I CAMPI DI LAVANDA

Evaporata

Sai che adesso i campi di lavanda sono tre?
Sì, c’è n’è uno nuovo sopra ai due che avevamo visto nascere.
Nel frattempo quelli in basso sono cresciuti, la lavanda quest’anno è fiorita e ha colorato la terra proprio come volevi fotografarla tu. E c’è persino una bicicletta colorata di lavanda.

La bicicletta è su in cascina La bicicletta è su in cascina

Ma dopo quella prima e unica gita che avevamo fatto insieme qualche anno fa, non sono più riuscita a portarti sulle mie colline.
E dire che le avevi ammirate con occhi incantati queste colline, e anche promesso a quei ciuffetti di lavanda ancora verdi di tornare per estasiarti nel momento del massimo splendore.
Ecco…lo splendore c’è stato, io l’ho contemplato pensando a te. Ma adesso è passato, e dovremo attendere un altro anno prima che ritorni.
E chissà tu dove sarai.
Perché la mattina, quando apri gli occhi, non mi pensi e non…

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Rubare? E che ci vuole… #Scrittura28

Evaporata

Lo faccio da tempo.

L’importante è FARSI scoprire!

INCONTRI IMPROBABILI N. 1

– Annibal, dal romanzo “Il silenzio degli innocenti” di Thomas Harris.
– Riccioli d’oro (Shirley Temple) dal romanzo “Curly top” di I. Cummings.

“Finalmente insieme, piccola cara. Dolce creatura, tenera e morbida.
No, non temere, non ti mangerò. Tu non sarai il mio pasto.
Per te ho altri progetti.
Da anni peregrino per gli studi cinematografici in cerca di te. Per anni ho bramato questo incontro.
Da piccolo vedevo i tuoi film. Vedevo come riuscivi ad entrare – piccolo tarlo velenoso – nel cervello degli uomini.
Tu: morbosamente consapevole di riuscire ad insinuarti nei loro pensieri, evocando depravate fantasie.
E ti divertivi, leggendo negli occhi il disagio, mentre tentavano di nascondere la sconvolgente perversione che si stava impossessando di loro.
E tu, ti eccitavi tremendamente e stringevi le gambette gommose per procurarti un sadico orgasmo.
Ma ora sei…

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NUOVI MESTIERI

Evaporata

Senza addentrarmi in ricerche planetarie leggo che una formica nera, diffusa in tutta Europa, può sollevare un peso pari a 20 volte il suo corpo. Ciò significa che la comune “Formica lugubris”, del peso di circa otto grammi, può trasportare un oggetto di 160 grammi. Le ragioni del fenomeno potete leggerle in qualunque sito che tratti questo argomento, perciò mi astengo da lunghe spiegazioni poiché sono del tutto ininfluenti sul discorso che intendo sciorinare in questa sede.

Da quando sono disoccupata sto tentando di riciclarmi in qualche altro lavoro dove non ci sia troppa concorrenza e, ultimamente, ho pensato a un possibile impiego come addestratrice di formiche. Ritengo infatti che potrebbe tornare utile all’uomo utilizzare le formiche come animali da soma in luogo di cavalli, asini e affini, giacché questi ultimi riescono a trasportare al massimo (dicono) da 2 a 5 volte il loro peso secondo razza, potenza e salute…

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LO SCRITTORE E’ FATTO A STRATI #Scrittura28

Evaporata

LO SCRITTORE E’ FATTO A STRATI

E meno male. Perché la scrittura, si sa, sa spellare. Se tu, che hai la penna come protesi, potessi scegliere che pelle indossare quando vesti i panni dello scribacchino, questa pelle di che materiale sarebbe fatta?

Ma che domanda del piffero!

Se l’inchiostro è nelle vene e ho la penna come protesi, la risposta sorge spontanea (come diceva quel tale) mi serve la carta su cui scrivere, perciò la mia pelle dovrebbe essere fatta di fogli di carta da staccare. Come un grande bloc notes che non finisce mai.

