Fa male

oms
Quando si parla di parenti può capitare di scivolare nel sentimentalismo oppure, per difesa, di lanciarsi in critiche più o meno velate; in ogni caso è difficile mantenersi sereni ed equilibrati, e non per una questione di sangue ma di convivenza o, al contrario, di lontananza.
Confesso che non avrei mai scritto quel che state per leggere, e non perché sia un segreto, dato che non perdo occasione di raccontare oralmente questa storia anche a emeriti sconosciuti, ma lo spunto, o per meglio dire l’impulso è sorto come conseguenza delle parole tristi e arrabbiate di un’amica (se posso permettermi) nei riguardi di certa ipocondria strumentale che non trova riscontro nella realtà, nel suo caso tristissima. Se lei leggerà capirà.
Basta traccheggiare e veniamo a me.
Due nonni ho avuto la fortuna di conoscere; il primo era una persona posata, non oserei dire seria perché saprebbe di musone, piuttosto direi una figura misurata e saggia, non senza qualche slancio occasionale di estro personale che senza voler apparire anticonformista comunque faceva trasparire un carattere sincero. Il secondo invece era… beh, era come me; mille cose faceva, mille cose sbagliava; di sicuro non era una persona scostante, ma l’affetto lo imbarazzava, non aveva pratica con baci e abbracci, andava moto più d’accordo colla zappa e col remo. Ciò nonostante a lui devo tanto, più di quanto immagina chi suppone di essermi stato modello, maestro, tutore.
In primo luogo lui era “avulso” da ciò che si definisce una famiglia tradizionale, quella che si riunisce per i natali, siano essi religiosi o pediatrici, e forse c’è chi si ricorderà di quand’era molto giovane e di quant’erano noiose quelle riunioni parentali, stucchevoli di brindisi e storielle trite, amare di malanni e preoccupazioni, melense di ipocrisia e promesse. Non che fosse un eremita, diciamo piuttosto che si teneva alla larga con soddisfazione reciproca, e la possibilità che mi si offriva di evitare ogni manfrina dovuta e tutte le messe cantate per dovere familiare me lo resero molto più interessante di un nonno da cartone animato tutto buffetti e sorrisi.
Anche casa sua era, per così dire, originale, zeppa di tascabili fin sulle scale che portavano al piano di sopra, tanto che per salire era necessario percorrere un sentiero stretto e tormentato tenendosi per prudenza sul vecchio corrimano di legno. Già predisposto alla lettura, ob torto collo, per motivi di salute che mi costringevano spesso a letto, lì ebbi la mia iniziazione letteraria e non solo. Non si trattava di capolavori della letteratura, mio nonno non era il tipo, ma la sterminata scelta di tascabili, dal giallo alla fantascienza, mi abituò al leggere di tutto e dappertutto, con una costanza e una velocità notevoli se non addirittura preoccupanti per la mia età.
Ho scritto della iniziazione letteraria e non solo, e questo “non solo” ha un nome preciso che al pari di un’evocazione mistica ha il potere di far riaffiorare ricordi e rimpianti in chi rischiava la vista molto prima che arrivasse internet: Caballero.
So per certo che mai i miei genitori vennero a conoscenza di questa disponibilità “indecente” in quanto questi giornaletti stavano ben celati tra i “Segretissimo” e gli “Urania”, ma nulla si può nascondere a un topo di biblioteca, specialmente se giovane e affamato, e sono altrettanto certo che il vecchio sapesse ma che saggiamente lasciasse fare alla natura.
Come non adorare un nonno così?
Bene, questa era la premessa, tanto per dare un’idea del tipo, sempre che sia possibile farlo.
Veniamo ai fatti.
Prima della guerra egli venne colpito da un grave attacco di nefrite. Per chi non lo sapesse, all’epoca non esistevano ancora gli antibiotici o altre medicine in grado di combattere questa pericolosa infezione, e in quel piccolo paese di pescatori e campagnoli poi ogni cura della salute era affidata alla sapienza dei vecchi, alla speranza e alla divina provvidenza.
Dato per spacciato mio nonno invece sopravvisse, e il medico, vagamente offeso dal fatto che il paziente fosse guarito nonostante le sue approssimative cure, si vendicò appioppandogli delle raccomandazioni perentorie: per tutta la vita mio nonno avrebbe dovuto evitare l’alcol, il fumo e il sale.
Poco male direte voi, sono suggerimenti che oggi non mancano mai di apparire in ogni contesto dedicato alla vita sana, in ogni promessa di longevità, in ogni ammonimento che condanna non solamente l’abuso a addirittura l’uso di queste abitudini.
Oggi.
