Soffrire per piacere

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Immagine da: dreadcentral.com

Mi è capitato poco tempo fa di risolvere un quiz proposto dalla trasmissione radiofonica “Hollywood Party”. Non si vince niente, solamente la soddisfazione di aver indovinato per primi il titolo di un film partendo indizi minimi. Il film in questione era “2022: i sopravvissuti”, in originale “Soylent Green”.
Ripensando agli ingredienti del famoso Soylent Verde, ovvero al pericolo che quello sia il nostro destino, e cercando di valutare da un punto più distante le conseguenze per il pianeta dell’alimentazione umana, non ho potuto trattenere alcune considerazioni su certi aspetti barbari di quelle che amiamo definire tradizioni culinarie.

Qualche settimana fa una sentenza la Cassazione ha stabilito che la consuetudine di tenere dei crostacei vivi, nella fattispecie granchi e astici, con le chele legate e in frigorifero a zero gradi, è “incompatibile con la natura degli animali e produttiva di gravi sofferenze”. Di fatto i giudici hanno stabilito che questi crostacei conoscono il dolore e la sofferenza, anche se la questione è ancora dibattuta nel mondo scientifico.
Pur non essendo un emerito giudice della Cassazione (la quale è notoriamente ferrata in materia), e nemmeno possedendo alcun titolo accademico nel ramo biologico, come “utilizzatore finale” di quel che il mare offre mi arrischio a condividere le mie impressioni al riguardo.
Secondo me, pesci, molluschi e crostacei soffrono, fisicamente e psicologicamente. Sì, lo so che detta così potrebbe sembrare una boutade, un’affermazione gratuita fatta tanto per attirare l’attenzione, ma se foste avvezzi ai vari aspetti della cucina di pesce e affini qualche sospetto dovreste già averlo.
Fate attenzione, non si tratta di quanto abitualmente trovate in pescheria oppure al supermercato, prodotti ormai stanchi, cadaveri che forse mai furono neppure vivi, belli fuori e belli dentro, ma non molto di più. No, io sto parlando di esseri ancora vivi, tratti dal mare con violenza, con l’inganno, con pazienza, con fortuna.
Non so quanti di voi siano usi a pulire le cicale di mare, una specie di crostaceo che pare un incrocio tra una scolopendra, uno scorpione e una mantide religiosa, lungo pressapoco una quindicina di centimetri e più. Posso facilmente immaginare la faccia schifata di chi non ha dimestichezza col mare e cerca di visualizzare con la fantasia questa specie di “Alien”, e vi assicuro che, per ferocia, lo è a pieno titolo.
Ma non è del suo preoccupante aspetto esteriore che intendo trattare qui.

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Immagine da: biologiamarina.org

La cicala di mare possiede due peculiarità, la prima è che, come molti altri suoi simili che vivono sul fondale (e dal quale essa tende i micidiali agguati), può vivere a lungo anche fuori dall’acqua, mentre la seconda è che quando muore si “scioglie” il contenuto dei suoi organi interni, essa si svuota, e quando ciò avviene il crostaceo perde tutto il suo valore gastronomico.
Per evitare questo “disastro” culinario c’è chi usa porle nel congelatore, per indurirle, condannandole a una specie di morte per assideramento, ma la consistenza delle sue carni comunque ne soffre.
Il metodo tradizionale è invece quello di pulirle e cucinarle ancora vive, e per vive non intendo “non morte”, bensì attive e mordaci.
Bene, allora immaginativi il lavello di cucina colmo di una trentina di queste bestie che si agitano, si contorcono, muovono tutte le zampette, fanno scattare le micidiali chele lunghe 4-5 centimetri, e stanno le une sulle altre, le une attorno alle altre, le une contro le altre. Fatto? Bene, ma ancora non basta.

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Immagine da: aglioolioepeperoncino.com

