Amore o Morte

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Eros o Thanatos, libido o destrudo, amore o morte, la pulsione di vita che si contrappone, ma che allo stesso tempo si accompagna, al desiderio di autoannientamento, ecco ciò che scorgo, dappertutto, e senza nessuna seduta psicoanalitica.
Perché ogni giorno di più mi appare chiaro che l’umanità anela alla distruzione, la trova seducente, desiderabile, utopica, quasi una nera visione gnostica del suo destino.
Eppure, a rigor di logica, o se vogliamo secondo il principio naturale, ogni essere vivente dovrebbe attuare delle strategie favorevoli alla conservazione della sua vita e alla trasmissione della sua forma. Pare evidente allora che l’uomo non è né naturale e né logico, e non lo è nemmeno quando viene messo di fronte alle nefaste conseguenze dei suoi comportamenti, si potrebbe persino ipotizzare che nel suo percorso evolutivo egli non discenda dalla scimmia, ma dal lemming; più che alla contrapposizione tra amore e morte, l’antinomia di due stati ampiamente giustificabili e altrettanto dimostrabili, l’essere umano è giunto all’assurda decisione di amare la morte.
Ho definita assurda questa decisione non per condannarla in senso assoluto, giacché varie possono essere le circostanze in grado di giustificare una personale scelta autodistruttiva, ma a causa del percorso insensato che viene ideato, costruito e seguito fino alla sua esiziale conclusione, un percorso lungo il quale si cercano, con esito incerto, la vita, la gioia, l’amore, e per fare ciò vengono messi in campo tutti i mezzi possibili, e ognuno di questi è uno strumento di morte.
Tutto ciò è assurdo in quanto vita, gioia e amore esistono già, senza alcuna necessità di essere inventati, sognati o costruiti, basterebbe semplicemente desiderarli.
Badate, questo è stato già detto e ridetto chissà quante volte nel corso dei millenni, eppure sembra proprio che l’essere umano provi soddisfazione nell’infelicità, fino alla sua forma più alta, e come un giocatore tanto sfortunato quanto accanito, punta il massimo coll’intimo fine di perdere tutto.
Guardatevi un po’ attorno, cosa vedete? Anzi, cosa avvertite? Paura.
Paura di non vivere a lungo, anche se in verità non si sta vivendo affatto.
Paura di non avere abbastanza, quando questo abbastanza è un orizzonte (ovviamente) irraggiungibile.
Paura che ci venga sottratto, da altri, dalla sorte, dal tempo, ciò che comunque siamo destinati a perdere.
Paura di non godere delle gioie della vita, anche se non sapremmo riconoscerle nemmeno se ci fossero consegnate con tanto di etichetta e manuale illustrativo.
Paura della noia, come se lo stare fermi senza fare nulla, senza nulla dover fare fosse una insopportabile condizione di minorità.
Paura di sé stessi, della propria individualità, di tutto ciò che rivela la nostra fragilità e tutte le nostre manchevolezze che ci rendono “unici” e perciò distinguibili.
Paura dei propri pensieri non corretti perché non in accordo col comune sentire, perciò sentiti come pericolosi per la propria salute mentale e per la pace sociale.
Paura di mostrasi deboli, insicuri, dubbiosi; paura della paura.
Come combatte l’essere umano questa paura? Non con il coraggio, ma con la ferocia, quello della belva messa all’angolo che non ha più niente da perdere. Ringhia, morde, ferisce, alla cieca, dove capita capita, ghermisce e sbrana ogni cosa che gli arriva a tiro pur di uscire da una situazione spaventosa, incapace di distinguere ciò che è male da ciò che è bene, ciò che lo minaccia da ciò che lo può salvare; il parossismo allora spegne l’intelletto e porta a considerare nemico tutto il “non io” e preda tutto il “non mio”.
Mi si potrà obiettare che forse è stata proprio questa forma di irrequietezza psicologica a spingere l’umanità in direzione di un miglioramento del suo stato materiale, giacché se fossimo stati pienamente soddisfatti del nostro stato ora vivremmo ancora come le scimmie antropomorfe, sugli alberi o al massimo in qualche caverna, mentre è innegabile che il tenore attuale di vita ci concede notevoli vantaggi rispetto alla grama vita dei nostri progenitori.
Concordo, ma fino a un certo punto, in quanto dei benefici di questi “vantaggi” non gode, come sarebbe giusto, tutta l’umanità, ma solamente una frazione minoritaria ed esclusiva, e inoltre l’ecosistema del nostro pianeta non è in grado di sostenere a lungo nemmeno i consumi di questa minoranza privilegiata, figuriamoci quelli della restante popolazione se arrivasse a raggiungere il nostro livello di cosiddetto benessere.
