c’è reale con.senso

Libera.mente

Con la vista mi poso su bellezza e scruto l’orizzonte per immensità che combatte il meschino e l’impaurito avido.

 

Con l’udito ti ascolto battito di cuore e note, melodie amiche e spesso contorte,  mi ricompongo.

 

Con l’olfatto profumi   non invasivi perchè sono di natura e rispetto per questa terra, semi antichi che risorgeranno.

 

Con il tatto ti sento a contatto di epidermide quando mi regali il piacere di essere e mostrarmi

 

Con il gusto assaporo piccole vittorie del movimento, accettando il dolce e l’amaro il salato e l’aspro

 

Oggi è arrivato questo pacco tramite A…. era regalo quindi non potevo capire il contenuto

Non è vaso di Pandora

Non è apriti Sesamo

Non è favola

Ma semplice, assidua, imperturbabile realtà.

La mia.

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GHOST WRITER

La deriva dei continenti

Gatto Atlantico

Quello che ho capito di questa vita, alla fine, è che nulla resta immobile anche quando c’è la peggiore stagnazione.

Resta la sensazione di movimento alla deriva. Ma anche la deriva magari ti porta a raggiungere mete sensazionali, boschi magici, con folletti e maghe. Antri  con le sibille magari.

Se della testa e del cuore conosciamo così poca parte, forse non dobbiamo sorprenderci se dentro di noi ritroviamo mille facce che tutte ci somigliano.

Cambiamo; i tratti somatici diventano maturi, si inaspriscono. Le rughe di espressione le abbiamo dentro. Spesso sono solchi scavati come le gole di Santa Maria a Creta. Ci puoi camminare dentro cercando di non fare troppo rumore altrimenti rischi che sassi dall’alto ti travolgano.

Ma poi ti guardi di nuovo allo specchio e ti ritrovi giovane; hai ancora la fossetta smaliziata all’angolo della bocca.  Hai voglia di ballare in circolo e di ridere e ridere e…

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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

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Qualche volta mi capita di andare al cinema, anzi a un cinema, perché solamente una sala considero degna di questa arte, una sala non condivisa con altre uguali, un cinema senza posti numerati, un cinema di spettatori attenti che non sgranocchiano, ruminano, ridacchiano, un cinema con un audio non gracchiante e non assordante.
Ci vado per godere della qualità del grande schermo, irraggiungibile dal mio vetusto tubo catodico, e ci vado perché nutro scarsa fiducia sul fatto che i film che amo passino spesso in televisione.
Così è stato per Delicatessen, La città dei bambini perduti, Ma vie en rose, Kolya, L’apparenza inganna, Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente, e via dicendo…
Anche ieri sera, quando palesai la mia intenzione di andare a vedere un film, Rossana, basandosi sulla sua esperienza, commentò sconsolata – immagino che sia uno dei “tuoi “ soliti film… –
In effetti era uno dei “miei” soliti film, e il titolo era già tutto un programma: “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. Film nordico, quindi spumeggiante quanto un ghiacciaio, accessibile come un’equazione differenziale, avvincente come l’attesa alla cassa del supermercato.
In realtà si tratta di preconcetti. Aki Kaurismäki, Hans Petter Moland e Lone Scherfig, tanto per fare alcuni nomi, hanno dimostrato che anche un vichingo ha il senso dell’umorismo, o del melodrammatico, del sanguigno, magari con declinazioni diverse da quelle romanze, ma comunque sempre di un livello di parecchie spanne superiore a quello dei blockbuster statunitensi.
Ecco alcuni estratti delle recensioni: “Due venditori di denti da vampiro e maschere di carnevale ci guidano attraverso trentanove quadretti di vita, morte, miseria e sciocchezze del quotidiano, tra riflessione filosofica e scherzo beffardo” (mymovies.it) oppure “Non è quello che si usa definire “film per tutti” ma ha tutti i numeri per farsi apprezzare da chi cerca sorpresa, originalità e anche stranezza. Il suo andamento ipnotico e iterativo si annuncia subito come lo sviluppo conclusivo di una trilogia, su un doppio registro filosofico e umoristico (nero, nerissimo) piuttosto spiazzante: il film mi sta prendendo per i fondelli? Potrebbe chiedersi lo spettatore.” (La Repubblica), o anche “Nel match tragedia-risate, le scene di vita non quotidiana, inserite in magnifica cornice coreografica d’espressionismo astratto e rimandi a Hopper, Brueghel il Vecchio (è lui l’autore del piccione), ci sono fissi due venditori falliti di scherzi di Carnevale e altra molto varia umanità partendo da tre morti iniziali. E non è escluso che siano già tutti revenant: infatti appare in un pub anche re Carlo XII mentre va a perdere la battaglia di Poltava.” (il Corriere)
In realtà (realtà?) c’è di più nel piccione seduto sul ramo, molto di più.
C’è del facile e del difficile.
Il facile lo si ritrova nella contaminazione dei ruoli, maschio–femmina nella scuola di danza, pareti invariabili–quarta parete nella bottega del barbiere, comunicazione–incomunicabilità durante le telefonate, gioco–ossessione nel campionario dei venditori ambulanti, sogno–memoria nella taverna.
Il facile si manifesta nel disprezzo del regista verso il pedagogo (o facente funzioni) che banalizza l’eccezionalità di una giovanissima amante della poesia, e che è emblematico di tutti i dubbi nei riguardi di un sistema educativo che attualmente si conforma a modelli standard facilmente classificabili. I plaudenti beoti presenti (presenti?) alla recita scolastica non sapranno mai su cosa rifletteva il piccione, perché essi stessi non riflettono e si limitano al codice di sopravvivenza felicità=lavoro=denaro=rispetto=diritto. Ma sopravvivenza non è vita, è solamente una svista della morte.
Anche la zeppa cronologica di Carlo XII, volutamente calcata, è facile, magari un po’ meno per chi non è svedese, perché quel sovrano è un fantasma che ancora oggi tormenta la memoria di quel popolo, un personaggio misterioso, grande e rovinoso allo stesso tempo, rappresentativo di una Svezia illusa e illusoria, fiero della castità lui (sessualmente morto), fieri del contegno loro (umanamente morti). Non è un’ucronia, né tecnicamente né storicamente: è una bandiera, a lutto.
Dov’è il difficile allora? Sta nella possibile disattenzione.
In tutti i quadri il punto focale dell’azione (o inazione) funge esclusivamente da catalizzatore, ovvero coaugula in spazi e tempi ragionevoli una massa di dettagli e comportamenti periferici, i quali però costituiscono il vero dramma o commedia che dir si voglia.
Attenzione, non siamo in presenza di un banale (si fa per dire) MacGuffin, bensì è il regista stesso a dirci di guardare altrove giacché “non ci sono messaggi in segreteria”. Si tratta in buona sostanza di una caccia al tesoro, piccoli indizi sparsi qua e là, una valvola termoionica e un saldatore, un marinaio che brinda alla salute della zoppa, forse anche una ragazza che aspetta di baciarla per un bicchierino di vodka o di akvavit, sguardi curiosi di un tempo contro maschere composte di oggi, un po’ d’aria compressa, la prospettiva rigorosa con una profondità di campo quasi infinita, degna di un dipinto rinascimentale, che suggerisce dei punti di fuga obbligati per la geometria e per le persone.
Come per il film Kolya erano le immagini riflesse a costituire la chiave di lettura, così in questo è invece la trasparenza a spiegarci perché attraverso un vetro, attraverso un comportamento cristallino, attraverso l’aria che ci circonda non vediamo niente, e niente vede noi, perché abbiamo deciso di ignorarci a vicenda.
Lo so, magari è difficile per chi non fa attenzione, oppure è poco avvezzo alle tragicomiche atmosfere che si possono incontrare nei libri di Jostein Gaarder o Arto Paasilinna, ma credetemi, il gioco vale la candela, e, hai visto mai, potremmo pure imparare qualcosa su come sta evolvendo la nostra civiltà.
A proposito di civiltà, anche noi (io e voi), anche se non svedesi, anche se non attori, siamo ben presenti un una scena del film che descrive una specie di tortura inumana (o magari umanissima?). In una specie di gigantesca ruota per scoiattoli realizzata in metallo, uno strumento apparentemente senza scopo pratico, ci stanno quelli che sono costretti a ritmi infernali in fabbriche lager che costruiscono i nostri gadget apparentemente senza scopo pratico, genti sotto ricatto (mortale) che usiamo per produrre qualcosa che possiamo desiderare, ammirare, e alla fine da buttare perché sommamente inutile.
Se la civiltà si basa anche sulla possibilità umana di rubare del tempo alla sussistenza per godere di qualcosa di futile, noi di questo principio abbiamo fatto carne di porco, piegando il desiderio alla voglia, l’amore alla fedeltà, l’armonia all’ordine, la compassione al rispetto, la felicità al successo.
Di questo parla (con le immagini) Roy Andersson, e scusate se oggi, in questo mondo di competitività e meritocrazia, è poco.
Non perdetevelo, se potete.

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Cucù…

Verro

Dal Sabatini-Coletti

Verro – [vèr-ro] s.m – Maiale destinato alla riproduzione.

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Radiotelevisiva.

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Predicare male e razzolare peggio

2013 – Gino Paoli ringrazia, a nome di tutta la base associativa Siae, per l’efficacia del Regolamento Agcom nella difesa delle opere create dagli autori.

Parole sue…

…nell’immediatezza della notizia dell’adozione da parte dell’Autorità del Regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica devo esprimerLe il più sincero e grato apprezzamento a nome mio personale, del Consiglio di Gestione della SIAE, che ho l’onore di presiedere, del Consiglio di Sorveglianza e di tutta la base associativa.
Io per primo, tutti noi e tutto il mondo della creatività autorale italiana abbiamo confidato fin da subito nell’efficacia della Sua azione e, dopo passate esperienze negative, nella parola da Lei data per l’assunzione di questa iniziativa. Il provvedimento peraltro non tocca la libertà degli utenti, è rispettoso della normativa sulla privacy e delle norme a tutela e protezione dei minori.
La potenzialità positiva di questo provvedimento si rivela non solo sul piano della tutela
della creatività autorale italiana ma anche su quello della difesa economica dell’opera dell’ingegno, che è vero fattore della produzione, e, complessivamente, non potrà che costituire uno straordinario contributo allo sviluppo del nostro Sistema–Paese…”

“…Un primo risultato nel segno della legalità, dell’educazione dei consumatori, della valorizzazione dell’industria culturale italiana, una misura necessaria per arginare il dilagante fenomeno della pirateria online che continua a depredare gli autori e gli editori dei contenuti creativi, con gravi conseguenze economiche, sociali, culturali…”.

“…L’obiettivo del regolamento è la lotta alla pirateria digitale massiva, effettuata a scopo di lucro – ha aggiunto Paoli – Una battaglia che non colpisce gli utenti finali, che potranno continuare a scaricare legalmente, ma solo i grandi portali illegali. Il prodotto italiano – in campo musicale, letterario e audiovisivo – ha grandi potenzialità, sia in termini di qualità dell’offerta, sia come capacità innovativa. E proprio Internet e le nuove tecnologie rappresentano un’opportunità importante per ampliare la diffusione di opere creative a beneficio del sistema Paese e dell’intera collettività…”.

Che altro dire, un vero paladino della legalità.
Ah si, ci sarebbe anche qualcos’altro da dire…

switzerland

2015 – Gino Paoli indagato per evasione fiscale: avrebbe trasferito due milioni in Svizzera
Indagata anche la moglie Paola Penzo. Perquisizioni della finanza nella casa del cantautore genovese e attuale presidente della Siae. Nel mirino due milioni risalenti al 2008. L’inchiesta è partita da un’intercettazione telefonica registrata durante l’inchiesta su Carige nella quale, secondo la Guardia di Finanza, un commercialista che lavorava per Berneschi parlava con il cantautore del trasferimento del denaro.

Non sapevo che portare i soldi all’estero per non pagare le tasse equivalesse a “…uno straordinario contributo allo sviluppo del nostro Sistema–Paese…”

Ma va’ a quel paese!

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