Poetando Per dire

Così scrivo e riscrivo, se non piace straccio e rifaccio.

Per fare Per fare

Posso continuare a scrivere all’infinito perché ho tutto ciò che mi occorre per far vivere lo scribacchino che c’è in me dando, inoltre, un valido contributo alla salvaguardia degli alberi che non sarebbero più tagliati per produrre carta. E, in ultima…

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Musica sacra – Ottava puntata

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata
Quinta puntata
Sesta puntata
Settima puntata

MadamaButterfly

Bene, era quasi fatta, mancava solo un giorno all’evento, e ormai non c’era più molto da fare per Omero; aveva consegnato le sue istruzioni a tutti gli operatori, le attrezzature erano state sistemate e collaudate; aveva mandato a memoria il programma dell’indomani, cercando a ogni ripasso di scovare qualche sbavatura da limare. Si sentiva nello stesso stato d’animo di uno studente che si è preparato con diligenza per un esame difficile: sicuro di sé come persona, e confidente della padronanza culturale, ma timoroso comunque di incappare per malasorte in una domanda insidiosa, un trabocchetto capace di farlo impappinare. Ripensò per un attimo alle sacrosante parole di Eduardo De Filippo: gli esami non finiscono mai.
Al mattino avrebbe tenuto un ultimo briefing con i suoi collaboratori, e quindi ognuno di loro avrebbe raggiunto le rispettive postazioni. Omero perciò si aggirava per il teatro al pari di un generale che scruta il campo di battaglia il giorno precedente allo scontro, un po’ per dare coraggio alle truppe, un po’ per dare coraggio a sé stesso, un po’ per niente.
Stava appunto assistendo alla scrupolosa sistemazione dei leggii, quando sentì alle sue spalle un leggero colpo di tosse che lo fece voltare. Un tipo strano se ne stava stravaccato su una poltroncina a un paio di metri da lui. Sul momento non capì come mai fin dalla prima occhiata lo trovasse strano, ma poi, osservandolo meglio, si avvide che era, come dire, fuori luogo. Abituato com’era ai modi compassati viennesi, e specialmente di quella fetta di Vienna, l’approccio di quell’uomo di età indefinita tra i trenta e i cinquant’anni gli suonò vagamente sgradevole, e anche il suo tedesco era grossolano, poco più che scolastico.
– Ah caro Mister Dossena, la trovo finalmente! Felice di fare la sua conoscenza!
Omero non se la sentì di condividere tutto quell’entusiasmo e si pose sulla difensiva, inoltre lo sconosciuto s’era alzato rumorosamente per stringergli la mano, palesando il suo abbigliamento senza dubbio costoso, ma privo di eleganza propria e male assortito.
– Chi è lei scusi, e cosa vuole da me?
Senza smettere per un attimo la sua espressione sorridente, il tipo si presentò come l’agente di una famosa donna dello spettacolo, un’attrice; egli non poteva farne il nome in quanto si temeva che questo trapelasse prima del concerto, e la sua cliente non desiderava farsi strada in mezzo a due ali di fan.
Giusto per curiosità, Omero volle sapere quanto famosa fosse questa attrice.
L’agente dal sorriso imbalsamato gli fece l’occhiolino – è una delle star di Hollywood, appena la vedrà la riconoscerà, non tema
Era proprio quello che invece Omero temeva, una di quelle divette scialbe per film banali destinati a un pubblico senza gusto. Per pura cortesia si astenne dal manifestare la sua sferzante opinione sul cinema commerciale d’oltreoceano, e si limitò a una gelida impassibilità.
– Va bene, buon per lei, ma proprio non vedo come ciò possa interessarmi.
– A lei no, questo è certo, ma a noi sì, mi creda.