Ecco, siamo arrivati al punto, esclamativo e interrogativo allo stesso tempo, il benessere, termine che mi riporta alla mente i quattro ministeri della distopia (quasi sottilmente compiuta) di “1984”, dell’Abbondanza, della Pace, dell’Amore e della Verità, entità che rappresentavano un concetto ma ne elaboravano il suo esatto contrario.
Il “benessere”, lo dice la costruzione della parola stessa, dovrebbe definire uno stato ideale, quello dello “stare bene”, eppure mi sembra evidente che il traguardo sia stato mancato in maniera plateale, e che anzi le aspettative di quanti ci avevano ingenuamente creduto siano state volontariamente tradite. Faust firmò col sangue per la sua anima in cambio di poteri magici, noi l’abbiamo fatto per un un piatto di lenticchie.
Voglio farvi un esempio di codesto benessere, e del perché esso non è in grado di portare nel mondo felicità e vita.
Mettiamo il caso che abbiate bisogno di un maglione. Se non ne possedete già uno, e se avete i mezzi economici sufficienti, potrete comprarvene uno di vostro gradimento. Fin qui tutto fila (oops) a meraviglia: ci sta una pecora e ci stanno tutti coloro che a partire dall’allevamento dell’animale fino alla vendita del capo finito hanno contribuito alla realizzazione dell’opera.
Anche se il maglione è caldo quanto basta, il benessere vi spinge a “volere” anche un altro maglione, diverso dal precedente, e lo fa agendo su due fronti, quello edonistico, costruendo il desiderio di apparire più nuovi e più belli, e quello monetario, offrendovi i mezzi (in solido o a rate) per regalarvi un altro maglione, sia aumentando la vostra disponibilità economica e sia abbattendo il prezzo di acquisto. Alla fine della festa vi troverete dieci maglioni nel vostro armadio, per realizzare i quali sono state necessarie altre nove pecore, e inoltre per contenere i costi di produzione tutti gli operatori sono stati obbligati a ridurre il loro compenso, oppure sono stati messe in opera delle lavorazioni automatizzate per sostituire il lavoro manuale. Va da sé che a fronte di un singolo maglione realizzato a regola d’arte, gli effetti del vostro benessere andranno a scapito della qualità del prodotto, della qualità della lavorazione, dell’intrinseca soddisfazione di chi lo realizzava, e per ultimo ma non ultimo, dell’impatto ambientale.
Se pensate che siano questi i danni che il benessere causa siete ancora fuori strada.
Dieci maglioni avete nell’armadio, dieci maglioni diversi, tutti gradevoli all’occhio e al tatto, ma, se non per qualche occasionale preferenza, riuscireste ad amarne qualcuno? Difficile da credere. Più facile immaginare che vedendone l’undicesimo in una allettante vetrina non resistiate alla voglia di provarlo, comprarlo, averlo. Amarlo mai.
Il fatto disperante è che nemmeno cento maglioni saprebbero darvi la felicità che andate cercando, e così pure cento, mille altre cose che avete semplicemente “voluto”.
Solamente il “desiderio” sarebbe in grado di offrirvi la possibilità di un’intima e durevole soddisfazione e, senza scivolare nel feticismo, potreste “amare” ciò che sentite in accordo con il vostro essere, qualcosa di materiale, come un maglione, o immateriale, come un paesaggio esotico.
Mi pare ovvio che questo discorso non si sposa bene con i dogmi dei sacerdoti del PIL (Prodotto Interno Lievitante), ma non sarei tanto sicuro che pagare 10 per un singolo oggetto durevole e di qualità sia meno vantaggioso che pagare 1 per 10 oggetti fragili e scadenti destinati a costare comunque troppo in termini di impatto sociale e ambientale.
Quello che intendo ribadire è che procedendo allegri e infelici giù per questa china ci troveremo presto a fare i conti con tutto ciò che sfruttiamo, a prescindere che sia di terra, di aria, di acqua o di carne e sangue, e nessuna cambiale verrà più accettata.
Thanatos ci ha condotto per mano fino a qui, ma se fino a poco tempo potevamo essere considerati alla stregua della gramigna in un meraviglioso giardino, il numero e la potenza attuali ci hanno trasformato in un incendio capace di ridurre in cenere il mondo oppure, anche sopravvivendo, di bruciare la nostra anima ancor prima che essa precipiti nel ben meritato inferno.
La nostra unica salvezza pertanto è in Eros, l’amore per la vita, una sola vita, ma non la nostra che tutto sommato conta poco, bensì la vita del mondo in tutti i suoi aspetti diversi, quella che in fin dei conti può giustificare la nostra esistenza. Sperabilmente felice.

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