Chi si è cimentato con il fitness acquatico, la ginnastica dolce in piscina (ginnastica salata nel mare?) avrà notato come i movimenti risultino più faticosi, più lenti, frenati dalla densità dell’acqua. La cicala di mare è una vera e propria tigre, attende mimetizzata sul fondo che la sua ignara vittima le passi davanti, quindi scatta in avanti come una molla, agitando dieci zampette a paletta, a mo’ di pinne, “delfinando” col suo corpo a segmenti, e utilizzando come pinna caudale la parte piatta e rigida della coda (per inciso dotata di spine e di due falsi occhi per far credere che sta guardando da un’altra parte). Durante l’attacco la sua velocità può raggiungere i 23 metri al secondo, pressapoco 80 (ottanta!) chilometri orari (circa 44 nodi, quasi il doppio della velocità dell’Andrea Doria), e arpiona la vittima mediante le chele da mantide religiosa con la stessa micidiale forza d’urto di un proiettile calibro 22, le quali poi si chiudono a scatto e non lasciano scampo alla preda.
Un vero e proprio killer vero? Riflettete un attimo su un particolare, e cioè che il tutto avviene in mare, ovvero con i suoi movimenti frenati dall’acqua, esattamente come nel fitness acquatico, e provate a valutare quanto sono rapidi i movimenti e i tempi di reattività di questo animale in aria libera. Quando le chele scattano (centesimi di secondo), se ne avvertono il suono e il secco contraccolpo, perciò immaginate di mettere una mano nel lavello, afferrare uno di questi “Alien”, tenerlo fermo mentre si divincola, e quindi pulirlo. Se non fate attenzione vi buca le dita.
Ma cosa significa pulirlo?
Innanzi tutto significa non usare l’acqua di rubinetto, in quanto la differenza di pressione osmotica tra acqua dolce e corpo intriso di acqua salata rovinerebbe le pareti cellulari, con quel che ne consegue sul piano della consistenza finale delle carni.
Pulire significa tagliare, prima le micidiali chele, poi gli occhi (che vedono molto meglio dei nostri), le sei zampette anteriori , il gruppetto di otto arti del torace che stanno accanto alla bocca, le dieci zampette palmate, le punte sulla coda e i lati acuminati della parte segmentata, e la coppia di zampe palmate posteriori, pure quelle puntute.
Per questi animali, abituati a vivere a una temperatura di non più di una decina di gradi, già la presa della nostra mano dev’essere dolorosa, come il contatto con un oggetto rovente.
Quando si tagliano le chele la cicala si agita “normalmente”, ma quando viene recisa la parte anteriore della “testa” con gli occhi essa si contorce, si avvolge sul ventre, e con la sua coda rigida e spinosa cerca di spingere via la cosa che la trattiene, mentre le zampine palmate si agitano velocissime, nuotano nell’aria alla ricerca di una fuga impossibile.
Mentre la si tiene, non è raro avvertire oltre la corazza segmentata le contrazioni muscolari durante la recisione delle sue appendici.
Finita la “pulizia”, la cicala di mare rimane comunque viva, e viva viene infine gettata a sfrigolare nell’olio, e solamente mediante questo trattamento per il quale lascio a voi la definizione riesce a diventare un piatto tra i più prelibati che si possano trovare.

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Immagine da: giallozafferano.it

Qualora foste delle anime sensibili ed empatiche, e perciò la descrizione del truculento trattamento vi ha sconvolto, è meglio che smettiate ora la lettura di questo articolo, poiché ciò che sto per affermare potrebbe provocarvi degli incubi.
Stabilito che la cicala di mare almeno in apparenza soffre, è il caso di scoprire cosa accade alle altre che sono nel lavello.
Mi è già capitato di osservare che proprio mentre sto recidendo antenne e occhi dell’animale, le altre prendono ad agitarsi convulsamente per qualche momento, come se la vittima fosse in grado di lanciare una specie di grido di dolore, silenzioso per noi, ma ben percepito dalle cicale di mare.
Potrebbe darsi benissimo che esse osservino il trattamento della loro consorella, che lo comprendano e ne provino orrore. Quindi non solamente dolore per questi crostacei, ma anche angoscia e paura, come le nostre, forse anche peggio.
Se pensate che si tratti di un trattamento disumano vi sbagliate, si tratta invece un trattamento tipicamente umano riservato a tutto ciò che non è “umano”.
Quando si immerge un granchio (ovviamente vivo) nell’acqua bollente, è come se noi fossimo costretti a respirare per qualche minuto dell’aria che ha una temperatura di cento gradi, un dolore interno indescrivibile che fa dibattere il crostaceo in maniera così violenta da spezzare o staccare più di qualche zampa, chele comprese.
Sogliole e anguille vanno scuoiate vive. Senza pelle e senza organi interni riescono ancora a vivere quel tanto da agitarsi per un po’ nell’olio bollente mentre friggono. E se prima di cucinarle vengono preventivamente salate, tutti i loro muscoli saltano e vibrano come percorsi da una ininterrotta e violenta scarica elettrica.
Quindi soffrono.
Facile darmi del sadico, del malato, ma si tenga conto che si tratta di esseri carnivori, e chi di spada ferisce…
Non mi pare che su National Geographic girino dei documentari sui sanguinari branchi di vitelli, o sugli stormi di tacchini assassini, come pure mi pare che solamente i vermi del letame possano temere la ferocia delle galline, eppure ben pochi provano compassione per le loro “non vite” sacrificate in massa sull’altare delle nostre tavole.

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Immagine da: breitbart.com

Tutti vegetariani quindi?
Certo, ma solamente perché i nostri sensi sono stati quasi totalmente anestetizzati, resi insensibili alla vita di tutto ciò che non sappiamo, o vogliamo, comprendere.
Altrimenti come potremmo restare indifferenti ai pigolii dell’insalatina appena nata? Se malauguratamente ci fosse concesso di sentire, proveremmo imbarazzo per la paura che la sola nostra presenza scatena nelle piante di carciofo; sentiremmo l’odio del melo per tutti figli non nati che gli abbiamo strappato; dovremmo rinunciare a tarpare le ali verdi a meloni e cetrioli; le urla degli asparagi recisi in primavera coprirebbero il suono della campane a Pasqua; le case sarebbero colme del sommesso pianto di foglioline che lentamente perdono forza, bisognose di quella linfa vitale che non potrebbero comunque suggere più; e come non comprendere la paura della lunga cicoria quando ella vede le volute di vapore uscire dalla sua bollente camera della morte?
Sì, l’unica alternativa percorribile sarebbe allora quella di lasciarsi morire di fame, ma non avverto in giro tutto questo entusiasmo.
Potremmo affermare allora che la specie umana potrà definirsi “evoluta” solamente quando sarà in grado di costruire da sé la materia organica necessaria al suo sostentamento, partendo esclusivamente da materia inorganica, proprio come già fanno le piante, in questo caso molto più avanti di noi.
Buon appetito.

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