– A voi, a voi chi?
– Alla mia cliente e al network che l’ha sotto contratto, grazie a me, è chiaro.
A Omero la questione non pareva chiara per niente, e fu l’agente a doverlo introdurre nei meccanismi infernali del marketing cinematografico. I curatori dell’immagine di quell’attrice avevano la necessità di dare una svolta alla di lei carriera, di farla emergere da un mare di colleghe altrettanto affamate di successo; da come ne parlava il tipo pareva che,
a confronto di quel mondo, un branco di piraña fosse una pia istituzione di carità. Scartata l’avvenenza per eccesso di concorrenza giovanile, cassate le ipotesi di far leva sulla compassione grazie a bambini adottati in massa o diagnosi di malattie mortali scampate all’ultimo istante, poco credibile l’invenzione di una crisi mistica, ormai inflazionati i rami politica, ecologia e pace nel mondo, fuori moda il tentativo di suicidio, se n’erano saltati fuori con una cosa che negli Stati Uniti fa sempre molto effetto, a patto che non se ne abusi: la cultura.
Da qualche mese un qualsiasi abituale visitatore di musei poteva avere la, chiamiamola così, “fortuna” di incocciare in una diva americana, vederla avanzare lungo le gallerie mentre ammira attraverso gli occhialoni scuri opere immortali, cercando essa stessa di farsi immortalare dai fotografi ingaggiati dal network; in pratica erano come due universi paralleli e incompatibili che si stessero sfiorando per qualche istante: il primo universo, quello dei normali visitatori che in genere ignoravano chi fosse quella invadente figura che rompeva col secco rumore del tacco dodici la pace di quelle auguste sale, e il secondo, quello di lei che ignorava totalmente il senso di tutto ciò che la circondava, desiderosa solamente di scendere da quegli strumenti di tortura e di rilassarsi in albergo in compagnia di un generoso vodka tonic.
Anche a Vienna avevano fatto le loro comparsate alla Cattedrale di Santo Stefano, al Museo di Belle Arti e all’Albertina; adesso quel concerto sarebbe stato il perfetto coronamento di quella spedizione in Austria.
– Sa, ho strappato un posto all’ultimo momento, a un prezzo folle, ma il network non bada a spese; si tratterebbe di riprenderla ogni tanto, mentre tiene un’espressione compresa, assorta, oppure mentre applaude calorosamente, lei è un’attrice e sa come fare.
– Perché dovrei farlo?
– Per questi – e gli mostrò un pezzo di carta sul quale era scritta a mano una spropositata cifra in dollari.
– Voi siete pazzi.
– Noi no, ma il pubblico a casa sì, impazzirà per lei; questa è una scommessa che siamo sicuri di vincere.
Tra loro calò il silenzio, si udivano solamente gli scricchiolii e i leggeri tonfi causati dal personale che stava sistemando le postazioni degli orchestrali. L’agente tacque supponendo che il regista avesse dei dubbi morali nei riguardi della sua richiesta, oppure che stesse riprendendosi dalla vista della cifra che gli veniva offerta, e invece si sbagliava di grosso. Omero stava riflettendo con un’intensità e a una velocità finora sconosciute persino a lui, ma il filo dei suoi pensieri andava in tutt’altra direzione rispetto all’etica professionale.
– Sta bene, lo farò.
– Risposta esatta Mister Dossena. Sappia che il network mi ha incaricato di consegnarle subito un anticipo di… –
– No – lo interruppe Omero – non voglio nulla ora. Regoleremo i nostri conti più in là, vi farò io sapere quando e come. Per adesso mi basta il suo biglietto da visita, così saprò come rintracciarla.
– Lei è una persona fidente Mister Dossena, capita sempre più raramente di trovarne.
