Eppur si muore

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Capita ogni tanto anche a me di entrare in un aeroporto, e ogni volta partecipo al solito teatrino del controllo biglietti, controllo documenti, controllo bagagli, controllo tasche, controllo mutande, tutta una serie di controlli che dovrebbero offrirci un senso di sicurezza. Manca solamente che riceva un tweet #viaggiatorestaisereno…
Superate le colonne d’Ercole ecco che si arriva al Duty Free, quella specie di bazar-centrocommerciale-viamontenapoleone-fiera, un ambiente fintoconveniente dove si spaccia l’inutilità di marca tra i tavolini di un caffè che non sa di niente e gli odori di cibarie ultima spiaggia.
Provo sempre un certo interesse per il comportamento della gente in quella specie di limbo (un nonluogo lo definì Marc Augé), accogliente nei propositi, come se fosse possibile trovare accogliente un posto dal quale non si vede l’ora di partire, ma alieno nella sostanza. Siccome ci sono le luci, le vetrine, i pavimenti tirati a specchio e un mucchio di tempo da perdere, le persone fanno del loro meglio per sembrare spensierate, quando in realtà non lo sono affatto.
C’è chi è già passato cinque volte davanti alla stessa vetrina di valigeria e si sta domandando come mai sembra sempre uguale, c’è quello che si angustia perché è sicuro che gli perderanno i bagagli e dovrà passare le vacanze seminudo, c’è la signora alla quale fanno male i piedi a causa delle scarpe, ma quelle più comode sono nella valigia destinata alla stiva, c’è il tipo al quale si sta riproponendo la pizza piccante e bruciacchiata che s’era concesso un’ora prima, c’è la famiglia che fa di tutto per divertire i bambini e fa di tutto per cercarli quando si smarriscono, ci sono lui e lei stralunati in viaggio di nozze, in partenza per luoghi esotici pretesi ma non desiderati veramente, c’è il vecchio che fa il disinvolto ma è terrorizzato di perdere il biglietto, i documenti, i soldi, il cappello, e si tiene il trolley come se fosse la bombola dell’ossigeno, ci sono i business man con le loro agili valigette firmate, gli occhiali Zeiss, il Paco Rabanne sulla pelle e un futuro di fatture inevase e clienti riottosi, lo si vede dalla piega amara delle labbra, c’è chi è la prima volta che vola ed è tutto così nuovo, mostruoso, affascinante e non smette di guardare gli aeroplani che decollano in lontananza, non manca mai chi è arrivato all’ultimo minuto, all’ultima chiamata, che corre trafelato verso il gate sbagliato, e c’è chi guarda tutto questo mentre se ne sta seduto su una poltroncina studiata da qualche architetto sadico, giusto il tempo per un paio di birre prima di mettersi in coda per l’imbarco, dietro ovviamente a quelli che hanno pagato per godere dell’imbarco prioritario, come se questo optional li potesse far arrivare a destinazione prima di me.
Tutti questi pensieri e stati d’animo celati ma evidenti, desideri, preoccupazioni, curiosità, impazienza, confusione, vagano per il terminal in attesa di sollevarsi da terra.
Il guaio è che quasi nessuno in tale frangente vuole ammettere, nemmeno per ipotesi, nemmeno con sé stesso, che anche la terra ci attende, sempre, e ogni tanto può capitare di onorare questo appuntamento, l’ultimo della nostra vita.
Così è successo a quelle 150 persone che hanno affidato le loro vite a un marchingegno traditore che li ha portati a morire sulle Alpi francesi. Forse anche in questa occasione salteranno fuori più verità, più ipotesi, più misure precauzionali per il futuro, ma non sta qui il senso della cosa. Le ragioni del disastro hanno un’importanza relativa, possono spiegare, magari solo in parte, le cause di questa sciagura, ma non di quelle future. Tutto può ancora accadere e nulla possiamo escludere, dal malore di entrambi i piloti all’hackeraggio assassino del sistema informatico di guida e comunicazione, da una perfida catena di guasti all’intervento degli extraterrestri, da un idiota in divisa dal grilletto facile a un idiota a terra con un puntatore laser, dalla volontà suicida di un componente dell’equipaggio a un micrometeorite che colpisce la cabina di comando, da una manutenzione approssimativa a una serie di madornali errori. Uno solo di questi accidenti è più che sufficiente per causare una tragedia, ma guai a dirlo, e soprattutto a pensarlo
Ciò che conta è che paghiamo una cifra che non esito a definire “ridicola” per farci scarrozzare da qualcosa che costa 40-50 milioni di dollari, che vanta un consumo del 600%, e che per di più ha bisogno di continue attenzioni. Suppongo che la scelta di questo mezzo di trasporto sia dettata, oserei dire pilotata, da una impostazione sociale che ci vede tutti consumatori frettolosi e utilizzatori distratti, sempre ben disposti a soddisfare le loro voglie purché siano in offerta speciale.
Per restare dentro ai costi le compagnie aeree non esitano a mettere in atto strategie di risparmio perlomeno discutibili, sfruttano il personale, speculano sui ricambi, utilizzano carrette riverniciate, riducono i margini di sicurezza, giocano sporco col pubblico, ma di ciò nessuno si dà pensiero, nemmeno quelle anime spaesate che vagano su e gìù per il terminal in attesa del loro volo, o del loro momento (di celebrità avrebbe chiosato Andy Warhol).

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4 Risposte to “Eppur si muore”

  1. Evaporata Says:

    Pensa che combinazione: proprio questa mattina mi hanno detto che certe forme depressive non sono considerate invalidanti.

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  2. Evaporata Says:

    Eppur si muore…

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