Carne

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Cinque anni sono passati da quando scrissi questo testo, cinque anni durante i quali c’è chi s’è fidato delle promesse, delle belle parole, dei proclami un tanto al chilo, cinque anni nei quali sono cambiati i suonatori, ma la musica è rimasta pressapoco la stessa, stecche comprese. Cinque anni fa un piccoletto artefatto raccomandava al suo gregge di pecore di “andare al mare”, e oggi, cinque anni dopo, un una caricatura sovrappeso raccomanda al suo gregge di pecore di “andare al mare”.
Per tutti coloro che il 17/04/2016 si metteranno sull’attenti (o a novanta gradi) e “andranno al mare” anche se verrà giù un diluvio universale, mi permetto di tirare fuori dalla naftalina questo pezzo e di riproporlo paro paro. Uguali voi, uguale lui.

Racconto di Ahmed

Ciao, mi chiamo Ahmed, sono tunisino, e anche se non vivo più nella mia città natale, sono sicuro che, almeno io, rimarrò per sempre nella terra dove sono nato.
Dei tanti ricordi che ho del mio paese, la maggior parte di essi sono memorie di speranza, parole di augurio e conforto che i giovani della mia generazione usavano come unica  moneta di scambio, dato che le nostre tasche erano use ormai a contenere solamente le nostre mani vuote. Un giorno tutte quelle mani si chiusero a pugno, delicatamente per offrire dei fiori di gelsomino, aspramente per dire che la misura della nostra pazienza era colma. E fu la rivolta.
Il pensiero torna inevitabilmente a quella strada, no, non più strada ma fiume di gente, e poi un mare, un oceano, un diluvio, contro una diga, una ridicola diga di carne e bastoni, di elmetti e minacce, di scudi e potere. Ce lo aspettavamo, anche se nessuno mai l’aspetta per sé. Lui è di fronte a me, a una decina di passi; non è in divisa, ma si capisce lo stesso chi è, cos’è, lui e quegli altri che gli stanno accanto; si agita, impugna qualcosa e urla parole che si confondono nel caos; lo fisso, ma non comprendo, e un attimo dopo una piccola nuvola luminosa lo nasconde. Sento un pugno tremendo al ventre e mi trovo seduto in mezzo al fumo che mi brucia gli occhi. Perché tutti gridano? I loro occhi già piangono di dolore e di cloro, perché li sgranano su di me invece di scansarli da quella pena? Già che ci sono mi guardo anch’io, e mi vedo come sono fatto,  dentro.
Eccolo il mio ricordo, le mie viscere grigie e luccicanti che il lacrimogeno sparato ad alzo zero ha liberato dalla loro prigione peritoneale. Non fa male, strano, anche se sono seduto sul mio sangue; non è niente, penso, e intanto con una mano cerco di riparare a quel disordine; le sento, sono calde, e mi sforzo di ricacciare quelle anguille al loro posto. Non ci riesco; tento ancora una volta, poi le forze mi abbandonano; un ultimo sguardo con la vista offuscata e distorta dalle lacrime: il fiume non si è fermato, non è stato fermato, va sempre nella stessa direzione. – Questo è bene – è il mio ultimo pensiero da respirante.