– Siamo entrambi dei professionisti, e perciò tra colleghi ci dev’essere fiducia e armonia. Non trova forse?
Abituato a nuotare assieme agli squali, l’americano sembrò colpito, spiazzato, atterrato da tanto credito personale, e non seppe fare altro che stringere nuovamente la mano al regista fissandolo con espressione piacevolmente incredula, quindi si volse e uscì dal teatro quasi trotterellando, contento di aver svolto con successo il suo ambiguo mandato.
Anche Omero stava per avviarsi all’uscita, quando sotto al balcone trovò ad aspettarlo un uomo non alto, sulla sessantina, dentro a un completo grigio canna di fucile; si presentò con un filo di voce tanto timido che non fu possibile capire né il nome e né il cognome.
– Come ha detto che si chiama scusi, e poi chi l’ha fatta entrare? Nella sala sono ammessi solamente gli addetti ai lavori.
– Mi scusi signor regista, io avevo bisogno di vederla, mio genero lavora qui, e allora lui…
– Ho capito, non importa com’è entrato, ma qui non ci può stare, è vietato, mi spiace.
– Ma io le ruberò solo un minuto, poi me ne andrò, glielo prometto.
Omero scostò la manica della giacca e guardò l’orologio. Non era un gesto necessario, non aveva niente da fare per quel giorno, era solamente per fare pressione su quell’importuno.
– E allora sentiamo.
Saltò fuori che l’ometto, dopo un periodo burrascoso, si era appena riconciliato colla moglie, e come segno del suo rinnovato affetto si era svenato per trovare tre biglietti (c’era anche una figlia) per il concerto, oltre a un paio di orecchini con brillanti. Era sicuro che sua moglie sarebbe stata felice oltre ogni misura se durante il concerto lei fosse stata inquadrata, anche solo di sfuggita, giusto il tempo di riconoscersi così da potersene vantare con le sue amiche negli anni a venire.
Per raccontare questa storia lo sconosciuto ci mise ben più di un minuto a forza di digressioni, ricordi e rimandi parentali. Al termine di quella saga familiare estrasse dalla tasca un foglietto bianco e alcune banconote da cento euro.
– Ecco signor regista, questi sono i numeri dei nostri posti, e questi sono per il suo disturbo, la prego, li prenda. Se anche lei ha una famiglia lo saprà quanto questa è importante, e si deve far di tutto per tenerla assieme, o per ricostruirla quando si è stupidi e si fanno certi errori… imperdonabili.
La famiglia di Omero non era mai esistita, nemmeno quand’era stato sposato: troppi impegni, troppi sogni, troppe recriminazioni. A sentire la tormentata quanto banale storia di quell’ometto gli venne un groppo in gola; Dossena, il regista, aveva sempre volato alto, da solo, per poi precipitare ogni volta come Icaro; Omero, l’uomo, era stato un’ombra, senza spessore, senza colore, senza vita propria; Domani Omero Dossena sarebbe diventato famoso, ma domani quel tipo insignificante sarebbe stato felice. Chi invidiare?
Prese dalla mano dello sconosciuto solamente il foglietto con le annotazioni dei posti – Vada a casa ora, vedrà che domani riusciremo a far contenta la sua signora – e scappò dalla sala evitando accuratamente di farsi ringraziare, non l’avrebbe sopportato.
Finalmente era arrivato il gran giorno.
Gli orchestrali non erano ancora saliti sul palco, ma l’eccitazione era tale che non sarebbe stato strano vederla materializzarsi in un’aura magnetica.