Sempre se avete memoria o abbastanza fantasia, provate a immaginare cosa volesse dire all’epoca per un “uomo” non bere e non fumare, l’epoca dei ragazzini che rubavano le sigarette ai genitori per fumarle di nascosto e sentirsi “grandi”, l’epoca nella quale per le donne anche una semplice sigaretta era un vessillo di emancipazione, l’epoca dove non era festa se non ci si sbronzava, l’epoca che accompagnava ogni incontro con un cicchetto, l’epoca degli amici all’osteria e del bicchiere della staffa, quell’epoca lì insomma, nella quale un “uomo”, sia reale che immaginario, fumava come una ciminiera e beveva come una spugna, salvo quei pochi che avevano la testa sulle spalle.
Ebbene, sfidando le abitudini locali e una sottaciuta derisione, nonché sopportando la scipitezza del suo menù, mio nonno seguì rigorosamente per tutta la vita queste raccomandazioni.
Tanto per darvi un’idea della sua forza di volontà va aggiunto che egli era un pescatore, salava le alici ma non ne assaggiava nemmeno una; aveva pure una bella campagna, produceva dell’ottimo refosco ma non l’ho mai visto con un bicchiere di vino in mano che non fosse destinato a offrirlo a un ospite occasionale; mai circolati in casa sua né tabacco e né posacenere, neppure un alito di fumo che non fosse quello della cucina a legna.
Si concedeva solamente, anzi direi che ne fosse ghiotto, degli amaretti e della liquirizia. Vi lascio indovinare quali siano tutt’oggi i miei biscotti preferiti e quale sia il mio apprezzamento per quella aromatica radice.
Funzionò?
Non saprei, in quanto la vita non ci concede la prova contraria. Vi posso dire solamente questo: mio nonno si sposò tre volte e seppellì tutte e tre le mogli.
Ora fate voi.
Fumare fa male.
Bere fa male.
Il sale fa male.
Ora salta fuori che la carne rossa fa male.
Ogni prodotto insaccato fa male.
La cucina alla griglia fa male.
Il caffè fa male.
E va bene, dovrei comportarmi come mio nonno, negarmi tutto per garantirmi una lunga vita?
Vita?
Senza qualche fetta di prosciutto crudo?
Senza le nostre salsicce dure come lo stoccafisso?
Senza un pezzo di pancetta affumicata nella minestra?
Senza l’aroma e gli effetti di qualche bicchiere di malvasia?
Senza il profumo e lo sfrigolio del grasso che sgocciola sulle braci?
Sta bene, evito i wurstel del mistero, evito gli insaccati industriali, evito la nicotina, evito le bistecche gonfiate di ormoni e antibiotici, evito i grassi di origine esotica o addirittura ignota, evito aromi e colori artificiali, evito tante di quelle cose che se venite a fare la spesa con me poi tornate a casa terrorizzati da quanto sono in grado di raccontarvi sulle ammiccanti merci che vedete esposte tra gli scaffali, ma posso e voglio anche evitare la vita di Sant’Antonio nel deserto, il paradiso non è posto per me, e poi il caffè Lavazza non è di mio gradimento.
Vi starete chiedendo perché allora ho tirato in ballo mio nonno. In verità non è lui, o non è solamente lui il fulcro di questo breve scritto, lui è solamente uno dei piatti della bilancia.
Mi ricordo che a settant’anni andava ancora per mare, a pescare. Non usava una di quelle moderne barchette di polistirolo col motore fuoribordo, lui aveva la sua battana di legno con tanto di vela al terzo e un piccolo motore diesel, oltre ovviamente i remi di legno per la manovra e la pesca col parangallo.
Che fibra, direte voi.
Sì, avete ragione, una fibra notevole, però, per prudenza, non c’andava più da solo e si faceva accompagnare da un amico.
Il bello (o il preoccupante) di questa storia è che l’amico era più vecchio di lui, ma non basta, era un tipo che s’era bevuto tutto il vino del paese e fumato tutte le sigarette che circolavano, e non parlo di quelle belle sigarette eleganti, da signorine, ma di veri e propri zampironi senza filtro e senza mezze misure, un trinciato mischiato colla polvere da sparo e il ddt.
Questo bel tomo era già finito all’ospedale per tre volte, per tre volte gli era stata data l’estrema unzione, e per tre volte s’era svegliato, rialzato e, come prima cosa, scappato nella prima osteria aperta per recuperare il tempo perduto.
Morale: è come per le scarpe, c’è poco da fare, curare e lustrare, se è cuoio è cuoio, se è cartone resta cartone.
Io non so ancora se sono di pelle di vacca, di schiena o di pancia, oppure se sono di cartone; temo la seconda ipotesi.
Nel dubbio eviterò le pozzanghere, la pioggia battente, le pietre aguzze e gli spigoli taglienti, ma non posso evitare di camminare, non avrebbe senso una vita da cariatide, però almeno posso, voglio scegliere dove andare a consumarmi, e se anche le cartucce a mia disposizione fossero ancora poche le sparerò senza risparmiarle, perché a tenerle di conserva, fossero dieci o diecimila, sono comunque destinate prima o poi col bagnarsi e finiscono col lasciare
a bocca asciutta chi è troppo prudente.
Amen.

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