Racconto di Sein

Il maestro non mi chiamava mai col mio nome completo. Per lui ero sempre e solamente Sein, e a me piaceva quella sua trasgressione alla regola monastica e birmana, mi faceva sentire speciale, anche se egli faceva del suo meglio per cancellare il concetto di orgoglio dalle nostre giovani menti. Mai e poi mai avremmo dovuto nutrire anche la più insignificante sensazione di superiorità nei confronti di chicchessia.
Per il maestro tutto era concepibile e coerente con il karma individuale. Noi giovani monaci temporanei invece non ci capacitavamo di quali oscure e gravi colpe si fosse macchiata nelle vite precedenti la povera gente del villaggio. Tanto gravi potevano essere i peccati da renderla meritevola di una vita di acre sofferenza e crudele miseria?
Quando quei disperati cercarono di far udire la voce della loro disgrazia, pure noi monaci udimmo il loro grido di dolore, e i nostri precetti che condannano il desiderio ed esaltano la rinuncia non furono bastevoli per isolarci empaticamente dalle loro umane aspirazioni, anche perché, finito il periodo al monastero, saremmo dovuti tornare, quasi tutti, a una vita tribolata, generosa solamente di sudditanze e travagli.
A Yangon ci ponemmo in testa al corteo, supplicando tutti i manifestanti di evitare ogni violenza, e anche di sopire qualsiasi atteggiamento minaccioso. Era nostra intenzione ricoprire i militari che si opponevano a noi di infinita e amabile gentilezza. Quando quelli caricarono non cercammo di scappare, e neppure di difenderci, li guardammo semplicemente arrivare, nelle loro divise scure, con i loro lunghi bastoni di legno duro.
Il primo colpo arrivò secco e preciso sul mio capo rasato, dietro, sulla nuca suppongo. Una gran luce bianca mi accecò per un attimo, poi la vista ritornò offrendomi delle immagini sconvolgenti. Solo due colori vedevo, il rosso dei nostri mantelli e il nero delle loro divise, il rosso del sangue e il nero delle ombre sul selciato, mescolati, sfuggenti, improvvisi. Ancora camminavo, anche se la strada aveva preso una forte pendenza, era diventata una salita ripidissima; tentai ancora un passo, come per salire, ma ciò che era salita d’un tratto si mutò in discesa: ero sull’orlo di uno strapiombo impossibile, un dirupo in fondo al quale sembrava stare tutto il mondo. Sentivo, ancora sentivo, urla rabbiose a grida spaventate, colpi sul mio capo e un po’ di dolore, e i piedi pesanti, come se fossero immersi nella mota, ma facevano  passi lenti e lunghissimi. Poi la strada salì improvvisamente verso di me, e solo mettendo le mani avanti evitai che mi colpisse in faccia. Mi girai: ero semplicemente caduto. Sempre macchie rosse e nere attorno a me, e bastoni vorticanti che, come uno stormo di corvi, beccavano la mia carne. Udii, netto, uno schiocco crepitante, come di legno che si spezzi. Altri colpi mi raggiunsero al capo e quando cercai, molto umanamente, di ripararmi con le braccia, una fitta mi strappò un urlo bestiale. Mi volsi un attimo verso quell’indescrivibile dolore soltanto per vedere una piccola parte del mio braccio alzata, mentre il resto dell’arto, piegato secondo un angolo impossibile, faceva probabilmente posare la mano, inerte e inutile, ancora a terra. Dunque non era di legno fracassato il rumore di prima. Nausea, dolore e paura stavano per avere il sopravvento sulla mia consapevolezza. Lì, a terra, paralizzato e osceno come una carcassa di animale, trovai ancora la forza di tornare dal mio maestro, ai suoi insegnamenti, almeno con quel poco di mente che era rimasta integra. Cercai di immaginare che i colpi di bastone fossero pietre che cadevano, una pioggia di pietre che si mutavano in acqua. Come durante la festa di Thingyan, mi immersi in quell’acqua, mi abbandonai a essa, lasciandomi sommergere, portare via, per sciogliermi in essa.
Era tempo di terminare e di ricominciare.
Solamente una cosa mi angustiava: non avevo fatto violenza, ma altri, che pure non riuscivo a odiare, ne erano stati attivi fautori. Era anche per colpa mia se essi vi si erano abbandonati? Il mio karma futuro sarebbe stato macchiato dalla colpa di un amore superbo e incompreso?