Omero stava al suo posto di comando davanti alla batteria di monitor; attorno a lui si affaccendavano gli aiuti e il personale tecnico essenziale; notò che non era ancora presente alcun funzionario della rete, e ciò gli parve alquanto strano. Quando finalmente arrivarono, assieme ai delegati della rete entrò anche un personaggio mai visto prima, un orientale vestito in maniera inappuntabile, nemmeno un pelo fuori posto. Questi si avvicinò, e senza profferire parola pose sul ripiano accanto a Omero una busta sottile color écru; Omero guardò l’orientale, guardò la busta, guardò i funzionari, ma tutti rimasero in silenzio, come se quel gesto, semplice ma emblematico, fosse la cosa più naturale del mondo; allora si decise a chiedere spiegazioni, ma i funzionari gli dissero che avevano ricevuto istruzioni di lasciar passare quel signore, uno che parlava solamente il cinese, o il giapponese, o il coreano, non s’era capito.
Omero sospirò e si decise a scrutare l’interno della busta: dentro c’erano un biglietto e un assegno; estrasse solamente il biglietto e lo lesse: vi era riportata l’indicazione di una poltrona di platea, una posizione di prima classe, e l’indicazione di un tempo, venti secondi, un’eternità in televisione; sul lato opposto del biglietto c’era la promessa di un ulteriore assegno a lui intestato che sarebbe stato a sua disposizione l’indomani presso la filiale di Vienna della Banca di Yokohama, e il cui importo sarebbe stato commisurato alla soddisfazione dello scrivente; allargò leggermente la bocca della busta e contò gli zeri: erano cinque.
Omero rimise rapidamente in tasca busta e biglietto, quindi ordinò a un cameraman di puntare l’obiettivo verso quel numero di poltrona e di restringere il campo al suo occupante. Innanzitutto era “una” occupante, e poi era vestita in modo assai inusuale, almeno secondo i canoni viennesi; dopo alcuni istanti di incredulità si volse per chiedere spiegazioni al latore del messaggio, ma quello si era volatilizzato.
Voleva capire.
– Helmut! Tu hai la passione per il Giappone, vieni a dare un’occhiata e vedi se ti dice qualcosa questa persona.
L’aiuto che era stato chiamato si chinò sul monitor, quindi chiese al cameraman di zoomare su alcuni dettagli del kimono, e poi di allargare fino riprendere chi stava seduto accanto a quella donna.
Helmut sobbalzò leggermente e dovette sedersi sulla prima poltroncina libera.
– Che mi venga un colpo, quello è un kimono originale che ha almeno un secolo, sembra un Hōmongi in seta, il vestito della festa per capirci, deve valere una fortuna, e… –
– E…?
– Quello seduto accanto a lei è uno degli industriali più ricchi del Giappone, cantieristica, edilizia, elettricità, nucleare, ha le mani in pasta dappertutto. Solo lui poteva permettersi di regalare alla moglie qualcosa che dovrebbe essere esposto in un museo.
– Ho capito. Grazie Helmut, puoi andare ora.
A Omero non interessava il valore di quel kimono, se fosse un originale o una copia, gli bastava sapere che un giapponese molto ricco pagava per sfoggiare la moglie come se fosse un gioiello di sua proprietà; quello lì sarà stato pure un antiquato maschilista, ma di sicuro non era tirchio, e perciò si poteva anche soprassedere su certe questioni morali. Avrebbe trovato quei maledetti venti secondi, anche a costo di rubarli al direttore d’orchestra, o con maggior soddisfazione alle inquadraure di parenti e amici che quel dittatore esigeva nelle sue dettagliate istruzioni.
Il ruolo di registra gli imponeva un certo qual contegno, ma se Omero avesse potuto si sarebbe messo a ridere sguaiatamente; aveva trovato il sistema di fregare il baffuto, e delle future ire del direttore d’orchestra ormai non gli importava un fico secco, inoltre, vada come vada, sarebbe finalmente giunto al traguardo al quale ogni artista tende: il successo.
– Dieci minuti! Via con la pubblicità!

