni di lasciar passare quel signore, e che quest’ultimo parlava solamente il cinese, o il giapponese, il coreano, non s’era capito.
Omero sospirò e si decise a scrutare l’interno della busta: dentro c’era un biglietto e un assegno; estrasse solamente il biglietto e lo lesse: su un lato c’era l’indicazione di una poltrona di platea, una posizione di prima classe, e l’indicazione di un tempo, venti secondi, un’eternità in televisione; sul lato opposto del biglietto c’era la promessa di un ulteriore assegno a lui intestato che sarebbe stato a sua disposizione l’indomani presso la filiale di Vienna della Banca di Yokohama, e il cui importo sarebbe stato commisurato alla soddisfazione dello scrivente; allargò leggermente la bocca della busta e contò gli zeri: erano cinque.
Omero rimise rapidamente in tasca busta e biglietto, quindi ordinò a un cameraman di puntare l’obiettivo verso quel numero di poltrona e di restringere il campo al suo occupante. Innanzitutto era “una” occupante e poi era vestita in modo assai inusuale, almeno secondo i canoni viennesi; dopo alcuni istanti di incredulità si volse per chiedere spiegazioni al latore del messaggio ma questi era già riuscito a sparire.
Voleva capire.
– Helmut! Tu hai la passione per il Giappone, vieni a dare un’occhiata e vedi se ti dice qualcosa questa persona. –
L’aiuto che era stato chiamato fissò il monitor e chiese al cameraman di zoomare su alcuni dettagli del kimono, e poi di allargare fino riprendere chi stava seduto accanto a quella donna.
Helmut sobbalzò leggermente e dovette sedersi sulla prima poltroncina libera.
– Che mi venga un colpo, quello è un kimono originale che ha almeno un secolo, sembra un Hōmongi in seta, il vestito della festa per capirci, deve valere una fortuna, e… –
– E…? –
– Quello seduto accanto a lei è uno degli industriali più ricchi del Giappone, cantieristica, edilizia, elettricità, nucleare, ha le mani in pasta dappertutto. Solo lui poteva permettersi di regalare alla moglie qualcosa che dovrebbe essere esposto in un museo. –
– Ho capito. Grazie Helmut, puoi andare ora. –
A Omero non interessava il valore di quel kimono, se fosse un originale o una copia, gli bastava sapere che un giapponese molto ricco pagava per sfoggiare la moglie come se fosse un gioiello di sua proprietà; quello lì sarà stato pure un antiquato maschilista, ma di sicuro non era tirchio e perciò si poteva anche soprassedere su certe questioni. Avrebbe trovato quei maledetti venti secondi, anche a costo di rubarli al direttore d’orchestra, visto che anche lui nelle sue indicazioni aveva precisato la posizione di amici e parenti da inquadrare ogni tanto.
Il ruolo di registra gli imponeva un certo qual contegno, ma se Omero avesse potuto si sarebbe messo a ridere; aveva trovato il sistema di fregare il baffuto, e delle future ire del direttore d’orchestra non gli importava più nulla, inoltre, vada come vada, sarebbe finalmente giunto al traguardo al quale ogni artista tende: il successo.
– Dieci minuti! Via con la pubblicità! –

Clic.
Gli anziani coniugi possedevano ancora un obsoleto televisore a tubo catodico con un telecomando egualmente primitivo. Lo schermo divenne nero e i campi magnetici residui si esaurirono in un paio di secondi con un leggero sfrigolio.
– Bel concerto vero cara? –
– Bellissimo, come sempre del resto. –
Entrambi appassionati di musica classica, lui clarinettista dilettante e lei ex insegnante di piano, erano ormai troppo vecchi e troppo misurati con le spese per potersi permettere di assistere un concerto dal vivo a Vienna, o anche solo di andare a Vienna, oppure di comprarsi un televisore ad alta definizione. Lui ogni tanto andava ancora a suonare con i vecchi amici della banda del paese, e il massimo che si potevano concedere era qualche spettacolo per pensionati organizzato dalla Filarmonica di Gmünd.
Però di musica ne capivano, anche se definirli dei melomani sarebbe stato eccessivo, e grazie alla televisione riuscivano a soddisfare le loro esigenze minime; un piccolo impianto stereo faceva il resto.
Come ogni anno non rinunciavano allo spettacolo di quel fantastico concerto, e anzi non si perdevano nemmeno la replica del pomeriggio, quella che avevano appena finito di trasmettere.
– Hans, fammi un favore, vorrei ascoltare un po’ di Mahler. Fai tu… –
– Subito cara. Però devo dire che sono rimasto veramente sorpreso. –
– Perché? –
– Sai, c’era quel nuovo regista, quell’italiano, e temevo che fosse un rivoluzionario. I giornali erano stati abbastanza critici a suo tempo, ricordi? –
– Sì, mi pare. E invece è stato perfetto, esattamente come gli anni scorsi, un regista coi fiocchi. Peccato che… –
L’uomo si mise su gli occhiali da presbite e iniziò a leggere i dorsi dei Compact Disc sulla mensola.
– Dicevo che è un vero peccato che se ne vada. –
– Se ne va? E perché? –
– Non si sa. L’hanno intervistato subito dopo al concerto e lui ha anticipato che tornerà in Italia. –
– Allora hai ragione caro, è un vero peccato. –
– Però è stato gentile, ha ringraziato tutti per questa esperienza che ha definito… ha definito… ah sì… illuminante, una svolta nella sua vita. –
– E ti credo. –
– Ha detto che lavorerà nella televisione italiana, anche quella commerciale. –
– Strano. –
– Perché cara? –
– Mi è difficile immaginare che si possa dirigere delle schifezze dopo aver vissuto un’esperienza come questa. Non pensavo che fosse quel tipo di regista… –
– Neanch’io. Forse i giornali avevano ragione, però è strano allora che non abbia rovinato il concerto. –
– Non poteva farlo, nessuno potrebbe farlo, tutto lo vieterebbe, la musica è incorruttibile, la musica è sacra! –
– Hai perfettamente ragione mia cara. La Nona Sinfonia va bene? –
– Perfetta. –
Clic.
mahlerFine

Nota.
Anche se nel racconto si incontrano dei riferimenti verosimili, quanto scritto è frutto di fantasia e non riporta fatti accaduti o persone esistenti, anche se, come diceva bene Eraclito, pánta rêi.

.

Annunci
Pubblicato su Uncategorized. 1 Comment »

Una Risposta to “Musica sacra – Ottava puntata”

  1. Musica sacra – Settima puntata | My3Place Says:

    […] Musica sacra – Ottava puntata […]

    Mi piace


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: