Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

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Qualche volta mi capita di andare al cinema, anzi a un cinema, perché solamente una sala considero degna di questa arte, una sala non condivisa con altre uguali, un cinema senza posti numerati, un cinema di spettatori attenti che non sgranocchiano, ruminano, ridacchiano, un cinema con un audio non gracchiante e non assordante.
Ci vado per godere della qualità del grande schermo, irraggiungibile dal mio vetusto tubo catodico, e ci vado perché nutro scarsa fiducia sul fatto che i film che amo passino spesso in televisione.
Così è stato per Delicatessen, La città dei bambini perduti, Ma vie en rose, Kolya, L’apparenza inganna, Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente, e via dicendo…
Anche ieri sera, quando palesai la mia intenzione di andare a vedere un film, Rossana, basandosi sulla sua esperienza, commentò sconsolata – immagino che sia uno dei “tuoi “ soliti film… –
In effetti era uno dei “miei” soliti film, e il titolo era già tutto un programma: “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. Film nordico, quindi spumeggiante quanto un ghiacciaio, accessibile come un’equazione differenziale, avvincente come l’attesa alla cassa del supermercato.
In realtà si tratta di preconcetti. Aki Kaurismäki, Hans Petter Moland e Lone Scherfig, tanto per fare alcuni nomi, hanno dimostrato che anche un vichingo ha il senso dell’umorismo, o del melodrammatico, del sanguigno, magari con declinazioni diverse da quelle romanze, ma comunque sempre di un livello di parecchie spanne superiore a quello dei blockbuster statunitensi.
Ecco alcuni estratti delle recensioni: “Due venditori di denti da vampiro e maschere di carnevale ci guidano attraverso trentanove quadretti di vita, morte, miseria e sciocchezze del quotidiano, tra riflessione filosofica e scherzo beffardo” (mymovies.it) oppure “Non è quello che si usa definire “film per tutti” ma ha tutti i numeri per farsi apprezzare da chi cerca sorpresa, originalità e anche stranezza. Il suo andamento ipnotico e iterativo si annuncia subito come lo sviluppo conclusivo di una trilogia, su un doppio registro filosofico e umoristico (nero, nerissimo) piuttosto spiazzante: il film mi sta prendendo per i fondelli? Potrebbe chiedersi lo spettatore.” (La Repubblica), o anche “Nel match tragedia-risate, le scene di vita non quotidiana, inserite in magnifica cornice coreografica d’espressionismo astratto e rimandi a Hopper, Brueghel il Vecchio (è lui l’autore del piccione), ci sono fissi due venditori falliti di scherzi di Carnevale e altra molto varia umanità partendo da tre morti iniziali. E non è escluso che siano già tutti revenant: infatti appare in un pub anche re Carlo XII mentre va a perdere la battaglia di Poltava.” (il Corriere)
In realtà (realtà?) c’è di più nel piccione seduto sul ramo, molto di più.
C’è del facile e del difficile.
Il facile lo si ritrova nella contaminazione dei ruoli, maschio–femmina nella scuola di danza, pareti invariabili–quarta parete nella bottega del barbiere, comunicazione–incomunicabilità durante le telefonate, gioco–ossessione nel campionario dei venditori ambulanti, sogno–memoria nella taverna.
Il facile si manifesta nel disprezzo del regista verso il pedagogo (o facente funzioni) che banalizza l’eccezionalità di una giovanissima amante della poesia, e che è emblematico di tutti i dubbi nei riguardi di un sistema educativo che attualmente si conforma a modelli standard facilmente classificabili. I plaudenti beoti presenti (presenti?) alla recita scolastica non sapranno mai su cosa rifletteva il piccione, perché essi stessi non riflettono e si limitano al codice di sopravvivenza felicità=lavoro=denaro=rispetto=diritto. Ma sopravvivenza non è vita, è solamente una svista della morte.
Anche la zeppa cronologica di Carlo XII, volutamente calcata, è facile, magari un po’ meno per chi non è svedese, perché quel sovrano è un fantasma che ancora oggi tormenta la memoria di quel popolo, un personaggio misterioso, grande e rovinoso allo stesso tempo, rappresentativo di una Svezia illusa e illusoria, fiero della castità lui (sessualmente morto), fieri del contegno loro (umanamente morti). Non è un’ucronia, né tecnicamente né storicamente: è una bandiera, a lutto.
Dov’è il difficile allora? Sta nella possibile disattenzione.
In tutti i quadri il punto focale dell’azione (o inazione) funge esclusivamente da catalizzatore, ovvero coaugula in spazi e tempi ragionevoli una massa di dettagli e comportamenti periferici, i quali però costituiscono il vero dramma o commedia che dir si voglia.
Attenzione, non siamo in presenza di un banale (si fa per dire) MacGuffin, bensì è il regista stesso a dirci di guardare altrove giacché “non ci sono messaggi in segreteria”. Si tratta in buona sostanza di una caccia al tesoro, piccoli indizi sparsi qua e là, una valvola termoionica e un saldatore, un marinaio che brinda alla salute della zoppa, forse anche una ragazza che aspetta di baciarla per un bicchierino di vodka o di akvavit, sguardi curiosi di un tempo contro maschere composte di oggi, un po’ d’aria compressa, la prospettiva rigorosa con una profondità di campo quasi infinita, degna di un dipinto rinascimentale, che suggerisce dei punti di fuga obbligati per la geometria e per le persone.
Come per il film Kolya erano le immagini riflesse a costituire la chiave di lettura, così in questo è invece la trasparenza a spiegarci perché attraverso un vetro, attraverso un comportamento cristallino, attraverso l’aria che ci circonda non vediamo niente, e niente vede noi, perché abbiamo deciso di ignorarci a vicenda.
Lo so, magari è difficile per chi non fa attenzione, oppure è poco avvezzo alle tragicomiche atmosfere che si possono incontrare nei libri di Jostein Gaarder o Arto Paasilinna, ma credetemi, il gioco vale la candela, e, hai visto mai, potremmo pure imparare qualcosa su come sta evolvendo la nostra civiltà.
A proposito di civiltà, anche noi (io e voi), anche se non svedesi, anche se non attori, siamo ben presenti un una scena del film che descrive una specie di tortura inumana (o magari umanissima?). In una specie di gigantesca ruota per scoiattoli realizzata in metallo, uno strumento apparentemente senza scopo pratico, ci stanno quelli che sono costretti a ritmi infernali in fabbriche lager che costruiscono i nostri gadget apparentemente senza scopo pratico, genti sotto ricatto (mortale) che usiamo per produrre qualcosa che possiamo desiderare, ammirare, e alla fine da buttare perché sommamente inutile.
Se la civiltà si basa anche sulla possibilità umana di rubare del tempo alla sussistenza per godere di qualcosa di futile, noi di questo principio abbiamo fatto carne di porco, piegando il desiderio alla voglia, l’amore alla fedeltà, l’armonia all’ordine, la compassione al rispetto, la felicità al successo.
Di questo parla (con le immagini) Roy Andersson, e scusate se oggi, in questo mondo di competitività e meritocrazia, è poco.
Non perdetevelo, se potete.