Clic.
Gli anziani coniugi possedevano ancora un obsoleto televisore a tubo catodico con un telecomando egualmente primitivo. Lo schermo divenne nero, e i campi magnetici residui si esaurirono in un paio di secondi con un leggero sfrigolio.
– Bel concerto, vero cara?
– Bellissimo, come sempre del resto.
Entrambi appassionati di musica classica, lui clarinettista dilettante, lei ex insegnante di piano, erano ormai troppo vecchi e troppo misurati con le spese per potersi permettere di assistere un concerto dal vivo a Vienna, o anche solo di andare a Vienna, oppure di comprarsi un televisore ad alta definizione. Lui ogni tanto andava ancora a suonare con i vecchi amici della banda del paese, e il massimo che si potevano concedere era qualche spettacolo per pensionati organizzato dalla Filarmonica di Gmünd.
Però di musica ne capivano, anche se definirli dei melomani sarebbe stato eccessivo, e grazie alla televisione riuscivano a soddisfare le loro esigenze minime; un piccolo impianto stereo faceva il resto.
Come ogni anno non rinunciavano allo spettacolo di quel fantastico concerto, e anzi non si perdevano nemmeno la replica del pomeriggio, giusto quella che la rete aveva appena finito di trasmettere.
– Hans, fammi un favore, vorrei ascoltare un po’ di Mahler. Fai tu.
– Subito cara. Però devo dire che sono rimasto veramente sorpreso.
– Da cosa?
– Sai, c’era quel nuovo regista, quell’italiano, e temevo che fosse un rivoluzionario. I giornali erano stati abbastanza critici a suo tempo, ricordi?
– Sì, mi pare. E invece è stato perfetto, esattamente come gli anni scorsi, un regista coi fiocchi.
– Hai detto bene, un regista coi fiocchi. Peccato che…
L’uomo si mise su gli occhiali da presbite e iniziò a leggere i dorsi dei Compact Disc sulla mensola.
– Dicevo che è un vero peccato che se ne vada.
– Se ne va? E perché?
– Non si sa. L’hanno intervistato subito dopo al concerto, e lui ha anticipato che tornerà presto in Italia.
– Allora hai ragione caro, è un vero peccato.
– Però è stato gentile, ha ringraziato tutti per questa esperienza che ha definito… ha definito… ah sì… illuminante, una svolta nella sua vita.
– E ti credo.
– Ha detto che in Italia lavorerà in televisione, anche in quella commerciale.
– Strano.
– Perché mia cara?
– Mi è difficile immaginare che si possano dirigere delle schifezze dopo aver vissuto un’esperienza come questa. Non pensavo che fosse quel tipo di regista.
– Neanch’io. Forse i giornali avevano ragione, però è strano allora che non abbia rovinato il concerto.
– Non poteva farlo, nessuno potrebbe farlo, tutto lo vieterebbe, la musica è incorruttibile, la musica è sacra!
– Hai perfettamente ragione mia cara. La Nona Sinfonia va bene?
– Perfetta.
Clic.
mahlerFine