Racconto di Fatima

Quando nacqui, il nonno, un inguaribile monarchico, chiese per me, unica sua nipote femmina, il nome di Fatima, l’ultima regina di Libia.
Anch’io fui regina, almeno nella mia famiglia. I miei genitori non avevano occhi che per me. Fratelli e cugini erano la mia scorta, la mia servitù, il mio tappeto rosso.
Non eravamo ricchi, la vita era dura per tutti; certo, si stava meglio di mio nonno, sopravvissuto per sessant’anni spremendo il latte da una mandria di capre asfittiche, ma eravamo comunque costretti a una esistenza ristretta di mezzi e di spazio.
I miei fratelli si arrangiavano come potevano, lavorando come pescatori, operai, autisti, sguatteri, ma, di comune accordo, essi si presero l’impegno di farmi studiare, levandomi l’incomodo di ogni piccolo intoppo che avrebbe potuto intralciarmi.
È stato solamente grazie ai loro sacrifici, e in parte anche alla mia buona volontà, se riuscii a prendere la laurea in medicina. Quel giorno, in paese, fecero festa grande: ero la prima ragazza di Gioda che raggiungeva quel traguardo, e in famiglia poi, un marziano avrebbe fatto meno effetto.
Alieno comunque era il mio destino, poiché dovetti forzatamente lasciare il mio paese per impiegarmi all’ospedale di Misurata. Quando avevo iniziato gli studi già si sapeva che quello sarebbe stato il mio traguardo, tutti lo sapevano e lo accettavano di buon grado, lavorando alacremente per accelerare la mia separazione dal loro piccolo mondo, ma mi sentivo in colpa lo stesso. In città avevo tutto: un appartamento moderno con l’aria condizionata, un lavoro che mi dava soddisfazione, un bel ragazzo che mi correva dietro; potevo essere felice. Perché allora non lo ero?
Tutto nasceva dalla mia impressione di godere di un immeritato privilegio, soprattutto nei  confronti della mia famiglia, ancora inchiodata in quei loculi roventi, vecchi, vecchissimi, alzati su dagli italiani in fez usava dire il nonno. Quando mi capitava di tornare in paese mi sentivo a disagio con i miei fratelli, come se quotidianamente rubassi a loro qualcosa, e anche a tutti quei giovani costretti a sbattersi per dei lavori umili, pericolosi, poco pagati, espulsi dai grandi stabilimenti che preferivano gli immigrati, dei poveracci disposti a tutto pur di mandare alle loro ancora più misere case qualche dinaro.
Una volta ho sentito dire che la Gente del Libro, i cristiani, crede alla fine del mondo annunciata da squilli di tromba: Trombe del Giudizio le chiamano. Potrebbe essere, potrebbe…
I primi squilli si udirono giusto dietro il nostro confine occidentale, e poi da Est, dove per decenni aveva regnato un silenzio opprimente, risposero altre trombe più possenti che mai.
I libici si destarono dal loro torpore e decisero di rispondere alla chiamata: la fine di un mondo era stata annunciata, auspicata, inevitabile.
Bastarono pochi giorni di guerra per far crollare l’antiquato sistema di telecomunicazioni; feci solo in tempo a sapere che i miei fratelli erano fuggiti per unirsi ai ribelli. Io mi rifiutai di lasciare Misurata in quanto, come medico, ritenni di poter finalmente restituire alla povera gente qualcosa di quanto avevo ricevuto.
Quando l’assedio divenne totale ebbi ben modo di ripagare il mio debito, peccato che nel farlo procurassi sofferenza, trauma, disperazione, morte; mi pentii spesso di non aver studiato altro, oppure di non aver studiato abbastanza.
Il mio servizio comprendeva anche la consegna a domicilio, dandomi l’opportunità di trovarmi vicinissima alla prima linea, e ogni volta che sentivo il rumore di un carro armato mi stupivo della sua somiglianza con quello di un grosso trattore che avevamo in paese. Uguali i cigolii, il rumore ansimante del diesel, il tonfo dei cingoli, le vibrazioni della struttura metallica; mi era talmente familiare che non riusciva a spaventarmi. Solo una volta ebbi l’ardire di sbirciare al di sopra di un muretto per osservarne uno, tanto per togliermi la curiosità.
Procedeva lentamente, proprio come un trattore, non per timore di un agguato, ma per tenere il passo di alcune figurine verdi alle quali faceva scudo. – Ferraglia – pensai, vedendo il pesante fumo nero che emanava. Girava la sua lunga canna in tondo, come se cercasse qualcosa che aveva perso. Canna a sinistra, cigolio, retro, canna a destra, scricchiolio, buco della canna, boato.
I mattoni, il cemento, i ferri d’armatura, le pietre, e io, fummo scagliati a una decina di metri di distanza.  Mi ritrovai immersa in una nuvola di sabbia, polvere e fumo, e l’unica cosa della quale ero certa riguardava la mia posizione: sdraiata sulla schiena. Posata che si fu la polvere, vidi il cielo, solo il cielo, azzurro, tutto azzurro. Un fischio acutissimo mi trapanava il cervello da orecchio a orecchio, e non riuscivo a udire altro, neanche la mia voce quando urlai di dolore.
Qualcosa mi era entrato nel collo, e bruciava, bruciava, un tizzone ardente nelle mie carni. Provai ad alzarmi, per scappare via da quel fuoco, per strapparmelo fuori: niente da fare. Non riuscivo a muovermi, anzi no, mi muovevo, lo sentivo con la pelle che strisciava sul terreno scabro, con le ossa che risuonavano delle convulsioni del mio corpo, con il dolore delle ferite continuamente tormentate anche dalla minima asperità. Il collo era bloccato, la luce solare mi abbagliava, ma ero troppo spaventata per chiudere gli occhi.
Un’eclisse decise, finalmente, di offrirmi un po’ di sollievo: un’ombra nera si interpose tra il mio volto e il mio cielo. Alle pupille occorsero una decina di secondi per adattarsi alla nuova situazione e cominciai a distinguere dei particolari. Su di me si ergeva un uomo in divisa verde, ne vedevo solamente la parte superiore, il torace, il cappello con la larga visiera parasole, e l’arma spianata, su di me. Cercai di parlare, ma dalla mia gola ferita uscirono probabilmente dei versi gorgoglianti; ecco cos’era quel sapore strano in bocca: sangue. Con inaspettata condiscendenza il militare si chinò su di me, per capirmi, per scrutarmi, e finalmente lo vidi in faccia: nera come il caffè. Non era libico, non era della mia terra, non era uno di noi! Quando il potere ha bisogno di mercenari ha già perso. Ne fui sollevata, tanto che sorrisi a quel bastardo. Anche lui, forse per lo stupore, mi sorrise, si rialzò e premette il grilletto. Ebbi solo la sensazione di quattro dita irresistibili che mi entravano dentro e mi inchiodavano al terreno, ma sono abbastanza sicura di non aver smesso di sorridere, e perciò sarei stata un bel rebus, anche da morta.

