La metamorfosi – Franz Kafka

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Immagine dal sito http://www.drefke.de di Ekkerhard Drefke

“La metamorfosi” è uno dei racconti più famosi di Franz Kafka, una fama della quale s’è fatto colpevole abuso avendo talvolta trovato questo testo sparso senza la dovuta cautela in libri scolastici e volumetti tascabili ognitempo; scrupolo e riguardo non sono mai eccessivi quando si ha a che fare con un testo di Kafka, anche se la sua scrittura mostra talvolta al lettore un aspetto abbordabile, quasi elementare, quando in realtà si tratta di un sapiente gioco di specchi. Non riporto qui la trama di questo racconto, sarei irrispettoso verso i molti che già lo conoscono e sadicamente disvelatore verso quei pochi che ancora non hanno avuto la (s)fortuna di incontrarlo sulla loro strada, ma nella mia incommensurabile presunzione mi arrischio a condividere alcune considerazioni.
Se a una lettura svagata “La metamorfosi” può apparire come la descrizione di una realtà spaventosamente illogica, un tema abbastanza ricorrente nei racconti dello scrittore praghese, la materialità spinta della metamorfosi, le meticolose descrizioni sensoriali, e l’assurda ragionevolezza delle reazioni di chi circonda il protagonista che un mattino si è risvegliato nella forma di scarafaggio, sembrerebbero avere l’unico scopo di portarci fuori strada.
Franz Kafka infatti, oltre alla sofferenza derivante dalla sua incapacità di essere all’altezza della vita, la vita kafkiana, ovvero quella del suo imponente e rispettabile padre Hermann Kafka per intenderci, e spaventato dalle innumerevoli trappole della società furiosamente liberista ma anche ingessata nella forma, dallo scrittore percepita come un Golem sempre sul punto di scatenare la sua furia sovrumana, si rifugia ogni tanto nella consolante supposizione, non troppo originale per la verità, che la vita sia una specie di sogno, o come nel suo caso un incubo, e che nulla di ciò che lo (ci) circonda sia “reale”.
Nel racconto “Gli alberi” egli ci paragona a dei tronchi (le persone posate, affidabili, solide) nella neve (la società per bene, senza asperità, macchie, sorprese), e immagina di poter smuovere questi alberi facendoli semplicemente scivolare sulla superficie candida e liscia, magari per portarli verso il “suo” punto di vista. Purtroppo egli scopre che ciò non è possibile in quanto, sotto la neve, gli alberi sono saldamente ancorati al terreno (convenzioni, convenienze, superstizioni, pregiudizi, ambizioni). Kafka allora non si accontenta di cedere alla disillusione ma vuole indagare ciò che imprigiona la società e gli uomini sotto la neve, ne rimuove, per noi, lo strato candido e rassicurante per farci sapere che anche il terreno solido è solamente apparenza.
Traslando questo modo di interpretare la realtà nel racconto “La metamorfosi”, se ne desume che l’aspetto blattoideo di Gregor Samsa sia anch’esso apparente, ma, attenzione, non agli altri bensì a sé stesso. È ben nota la repulsione di Kafka (alias Samsa) verso il proprio corpo (e la fisicità in generale), non per qualche aspetto in particolare ma per l’animalità che ne trasuda, e se a ciò assommiamo il senso di inadeguatezza e la convinzione di essere un inetto agli occhi di chi lo circonda, il padre in primis, ne viene fuori un stato di prostrazione, una disposizione psicofisica nella quale, per usare una terminologia più attuale, ci si sente “un verme”.
Non offrendo un anellide tutte le possibilità espressive e narrative di un esapode, Kafka opta per un essere schifato dai più, lo scarafaggio, generalmente associato alla degradazione, al marciume e al parassitismo, un essere che vive “accanto” a noi ma che mai accetteremmo che viva “assieme” a noi.
Possiamo supporre che anche Kafka non sia stato esente dai brividi di schifo alla vista di una blatta, eppure non ha problemi a descriverne le sensazioni corporali, come del resto già fa con i ratti, animali che suscitano in lui altrettanto ribrezzo (per non parlare dell’Odradek, animale (?) quanto mai misterioso e inquietante); e allora qual è il senso di questa scelta? Difficile pensare che lo faccia per portare il lettore dalla sua parte, per coinvolgerlo in una facile ripugnanza comune; Kafka non è uso assoggettarsi al gusto dei lettori, e men che meno utilizza facili analogie letterarie.
Lo scarafaggio esiste, non è un escamotage per imbastire una trama fantastica (in tutti i sensi); Gregor Samsa è uno scarafaggio perché “si sente” uno scarafaggio. È probabile che Gregor già da un po’ stia avvertendo un mutamento, l’insoddisfazione causata da un lavoro mal pagato ma necessario per il decoro, l’ingratitudine che prova verso chi gli dimostra magnanimità mantenendolo nonostante egli non sia un brillante commesso, la svogliatezza che mina i suoi doveri verso la famiglia, la strisciante depressione che incupisce la visione del futuro, quel futuro che per un giovane dovrebbe essere invece colmo di iniziative e di battaglie da vincere.
Una maledetta mattina grigia tutto viene a galla, e l’onda del disgusto verso sé stesso lo sommerge, lo fa sentire pari a un essere immondo, un parassita, un reietto, uno scarafaggio appunto; come tale inizia a comportarsi e, di conseguenza, ne patisce l’emarginazione, il rifiuto sociale e familiare.
Ciò che subisce (o che si infligge) Gregor è totalizzante e irreversibile, per certi versi una liberazione, ma chi lo circonda si affida purtroppo ancora alle apparenze, e il nuovo aspetto di Gregor, non produttivo, non decoroso, non positivo è giudicato riprovevole dalla società e addirittura ripugnante dal suo stesso sangue. Di lì a poco entrambi conosceranno quanto sangue e quanto orrore sono in grado di generare quell’esuberante positivismo, le incrollabili certezze, le utopie nella selezione dei più forti e dei più adatti a un mondo che Gregor Samsa, pardon, Franz Kafka già annusa nell’aria.
La metamorfosi non è di Gregor Samsa, almeno non nel senso letterale, giacché la sua mutazione è il doloroso risveglio dell’uomo che fino a quel momento era come morto, una crisalide della forma e della convenienza; l’essere che ne emerge non è uno scarafaggio bensì una farfalla senza ali che guarda il cielo con la certezza e il rimpianto dell’irraggiungibile, un essere pateticamente debole destinato a essere smembrato con metodo dalle formiche operose e terragne, quando invece la metamorfosi è tutta nostra, quella che ci ha portato, passo dopo passo, a (soprav)vivere in una società di pura apparenza, quella dei tronchi nella neve appunto.

Buona (ri)lettura.

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