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8 Risposte to “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”

  1. Evaporata Says:

    Stelio al cinema, chi l’avrebbe detto. Ma dove la trovi una sala così? Dalle mie parti ormai ci sono solo multisale soffocanti in inverno e agghiaccianti in estate, assordanti sempre, perennemente affollate da film di casetta di frutta marcia dove persone che conosco e stimo si sono accalcate per accaparrarsi il posto buono per le 50 sfumature che quando lo sento nominare chiamo l’esorcista. Questa è la cronaca dolente.
    Ma io sono qui a scriverti per il film che ci raccomandi. Come sempre sei esaustivo e convincente.
    Mi sto solo chiedendo: se leggere la recensione di Stelio mi ha impegnato così bene la mente, riuscirò a capire qualcosa di questo film andandolo a vedere?
    😀

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    • Stelio Says:

      Quella sala è rimasta chiusa per più di un anno, e così non sono andato al cinema per più di un anno. Mi inorridisce l’usanza di andare in compagnia al multisala per dividersi e andare a vedere film diversi, non ha senso in quanto il cinema è isolamento e condivisione allo stesso tempo.
      Confesso che il cinema ha una grande influenza su di me, forse più ancora della carta stampata, e se fai attenzione ti accorgerai che nei miei racconti è sempre presente una specie di plot visuale, poca cosa s’intende, derivante da una memoria più fotografica che razionale.
      Per quanto riguarda il tuo quesito la risposta è abbastanza semplice: non vedo il problema.
      L’errore più grossolano, il peccato mortale sarebbe quello di incaponirsi nel tentativo di comprendere il senso del film, in quanto di senso (né buono, né logico, né sociale) non vi è traccia.
      Pur essendo foneticamente ed etimologicamente simili, tra senso e sensazione vi è una sostanziale differenza, un canyon insuperabile in fondo al quale scorre il tortuoso corso degli eventi.
      Il senso alberga nel ragionamento (talvolta fallace), nella logica (spesso sopravvalutata), nei paradigmi consueti (troppi e troppo limitativi), nel canonico presupposto causa-effetto (ormai morto e sepolto), è una malferma costruzione del nostro difettoso encefalo.
      La sensazione invece è diretta e non negoziabile, arriva come un’ospite inattesa con la quale dobbiamo fare i conti, e della quale non sempre apprezziamo le abitudini. La sensazione non è eludibile; freddo, noia, paura, sapore, pace, schifo, e altro ancora non hanno riguardo per il nostro vissuto, le nostre abitudini, la nostra tranquillità, arrivano ed entrano senza bussare.
      Certo, contro di esse possiamo sempre tentare di porre in atto delle strategie difensive, indossiamo strati su strati di anestetizzanti cappotti e minacciose armature in grado di coprirci dalla testa ai piedi, ci nascondiamo nel buio dell’indifferenza, innalziamo le possenti mura che diverranno la nostra prigione a vita (o morte?).
      Appunto su questa generale mancanza di sensazioni punta il regista per smuovere l’osservatore, come se per reazione magnetica opposta, in prossimità di un polo negativo potesse inevitabilmente emergere il polo positivo, ovvero egli tenta di spingere il pubblico a colmare inconsciamente con la sua sensibilità (dormiente) la narcotica (necrotica) assenza di manifeste sensazioni in coloro che transitano sullo schermo, una cura shock che in qualche caso potrebbe funzionare: spingere lo spettatore a scrutare il baratro per fagli apprezzare la salvezza.
      Assaporare un gin & tonic ghiacciato e cercare di spiegarne il senso non ha senso, mordere un frutto marcio e cercare di spiegarne il senso non ha senso, accarezzare un micio e cercare di spiegarne il senso non ha senso, temere la morte e cercare di spiegarne il senso non ha senso.
      Perciò, alla fine di questo pistolotto, ti esorto a non tentare di trovare un senso compiuto e comprensibile nel film, non c’è, non ci deve essere, e ancor meno ce n’è in queste mie parole.
      Del resto, per affinità artistica, ti dovrebbe pure piacere.
      Buon (non) divertimento.

      🙂

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  2. Evaporata Says:

    L’ha ribloggato su EVAPORATA®e ha commentato:

    Dall’amico Stelio

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