Ecco, noi vi abbiamo raccontato le nostre storie, diverse, ma uguali a quelle di tanti altri, in tante altre parti del mondo. Siamo le vittime, assolutamente non eroiche, dei regimi totalitari che non ammettono all’interno dei loro confini democrazia, voto, opposizione, rappresentatività, diritto, uguaglianza, libertà. Vivemmo sempre nel terrore, nell’angoscia, nel buio, fino a quando una scintilla accese il fuoco del risentimento che covava sotto la cenere della sudditanza. Siamo le vittime che mai avranno la possibilità di vedere l’evoluzione positiva del loro mondo, che non riusciranno mai a godere dei frutti della democrazia, che non potranno mai passare il testimone ai loro figli, ma non per questo ci tirammo indietro allora.
Abbiamo narrato la nostra personale apocalisse non per proselitismo, o per suscitare pietà e ammirazione retorica, bensì unicamente a beneficio di coloro che già risiedono in un paese democratico, per quelle persone che non vivono schiacciate sotto il tallone di un dittatore che impone loro cosa si deve e cosa non si deve fare, dire, pensare.
Ci rivolgiamo in modo particolare a coloro che, pur avendo la libertà, se ne fanno beffe, la schifano, la vendono per un piatto di lenticchie, e che trovano inutile, controproducente, scomodo, svantaggioso, andare a votare.
Voi che vivete la vostra bella vita, colla vostra bella famiglia felice, avete una casa in centro, una casa al mare,  una multiproprietà in montagna, un’automobile o due a testa, i cani, magari anche un bel lavoro, le ferie, il televisore ad alta definizione, l’aria condizionata, l’acqua calda e fredda, l’avvocato, il commercialista, il notaio, le scuole, gli ospedali, le cliniche, le medicine omeopatiche, la palestra, il promoter finanziario, la crociera, lo struscio alla domenica, la noia della domenica, il corso di cucina, gli hobby, il diritto di voto, voi siete uguali a noi.
Noi non votiamo, non abbiamo mai votato, e neanche voi andrete a votare, ma non è per questo che voi siete uguali a noi.
È perché non valete niente.
Voi non valete niente perché non siete liberi, obbedite ciecamente e stupidamente agli ordini di chi vi conduce come agnelli, al macello.
Voi non valete niente perché non siete servi. Il servitore è fedele al suo padrone unicamente per un tornaconto, mentre voi dal vostro servire non ne ricavate nessun vantaggio, tutt’altro, a voi ne verrà solo danno, mentre il padrone si ingrasserà ridendo della vostra dabbenaggine. Voi pagate per servire.
Voi non valete niente perché non siete schiavi. Benché dominato, piegato, assoggettato, lo schiavo cova sempre un autentico risentimento contro il suo padrone e, appena possibile, coglierà l’occasione di riacquistare la libertà e l’indipendenza. Voi adorate il vostro carceriere, osannanti vittime della sindrome di Stoccolma.
A voi niente e nessuno vieterebbe di votare, non rischiate violenze, ritorsioni, imposizioni; vi hanno approntato le sedi, comode e capillarmente distribuite; hanno predisposto un’organizzazione in grado di assicurare una votazione democratica e consapevole; vi hanno garantito la segretezza del vostro voto, ma voi non andrete comunque a votare, obbedienti a chi, eletto proprio da un voto democratico, vuole convincervi dell’inutilità e della sconvenienza dello stesso. Oggi, questo ipocrita e subliminale consiglio al quale ossequienti vi adeguate prende di mira i referendum, domani, diversi velenosi consigli potrebbero scardinare anche altri importanti aspetti della vita democratica.
Voi valete meno di noi, molto meno.
Voi valete meno dei nostri aguzzini e dei loro complici.
Voi valete meno degli ignavi che il vostro sommo poeta giudicava indegni persino dell’Inferno.
Voi valete meno dei vermi che stanno banchettando sui nostri cadaveri.
Voi siete come noi.
Voi siete carne morta.

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