Nota.
Anche se nel racconto si incontrano dei riferimenti verosimili, quanto scritto è frutto di fantasia e non riporta fatti accaduti o persone esistenti, anche se, come diceva bene Eraclito, pánta rêi.

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Musica sacra – Settima puntata

Prima puntata
Seconda puntata
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Quinta puntata
Sesta puntata

MadamaButterfly

Il mattino seguente rintracciò negli studi l’estorsore baffuto, tale Peter qualcosa…, e, avendo cura di non essere notato da altri, gli consegnò la busta con i dodicimila Euro.
– Ecco qua i vostri soldi, contento ora?
– Calma, calma, non si alteri, lo prenda come un contributo per chi si impegna affinché lei abbia il successo che merita. In fondo anche lei, accettando questi soldi, non si è dimostrato migliore di noi.
– Devo darle ragione, mio malgrado, ma… come fate a sapere che vi sto passando l’esatta percentuale?
Peter lo squadrò per qualche secondo, e poi fece comparire da sotto i baffi un sorriso che pareva veramente sincero.
– Ci fidiamo, lei è un professionista, come tutti noi del resto, perciò tra colleghi ci dev’essere fiducia e armonia, e anche perché se solamente sospettassimo che lei sta facendo il furbo, beh… lei sa quali sarebbero le conseguenze.
– Già…
– Eh già.
– Allora io le lei siamo a posto adesso.
Di nuovo quella pausa drammatica.
– Non lo so, vedremo, vedremo. Buon lavoro – e lo spilungone sparì dietro una curva a gomito del corridoio.
Omero restò solo con i suoi dubbi: cos’avrà voluto dire con quel “vedremo”, cos’altro poteva volere da lui ora? Ormai i soldi del primo violino li aveva presi, e non c’erano altri primi violini da oscurare, o almeno non ricordava che nelle dettagliate istruzioni del direttore ci fosse del malanimo verso altri musicisti.
A pranzo, per sicurezza, tornò alla sua camera d’albergo e ricontrollò passo a passo tutto il fascicolo; ricordava bene, non c’erano veti ma solamente indicazioni di ripresa connesse allo spartito; quindi ora era a posto.
Doppio errore.
Primo, anche i componenti dell’orchestra sapevano dell’esistenza di quella documentazione, secondo, anche se ne ignoravano nei dettagli il contenuto, per sfiducia o per esperienza non ne approvavano tutti i passaggi.
Si presentarono in sequenza: l’oboista, amatissimo dal direttore ma odiato da tutti gli altri musicisti, una flautista e una violinista di fila, sorelle gemelle che dividevano equamente tutto, anche i tempi di ripresa, un giovane contrabbassista che era alla sua prima e ci teneva tanto che la sua mamma lo vedesse per bene, un timpanista che si sentiva brutto e non voleva essere ripreso, tranne per le mani ovviamente, una clarinettista che sosteneva la superiorità estetica del suo lato sinistro del volto rispetto al destro, un fagottista fotofobo che pretendeva che si suonasse al buio, e un violinista che non faceva parte dell’orchestra ma che lo scongiurò di mettere una buona parola per lui (questo apparve assurdo a Omero) nel caso che qualche suo collega desse forfait, tutti portando le loro suppliche col dovuto rispetto e una busta chiusa, ovviamente non vuota.
Costoro erano venuti a conoscenza del primo cedimento di Omero, e perciò lui non poté esimersi dall’assicurare a tutti loro la sua massima comprensione, ovvero l’implicita accoglienza delle richieste.
In capo a quattro giorni si trovò con ben centoventimila euro, che, detratta la percentuale per i suoi “soci”, facevano ben settantaduemila euro per lui, tutti in contanti ed esentasse. Quando si trattò di contarli, la vista di tutte quelle banconote gli provocò un capogiro e dovette stendersi sul letto; poi c’era il problema di nasconderli, non poteva andare in banca e depositarli così, tout court, sarebbe stato troppo sospetto; anche in quella stanza comunque c’era troppo viavai di donne di servizio che ficcavano il naso dove non avrebbero dovuto; non gli rimase altra scelta di portarli sempre con sé, in una valigetta, come un mafioso da cinematografo.
Per un paio di giorni fu lasciato finalmente in pace, quindi suppose che fosse finalmente terminata la processione di musicisti pretenziosi e allo stesso tempo supplici, anche perché mancavano pochi giorni all’evento, e lui non sarebbe riuscito a modificare la scaletta ancora una volta.
Supposizione esatta.
In parte.
Infatti non si presentò un musicista, bensì un fioraio, una figura il cui ruolo non fu immediatamente compreso da Omero. A scusante del regista andrebbe detto che quel fioraio non aveva assolutamente l’aspetto di un fioraio, bensì di un rispettabile uomo d’affari, e non di affari di piccolo cabotaggio.
Dato che l’inverno aveva deciso di concedere ai viennesi una giornata meno infame del solito, se ne andarono a chiacchierare lungo i vialetti di uno dei tanti giardini dei quali è gradevolmente provvista la città. D’altronde, per indole e per professione, era logico che un fioraio si trovasse meglio all’aria aperta che tra quattro mura.
