Al massimo cinque minuti, non di più.

VanGogh - Iris


Grigio il sottile strato di malta, tanto sottile che riesco a distinguere gli interstizi più scuri tra mattone e mattone, dei semplici forati. La superficie è grezza, appena appena pareggiata col frattazzo, con la sabbia di cava che fa capolino dal cemento. La parete è lunga circa tre metri, e il soffitto è piuttosto basso, non dovrebbe essere un problema buttarla giù. In questa stanzetta la luce è poca, giusto il riflesso di quella che attraversa una specie di porta, più che altro lo spazio tra lo spigolo della parete grigia e un’altra, questa invece bianca e liscia, che prosegue ortogonalmente dietro alla prima. Luce, ho bisogno di luce, per questo motivo devo demolire il grezzo manufatto. Prendo una mazza a manico lungo da dieci chili e in quattro e quattr’otto riduco il muro in macerie, e quasi senza fare polvere. Finalmente la luce. A un paio di metri, proprio di fonte a me, si allarga una parete tutta in vetrocemento, da pavimento a soffitto, e brilla , uniforme, come una leggera nuvola estiva attraversata dal sole. Ora sì che va meglio, ora il locale da angusto e cupo è diventato ampio e accogliente, anche se, e questo lo so da me, siamo leggermente sotto il livello del marciapiede, perciò tutta questa luce è quantomai sorprendente e benvenuta. Risalgo la stretta scala e torno nel corridoio dell’ingresso comune. Mentre chiudo a chiave la stretta porta di legno chiaro rifletto sulla possibilità, ora che è a posto, di cedere in affitto quella stanza, a poco s’intende, però sempre meglio di niente. Casomai potrei avere dei problemi con gli altri inquilini dello stabile, magari potrebbero non gradire degli estranei che entrano in casa. Guardo verso la porta di ingresso principale, anche questa in legno, verniciata color miele e con la parte superiore impreziosita da due lastre di vetro satinate e colorate a motivi Liberty, e calcolo a occhi la distanza con la porta della mia stanzetta, a sinistra. Saranno circa quattro metri, e poco dietro alle mie spalle ci sono le scale che salgono ai piani superiori. Forse potrei aggiungere una porta intermedia al corridoio di ingresso, non è molto largo, oppure potrei installare un citofono esterno solo per me e la mia stanzetta. Vedremo. Entro nel mio appartamento del mezzanino. Vado in cucina e considero per un po’ il suo stato. Anche questa non è che sia molto luminosa, con l’unica finestra che si apre su un cortile interno. Non è che serva molta luce per lavorare tra un lavabo in cemento, una cucina smaltata bianca e una credenza color crema chiaro, qualcosa di più spento del beige. Non c’è neppure un tavolo, ma solamente un ripiano di marmo bianco addossato alla parete di fianco alla porta. Sì, la luce è sufficiente, ma comunque non riesce a togliere un velo di grigiore che offusca la visione. In sala da pranzo invece è tutta un’altra cosa, ma non è lì che passo la maggior parte del mio tempo, come se avessi paura di sciuparla. Esco, ho delle commissioni da sbrigare in centro. Alla cucina, alla finestra, alla stanzetta ci penserò dopo. Tutto sommato il mio appartamento mi è costato abbastanza poco, non è che possa pretendere di più, anche perché dall’altro lato ho la vista libera su tutto il cantiere navale. Salgo su per la Via dell’Industria, è bella ripida, poche centinaia di metri che però sembrano non finire mai. Finalmente arrivo in Campo San Giacomo, la chiesa, altissima, riesce a fare ombra da tutti i lati. C’è lei che mi aspetta, ma non sono in ritardo, o almeno non dà a vederlo. C’è molta gente, troppa gente, tutto è bloccato. Perché? Mi avvicino, salgo su una specie di soppalco e capisco: c’è la sfilata. Passano dei pagliacci, mentre in fondo una banda sta girando l’angolo, sparisce, ma sento egualmente la sua musica. Suonano bene, accidenti. Guardo la sfilata, sta passando un elefantino, e fa le evoluzioni come fosse un cavallo lipizzano. Ma vedi tu che roba, piega le zampe anteriori, si inchina, si gira, e senza nessuno che gli dica cosa fare. Ah ecco, davanti all’elefante un ragazzino indiano riccamente vestito, con tanto di turbante e giacchetta fucsia, mostra alla bestia cosa deve fare; lui si accuccia, si sdraia, e l’elefante fa lo stesso. Passano oltre, seguono anche loro la strada lungo la quale è sparita la banda, che però sento ancora suonare. Arrivano dei carri fioriti, iris di tutti i colori, con la predominanza del cremisi e del panna, uno, due, tre, trainati ognuno da un trattore. L’ultimo non è ornato da iris ma da fiori di stoffa e carta, coloratissimi anch’essi, fiori finti che alcuni ragazzi down realizzano lì, durante il corteo. È il carro che chiude la sfilata, e dietro ai rotoli di nastro di seta e alle passamanerie di questo preme già il traffico della via, capitanato dallo squadrato muso giallo di un bus. La fila di automobili riempie la via fino alle scuole, e mi sembra di percepire l’ottusa impazienza di che non sa o non vuole godersi la sfilata, mentre questa intanto scende verso il centro. Tornerà? Saluto lei che sta per prendere quel bus e mi avvio risalendo quella fiumana di automobili. Strano, sento ancora la musica, ma da dove proviene ora? Da dove… dove… dove… Apro gli occhi: è la radiosveglia.

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