Si presentò come il legale rappresentante di una delle più importanti aziende austriache di ornamenti floreali, guarda caso proprio quella che aveva ottenuto l’importante contratto per l’addobbo della sala da concerto.
– Capirà signor Dossena che questa per noi sarà una vetrina vista da tutto il mondo, un’occasione più unica che rara alla quale non possiamo mancare, perciò stiamo lavorando per ottenere il massimo effetto scenografico.
Era chiaro che costui nulla sapeva delle istruzioni date dal direttore d’orchestra, istruzioni che comprendevano anche come e quando dovevano essere inquadrati piante e fiori, ma Omero non se la sentì di dargli questo dispiacere, anche se avrebbe volentieri condiviso la sua frustrazione solamente per gustare l’amaro sapore del “mal comune, mezzo gaudio”.
– Comprendo perfettamente. Non tema caro signore, sarà mia cura mettere nel giusto risalto tutte le vostre decorazioni floreali.
– Ehm… ehm… abbia pazienza, ma proprio questo suo ammirevole scrupolo potrebbe risultare inopportuno.
– Non capisco, si spieghi meglio.
L’affarista fioraio si spiegò, sotto ogni aspetto, sia tecnico che tangibile.
Un tempo i fiori arrivavano da Sanremo; apparivano come ondate di lussureggianti garofani, distese di gentili ranuncoli, cortei di morbidi gigli, straripamenti di carezzevoli rose, e persino costellazioni di preziose orchidee, il tutto accompagnato ed esaltato da letti e guanciali di smilax aspera. Per motivi che al momento non era il caso di discutere, questo fiume di gioielli profumati si era inaridito, e ora si trovavano nella necessità di dover fare da soli.
– Vede Dossena, per quanto le nostre serre siano perfette sotto tutti i punti di vista, non possiamo assolutamente competere con il microclima della Riviera, con la loro aria e, ci duole ammetterlo, con la loro esperienza.
Fatto sta che, potendo osservare bene, la differenza di qualità sarebbe saltata all’occhio, e il paragone non avrebbe fatto molto piacere ai committenti. La soluzione stava in quel “potendo”, nel senso che la maggioranza del pubblico in sala, rapito dallo spettacolo musicale, non si sarebbe accorta di nulla, ma la telecamera poteva risultare indiscreta e certificare sullo schermo il fallimento, almeno parziale, dei loro sforzi.
– Ho capito, ma non vedo come io possa aiutarla, non so niente di fiori io. –
– Ma noi sì egregio Signor Dossena. Le daremo la posizione esatta delle composizioni che sono riuscite meglio, e lei dovrebbe usarci la cortesia di inquadrare solo quelle. Le altre le riprenda pure in campo lungo, faranno scena. Va da sé che non mancheremo di farle pervenire un segno della nostra riconoscenza per la sua attenzione nei nostri riguardi, anzi, se ora fosse così cortese di indicarmi il suo IBAN, provvederemo stasera stessa.
La prima crepa era apparsa quando aveva accettato di cedere alle richieste del direttore d’orchestra; poi c’era stato uno scricchiolio al momento di rinunciare alle sue riprese in esterno; lo smottamento si era verificato col primo violinista; per ogni musicista successivo si era staccato un masso; ora la granitica parete di Omero Dossena stava franando, scendeva a valle travolgendo ogni residuo di dignità e ogni barlume di ritegno.
Estrasse da una tasca interna del cappotto la sua tessera bancomat, quasi in scadenza ma ancora come nuova, e lesse per il suo interlocutore il codice del conto corrente.
Anche questa era fatta.
Al mattino, appena giunto negli studi televisivi, consegnò al baffuto, stavolta con la soddisfazione di stupirlo, una busta con ben sessantottomila Euro.

Continua a leggere…

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#Scrittura28 lunedì 18 agosto 2014

Evaporata

Quella sotto è la mail che ho ricevuto oggi da Monia Papa l’ideatrice di #Scrittura28 a cui mi sono iscritta.

Che cos’è #Scrittura28 potete andarlo a vedere cliccando su questo link.
http://calamoscrittorio.wordpress.com/2014/08/01/scrittura28-il-gioco-per-te-che-sei-fatto-dinchiostro/

Mail di oggi:

“La scrittura è come le stelle e i tuoi capelli

Qualcosa che è già morta. Le parole ti sono sbocciate tra le dita. Con un nucleo, luminoso, ancora pulsante. Ma una volta posate sulla carta non potranno più trasformarsi, cambiare. Sono quelle che tu hai deciso fossero e tali resteranno.

Oppure no?

La lettura fa della scrittura una fenice

Perché una storia rivive ogni volta che qualcuno la legge. Come le stelle che tu vedi lo stesso, anche se sono spente. Come il vento, che tu non vedi con gli occhi ma senti con le orecchie quando ti accarezza i capelli. Come certe sensazioni che non vedi e non ascolti ma…

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